LXVII. — UN BALLO IN ESTATE.

Nello stesso giorno verso l’ora in cui la sig.ª Danglars teneva la

seduta che abbiam descritta nel gabinetto del procuratore del Re, una

carrozza da viaggio entrando nella strada Helder, s’introduceva per

la porta n. 27 e si fermava nel cortile. Un momento dopo si apriva lo

sportello e la sig.ª de Morcerf ne discendeva, appoggiandosi al braccio

di suo figlio. Appena Alberto ebbe accompagnata sua madre alle stanze

di lei, ordinando un bagno ed i suoi cavalli, si fece condurre ai

_Campi-Elisi_ dal conte di Monte-Cristo.

Il conte lo ricevette col suo abituale sorriso. Era cosa straordinaria;

non sembrava mai di poter fare un passo in avanti nel cuore di

quest’uomo. Quelli che volevano, per dir così, sforzare il passaggio

della sua intimità, ritrovavano un muro. Morcerf, che accorreva a lui a

braccia aperte, lasciò vedendolo, ad onta del suo sorriso amichevole,

cadere le braccia, ed osò appena stendergli la mano. Dal suo canto

Monte-Cristo gliela toccò come faceva sempre, ma senza stringerla. —

Ebbene! eccomi, diss’egli, caro conte.

— Siate il ben venuto.

— Sono arrivato da un’ora. — Da Dieppe?

— No, da Tréport, la mia prima visita è per voi.

— È grazioso per parte vostra, disse Monte-Cristo nel modo con cui

avrebbe detta qualunque altra cosa.

— Ebbene! vediamo che novità vi sono?

— Novità! le chiedete a me, ad uno straniero!

— M’intendo io: quando vi chiedo novità, vi chiedo se avete fatto

qualche cosa per me.

— Mi avete voi dunque incaricato di qualche commissione? disse

Monte-Cristo fingendo d’essere inquieto.

— Via, via, disse Alberto: non simulate indifferenza; si dice che vi

sono delle sensazioni simpatiche che attraversano le distanze. Ebbene

a Tréport ho ricevuto la mia scossa elettrica; se non avete operato per

me, almeno avete pensato a me.

— Ciò è possibile, disse Monte-Cristo. Ho di fatto pensato a voi, ma

la corrente elettrica di cui era il conduttore operava, ve lo confesso,

indipendentemente dalla mia volontà.

— Da vero, raccontatemi, ve ne prego.

— È facile. Il sig. Danglars ha pranzato da me.

— Lo so bene, poichè per fuggire la sua presenza, mia madre ed io

partimmo. — Ma ha pranzato ancora col sig. Andrea Cavalcanti. — Il

vostro principe italiano. — Non esageriamo, il sig. Andrea si dà

soltanto il titolo di conte.

— Si dà dite voi? — Dico, si dà. — Dunque non lo è?

— E lo so io? egli se lo dà, io lo do a lui, tutti a lui lo danno, non

è come se lo avesse? — Uomo strano; avanti! ebbene?

— Ebbene! che?

— Il sig. Danglars ha dunque pranzato qui? — Sì.

— Col vostro conte Andrea Cavalcanti?

— Col conte Andrea Cavalcanti, il marchese suo padre, la sig.ª

Danglars, il sig. e la sig.ª de Villefort, il sig. Debray, Massimiliano

Morrel, e poi chi altro ancora?... Aspettate.... Ah! il sig.

Château-Renaud.

— Si è parlato di me? — Non se ne è detta una parola.

— Tanto peggio. — Perchè tanto peggio? mi pare che se siete stato

dimenticato, non fu fatto, che quel che desideravate!

— Mio caro conte, se non si è parlato di me, è segno che vi pensano

molto; ed allora sono alla disperazione.

— Che v’importa, quando madamigella Danglars non era nel numero di

quelli che qui vi pensavano: Ah! è vero, ella poteva pensarvi da casa

sua.

— Oh! in quanto a questo, no, ne sono sicuro, o, s’ella vi pensava, fu

certo allo stesso modo che io pensava a lei.

— Commovente simpatia! disse il conte. Allora vi detestate?

— Ascoltate, disse Morcerf, se madamigella Danglars fosse donna

da prendere pietà del martirio ch’io non soffro per lei, e da

ricompensarmene al di fuori delle convenzioni matrimoniali stabilite

fra le nostre due famiglie, ciò mi andrebbe a meraviglia. Alle corte,

credo che madamigella Danglars sarebbe una graziosissima amica, ma come

moglie, diavolo...

— Così questo è il vostro modo di pensare sulla vostra fidanzata?

— Un poco brutale, è vero, ma per lo meno esatto.

— Siete difficile, visconte. — Sì, perchè spesso penso ad una cosa

impossibile. — A quale? — A trovarmi per moglie una donna come quella

che mio padre ha trovato per lui.

Monte-Cristo impallidì, e guardò Alberto che scherzava con delle

magnifiche pistole, delle quali faceva rapidamente scoccare le suste.

— Dunque vostro padre è stato molto felice? diss’egli.

— Sapete la mia opinione sul conto di mia madre, sig. conte: un

angiolo del cielo: voi la vedete bella ancora, spiritosa sempre, più

buona che mai. Giungo da Tréport; per tutt’altro figlio, eh! mio Dio!

accompagnare sua madre sarebbe una compiacenza od un sacrificio. Ma io,

io passo quattro giorni da solo a sola con lei, più soddisfatto, più

poetico ancora di quel che se avessi accompagnato a Tréport la regina

Mab, o Titania.

— Questa è una perfezione, che dispera, e voi date a quanti vi sentono

gran volontà di restare celibi.

— Ecco precisamente, rispose Morcerf, perchè, sapendo ch’esiste al

mondo una donna perfetta, non mi curo di sposare madamigella Danglars.

Avete mai notato come il nostro egoismo riveste dei colori più

brillanti tutto ciò che ci appartiene? Il diamante che luccicava nella

invetriata di Merlé o di Fossin diventa più bello ancora dopo che è

nostro; ma se l’evidenza ci sforza a conoscere che ve n’è un altro di

un’acqua più pura, e che voi siate condannato a portare eternamente

questo diamante inferiore all’altro, capite quanto dev’essere il

soffrire. Ecco perchè io balzerò di gioia il giorno in cui madamigella

Danglars si accorgerà che non sono che un meschino atomo, e che ho

appena tante centinaia di mille fr. per quanti milioni ha lei.

Monte-Cristo sorrise. — Io aveva ben pensato ad una cosa, continuò

Alberto. Franz ama le cose eccentriche; voleva che si innamorasse di

madamigella Danglars, ma ad onta di quattro lettere che gli ho scritto

nello stile più spaventoso, egli mi ha imperturbabilmente risposto:

«Io sono eccentrico, è vero, ma la mia eccentricità non giunge fino a

ritirare la mia parola quando l’ho impegnata.»

— Ecco ciò che io chiamo trasporto d’amicizia, dare ad un altro per

moglie la donna che non si vorrebbe per sè, che nella condizione

d’amica.

Alberto sorrise. — A proposito, giunge questo caro Franz; ma poco

v’importa, voi non lo amate credo?

— Io! disse Monte-Cristo; eh! mio caro visconte, e da che arguite che

io non amo il sig. Franz? Caro visconte, io amo tutto il mondo.

— Ed io sono compreso in tutto il mondo... grazie.

— Oh! non confondiamo, disse Monte-Cristo; amo tutto il mondo nel modo

che Dio ci ordina di amare il nostro prossimo, cristianamente; ma non

odio che certe determinate persone. Ritorniamo al sig. Franz; dite che

ritorna?

— Sì, chiamato dal sig. de Villefort, anch’egli arrabbiato tanto, a

ciò che sembra, per maritare madamigella Valentina, quanto Danglars per

maritar madamigella Eugenia. Pare certamente che lo stato più faticoso

sia quello di essere padre di giovanette adulte; sembra che questo dia

loro la febbre, e che il loro polso batta 80 volte il minuto fin tanto

che non se ne siano spacciati.

— Ma il sig. d’Épinay non vi rassomiglia; sembra ch’egli prenda il suo

male con pazienza.

— Anche meglio così, che egli lo prende sul serio; si mette già la

cravatta bianca e parla della sua famiglia. Del resto ha per Villefort

grandissimo rispetto.

— Meritato, non è vero?

— Villefort è sempre passato per un uom severo, ma giusto.

— Alla buon’ora, eccone finalmente uno, disse Monte-Cristo, che non

trattate come quel povero Danglars.

— Forse dipenderà dal non essere obbligato a sposarne la figlia, disse

Alberto ridendo.

— In verità, mio caro signore, ripetè Monte-Cristo, siete di una

fatuità stomachevole.

— Io? — Sì voi... prendete un sigaro.

— Ben volentieri, e perchè son fatuo?

— Ma perchè state là a difendervi, a dibattervi per non voler sposare

madamigella Danglars. Oh mio Dio! lasciate andare le cose, e forse non

sarete il primo a ritirar la parola.

— Bah! fece Alberto aprendo due grandi occhi.

— Eh! senza dubbio, sig. visconte, non vi si metterà per forza la testa

fra le porte; che diavolo! Via, sul serio, avete volontà di romperla?

— Pagherei cento mila franchi per questo.

— Ebbene! siete felice: il sig. Danglars è disposto a pagare il doppio

per giungere alla stessa meta.

— Ed è vero questa felicità? disse Alberto, che però dicendo ciò non

potè far a meno di impedire che non passasse una impercettibile nube

sul suo viso. Ma, mio caro conte, il sig. Danglars ha dunque dei

motivi?...

— Ah! eccoli là, natura orgogliosa ed egoista! alla buon’ora, ritrovo

l’uomo che vuole lacerare l’amor-proprio degli altri a colpi di

mannaia, e che grida quando si fora il suo con una spilla.

— No, ma perchè mi sembra che il sig. Danglars...

— Dovesse essere contentissimo di voi, non è vero? Ebbene il sig.

Danglars è un uomo di cattivo gusto, ma è ancor più contento di un

altro...

— E di chi dunque?

— Non lo so; studiate, guardate, afferrate le allusioni al loro

passaggio, e ricavatene profitto per voi.

— Buono, capisco; ascoltate, mia madre... no! non mia madre, mi

sbaglio, mio padre ha concepito l’idea di dare una festa di ballo.

— Una festa di ballo in questa stagione dell’anno?

— I balli in estate sono alla moda.

— Se non vi fossero, la contessa non avrebbe che a desiderarlo, e ve li

metterebbero.

— Non c’è male; capirete che questi sono balli di sangue purissimo;

quelli che restano a Parigi nel mese di Giugno sono veri parigini.

Vorreste incaricarvi di un invito per i sig. Cavalcanti?

— Fra quanti giorni avrà luogo questo ballo? — Sabato.

— Il sig. Cavalcanti padre sarà partito. — Ma il sig. Cavalcanti

figlio vi rimane. Volete voi incaricarvi di accompagnarvelo? — Sentite

visconte, non lo conosco.

— Non lo conoscete? — No, l’ho veduto per la prima volta tre o quattro

giorni sono, e non ne rispondo per niente. — Ma voi però lo ricevete?

— Io, è un’altra cosa; mi è stato raccomandato da un bravo abate, che

potrebbe anch’egli essere stato ingannato. Invitatelo direttamente, sta

bene, ma non mi chiedete di presentarlo; se in seguito dovesse sposare

madamigella Danglars, mi accusereste di maneggio, e vi vorreste tagliar

la gola meco; d’altra parte non so se vi andrò io stesso.

— Dove? — Al vostro ballo. — E perchè non ci verrete?

— Primieramente non mi avete ancora invitato.

— Vengo espressamente per portarvi il vostro invito.

— Oh! siete troppo gentile, ma posso esserne impedito.

— Quando vi avrò detta una cosa, sarete abbastanza amabile per

sacrificarci tutti i vostri impedimenti.

— Dite. — Mia madre ve ne prega.

— La contessa de Morcerf? riprese Monte-Cristo rabbrividendo.

— Ah! conte, disse Alberto, vi prevengo, che la sig.ª de Morcerf, parla

meco liberamente; e se non vi siete sentito scricchiolare le fibre

simpatiche di cui vi parlavo or ora, è segno che ne siete del tutto

privo, mentre per quattro giorni non abbiam fatto che parlare di voi.

— Di me? in verità voi mi ricolmate...

— Ascoltate, questo è il privilegio della vostra posizione, quando si è

un problema vivente.

— Ah! son dunque un problema pure per vostra madre? In verità, l’avrei

creduta troppo ragionevole per abbandonarsi a simili traviamenti

d’immaginazione!

— Così, verrete sabato? — Poichè la sig.ª de Morcerf me lo comanda. —

Siete obbligante. — Ed il sig. Danglars?

— Oh! ha già ricevuto il suo triplice invito; mio padre se n’è

incaricato. Cercheremo pure di avere il gran d’Aguesseau, il sig. de

Villefort; ma ne disperiamo ancora.

— Non bisogna mai disperare di niente, dice il proverbio.

— Ballate, caro conte? — Io? — Sì, voi; che vi sarebbe di maraviglioso

se ballaste? — Ah! infatto fin tanto che non si sono oltrepassati i

quarant’anni.... No, non ballo; ma amo veder ballare. E la sig.ª de

Morcerf balla?

— Mai; parlerete, ella ha tanta volontà di parlar con voi! — Da vero?

— Vi dichiaro che siete il primo uomo pel quale mia madre ha

manifestato una simile curiosità. — Alberto prese il cappello e si

alzò; il conte lo ricondusse fino alla porta.

— Mi faccio un rimprovero, diss’egli fermandolo sull’alto della

scalinata. — E quale? — Sono stato indiscreto: non doveva parlarvi del

sig. Danglars.

— Al contrario, parlatemene pure, spesso, sempre; ma nello stesso modo.

— Bene! A proposito, quando arriverà d’Épinay?

— Fra 5, 6 giorni al più. — E quando prenderà moglie?

— Subito che giungono il sig. e la sig.ª di Saint-Méran.

— Conducetemelo dunque tosto che sarà a Parigi. Quantunque pretendiate

che non l’ami, vi dichiaro che sarò fortunato di rivederlo.

— Benissimo, i vostri ordini saranno eseguiti. A rivederci. Sabato, in

ogni caso, di certo, non è vero?

— Come dunque! ho data la mia parola. — Il conte seguì con gli occhi

Alberto, salutandolo colla mano: indi quando fu risalito sul suo

_phaéton_, si rivoltò, e trovando Bertuccio dietro di sè: — Ebbene?

domandò egli.

— Ella è andata al palazzo, rispose l’intendente.

— E vi si è fermata lungo tempo? — Un’ora e mezzo.

— Ed è rientrata in sua casa? — Direttamente.

— Ebbene! caro Bertuccio, disse il conte, se ora mi resta un consiglio

da darvi, si è di vedere se in Normandia ritroviate quella piccola

terra di cui vi ho parlato.

Bertuccio lo salutò, e siccome i suoi desideri erano in perfetta

armonia coll’ordine che aveva ricevuto, partì nella stessa sera.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 85 / 140 题