LXVI. — Il GABINETTO DEL PROCURATOR DEL RE.

Lasciamo il banchiere ritornare a gran trotto e seguiamo la sig.ª

Danglars nella sua escursione: ella mezz’ora dopo mezzo giorno, aveva

ordinati i cavalli, ed era uscita in carrozza. Si diresse dalla parte

del sobborgo San Germano, prese la strada della Senna, e fece fermare

al passaggio del Ponte-nuovo, ivi discese, e traversò il passaggio.

Era vestita con molta semplicità, come si conviene ad una donna di buon

genere che esce la mattina. In Strada Génégaud, montò in una vettura da

nolo indicando come termine della sua corsa la strada Harlay. Appena

entrata in carrozza, levò di saccoccia un velo nero molto fitto,

che attaccò al suo cappello di paglia; quindi si rimise il cappello

in testa, e vide con piacere, guardandosi in un piccolo specchio

tascabile, che non si poteva discernere di lei che la pelle bianca,

e la pupilla scintillante. La carrozza prese pel Ponte-nuovo ed entrò

per la piazza Dauphine nel cortile di Harlay; fu pagata nell’aprire la

portiera, e la sig.ª Danglars, slanciandosi verso la scala, che salì

con leggerezza, giunse ben presto alla sala dei _Passi-Perduti_. Quella

mattina v’erano molti affari, ed ancora molta più gente affaccendata al

Palazzo.

Le persone affaccendate non guardano molto le donne; la sig.ª Danglars

traversò adunque la sala senz’essere osservata più di altre dieci donne

che stavano ad aspettare i loro avvocati.

Vi era folla nell’anticamera del sig. de Villefort, ma la sig.ª

Danglars non ebbe neppure il bisogno di pronunciare il suo nome; tosto

che apparve, un usciere si alzò, venne a lei, le chiese se fosse la

persona a cui il sig. procuratore del Re aveva dato convegno, e sulla

sua risposta affermativa, la condusse, per un corridoio riservato,

nel gabinetto del sig. de Villefort. Il magistrato, seduto sopra

un seggio, scriveva tenendo le spalle voltate alla porta; la intese

aprirsi, e l’usciere pronunciare queste parole: «Entrate, signora.» La

porta si rinchiuse senza che avesse fatto il più piccolo movimento;

ma tosto che sentì allontanarsi il rumore dei passi dell’usciere, si

voltò prestamente, mise il catenaccio, tirò le tende, e visitò tutti

gli angoli del gabinetto. Quindi, allorchè ebbe acquistata la certezza

che non poteva essere nè veduto nè udito da alcuno: — Grazie, signora,

diss’egli, grazie della vostra esattezza. — E le offrì una sedia che la

sig.ª Danglars accettò, perchè il cuore le batteva tanto fortemente che

si sentiva vicino a soffocare.

— Ecco, disse il procuratore del Re sedendo egli pure, e facendo

descrivere un mezzo cerchio al suo seggio in modo da trovarsi

dirimpetto alla sig.ª Danglars, ecco passato ben lungo tempo, signora,

che non ho avuto la fortuna di parlare da solo con voi, e con mio

sommo dispiacere ci ritroviamo per intavolare una conversazione molto

dolorosa.

— Ciò non pertanto, signore, avete veduto che sono venuta, quantunque

questa conversazione debba riuscire assai più dolorosa per me che per

voi.

Villefort sorrise amaramente: — È dunque vero, disse egli rispondendo

piuttosto al proprio pensiero che alle parole della sig.ª Danglars,

che tutte le nostre azioni lasciano le loro tracce, le une tetre, le

altre luminose nel nostro passato? È dunque vero che tutti i passi

della nostra vita rassomigliano all’andamento del rettile sulla sabbia

e fanno un solco? Ahimè! per molti questo solco è quello delle loro

lagrime.

— Signore, voi comprendete la mia emozione, n’è vero? disse la sig.ª

Danglars, abbiatemi dunque dei riguardi, ve ne prego. Questa camera

entro cui sono passati tanti colpevoli tremanti e vergognosi, questo

seggio su cui mi sto a mia volta vergognosa e tremante!... Oh! io ho

bisogno di tutta la mia ragione per non vedere in me una donna molto

colpevole, ed in voi un giudice minaccioso.

Villefort scosse la testa, e mandò un sospiro:

— Ed io dico a me stesso; che il mio posto non è sul seggio del

giudice, ma sul banco dell’accusato.

— Voi? disse la sig.ª Danglars maravigliata. — Sì, io.

— Credo che per parte vostra, signore, il vostro puritanismo esageri

la situazione, disse la sig.ª Danglars, il cui bell’occhio si illuminò

di un fuggitivo fulgore. Questi solchi di cui parlavate or ora, sono

stati tracciati da tutta la gioventù ardente. Nel fondo delle passioni,

al di là dei piaceri, vi è sempre un poco di rimorso; è perciò che

l’Evangelo, questa eterna risorsa degl’infelici, ha dato per conforto

a noi povere donne l’ammirabile parabola della giovane peccatrice, e

della donna adultera. Così, ve lo confesso, riportandomi ai delirii

della mia gioventù, qualche volta penso che Dio me li perdonerà, poichè

se essi non possono trovare scusa, troveranno mercede in compenso dei

patimenti sofferti dopo; ma voi, che avete a temere di tutto ciò, voi

altri uomini, che il mondo scusa, e che lo scandalo nobilita?

— Signora, replicò Villefort, mi conoscete, non sono un ipocrita, o

almeno non faccio l’ipocrita, senza qualche ragione. Se la mia fronte

è severa, i molti infortunii l’offuscarono; se il mio cuore si è

petrificato, è stato per poter sopportare i cozzi che ha ricevuto: non

era così nella mia gioventù, non era così nella sera dei miei sponsali,

quando eravamo tutti assisi intorno ad una tavola della strada _Cours_

a Marsiglia. Ma da quel tempo tutto si è cambiato in me, ed intorno

a me. La mia vita si è consumata a perseguire cose difficili, e ad

infrangere nelle difficoltà tutti coloro che, volontariamente, o

involontariamente, per determinata intenzione o per caso s’incontrarono

sul mio sentiero a suscitarmi difficoltà. È difficile che ciò che si

desidera ardentemente, non sia conteso ardentemente da coloro i quali

han voluto ottenerlo, o dai quali si tenta strapparlo. Così, la maggior

parte delle cattive azioni degli uomini sono venute loro incontro,

mascherate dalle sembianze della necessità; quindi commessa la cattiva

azione in un momento d’esaltazione, di timore, o di delirio, si vede

che si sarebbe potuto passarle vicino evitandola. Il mezzo che sarebbe

stato buono da impiegarsi, e che non si è veduto, ciechi che s’era,

si presenta ai nostri occhi facile e semplice, e dite a voi stessi: «E

come mai non ho fatto questo, invece di fare quest’altro?» Voi donne,

al contrario, ben difficilmente siete tormentate dai rimorsi, perchè

raramente la risoluzione viene da voi; le vostre sventure vi sono quasi

sempre imposte, i vostri sbagli son quasi sempre i delitti degli altri.

— In ogni modo, signore, convenitene, se ho commesso un errore, rispose

la sig.ª Danglars, sia ancora stato personale, ieri sera ne ho ricevuto

una severa punizione.

— Povera donna! disse Villefort stringendole la mano, troppo severa per

le vostre forze, perchè per due volte poco vi è mancato a soccombere,

e pure... deggio io dirvelo?... raccogliete tutto il vostro coraggio,

perchè non siete ancora alla fine.

— Mio Dio! che vi è dunque ancora?

— Non vedete che il passato, signora, certamente è tetro, ebbene

figuratevi un avvenire... spaventoso certamente... sanguinoso forse!...

— La baronessa conosceva la calma di Villefort, essa fu così spaventata

dalla sua esaltazione, che aprì la bocca per gridare, ma il grido le si

estinse in gola. — E come mai è risorto questo terribile passato, gridò

Villefort; come mai dal fondo della tomba, dal fondo dei nostri cuori

ove dormiva, è uscito come fantasma, per far impallidire le nostre

guance ed arrossir le nostre fronti?

— Ahimè! diss’Erminia, senza dubbio il caso!

— Il caso! riprese Villefort, no, no, non è il caso!

— Ma sì, non fu una combinazione fatale, non è stato il caso che

ha operato tutto ciò? Non fu per caso che il conte di Monte-Cristo

ha comprata quella dimora? non fu per caso ch’egli fece scavare la

terra? non fu per caso finalmente che quel disgraziato fanciullo fu

dissotterrato ai piedi di quell’albero? Povera ed innocente creatura!

nata da me, cui non ho mai potuto dare un bacio, ma per la quale ho

sparso tante lagrime! Ah! il mio cuore è volato per intero incontro

al conte, quando ha parlato di questa cara spoglia ritrovata sotto i

fiori.

— Ebbene! no, signora, ecco quanto avevo di terribile a dirvi, rispose

Villefort con sorda voce, non si è trovata alcuna spoglia sotto i

fiori, no, non vi è stato alcun fanciullo dissotterrato; no, non

bisogna piangere, no non bisogna gemere, bisogna tremare.

— Che volete dire? gridò la sig.ª Danglars rabbrividendo.

— Voglio dire, che il sig. di Monte-Cristo nello scavare ai piedi

di quell’albero, non ha potuto trovare nè scheletro di fanciullo, nè

ferramenti di cassetta, perchè sotto a questi alberi non v’era nè l’uno

nè l’altro.

— Non v’era nè l’uno nè l’altro? replicò la sig.ª Danglars fissando

sul procuratore del re certi occhi, di cui la spaventosa dilatazione

delle pupille indicava il terrore; non deponeste dunque là la povera

creatura? Perchè ingannarmi? con quale scopo, dite?

— Fu là, ma ascoltatemi, e compiangerete me, che per vent’anni, senza

parteciparvene la più piccola parte, ho portato il peso dei dolori che

sono per dirvi.

— Mio Dio! mi spaventate! ma n’importa, vi ascolto.

— Sapete come passò quella notte dolorosa, in cui voi eravate spirante

sul vostro letto, in quella camera di damasco rosso, mentre ch’io, non

meno anelante di voi, aspettava la vostra liberazione. Il fanciullo

nacque, mi fu consegnato, senza movimenti, senza respirazione, senza

voce: noi lo credemmo morto.

La sig.ª Danglars fece un movimento rapido, come se avesse voluto

slanciarsi dalla sedia. Ma Villefort la fermò giungendo le mani, come

per implorarne l’attenzione:

— Noi lo credemmo morto, ripetè egli; io lo misi in una cassetta che

doveva tenergli luogo di bara; discesi in giardino, scavai una fossa,

e ve lo seppellii in fretta. Terminava appena di coprirlo di terra,

che il braccio del Corso si stese contro di me. Vidi come un’ombra

drizzarsi, come un lampo sfolgorare. Sentii un dolore, volli gridare,

un agghiacciato brivido mi percorse tutte le membra, e mi serrò la

gola... Caddi moribondo, e mi credei ucciso: non dimenticherò mai il

vostro sublime coraggio, quando, ritornato in me, mi trascinai spirante

fino ai piè della scala, ove, spirante voi pure, veniste incontro

a me. Necessitava custodire il silenzio sulla terribile catastrofe;

voi aveste il coraggio di ritornare in casa vostra, sostenuta dalla

vostra balia; un duello fu il pretesto della mia ferita. Contr’ogni

aspettativa, il silenzio ci fu mantenuto, fui trasportato a Versailles,

per tre mesi lottai colla morte; finalmente, quando sembrò che

mi riattaccassi alla vita, mi fu ordinato il sole e l’aria del

Mezzogiorno. Quattro uomini mi portarono da Parigi a Châlons, facendo

sei leghe il giorno. La sig.ª de Villefort seguiva la barella nella

sua carrozza. A Châlons fui imbarcato sulla Saona, quindi passai sul

Rodano, e per la sola forza della corrente discesi fino ad Arles, poi

da Arles ripresi la lettiga e continuai la strada per Marsiglia. La

mia convalescenza durò sei mesi; non sentiva più parlare di voi, non

osava informarmi di ciò che n’era avvenuto. Quando ritornai a Parigi

sentii che, vedova del sig. de Nargonne, avevate sposato il sig.

Danglars. A qual cosa aveva sempre pensato dal momento che ricuperai

la conoscenza? incessantemente alla stessa cosa, a quel cadavere di

fanciullo, che ciascuna notte nei miei sonni sorgeva dal seno della

terra, e si fermava al di sopra della fossa minacciandomi collo sguardo

e col gesto. Per cui, appena ritornato a Parigi m’informai, la casa non

era stata frequentata nè visitata da alcuno dal momento che ne eravamo

usciti, ma era stata data in fitto per nove anni. Andai a ritrovare

quegli che l’aveva presa in fitto, finsi di avere un gran desiderio di

non veder passare in mani estranee una casa che apparteneva al padre ed

alla madre di mia moglie, offersi una buona uscita perchè fosse rotta

la scrittura, mi fu chiesto seimila fr., ne avrei dati diecimila, pur

ventimila. Li aveva indosso, feci soscrivere su due piedi la rinunzia;

quindi, allorchè fui possessore di questa tanto desiderata cessione,

partii al galoppo per Auteuil. Nessuno era entrato nella casa dal

momento che ne era uscito io. Erano le cinque dopo mezzogiorno, salii

nella camera rossa ed aspettai la notte.

«Là, tutto ciò che io mi ripeteva da un anno nella continua mia agonia,

si rappresentò al mio pensiero molto più minaccioso che mai. Questo

Corso che mi aveva dichiarata la sua vendetta, che mi aveva seguito

da Nimes a Parigi, questo Corso che era nascosto nel giardino, che

mi aveva ferito, aveva certamente veduto scavare la fossa, mi aveva

veduto seppellire il fanciullo, egli poteva giungere a conoscervi,

forse vi conosceva già... non vi avrebbe un giorno fatto pagare il

segreto di questo terribile affare?... non sarebbe stata questa per

lui una ben dolce vendetta, quando avesse saputo che io non ero morto

della sua pugnalata? era dunque urgente che prima di ogni altra cosa,

con qualunque siasi rischio, facessi sparire le tracce di questo fatto

passato, che ne distruggessi le materiali vestigia; vi sarebbe sempre

rimasta abbastanza realtà nella mia memoria; per ciò aveva fatto

annullare la scrittura, per ciò era venuto, per ciò io aspettava.

Giunse la notte, la lasciai bene oscurare; io era senza lume in quella

camera, dove i soffi del vento agitavano il cortinaggio, dietro il

quale mi pareva sempre vedere nascondersi qualche spia; a quando a

quando fremevo, mi sembrava dietro a me, e in quel letto, sentire i

vostri lamenti, non osava voltarmi. Il cuore batteva nel silenzio,

ed io lo sentiva battere sì violentemente, che credeva che si sarebbe

riaperta la mia ferita; finalmente intesi spegnersi gli uni dopo gli

altri tutti i rumori della campagna. Capii che non aveva più nulla

a temere, che non poteva essere nè veduto nè inteso, e risolvetti di

discendere.

«Ascoltate, Erminia, io mi credo tanto coraggioso, quanto un altro

uomo; ma quando mi cavai dal petto questa piccola chiave della scala

segreta, che aveva ritrovata nei miei abiti, che entrambi amavamo

tanto, e che voi avete voluto attaccare ad un anello d’oro; allorchè

aprii la porta, allorchè a traverso alla finestra vidi una pallida

luna gettare sugli scalini a chiocciola una striscia di luce bianca

simile ad uno spettro, mi rattenni al muro, fui vicino a gridare; mi

sembrava di diventar matto. Finalmente giunsi a divenir padrone di

me stesso. Discesi la scala, scalino per scalino; la sola cosa che

non aveva potuto vincere era uno strano tremore che mi aveva preso le

ginocchia: mi aggrappai alla rampa; se l’avessi lasciata un momento

sarei precipitato.

«Giunsi alla porta di basso; al di fuori di essa una zappa era

appoggiata al muro; la presi, e m’inoltrai verso il gruppo d’alberi:

mi era munito di una lanterna cieca; in mezzo al prato mi fermai per

accenderla, indi continuai il cammino. Novembre stava per finire,

tutta la verdura del giardino era sparita, gli alberi non erano più che

scheletri con lunghe braccia scarne, e le morte foglie rumoreggiavano

con la sabbia sotto i miei piedi.

«Lo spavento mi colpì sì fortemente il cuore che nell’avvicinarmi agli

alberi cavai una pistola di tasca e la caricai: credeva sempre vedere

la figura del Corso comparire a traverso dei rami. Osservai nei luoghi

più folti con la lanterna cieca; essi erano vuoti. Gettai gli occhi

ovunque intorno a me, io era realmente solo; nessun rumore turbava

il silenzio della notte, se non il canto di una civetta. Attaccai

la lanterna ad un ramo forcuto che aveva già notato un anno avanti,

nella stessa direzione ove mi fermai per iscavare la fossa. L’erba

durante l’estate era cresciuta moltissimo in questo luogo, e, giunto

l’autunno, nessuno era là venuto per tagliarla. Però un luogo meno

fornito attirò la mia attenzione; era evidente che là io voltai la

terra: mi misi all’opera. Era finalmente giunta quell’ora che aspettavo

da un anno! Ma come speravo, come lavoravo, come esaminavo ogni zolla

di terra, credendo sentire della resistenza all’estremità della mia

zappa; niente! eppure aveva fatto una buca due volte più grande della

prima. Credetti di essermi ingannato, di avere sbagliato il posto; mi

orizzontai, guardai gli alberi, cercai di riconoscere i particolari che

mi avevano colpito. Una brezza fredda ed acuta fischiava a traverso i

rami spogliati, e ciò non pertanto il sudore mi grondava dalla fronte.

Mi ricordai che avevo ricevuto il colpo di pugnale nel momento che

stava pestando la terra per fare sparire le tracce della fossa, mentre

pestava questa terra mi appoggiava ad un falso ebano; dietro a me era

una roccia artificiale destinata a servire da banco a chi passeggiava,

perchè cadendo la mia mano che aveva lasciata la zappa aveva sentito

il freddo della pietra: caddi situandomi nella stessa posizione, mi

rialzai, e mi rimisi a scavare allargando la fossa; niente, sempre

niente: la cassetta non v’era più.

— La cassetta non v’era più! mormorò la sig.ª Danglars.

— Non crediate che mi limitassi a questo tentativo, esaminai tutto

il dintorno; pensai che l’assassino avendo dissotterrata la cassetta,

credendo che fosse un tesoro, avesse voluto impadronirsene, e l’avesse

portata via, ma poi accorgendosi dell’errore avesse egli pure scavato

una fossa, e ve l’avesse deposta; niente. Quindi mi venne l’idea

che senza prendere tante cautele, l’avesse puramente e semplicemente

gettata in un qualche angolo. In questa ultima ipotesi mi abbisognava

per fare le mie ricerche aspettare il giorno: risalii nella camera ed

aspettai. Venne il giorno, discesi di nuovo, la mia prima visita fu

intorno al gruppo d’alberi, sperava di ritrovarvi delle tracce che mi

fossero sfuggite nell’oscurità. Io aveva rivoltata la terra sopra una

superficie di venti piedi quadrati, e per una profondità di più di due

piedi, una giornata sarebbe appena bastata ad un operaio salariato per

far ciò che io aveva fatto in un’ora. Niente, non vidi assolutamente

niente. Allora mi misi alla ricerca della cassetta; secondo le

supposizioni che aveva fatte, doveva essere sul sentiero che conduceva

alla porticella di uscita; ma questa nuova investigazione fu tanto

inutile quanto la prima, e col cuore serrato, ritornai agli alberi, che

essi pure non mi lasciavano più alcuna speranza.

— Oh! gridò la sig.ª Danglars, vi era da diventarne pazzo.

— Lo sperai un momento, disse Villefort, ma non ebbi questa fortuna;

però richiamando la mia forza, e per conseguenza le mie idee: perchè

quest’uomo avrebbe portato via quel cadavere? domandavo a me stesso.

— Ma voi lo avete detto, per avere una prova.

— Oh! no, signora, non poteva più essere questo; non si conserva

un cadavere per un anno; si porta ad un magistrato, e si fa la sua

deposizione. Ora non era accaduto niente di tutto ciò.

— Ebbene, allora?... domandò Erminia palpitante.

— Allora? vi è qualche cosa di più terribile, di più fatale, di

più spaventoso per noi, ed è che il fanciullo forse era vivo, e che

l’assassino lo aveva salvato.

La sig.ª Danglars mandò un grido terribile afferrando le mani di

Villefort: — Mio figlio era vivo? diss’ella, avete seppellito mio

figlio vivo, signore! non eravate sicuro che era morto, e lo avete

seppellito! ah!..

La sig.ª Danglars si era alzata, e stava ritta davanti al procuratore

del Re, di cui teneva strette le mani tra le sue delicate, quasi

minacciosa. — Che so io? vi dico ciò come vi direi qualunque altra

cosa, rispose Villefort con una immobilità di sguardo che indicava

che questo uomo così potente era vicino a toccare la follia, o la

disperazione.

— Ah! mio figlio, mio povero figlio! gridò la baronessa ricadendo sulla

sedia, e soffocando i singulti col fazzoletto.

Villefort ritornò in sè, e comprese che per divergere l’uragano materno

che si accumulava sulla sua testa, bisognava far passare nella sig.ª

Danglars il terrore che egli stesso provava:

— Comprendete che se la cosa è così, diss’egli alzandosi ed

avvicinandosi alla baronessa per parlare a voce anche più bassa, siam

perduti; questo fanciullo vive, e qualcuno sa che egli vive, qualcuno

è in possesso del nostro segreto; e poichè Monte-Cristo parla in faccia

nostra di un fanciullo dissotterrato là ove questo fanciullo non è più,

egli è certamente in possesso di questo segreto.

— Dio giusto! Dio vendicatore! mormorò la sig.ª Danglars.

Villefort non rispose che con una specie di ruggito.

— Ma questo figlio, signore? riprese la madre ostinata.

— Oh! quanto l’ho cercato! riprese Villefort contorcendosi le braccia,

quante volte l’ho chiamato nelle mie lunghe notti senza sonno! quante

volte ho desiderato una ricchezza da re, per acquistare un milione di

segreti da un milione d’uomini, e per trovare il mio segreto nel loro?

Finalmente un giorno che per la centesima volta riprendeva la zappa,

domandando a me stesso per la centesima volta ciò che questo Corso

avesse potuto fare del fanciullo; un fanciullo impaccia un fuggitivo;

forse accorgendosi che era ancor vivo lo aveva gettato nel fiume.

— Oh! impossibile! gridò la sig.ª Danglars, si assassina un uomo per

vendetta, non si annega a sangue freddo un fanciullo! — Forse, continuò

Villefort, lo aveva portato all’ospizio degli esposti. — Oh! sì! sì!

gridò la baronessa, mio figlio è là, signore! — Io corsi all’ospizio,

ed intesi che quella notte stessa, la notte del 20 settembre, un

fanciullo era stato deposto nella ruota; era inviluppato in una mezza

salvietta di tela fina stracciata ad arte. Questa metà di salvietta

portava una metà di corona da barone, e la lettera L.

— È quello, è quello! gridò la sig.ª Danglars, la mia biancheria era

marcata in tal modo; il sig. di Nargonne era barone, e si chiamava

Luigi; le salviette erano tutte marcate in tal modo. Grazie, mio Dio,

mio figlio non è morto!

— No, egli non è morto.

— E voi me lo dite? mi dite questo senza temere di farmi morire di

gioia, signore? ov’è, ov’è mio figlio?

Villefort alzò le spalle — Lo so io forse? e credete che se il sapessi,

vi farei passare per tutte queste prove, e per tutte queste gradazioni

come farebbe un drammatico, od un romanziere? no, io non lo so.

Una donna, circa sei mesi dopo, era stata a reclamare il fanciullo,

coll’altra metà della salvietta. Questa donna aveva somministrate tutte

le guarentigie che esige la legge, e le fu rimesso.

— Ma bisogna informarsi di questa donna... scoprirla.

— E di che credete che mi sia occupato, signora? ho simulata una

istruzione giudiziaria, ed ho messo in cerca, ed in azione, quanto la

polizia possiede di fine lime, e di destri messi. Le sue tracce furono

ritrovate a Châlons; ma a Châlons si sono perdute.

— Perdute? — Sì, perdute; perdute per sempre.

La sig.ª Danglars aveva ascoltato questo racconto con un sospiro, una

lagrima, un grido per ciascuna particolarità.

— E qui sta il tutto? e vi siete limitato a ciò?

— Oh no, disse Villefort, non ho mai cessato di cercare, di continuare

ad informarmi, però dopo due o tre anni mi era alquanto rallentato.

Oggi però ritornerò a cominciare con maggior accanimento che mai, e vi

riuscirò perchè non è più la coscienza che mi vi spinge, ma bensì la

paura.

— Ma, il conte di Monte-Cristo non sa niente; senza di che, mi sembra,

non ci cercherebbe come fa.

— Oh! la cattiveria degli uomini è grandemente profonda, disse

Villefort, poichè è più profonda della bontà di Dio. Avete osservati

gli occhi di quest’uomo mentre ci parlava? l’avete qualche volta

esaminato profondamente?

— Senza dubbio egli è bizzarro; ma ecco tutto; una cosa soltanto mi ha

colpito, ed è che di tutto quello squisito pranzo che ci ha dato, nulla

ha toccato.

— Sì, sì! disse Villefort, io pure l’ho notato. Se avessi saputo ciò

che so ora, non avrei toccato niente; avrei creduto che avesse voluto

avvelenarci.

— E vi sareste sbagliato, ben lo vedete.

— Sì, senza dubbio; ma, credetemi, quest’uomo nasconde altri disegni,

ecco perchè vi ho voluto vedere, ecco perchè ho domandato parlarvi,

ecco perchè ho voluto premunirvi contro tutti, ma particolarmente

contro di lui. Ditemi, continuò Villefort fissando gli occhi sulla

baronessa ancor più profondamente che non aveva fatto fino allora,

ditemi non avete parlato del nostro legame con alcuno?

— Giammai, con alcuno, disse la baronessa arrossendo; ve lo giuro.

— Non avete l’abitudine di scrivere la sera ciò che vi è accaduto nel

giorno? non fate il vostro giornale?

— No! ahimè! la mia vita passa, trasportata dalle frivolezze, e la

dimentico io stessa.

— Non parlate sognando? — Ho un sonno da fanciullo.

— Capisco ciò che mi resta a fare, riprese Villefort; prima di

otto giorni saprò chi è questo sig. di Monte-Cristo, di dove viene,

ove va, e per qual ragione parla alla nostra presenza di fanciulli

dissotterrati nel suo giardino.

Villefort pronunciò queste parole con un accento che avrebbe fatto

fremere il conte se lo avesse potuto sentire.

Indi strinse la mano alla baronessa che aveva ripugnanza a dargliela, e

la ricondusse con rispetto fino alla porta.

La sig.ª Danglars riprese un’altra vettura da nolo che la ricondusse al

passaggio, alla parte opposta del quale ritrovò la sua carrozza ed il

cocchiere che, aspettandola, dormiva tranquillamente al suo posto.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 84 / 140 题