LIX. — IL TELEGRAFO.

I coniugi Villefort rientrando nel loro appartamento, seppero che il

conte di Monte-Cristo essendo venuto a far loro una visita era stato

introdotto nel salotto ove li aspettava. La sig.ª de Villefort troppo

commossa per essere in istato di potere sì tosto entrare, passò per la

sua camera da letto, mentre che il procuratore del Re più padrone di sè

stesso si avanzò direttamente verso il salotto. Ma per quanto sapesse

dominare le sue sensazioni, per quanto cercasse ricomporre il viso,

Villefort non potè allontanare tanto bene la nube dalla sua fronte, che

al conte, il cui sorriso brillava raggiante, non dinotasse quell’aria

tetra e cogitabonda.

— Oh! mio Dio! disse Monte-Cristo dopo i primi complimenti; che avete

dunque sig. de Villefort? sono forse giunto in un momento in cui

stavate sostenendo qualche accusa un poco troppo capitale?

Villefort tentò di ridere: — No, sig. conte, disse, qui non vi è

altra vittima fuori di me, sono io che perdo la causa, ed il caso,

l’ostinazione, la pazzia han vibrata la sentenza.

— Che intendete di dire? domandò Monte-Cristo con un interessamento

benissimo dissimulato. Vi è forse accaduto in realtà qualche grave

disgrazia?

— Oh! sig. conte, disse Villefort con una calma piena d’amarezza; ciò

non vale neppur la pena di parlarne; quasi niente, una semplice perdita

di denaro.

— In fatto, rispose Monte-Cristo, una perdita di danari è poca cosa

per chi goda una fortuna come la vostra, ed uno spirito filosofico ed

elevato come il vostro.

— Per cui, rispose Villefort, non è la perdita del danaro che

m’inquieta, quantunque 900 mila fr. possono ben valere un dispiacere,

ma mi risento particolarmente di questa disposizione della sorte,

del caso, della fatalità, non so come nominare la potenza che dirige

il colpo che mi percuote, che rovescia le mie speranze di fortuna, e

distrugge quasi l’avvenire di mia figlia, pel capriccio di un vecchio

ricaduto nella infanzia.

— Eh! mio Dio! ma che cosa è dunque? gridò il conte, 900 mila fr. avete

detto? ma in verità questa somma merita, che se ne affligga anche un

filosofo. E chi vi procura questo dispiacere?

— Mio padre di cui vi ho parlato.

— Il sig. Noirtier? Davvero? Non mi diceste che era colpito interamente

dalla paralisi, e che tutte le sue facoltà erano annichilite?

— Sì, le sue facoltà fisiche, perchè non può nè muoversi nè parlare,

con tutto ciò però pensa, vuole, opera come vedete. L’ho lasciato da

cinque minuti ed in questo momento è occupato a dettare un testamento a

due notari.

— Ma allora dunque ha parlato?

— Fa di più, si fa capire.

— Ed in che modo?

— Per mezzo dello sguardo, i suoi occhi hanno continuato a vivere, e

come vedete essi uccidono.

— Amico, disse la sig.ª de Villefort, che entrava in quel punto, forse

voi esagerate la vostra situazione.

— Signora... disse il conte inchinandosi.

La sig.ª de Villefort lo salutò col più grazioso sorriso.

— Ma che cosa dunque mi racconta il sig. de Villefort? domandò

Monte-Cristo, e quale disgrazia incomprensibile?...

— Incomprensibile, questa per l’appunto è la vera parola; riprese il

procuratore del Re alzando le spalle, un capriccio da vecchio.

— E non vi è modo di farlo smettere dalla sua risoluzione?

— Vi sarebbe, disse la sig.ª de Villefort, e dipende anzi da mio

marito, che questo testamento, invece di essere fatto a danno di

Valentina, sia fatto in favore di lei.

Il conte accorgendosi che i due sposi cominciavano a parlarsi con

parabole, assunse l’apparenza dell’uomo distratto, e guardò colla più

profonda attenzione, e colla più manifesta approvazione Edoardo che

versava dell’inchiostro nei beveratoi degli uccelli. — Mia cara, disse

Villefort rispondendo a sua moglie, sapete che amo poco l’assumere il

tuono patriarcale in casa mia, e che non ho mai creduto che i destini

dell’universo dipendessero da un mio movimento di capo. Ciò non

pertanto è necessario che le mie risoluzioni vengano rispettate in casa

mia, e che la follia di un vecchio ed il capriccio di una fanciulla non

rovescino un disegno stabilito nel mio spirito da molti anni. Il barone

d’Épinay era mio amico, lo sapete, ed una alleanza con suo figlio era

conveniente.

— Credete, disse la sig.ª de Villefort, che Valentina sia d’accordo con

lui?... in fatto... ella è sempre stata contraria a questo matrimonio,

e non sarei maravigliata che tutto ciò che abbiamo veduto ed inteso,

non sia che l’esecuzione di un disegno concertato fra loro.

— Signora, disse Villefort, non si rinunzia così, credetemi, ad una

fortuna di 900 mila fr.

— Ella rinunciava ancora al mondo, signore, poichè un anno fa voleva

entrare in un monastero.

— Ebbene, io vi dico che questo matrimonio deve farsi.

— Ad onta della volontà di vostro padre? disse la sig.ª de Villefort

toccando così un’altra corda, ciò è ben grave!

Monte-Cristo faceva sembiante di non ascoltare, e non perdeva neppure

una parola di ciò che dicevano.

— N’importa, riprese Villefort, e posso dire che ho sempre rispettato

mio padre, perchè al sentimento naturale della discendenza si univa in

me la conoscenza della sua superiorità morale, perchè infine un padre

è sempre sacro per due titoli, sacro come nostro autore, sacro come

nostro padrone; ma oggi devo rinunziare a riconoscere una intelligenza

in un vecchio che, per una semplice memoria di odio contro il padre,

perseguita il figlio in tal modo; sarebbe dunque ridicolo in me

conformare la mia condotta ai suoi capricci: continuerò ad avere il

più gran rispetto pel sig. Noirtier; soffrirò senza lamentarmene la

punizione pecuniaria che m’infligge; ma resterò irremovibile nella

mia volontà ed il mondo giudicherà da qual lato sia la vera ragione.

In conseguenza, mariterò mia figlia al barone Franz d’Épinay, perchè

questo matrimonio è, a mio avviso, buono ed onorevole, e perchè in fine

voglio maritare mia figlia a chi più mi piace.

— E che! disse il conte, del quale il procuratore del Re aveva

costantemente sollecitata l’approvazione collo sguardo; e che! il sig.

Noirtier disereda madamigella Valentina perchè sta per isposare il

barone Franz d’Épinay?

— Eh! mio Dio! sì o signore; ecco la ragione, disse Villefort

stringendosi nelle spalle.

— La ragione visibile, almeno, soggiunse la sig.ª de Villefort.

— La vera ragione, credetemi, io conosco mio padre.

— E come si capisce? rispose la giovane sposa. In che il sig. d’Épinay

può dispiacer più di un altro al sig. Noirtier?

— In fatto, disse il conte, io ho conosciuto il sig. Franz d’Épinay;

il figlio del generale Quesnel, n’è vero, fatto barone d’Épinay dal re

Luigi XVIII?

— Precisamente, rispose Villefort.

— Ebbene! ma egli è un giovine grazioso, mi sembra.

— Per cui non è che un pretesto, ne sono certa, disse la sig.ª de

Villefort; i vecchi sono tiranni nelle loro affezioni: il sig. Noirtier

non vuole che sua nipote si mariti.

— Ma, disse Monte-Cristo, non conoscete la causa di quest’odio?

— Eh! mio Dio! chi può saperla?...

— Forse qualche antipatia politica...

— Di fatto mio padre ed il padre d’Épinay hanno vissuto nei tempi

burrascosi, dei quali non ho veduto che gli ultimi giorni, disse

Villefort.

— Vostro padre non era bonapartista? domandò Monte-Cristo. Mi sembra

ricordarmi che mi avete detto qualche cosa su ciò.

— Mio padre prima d’ogni altra cosa è stato Giacobino, trasportato

dalla emozione fuori dai confini della prudenza, e la toga da senatore

che Napoleone gli aveva gettata sulle spalle, non faceva che mascherare

l’uomo vecchio, senza averlo cambiato. Quando mio padre cospirava,

non era per l’imperatore, era contro i Borboni, perchè egli non ha mai

combattuto per le utopie non realizzabili, ma per le cose possibili, ed

ha applicato alla riuscita di queste cose possibili le terribili teorie

di Montaigne che non indietreggiava davanti a qualunque ostacolo.

— Ebbene! disse Monte-Cristo, il sig. Noirtier ed il sig. d’Épinay

si saranno incontrati sul campo della politica, il sig. d’Épinay,

quantunque avesse servito sotto Napoleone, avrebbe forse conservato nel

fondo del cuore qualche sentimento realista? e non è lo stesso che fu

assassinato uscendo da un club napoleonico, ov’era stato attirato nella

speranza di ritrovarvi un fratello?

Villefort guardò il conte quasi con terrore.

— M’inganno forse? domandò Monte-Cristo.

— No, signore, disse la sig.ª de Villefort, anzi è precisamente così;

ed appunto per quanto avete detto, e per vedere estinti questi odii

antichi, il sig. de Villefort aveva avuta l’idea di fare amare i figli

dei padri che si erano odiati.

— Idea sublime! idea piena di carità, ed alla quale tutto il mondo deve

applaudire. In fatto, sarà bello il sentire madamigella Noirtier de

Villefort chiamarsi la sig.ª Franz d’Épinay.

Villefort rabbrividì, e guardò Monte-Cristo come se avesse voluto

leggere nel fondo del cuore con quale intenzione avesse pronunciate

queste parole. Ma il conte conservò il benevolo sorriso impresso sulle

sue labbra, ed ancor questa volta, ad onta della penetrazione del suo

sguardo, il procuratore del Re non vide al di là dell’epidermide...

— Perciò, riprese Villefort, quantunque sia una gran disgrazia

per Valentina di perdere le ricchezze di suo nonno, penso che il

matrimonio non verrà meno per questo; io non credo che il sig. d’Épinay

indietreggi in faccia di questo scacco pecuniario; vedrà che io valgo

forse più della somma, io che la sacrifico al desiderio di mantenere la

mia parola. Calcolerà inoltre che Valentina è ricca anche coi soli beni

di sua madre amministrati dal sig. e dalla sig.ª di Saint-Méran, suoi

avi materni che la prediligono con tutta la tenerezza.

— E che meritano bene di essere amati al modo che Valentina ha fatto

col sig. Noirtier, disse la sig.ª de Villefort; d’altra parte essi

verranno a Parigi fra un mese al più, e Valentina, sarà dispensata dal

seppellirsi come ha fatto fin qui presso il sig. Noirtier. — Il conte

ascoltava con compiacenza la voce discordante di questi amor-propri

feriti, e di questi interessi falliti. — Ma mi sembra, disse dopo

un momento di silenzio, e vi chiedo prima perdono di ciò che sono

per dirvi; mi sembra che se il sig. Noirtier disereda madamigella de

Villefort, colpevole di volersi maritare con un giovine di cui egli

detesta il padre, non ha lo stesso da rimproverare a questo caro

Edoardo.

— N’è vero, gridò la sig.ª de Villefort con una intonazione impossibile

a descriversi, che questa è una odiosa ingiustizia? Questo povero

Edoardo è nipote del sig. Noirtier egualmente che Valentina, e ciò non

ostante se Valentina non avesse dovuto sposare il sig. Franz, il sig.

Noirtier le lasciava tutti i suoi beni; e per sopra più, Edoardo porta

il nome della famiglia, e ciò non impedirebbe, quando anche Valentina

venisse diseredata dal nonno, che ella fosse sempre tre volte più ricca

di lui.

Lanciato questo colpo, il conte ascoltò, ma non parlò più.

— Basta, riprese Villefort, basta, sig. conte, cessiamo, vi prego,

d’intrattenerci di queste miserie di famiglia; sì è vero, la mia

fortuna andrà ad ingrossare le rendite dei poveri, che in oggi sono i

veri ricchi. Sì, mio padre mi avrà privato di una legittima speranza

e senza una ragione; ma io avrò operato da uomo di sentimento, da uomo

di cuore. Il sig. d’Épinay al quale avevo promesso la rendita di questa

somma, la riceverà, dovessi ancora impormi le più crudeli privazioni.

— Però, riprese la signora de Villefort, ritornando alla sola idea

che mormorava senza posa in suo cuore, sarebbe forse stato meglio

il confidare questa disavventura al sig. d’Épinay, e ch’egli stesso

ritirasse la sua parola.

— Oh! sarebbe una gran disgrazia! gridò Villefort.

— Una gran disgrazia? ripetè Monte-Cristo.

— Senza dubbio, riprese Villefort raddolcendosi; un matrimonio fallito,

anche per causa d’interesse, è sempre sfavorevole per una giovanetta;

poi, antiche voci ch’io voleva estinguere, riprenderebbero consistenza.

Ma no, non sarà niente; il sig. d’Épinay, se è un onest’uomo, si

ritroverà ancor più impegnato dopo che Valentina è stata diseredata,

di quel che lo era prima, altrimenti egli oprerebbe col semplice scopo

dell’avarizia; no, questo è impossibile.

— Io la penso come il sig. de Villefort, disse Monte-Cristo fissando

lo sguardo sopra la sig.ª de Villefort; e se io fossi abbastanza fra

il numero dei suoi amici, per permettermi di dargli un consiglio, lo

inviterei, (poichè il sig. d’Épinay sarà in breve di ritorno per quanto

almeno mi è stato detto) ad annodare l’affare così strettamente, che

non si possa più sciogliere; impegnerei finalmente una partita, la cui

riuscita dev’essere tanto onorevole pel sig. de Villefort.

Quest’ultimo si alzò, trasportato da una gioia visibile, mentre che sua

moglie impallidiva leggermente.

— Bene, diss’egli, ecco ciò ch’io domandava, ed io mi prevarrò

dell’opinione di un consigliere come siete voi, disse stendendo la mano

a Monte-Cristo. Per tal modo adunque, che tutti qui considerino quel

che oggi è accaduto come non avvenuto; nulla v’è di cambiato nei miei

disegni.

— Signore, disse il conte, il mondo, per quanto sia ingiusto, vi saprà

grado della vostra risoluzione; i vostri amici ne saranno orgogliosi;

ed il sig. d’Épinay, dovesse ancora sposare madamigella Valentina

senza dote, ciò che non potrà essere, sarà superbo di potere entrare in

una famiglia ove si sa innalzarsi all’altezza di simili sacrifici per

mantenere la parola data. — Dicendo queste parole il conte s’era alzato

e si disponeva a partire.

— Voi ci lasciate, sig. conte? disse la sig.ª de Villefort.

— Vi sono costretto, signora, io veniva soltanto a rammentarvi la

vostra promessa per sabato.

— Temevate che la dimenticassimo?

— Siete troppo buona, ma il sig. de Villefort ha occupazioni sì gravi,

e qualche volta sì urgenti...

— Mio marito ha data la sua parola, signore, disse la giovane sposa; ed

avete veduto che la mantiene quand’anche vi è da perdere tutto, a più

forte ragione quando vi è tutto da guadagnare.

— La riunione ha luogo alla vostra casa dei Campi-Elisi?

— No disse Monte-Cristo, e ciò renderà il vostro sacrificio anche più

meritorio, è in campagna.

— In campagna? — Sì. — E dov’è? vicino a Parigi?

— Alle porte, ad una mezza lega dalla barriera, ad Auteuil.

— Ad Auteuil! gridò Villefort. Ah! è vero, la signora mi disse che

abitavate ad Auteuil, poichè nella vostra casa la trasportarono. E in

qual posizione d’Auteuil?

— Strada della Fontana.

— Strada della Fontana! riprese Villefort con voce strangolata; ed a

qual numero? — Al numero 28.

— Ma fu dunque venduta a voi la casa del sig. di Saint-Méran?

— Del sig. di Saint-Méran? domandò Monte-Cristo. Questa casa

apparteneva dunque al sig. di Saint-Méran?

— Sì, rispose la sig.ª de Villefort; e credereste una cosa?

— Quale? — Voi trovate bella questa casa, n’è vero?

— Graziosa.

— Ebbene! mio marito non ha voluto mai abitarla.

— Oh! riprese Monte-Cristo, questa in verità è una prevenzione di cui

non mi saprei render conto.

— Non mi piace Auteuil, signore, rispose il procuratore del Re facendo

uno sforzo sopra sè stesso.

— Ma non sarò tanto disgraziato, spero, disse con inquietudine

Monte-Cristo, perchè quest’antipatia mi privi del bene di ricevervi?

— No, credetemi farò tutto ciò che potrò, balbettò Villefort.

— Oh! rispose Monte-Cristo, non ammetto scuse. Sabato alle sei vi

aspetto, e se non verrete, crederò che so io? che su questa casa

disabitata graviti da vent’anni qualche lugubre tradizione, qualche

sanguinosa leggenda.

— Vi verrò, sig. conte, disse vivamente Villefort.

— Grazie, disse Monte-Cristo. Ora bisogna che mi permettiate di

prendere congedo da voi.

— In fatto avevate detto di essere costretto a lasciarci, sig. conte,

disse la sig.ª de Villefort, e voi ci dicevate, voler fare ancora

qualche cosa, quando siete stato interrotto per passare ad un’altra

idea.

— In verità signora, disse Monte-Cristo, non so se oserò di dirvi ove

vado. — Bah! dite pure.

— Io vado, da vero allocco che sono, a visitare una cosa che spesso mi

ha tenuto distratto per delle ore intere.

— Quale?

— Un telegrafo: ecco la parola lanciata.

— Un telegrafo? ripetè la sig.ª de Villefort.

— Eh! mio Dio, sì, un telegrafo. Ho veduto qualche volta in capo di

una strada sopra un poggio, un giorno di bel sole, innalzarsi queste

braccia nere e snodate, simili alle zampe di una immensa coleoptra, e

ciò non fu mai senza emozione, ve lo giuro, perchè pensava che questi

segni bizzarri fendendo l’aria con precisione, e portando a trecento

leghe la volontà sconosciuta di un uomo assiso ad una tavola ad un

altr’uomo assiso all’estremità della linea davanti ad un’altra tavola,

si disegnavano o sul grigio della nuvola, o sull’azzurro dei cieli per

la sola forza del volere di questo capo possente. Allora io credeva

ai geni, alle silfidi, ai folletti, infine a tutti i poteri occulti,

e rideva. Ora, non mi era mai venuta la volontà di vedere da vicino

questi grossi insetti dal ventre bianco, dalle zampe nere e magre,

perchè temeva di ritrovare sotto le loro ali di pietra il piccolo

genio umano, ben saputo, bene imburrato di scienza, di cabala, o di

cancelleria. Ma ecco che un bel mattino intesi che il motore di ciascun

telegrafo era un povero diavolo d’impiegato a 1200 fr. l’anno, occupato

tutto il giorno a guardare, non il cielo come l’astronomo, non l’acqua

come il pescatore, non il paesaggio come un cervello vòto; ma invece

l’insetto dal ventre bianco e dalle zampe nere, suo corrispondente,

situato 4, o 5 leghe lontano da lui. Allora mi son sentito prendere

da un desiderio curioso di vedere da vicino questa crisalide vivente,

e di assistere alla commedia che dal fondo della sua buccia ella dà

all’altra crisalide tirandogli uno dopo gli altri alcuni capi della

cordicella.

— E voi volete andare là? — Sì, vi vado.

— A qual telegrafo? a quello del ministero dell’Interno, o a quello

dell’osservatorio?

— Oh! no, troverei là delle persone che vorrebbero costringermi ad

imparare delle cose che desidero ignorare, e che mi spiegherebbero

contro mia voglia un mistero che essi non conoscono. Diavolo, voglio

conservare quelle illusioni che ho sugl’insetti; è ben molto che

abbia perduto quelle che avevo sugli uomini. Non andrò dunque, nè al

telegrafo del ministero dell’Interno, nè a quello dell’osservatorio.

Ciò che mi abbisogna, è il telegrafo in piena campagna per ritrovarvi

il solo buon uomo petrificato nella sua torre.

— Siete un singolar gran signore, disse Villefort.

— Qual linea mi consigliate di studiare?

— Quella che in oggi è la più occupata.

— Bene! quella di Spagna dunque?

— Precisamente. Volete una lettera del ministero perchè vi facciano

delle spiegazioni?...

— Ma no, disse Monte-Cristo, poichè vi dico che al contrario io non

ci voglio capir niente. Dal momento in cui capissi qualche cosa, non

vi sarebbe più telegrafo, non vi sarebbe più che un segno del signor

Duchâtel, o del signor Montalivet trasmessi al prefetto di Baiona,

travestiti in due parole greche: _téle, graphéin_. È la bestia dalle

zampe nere, la parola misteriosa che io voglio conservare in tutta la

sua purezza ed in tutta la mia venerazione.

— Andate dunque, perchè fra due ore sarà notte, e voi allora non

vedreste più niente.

— Diavolo! voi mi spaventate! qual è il più vicino?

— Sulla strada di Baiona?

— Sì, sia sulla strada di Baiona!

— È quello di Chàtillon.

— E dopo quello di Chàtillon?

— Quello della torre Montlhéry, io credo.

— Grazie! a rivederci! sabato io vi racconterò le mie impressioni.

Alla porta il conte s’incontrò coi due notari che avevano diseredata

Valentina, e che si ritiravano incantati di aver fatto un atto che

avrebbe certamente procurato loro un grande onore.

LX. — MEZZO DI LIBERARE UN GIARDINIERE DAI GHIRI CHE GLI MANGIANO LE

PESCHE.

Non nella stessa sera come aveva detto, ma la dimane mattina, il

conte di Monte-Cristo uscì dalla barriera d’Enfer, prese la strada di

Orléans, oltrepassò il villaggio di Linas senza fermarsi al telegrafo,

che, precisamente al momento in cui il conte passava, faceva muovere le

sue lunghe braccia scarne, e raggiunse la torre di Montlhéry situata

come ognun sa, sul punto più elevato della pianura che porta questo

nome. A piè della collina il conte discese di carrozza, e per un

piccolo sentiero circolare, largo da 15 a 20 pollici, cominciò a salire

la montagna; giunto alla sommità si trovò fermato da una siepe sulla

quale alcune frutta verdi erano succedute ai fiori color di rosa e

bianchi.

Monte-Cristo cercò la porta del piccolo recinto, e non istette molto

a trovarla. Era un piccolo cancello di legno che girava su gangheri di

giunco, e si chiudeva con un chiodo ed una funicella. In un momento il

conte fu al caso di conoscere il meccanismo, e la porta fu aperta. Si

trovò allora in un piccolo giardino di circa 20 piedi di lunghezza, 12

di larghezza, limitato da una parte dalla siepe nella quale era unito

il meccanismo ingegnoso che abbiam descritto sotto nome di cancello, e

dall’altra dalla vecchia torre tutta ricoperta di ellera, e disseminata

di garofani ed altri fiori. Non si sarebbe detto, vedendola così

guernita e fiorita (come una bisavola cui i piccoli nipoti augurino il

giorno della sua festa) che essa potesse raccontare dei drammi assai

terribili, se aggiungesse una voce alle orecchie minaccevoli che un

vecchio proverbio attribuisce alle muraglie.

Si percorreva questo giardino lungo un piccolo viale ricoperto di

sabbia rossa, sul quale sporgevano, con un tuono che avrebbe rallegrato

l’occhio di Delacroix, nostro Rubens moderno, un contorno di bue

grasso, vecchio di molti anni. Questo viale aveva la forma di un 8, e

girava innalzandosi, in modo da poter fare una passeggiata di 60 piedi

in un giardino lungo 20. Giammai Flora, la ridente e fresca dea dei

giardinieri latini, non era stata onorata da un culto così minuzioso, e

così puro quanto quello che le veniva reso in questo piccolo recinto.

Infatto dei 25 rosai che componevano il giardino, non una foglia

portava la traccia della mosca, non un piccolo stelo di grancigna

verde che isterilisce e consuma le piante che crescono a lei vicino.

Non mancava umidità a questo giardino, la terra nera come la mota e

l’opacità del fogliame degli alberi lo dicevano abbastanza; d’altra

parte l’umidità artificiale avrebbe prontamente supplito alla naturale,

mercè il foro pieno d’acqua scavato in un angolo del giardino, e nel

quale stazionavano sopra un panno verde una rana ed un rospo che, per

l’incompatibilità senza dubbio dei loro umori si voltavano sempre, e

si mantenevano ai due punti opposti del circolo coi loro dorsi voltati

l’un contro l’altro.

Non un’erba nei viali, non una pianta parassita vicino alle piante; una

piccola donnicciuola pulisce, e monda con minor cura il suo girannio,

il cactus, e gli altri fiori della sua giardiniera di porcellana di

quel che non faceva il padrone fino allora invisibile del piccolo

recinto.

Monte-Cristo si fermò dopo aver chiusa la porta aggrappando la

cordicella al chiodo, e con uno sguardo abbracciò tutta la proprietà:

— Sembra, diss’egli, che l’uomo del telegrafo abbia dei giardinieri ad

anno, o ch’egli si abbandoni appassionatamente all’agricoltura.

D’improvviso inciampò in qualche cosa nascosta dietro una carriola

ripiena di foglie: questo qualche cosa si raddrizzò lasciando sfuggire

un’esclamazione che dipingeva la sua meraviglia, e Monte-Cristo si

trovò in faccia di un uomo di circa 50 anni che raccoglieva delle

fragole cui situava sopra foglie di viti. Vi erano circa 12 foglie,

e quasi altrettante fragole. Il buon uomo nel rialzarsi, per poco non

lasciò cadere le fragole, le foglie, ed il piatto.

— Fate la vostra raccolta, disse Monte-Cristo.

— Perdono, rispose il buon uomo portando la mano alla berretta, non

sono lassù, è vero, ma ne sono disceso in questo medesimo punto.

— Non voglio incomodarvi per niente, raccogliete le vostre fragole se

pur ve ne rimangono ancora.

— Me ne rimangono ancora 10, disse l’uomo, perchè eccone qui 11, e

ne aveva 21, 5 di più dell’anno scorso. Ma non è da meravigliarsi;

quest’anno la primavera è stata calda, e ciò che abbisogna alle

fragole, è il calore. Ecco perchè, invece di 16 che ne ebbi l’anno

passato, in quest’anno ne ho, guardate, 12 di già raccolte, 13, 14,

15, 16, 17, 18, 19.... ah! mio Dio! me ne mancano due, e v’erano ancor

ieri, io ve le ho contate, ne sono sicuro... il figlio della madre

Simona me le avrà rubate; io l’ho visto ronzare questa mattina. Ah!

piccolo birbo di ladro di recinti, non sa dunque a che lo può condurre

questo?

— Infatto, è grave, ma voi farete la parte della gioventù del

delinquente, e della sua ghiottoneria.

— Certamente, disse il giardiniere; ciò non ostante non è cosa meno

disaggradevole. Ma ancora una volta perdono, signore: è forse un mio

superiore che ho fatto in tal modo aspettare? — ed intanto esaminava

con un sguardo timoroso il conte ed il suo abito blu.

— Tranquillatevi, amico mio, disse il conte con quel sorriso ch’egli

faceva a seconda della sua volontà tanto terribile e tanto benevolo,

e che questa volta non esprimeva se non che la benevolenza: io

non sono un vostro superiore che viene a fare una ispezione, ma un

semplice viaggiatore condotto dalla curiosità, e che già comincia a

rimproverarsi la sua visita, vedendo che vi fa perdere il vostro tempo.

— Oh! il mio tempo non è caro, replicò il buon uomo con un sorriso di

malinconia. Però è il tempo del governo, e non dovrei perderlo, ma ho

ricevuto il segnale che mi annunziava di poter riposare un’ora, gettò

uno sguardo sulla meridiana solare (perchè vi era tutto nel recinto

della torre di Montlhéry, anche una meridiana solare) e voi lo vedete

ho ancora dieci minuti di avanzo, poi le mie fragole erano mature, e

un giorno di più... d’altra parte, lo credereste, signore, i ghiri le

mangiano!

— In fede mia, no, non l’avrei creduto, rispose gravemente

Monte-Cristo; sono cattivi vicini, signore, i ghiri, per noi che non li

mangiamo morti nel miele, come facevano i romani.

— Ah! i romani li mangiavano? disse il giardiniere.

— Io lessi ciò in Petronio, disse il conte.

— Davvero non devono esser buoni, quantunque si dica: grasso come

un ghiro. E non è maraviglioso, signore, che i ghiri siano grassi,

atteso che dormono tutta la santa giornata, e non si svegliano che per

rosicare tutta la notte. Osservate, l’anno passato aveva 4 albicocche,

essi ne hanno consumato una; avevo una pesca, una sola, è vero che è

un frutto raro; ebbene! l’hanno divorato per metà dalla parte del muro;

una pesca superba, eccellente: non ne aveva mai mangiati dei migliori.

— Voi l’avete mangiata? domandò Monte-Cristo.

— Cioè la metà che restava, capirete bene; era squisita. Ah peccato!

quei signori non scelgono il peggior boccone. Fanno come il figlio

della madre Simona, egli non ha scelto le più cattive fragole! Ma

quest’anno non andrà così, siate tranquillo, ciò non accadrà più,

dovessi, quando i frutti sono per maturare, passare tutta la notte in

sentinella.

Monte-Cristo ne aveva veduto abbastanza. Ciascun uomo ha la

sua passione che lo rode internamente nel fondo del cuore, come

ciascun frutto ha il suo verme; quello dell’uomo del telegrafo era

l’orticoltura. Egli si mise a raccogliere le foglie di vite che

nascondevano i grappoli al sole, ed in questo modo si conquistò il

cuore del giardiniere.

— Il signore è venuto per vedere il telegrafo? diss’egli.

— Sì, se però non è proibito dai regolamenti.

— Oh! non è proibito affatto, disse il giardiniere, atteso che non vi è

niente di pericoloso, poichè nessuno sa, nè può sapere ciò che diciamo.

— Mi è stato detto infatto, riprese il conte, che voi ripetete i

segnali senza capirli voi stessi.

— Certamente, e sono ben contento che sia così.

— Perchè siete contento che sia così?

— Perchè, in questo modo, non ho alcuna responsabilità, sono una

macchina, e nient’altro, e purchè faccia le mie funzioni, non mi si

domanda di più.

— Diavolo! fece Monte-Cristo in sè stesso, sarei forse caduto per caso

sopra un uomo senza ambizione, per bacco! sarebbe una disgrazia.

— Signore, disse il giardiniere guardando la meridiana, i dieci minuti

sono vicini a spirare, ed io ritorno al mio posto. Avete piacere a

salir meco?

— Vi seguo. — Monte-Cristo entrò infatto nella torre divisa in tre

piani; il piano terreno contava alcuni istromenti d’agricoltura, come

zappe, rastrelliere, innaffiatoi attaccati al muro; e questo era tutto

il mobilio. Il secondo era l’abitazione ordinaria, o piuttosto notturna

dell’impiegato; conteneva alcuni poveri utensili d’uso, un letto, una

tavola, due sedie, una fontana di pietra bigia, più alcune erbe secche

attaccate al soffitto, e che il conte riconobbe per piselli da sementi,

fagiolini di Spagna, dei quali il buon uomo conservava i grani nella

sua scodella di cocco. Egli aveva messi i bigliettini a tutte queste

sementi, con quella cura che potrebbe fare il botanico del _Giardino

delle Piante_.

— Vi vuol molto tempo a studiare la telegrafia, signore? domandò

Monte-Cristo.

— Lo studio non è lungo, ma il soprannumerariato.

— E quanto si riceve di paga? — Mille franchi, signore.

— Non è gran cosa. — No, ma come vedete si ha l’alloggio. —

Monte-Cristo guardò la camera:

— Purchè non si mettano pretensioni nell’alloggio.

Passarono al terzo piano; era la camera del telegrafo. Monte-Cristo

guardò attorno attorno le due maniglie di ferro che servono a mettere

in moto la macchina:

— Ciò è molto importante, diss’egli, ma alla lunga questa è una vita

che deve sembrare un po’ insipida.

— Sì, nel principio occasiona dei torcicolli per guardare, ma in capo

ad un anno o due vi ci assuefacciamo; poi abbiamo le nostre ore di

ricreazione, e i nostri giorni di congedo.

— I vostri giorni di congedo? — Sì. — E quali?

— Quelli in cui fa nebbia. — Ah! è giusto.

— Per me, quelli sono i miei giorni di festa; in quei giorni scendo nel

giardino, e pianto, taglio, accomodo, lego, insomma il tempo passa.

— Da quanto tempo siete qui?

— Da dieci anni, e 5 di soprannumerario che fanno 15.

— Quanti anni avete?... — 55 anni.

— Quanto tempo di servizio vi bisogna per aver la pensione? — Oh!

signore, 25 anni.

— E quant’è questa pensione? — Cento scudi.

— Povera umanità! mormorò Monte-Cristo.

— Come dite, signore?... domandò l’impiegato.

— Dico che tutto ciò è importante. — Che cosa?

— Tutto ciò che mi mostrate... e non capite assolutamente niente dei

vostri segni?

— Assolutamente niente. — Voi non avete mai provato a capirli? — Mai;

per che farne? — Ciò non ostante vi sono dei segnali che s’indirizzano

a voi particolarmente?

— Senza dubbio. — Questi li capirete?

— Sì, sono sempre gli stessi. — E dicono?...

— _Niente di nuovo_... o _voi avete un’ora_... o _a dimani_.

— Queste sono cose assolutamente indifferenti... Ma guardate, non

vedete il vostro corrispondente che si mette in movimento? — Ah! è

vero, grazie, signore.

— E che vi dice? è qualche cosa che capite?

— Sì, mi domanda se sono in ordine. — E voi gli rispondete?

— Coi medesimi segnali, che nello stesso tempo che avvisano al mio

corrispondente di destra che io sono in ordine, invitano pure il

corrispondente di sinistra a tenersi anche egli preparato.

— È molto ingegnoso, disse il conte. — Starete a vedere, riprese con

orgoglio il buon uomo, fra 5 minuti parlerà.

— Allora io ho 5 minuti, disse Monte-Cristo, è più del tempo che mi

abbisogna. Mio caro signore, disse egli, mi permettete di farvi una

dimanda?

— Dite — Amate molto l’agricoltura? — Con passione.

— E sareste felice, se invece di avere una terrazza di 20 piedi, aveste

un recinto di due iugeri?

— Signore, ne farei un paradiso terrestre. — Coi vostri mille fr.

vivete male? — Molto male, ma infine vivo. — Sì, ma non avete che

un miserabile giardino. — Ah! è vero, il giardino non è grande. — Ed

anche, tale quale è, è popolato da ghiri che divorano tutto. — Questo è

il mio flagello.

— Ditemi se aveste la disgrazia di voltare la testa quando il

corrispondente di destra è in movimento? — Io non lo vedrei. — Allora

che vi accadrebbe? — Che non potrei ripetere i segnali. — E dopo?... —

Mi accadrebbe che non avendoli ripetuti per negligenza sarei messo in

multa. — Di quanto? — Di cento fr. — Il decimo della vostra rendita. —

Ah!... fece l’impiegato. — Ciò vi è mai accaduto? disse Monte-Cristo. —

Una sola volta, che potava un rosaio.

— Bene; ora se vi avvisaste di cambiare un segnale, o di trasmetterne

un altro? — Allora è diverso, sarei licenziato, e perderei la pensione.

— Di 500 fr.? — Cento scudi, sì, signore: così capirete bene che non lo

farò mai.

— Neppure per 15 anni della vostra paga? Vediamo, ciò merita

riflessione, eh? — Per 15 mila fr.? Signore, voi volete tentarmi

— Precisamente! 15 mila fr. — Signore, lasciatemi guardare il mio

corrispondente di destra!

— Al contrario; non lo guardate, ma invece guardate qui.

— Che cosa è questo? — Come! non conoscete questi piccoli pezzi di

carta? — Biglietti di banca!

— Quadrati; e sono 15. — E per chi sono?

— Per voi. — Per me! gridò l’impiegato soffocato.

— Oh! mio Dio! sì, vostri in piena proprietà.

— Ecco il corrispondente di destra che si muove.

— Lasciatelo muovere.

— Mi avete distratto, e sono già in multa.

— Questa vi costerà 100 fr. vedete bene che ora avete tutta la premura

di prendere i 15 biglietti di banca.

— Signore, il mio corrispondente di dritta s’impazienta e raddoppia i

segnali. — Lasciatelo fare e prendete.

Il conte mise l’involto nelle mani dell’impiegato.

— Ora, ciò non è tutto, coi vostri 15 mila fr. non vivreste.

— Avrò sempre il mio posto.

— No, lo perderete; perchè ora farete un altro segno diverso da quello

del vostro corrispondente.

— Ah! signore, che mi proponete? — Una fanciullaggine.

— Signore, a meno che non vi sia costretto...

— E conto bene di costringervi effettivamente. — E Monte-Cristo cavò

di saccoccia un altro mazzetto di biglietti. — Ecco altri dieci mila

fr. coi 15, che avete in saccoccia faranno 25 mila. Con 5 mila fr.

comprerete una piccola casetta e due iugeri di terra, con gli altri 20

mila, vi farete una rendita di mille fr.

— Un giardino di due iugeri? — E mille fr. di rendita.

— Mio Dio! mio Dio!

— Ma prendete dunque! E Monte-Cristo mise per forza i dieci biglietti

nella mano dell’impiegato.

— Ma che devo io fare? — Niente di difficile. — Ma pure?

— Ripetere i segni che qui vedete. — Monte-Cristo cavò di saccoccia una

carta su cui erano bene disegnati tre segnali coi numeri che indicavano

l’ordine col quale dovevano essere fatti. — E questo non sarà lungo,

come vedete. — Sì, ma..

— Ciò è pel raccolto che avrete di pesche, e del resto...

Il pensiero del raccolto la vinse; rosso per la febbre, e sudando a

grosse gocce, il buon uomo seguì l’uno dopo l’altro i tre segnali dati

dal conte, ad onta delle spaventose dislocazioni del corrispondente

di destra che, non comprendendo niente di questo cambiamento,

cominciava a credere che l’uomo delle pesche fosse divenuto pazzo.

In quanto al corrispondente di sinistra, ripetè coscienziosamente i

medesimi segnali, che furono raccolti definitivamente dal ministero

dell’Interno. — Ora eccovi ricco, disse Monte-Cristo.

— Sì, rispose l’impiegato, ma a qual prezzo?

— Ascoltate, amico mio, disse Monte-Cristo; non voglio che abbiate

rimorsi, credetemi dunque, non avete fatto torto ad alcuno, ed avete

servito a giustissimi disegni.

L’impiegato guardava i biglietti di banca, li contava, li palpava;

ora era pallido, ora rosso; finalmente si precipitò nella sua camera

per bere un bicchier d’acqua, ma non ebbe forza di giungere fino alla

fontana, e svenne in mezzo ai fagiuoli secchi. Cinque minuti dopo che

la notizia telegrafica giunse al ministero, Debray fece attaccare i

cavalli al suo _coupé_ e corse all’abitazione di Danglars:

— Vostro marito ha delle polizze del prestito spagnuolo? diss’egli alla

baronessa.

— Lo credo bene! ne ha per sei milioni.

— Ch’egli le venda subito a qualunque prezzo si sia.

— E perchè questo? — Perchè Carlo si è salvato da Bourges ed è

rientrato in Spagna. — E come lo sapete? — Per bacco! disse Debray

stringendosi nelle spalle, come so le notizie?

La baronessa non se lo fece ripetere due volte: corse dal marito,

il quale recossi subito dal suo agente di cambio, e gli ordinò di

vendere a qualunque prezzo. Quando fu veduto che Danglars vendeva, si

abbassarono subito i fondi spagnuoli. Danglars vi perdè 500 mila fr.,

ma si spacciò di tutte queste polizze.

La sera si lesse nel _Messager_ il seguente dispaccio telegrafico.

«Il re Don Carlo è sfuggito alla sorveglianza che si esercitava su

di lui a Bourges, ed è rientrato in Spagna dalla frontiera della

Catalogna. Barcellona si è sollevata in suo favore.»

In tutta la serata non vi fu altro discorso che della previdenza di

Danglars che aveva vendute le sue polizze, e della fortuna dell’usuraio

che non perdeva che soli 500 mila fr. sotto un bel colpo. Quelli che

avevano conservato le loro polizze o le avevano comprate da Danglars,

si ritennero rovinati, e passarono una cattiva notte.

La dimane si lesse nel _Moniteur_:

«Senza alcun fondamento il _Messager_ ha ieri annunziato la fuga di don

Carlo e la rivolta di Barcellona.

«Il re don Carlo non ha lasciato Bourges, e la Penisola gode la più

profonda tranquillità. Un segnale telegrafico, male interpretato a

causa della nebbia, ha causato questo errore.»

I fondi risalirono di una cifra doppia di quella da cui erano discesi.

Ciò produsse, fra la perdita e la mancanza del guadagno, la differenza

di un milione per Danglars.

— Buono! disse Monte-Cristo a Morrel, che si trovava da lui al momento

in cui venne annunziato questo strano rovescio di borsa, di cui

Danglars era stato la vittima. Con 25 mila fr. ho fatto una scoperta

che avrei pagata cento mila.

— Che avete dunque scoperto? domandò Massimiliano.

— Ho scoperto il modo di liberare un giardiniere dai ghiri che gli

mangiavano le pesche.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 78 / 140 题