LXI. — I FANTASMI.

A prima vista, ed esaminata dal di fuori, la casa d’Auteuil nulla aveva

di splendido, nè di tutto ciò che avrebbe potuto aspettarsi da una casa

deputata ad abitazione del magnifico conte di Monte-Cristo; ma questa

semplicità dipendeva dalla volontà del padrone, che aveva positivamente

ordinato che nulla fosse cambiato all’esterno; e per convincersene non

vi era di bisogno che penetrare nell’interno. Di fatto appena la porta

era aperta, lo spettacolo cambiava.

Bertuccio aveva oltrepassato sè stesso pel gusto del mobilio, e la

rapidità della esecuzione: come in altri tempi il duca d’Antin aveva

fatto abbattere in una notte un viale di alberi che incomodava la

vista di Luigi XIV, così in tre giorni Bertuccio aveva fatto piantare

nel cortile interamente nudo, dei bei pioppi e dei sicomori, fatti

trasportare colle loro enormi masse di radici, che ombreggiavano la

facciata principale della casa, davanti la quale, invece del selciato,

mezzo guastato dall’erba, si stendeva un prato di zolle, la cui verde

crosta era stata posta quella stessa mattina, e formava un vasto

tappeto ove brillavano ancora le gocce di acqua di cui era stato

innaffiato.

Del rimanente gli ordini emanavano dal conte; egli stesso aveva

rimesso a Bertuccio un disegno ov’erano indicati il numero delle

piante ed il posto ove dovevano essere situate, la forma e lo spazio

del prato che dovevano sostituire il selciato. Veduta così, la casa

era divenuta irriconoscibile; e Bertuccio stesso protestava che non la

riconoscerebbe più, circondata com’era dal suo quadro di verdura.

L’intendente non sarebbe stato mal contento, da che vi era, di far

soffrire pur qualche cambiamento al giardino, ma il conte aveva

positivamente proibito che si toccasse. Bertuccio se ne risarcì col far

ricolmare di fiori le anticamere, le scale, e i caminetti.

Ciò che annunziava l’estrema abilità dell’intendente e la profonda

scienza del padrone, l’uno nel servire, l’altro nel farsi servire,

si era che questa casa, deserta da vent’anni, così cupa e trista

anche il giorno innanzi, tutta impregnata di quel disgustoso odore

del tempo, aveva preso in un giorno, coll’aspetto della vita, i

profumi che preferiva il padrone, e perfino il grado della sua luce

favorita; era che il conte giungendo, avrebbe sotto i suoi occhi i

quadri che preferiva, nelle anticamere i cani di cui amava le carezze,

gli uccelli di cui amava il canto; si era che tutta questa casa,

risvegliata dal suo lungo sonno come il palazzo della Bella del bosco

dormente, viveva, cantava, si rallegrava, a guisa di quelle case che

noi abbiamo lungamente predilette, e nelle quali, quando per disgrazia

le abbandoniamo, vi lasciamo una metà dell’anima nostra. I domestici

andavano e venivano allegri in quella bella corte; gli uni possessori

delle cucine, e scorrendo come se avessero sempre abitata questa casa,

sopra scale restaurate il giorno innanzi; gli altri popolavano le

rimesse, ove le carrozze, numerate e fissate, sembravano installate

da 50 anni, e le scuderie ove i cavalli schierati alle rastrelliere

rispondevano col loro nitrito ai palafrenieri che parlavano ad essi

infinitamente con maggior rispetto di quello che molti domestici

parlino coi loro padroni. La biblioteca era distribuita in due scansie,

alle due pareti laterali di una camera, e conteneva circa due mila

volumi: tutto un compartimento era destinato ai romanzi moderni, e

quello che aveva veduta la luce il giorno innanzi, era già collocato al

suo posto, pavoneggiandosi nella sua legatura rossa e oro. Dall’altra

parte della casa, e facendo simmetria alla biblioteca, v’era la stufa,

ripiena di piante rare che si rallegravano di trovarsi in gran vasi

del Giappone, e in mezzo ad essa, meraviglia ad un tempo degli occhi

e dell’odorato, un bigliardo che si sarebbe detto abbandonato da meno

d’un’ora dai giuocatori, che avevano lasciato morire i birilli sul

tappeto. Una sola camera era stata rispettata dal magnifico Bertuccio.

Davanti ad essa, situata all’angolo del primo piano, ed a cui si

poteva salire dalla scala maggiore, e discendere dalla scala segreta, i

domestici passavano con curiosità, e Bertuccio con terrore.

Il conte arrivò alle cinque precise, seguito da Alì, davanti alla casa

d’Auteuil. Bertuccio aspettava quest’arrivo, con una impazienza mista

ad inquietudine, egli sperava qualche congratulazione di approvazione,

mentre ne temeva l’aggrottamento delle sopracciglia.

Monte-Cristo disceso nel cortile, percorse tutta la casa, e fece un

giro nel giardino, silenzioso, e senza dare il minimo segno nè di

approvazione nè di mal contento.

Soltanto entrando nella sua camera da dormire, situata dalla parte

opposta della camera chiusa, stese la mano al cassetto di un piccolo

mobile di legno rosa, che aveva già osservato nel primo viaggio.

— Questo non può servire, diss’egli, che a mettervi dei guanti.

— Infatto, eccellenza, rispose tutto contento Bertuccio, aprite e vi

troverete dei guanti. — Negli altri mobili ancora, il conte ritrovò

quello che contava di ritrovarvi, bottiglie, sigari, bigiotterie ecc. —

Bene! diss’egli ancora.

E Bertuccio si ritirò coll’anima trasportata, tanto era grande,

potente, e reale l’influenza di quest’uomo su tutto ciò che lo

circondava. Alle sei precise s’intese scalpitare un cavallo davanti

alla porta di ingresso. Era il nostro capitano dei _Spahis_ che

giungeva sopra _Médéah_.

Monte-Cristo l’aspettava nel vestibolo col sorriso sulle labbra.

— Eccomi pel primo, ne sono ben sicuro, gridò Morrel; l’ho fatto

espressamente per avervi un momento tutto a me solo, prima degli altri.

Giulia, ed Emmanuele vi dicono milioni di cose. Ah! sapete che questo

luogo è magnifico? ditemi, conte, i vostri domestici avranno cura del

mio cavallo?

— Siatene tranquillo, essi se ne intendono.

— Ha bisogno di essere ben bene strofinato, se sapeste di che passo è

venuto! è una vera tromba.

— Diavolo! lo credo bene, un cavallo di 5 mila fr.! disse Monte-Cristo

col tuono di un padre che parli a suo figlio.

— Vi rincrescono? disse Morrel con un franco sorriso.

— Io! Dio me ne guardi! rispose il conte, mi spiacerebbe soltanto che

il cavallo non fosse buono.

— È tanto buono, mio caro conte, che Château-Renaud, l’uomo più

intelligente di cavalli di tutta la Francia, e Debray, che monta i

cavalli arabi del ministero, corrono dietro a me in questo momento, e

sono un poco indietro, come vedete, ed essi sono seguiti dai cavalli

della baronessa Danglars, che vanno di un trotto da poter fare almeno

sei leghe l’ora.

— Dunque saranno vicini? domandò Monte-Cristo.

— A voi, eccoli. — Infatto nello stesso momento un _coupé_ con due

cavalli tutti fumanti, e due cavalli da sella anelanti giunsero

al cancello della casa, che si aprì davanti a loro; subito dopo il

_coupé_ descrisse il suo mezzo cerchio, e venne a fermarsi davanti alla

gradinata seguito dai due cavalieri.

In un punto Debray mise il piede a terra, e si trovò allo sportello.

Offrì la mano alla baronessa, che nel discendere gli fece un gesto

impercettibile a tutti, meno che a Monte-Cristo che nulla perdè di

vista; e in questo gesto vide rilucere un piccolo biglietto bianco

tanto impercettibile, quanto il gesto, che passò dalla mano di madama

Danglars in quella del segretario del ministro con una facilità, che

indicava l’abitudine di questa manovra.

Dietro sua moglie discese il banchiere, pallido come se invece di

uscire da un _coupé_ fosse uscito da un sepolcro.

La signora Danglars gettò intorno a sè uno sguardo rapido ed

investigatore, che Monte-Cristo soltanto potè comprendere, e col quale

essa abbracciò il cortile, il peristilio e la facciata della casa; poi

reprimendo una leggera emozione che sarebbe certamente comparsa sul suo

viso, se fosse stato permesso al viso d’impallidire, salì la scalinata,

dicendo al sig. Morrel: — Signore, se foste nel numero dei miei amici

vi chiederei se voleste vendere il vostro cavallo.

Morrel fece un sorriso che molto rassomigliava ad una boccaccia, e si

voltò verso Monte-Cristo come per pregarlo di toglierlo dall’impaccio

in cui si ritrovava.

Il conte lo capì; — Ah! signora, rispose egli, perchè mai questa

domanda non è diretta a me?

— Con voi, signore, disse la baronessa, non si ha il diritto di

desiderare niente, perchè si è troppo sicuri di ottenere. Così era al

sig. Morrel...

— Disgraziatamente, riprese il conte, sono testimonio che il sig.

Morrel non può cedervi il suo cavallo, essendo messo a rischio il suo

onore. — Ed in che modo?

— Egli ha scommesso di domare _Médéah_ nello spazio di sei mesi.

Comprenderete ora, baronessa, che se egli se ne privasse prima del

termine della scommessa, non solo la perderebbe, ma si direbbe di più

che ha avuto paura; ed un capitano di _Spahis_, anche per soddisfare

un capriccio di una bella donna, il che, a mio avviso, è una delle cose

più sacre di questo mondo, non può lasciar correre questa voce.

— Voi vedete, signora... disse Morrel indirizzando a Monte-Cristo, un

sorriso di riconoscenza.

— Mi sembra d’altra parte, disse Danglars con un tuono rozzo mal

nascosto da un sorriso villano, che abbiate cavalli bastanti.

Non era fra le abitudini della sig.ª Danglars il lasciar passare simili

assalti senza rispondervi, e ciò non ostante con gran meraviglia

dei giovani, ella fe’ sembiante di non capire e non rispose niente.

Monte-Cristo sorrideva a questo silenzio, che annunziava una umiltà

fuori dell’ordinario, mentre che mostrava alla baronessa due immensi

vasi di porcellana della China, sui quali serpeggiavano delle

vegetazioni marine di una grossezza, e di un lavoro tale, che la sola

natura poteva avere queste ricchezze, questo materiale, questo genio.

La baronessa era maravigliata. — Eh! qui dentro si potrebbe piantare

uno dei marroni delle Tuglierie, diss’ella, come mai hanno dunque

potuto far cuocere simili enormità?

— Ah! signora, disse Monte-Cristo, non bisogna domandar questo a noi,

fabbricanti di statuette, e di vetro appannato; è un’opera di altra

età, è una specie d’opera dei genii della terra e del mare.

— E come mai, e di qual epoca può essere?

— Non lo so; soltanto ho inteso dire che un Imperatore della China

aveva fatto costruire un forno espressamente, in cui un dopo l’altro,

aveva fatto cuocere 12 vasi come questo. Due si ruppero sotto l’ardore

del fuoco: gli altri furono calati a trecento braccia nel fondo del

mare. Il mare, che sapeva ciò che richiedevasi da lui, gettò sur essi

delle liane, contorse i suoi coralli, incrostò le sue conchiglie;

il tutto fu cementato per 200 anni sotto queste profondità inaudite,

poichè una rivoluzione rapì l’Imperatore che aveva voluto fare questo

esperimento, e non lasciò che il processo verbale che constatava la

cottura dei vasi, e la loro calata nel fondo del mare. Dopo 200 anni si

ritrovò il processo verbale, e si pensò a cavare i vasi. I nuotatori

andarono, sotto macchine fatte espressamente, alla scoperta nella

baia ove erano stati gettati; ma di dieci non ne furono più ritrovati

che tre, gli altri erano stati o dispersi, o rotti dai flutti. Io

amo questi vasi, nel fondo dei quali qualche volta mi figuro che dei

mostri di forme spaventose, e misteriose, come quelli che vedono i soli

nuotatori quando si affondano molto, hanno fissato con meraviglia il

loro sguardo sinistro e freddo, e nei quali hanno dormito delle miriadi

di piccoli pesci che si rifugiavano per salvarsi dalla persecuzione

dei loro nemici. — Durante questo tempo Danglars, poco amatore di

curiosità, strappava distrattamente, l’uno dopo l’altro, i fiori di

un magnifico arancio; quando ebbe finito quell’arancio, si volse ad un

cactus; ma questo di un’indole meno tollerante dell’arancio, lo punse

oltraggiosamente. Allora rabbrividì, e si strofinò gli occhi come se si

svegliasse da un sogno.

— Signore, gli disse Monte-Cristo sorridendo, voi siete tanto amatore

di quadri, ed avete delle cose magnifiche, non vi raccomando perciò i

miei, però, ecco due Hobbema, un Paolo Potter, un Mieris, due Gérard

Dow, un Raffaello, un Van Dyck, un Zurbaran, e due o tre Murillo, degni

di esservi presentati.

— Guarda! disse Debray, un Hobbema che io riconosco.

— Ah! davvero! — Sì, vennero a proporlo al Museo.

— Che non ne ha, credo? arrischiò di dire Monte-Cristo.

— No, e ciò non ostante ha rifiutato di comprarlo.

— E perchè? domandò Château-Renaud.

— Siete grazioso; perchè il governo non è abbastanza ricco.

— Ah! perdono, disse Château-Renaud. Io sento dire simili cose tutti i

giorni da otto anni e non mi vi posso abituare.

— Sarà per l’avvenire, disse Debray.

— Non lo credo, rispose Château-Renaud.

— Il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, il conte Andrea Cavalcanti,

annunziò Battistino.

Un colletto di raso nero che usciva dalle mani del fabbricante, una

barba fatta di recente, due baffi grigi, un occhio sicuro, un abito

da maggiore adorno di tre placche e cinque croci, in somma una tenuta

irreprensibile di vecchio soldato, tale apparve il maggiore Bartolommeo

Cavalcanti, quel tenero padre che noi conosciamo. Vicino a lui, coperto

di abiti nuovi, si avanzava col sorriso sulle labbra il conte Andrea

Cavalcanti, quel rispettoso figlio che egualmente conosciamo. I tre

giovani parlavano insieme, i loro sguardi si portavano dal padre al

figlio, e si fermarono naturalmente più lungo tempo su questo ultimo,

cui particolarmente esaminarono.

— Cavalcanti! fece Debray. — Un bel nome, disse Morrel, capperi! —

Sì, disse Château-Renaud, è vero, questi Italiani hanno bei nomi, ma

vestono male.

— Siete difficile a contentare, riprese Debray, i suoi abiti sono di un

eccellente sartore, e affatto nuovi.

— Ecco precisamente ciò che rimprovero loro. Questo signore ha

l’aspetto di vestirsi oggi per la prima volta.

— Chi sono questi signori? domandò Danglars al conte di Monte-Cristo.

— Avete inteso, i Cavalcanti.

— Ciò non mi dice che il loro nome e niente di più.

— Ah! è vero, non siete al corrente della nostra nobiltà italiana; chi

dice Cavalcanti, dice razza di principi.

— Bella fortuna? domandò il banchiere.

— Favolosa. — Che cosa fanno?

— Provano di spenderla senza potervi riuscire. Hanno da altra parte

crediti su voi, a quanto mi dissero l’altro giorno quando vennero a

farmi visita. Io anzi li ho invitati per voi, ve li presenterò.

— Ma mi sembra, che parlino con molta purezza il francese, disse

Danglars.

— Il figlio è stato allevato in un collegio del mezzo giorno, a

Marsiglia, o nelle vicinanze. Lo ritroverete nell’entusiasmo. — Di che

cosa? domandò la baronessa.

— Delle francesi, signora, vuole assolutamente prender moglie a Parigi.

— Bella idea! disse Danglars alzando le spalle.

La signora Danglars guardò suo marito con un’espressione che, in un

altro momento, sarebbe stata foriera di un uragano; ma per la seconda

volta ella si tacque.

— Il barone sembra molto tetro quest’oggi, disse Monte-Cristo alla

sig.ª Danglars: lo voglion forse far ministro?

— Non ancora, credo in vece che abbia speculato alla borsa, e che abbia

perduto, e non sa con chi prendersela.

— Il signore, e la signora de Villefort, gridò Battistino.

I due personaggi annunziati entravano; il sig. de Villefort, ad

onta del suo gran potere su sè stesso, era visibilmente commosso.

Toccandogli la mano, Monte-Cristo si accorse che tremava: — Non vi sono

che le donne per sapere dissimulare, disse fra sè stesso Monte-Cristo

guardando la sig.ª Danglars, che sorrideva al procuratore del Re, e

che abbracciava la moglie di lui. Dopo i primi complimenti, il conte

vide Bertuccio che, occupato fino allora degli affari del suo ufficio,

s’introduceva in un piccolo salotto attiguo a quello nel quale erano

tutti riuniti. Egli andò a lui.

— Che volete, Bertuccio?

— V. E. non mi ha detto ancora il numero dei convitati.

— Ah! è vero. — Quante coperte? — Contate voi stesso.

— Sono giunti tutti, eccellenza? — Sì.

Bertuccio introdusse lo sguardo a traverso la porta socchiusa.

Monte-Cristo gli teneva fissi gli occhi in viso.

— Oh! mio Dio! gridò egli. — Che c’è dunque? domandò il conte. — Quella

donna!... quella donna!... — Quale?

— Quella vestita di bianco, e con tanti diamanti!... la bionda!... —

La signora Danglars? — Non so come si chiami. Ma è dessa! signore, è

dessa! — Chi?

— La donna del giardino! quella che era incinta! quella che passeggiava

aspettando... aspettando....

Bertuccio rimase a bocca aperta pallido, e coi capelli irti.

— Aspettando chi? — Bertuccio senza rispondere, mostrò Villefort col

dito, presso a poco col medesimo gesto con cui Macbeth mostrò Banco. —

Oh!... Oh!... mormorò finalmente! vedete? — Che? chi? — Lui! — Lui!...

Il sig. procuratore del Re Villefort? senza dubbio lo vedo.

— Ma dunque non l’ho ucciso!

— Ah! ma credo che diventiate pazzo, mio bravo Bertuccio.

— Ma egli dunque non è morto?

— Eh! no, egli non è morto, lo vedete bene: invece di colpire fra la

sesta e la settima costa sinistra, come fanno i vostri compatrioti,

avrete colpito più alto o più basso; e le persone di giustizia

hanno l’anima bene incavigliata al corpo; o piuttosto non è vero

ciò che mi avete raccontato, fu un sogno della vostra immaginazione,

un’allucinazione del vostro spirito; vi sarete addormentato avendo

mal digerita la vostra vendetta; ella vi avrà pesato sullo stomaco,

avete avuto l’incubo, ecco tutto. Vediamo, richiamate la vostra calma

e contate: il signore e la signora de Villefort, due; il signore, e la

signora Danglars, quattro; il sig. Château-Renaud, il sig. Debray, il

sig. Morrel, sette; il maggiore Bartolommeo Cavalcanti, otto.

— Otto, ripetè Bertuccio.

— Aspettate dunque! avete molto fretta di andarvene! dimenticate uno

dei miei convitati, che diavolo! Guardate un poco a sinistra... ecco

là... il signor Andrea Cavalcanti, quel giovine in abito nero che

guarda il quadro di Murillo, che ora si volta. — Questa volta Bertuccio

cominciò un grido, che lo sguardo di Monte-Cristo gli spense sulle

labbra:

— Benedetto! mormorò egli a bassa voce, fatalità!

— Ecco le sei e mezzo che suonano, Bertuccio, disse severamente il

conte, questa è l’ora in cui ho dato l’ordine che si mettesse in

tavola; sapete che non amo aspettare.

E Monte-Cristo rientrò nel salotto ove lo aspettavano i suoi convitati,

nel mentre che Bertuccio rientrava nella sala da pranzo, appoggiandosi

contro i muri.

Cinque minuti dopo, le due porte della sala si aprirono, Bertuccio

comparve, e facendo come Vatel a Chantilly un ultimo ed eroico sforzo:

— Signor conte è in tavola, diss’egli.

Monte-Cristo offerse il braccio alla sig.ª de Villefort.

— Signor de Villefort, diss’egli, fate voi il cavaliere alla baronessa

Danglars, ve ne prego.

Villefort obbedì, e tutti passarono nella sala da pranzo.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 79 / 140 题