XXXVIII. — IL CONVEGNO.

La dimane nel levarsi, la prima parola di Alberto fu di proporre a

Franz di fare una visita al conte. Egli lo aveva di già ringraziato

la sera innanzi, ma capiva benissimo che un servigio come quello

resogli dal conte, meritava bene due ringraziamenti. Franz che provava

un’attrattiva, mista a terrore, che lo spingeva verso il conte di

Monte-Cristo, non volle lasciarlo andar solo da quest’uomo, e lo

accompagnò. Entrambi furono introdotti: cinque minuti dopo comparve il

conte. — Signor conte, disse Alberto andandogli incontro, permettetemi

di ripetervi questa mattina ciò che malamente vi ho detto la scorsa

notte; che non dimenticherò mai in qual congiuntura mi siate venuto in

aiuto; e mi ricorderò sempre che vi devo la vita o poco meno.

— Mio caro vicino, rispose il conte ridendo, voi esagerate le vostre

obbligazioni verso di me; non mi dovete che una piccola economia di una

ventina di migliaia di fr. sul vostro preventivo del viaggio, ed ecco

tutto: vedete bene che non bisogna parlarne. Per vostra parte, aggiunse

egli, ricevete i miei rallegramenti; avete dimostrato un’ammirabile

prontezza d’animo, e gran disinvoltura.

— Che serve conte? disse Alberto: mi sono immaginato di avere avuta una

cattiva contesa, ed esser corsa una sfida; volli far comprendere una

cosa a questi banditi, ed è che in tutti i paesi del mondo gli uomini

si battono, ma che non vi sono che i francesi che si battono ridendo.

Ciò non ostante, non essendo per questo men grande l’obbligazione

che vi professo, vengo a chiedervi, se per mezzo dei miei amici o per

mezzo delle mie riconoscenze potessi esservi utile in qualche cosa.

Mio padre, il conte di Morcerf d’origine spagnuola, gode di un’alta

posizione in Francia ed in Ispagna, vengo a mettere me e tutte le

persone che mi amano a vostra disposizione.

— Ebbene! disse il conte; vi confesso sig. de Morcerf, che mi aspettava

da voi una simile esibizione, e che l’accetto con tutto il cuore.

Io aveva già fissati i miei pensieri su di voi per chiedervi un gran

favore. — Quale?

— Non sono mai stato a Parigi, e non conosco Parigi.

— Da vero! gridò Alberto, voi avete potuto vivere fino adesso senza

veder Parigi? pare incredibile.

— Eppure è così. Ma io sento con voi che una più lunga ignoranza della

capitale del mondo intelligente è impossibile. Vi è di più: forse

avrei fatto da lungo tempo questo viaggio indispensabile, se avessi

conosciuto qualcuno che mi avesse potuto introdurre in quel mondo ove

io non ho alcuna relazione.

— Oh! un uomo come voi! gridò Alberto.

— Siete molto buono. Ma siccome non riconosco in me stesso altro merito

che quello di poter fare concorso, come milionario, ai vostri più

ricchi banchieri, e che non vado a Parigi per speculare sulla borsa,

questa piccola particolarità mi ha trattenuto. Ora la vostra offerta mi

vi risolve. Vediamo: v’impegnate mio caro de Morcerf (il conte strisciò

questa parola con un singolare sorriso) allorquando sarò in Francia

d’aprirmi le porte di quel mondo, ove sarò uno straniero al pari di un

Huron, o di un Cinese?

— In quanto a ciò, mio caro conte, a meraviglia e con tutto il cuore,

rispose Alberto, e tanto più volentieri (mio caro Franz non vi burlate

tanto di me), che sono richiamato a Parigi da una lettera che ricevo

questa mane stessa, ed in cui si parla di una trattativa con una

casa molto rispettabile e che ha le migliori relazioni col bel mondo

Parigino.

— Trattativa di matrimonio? disse ridendo Franz.

— Qual meraviglia? sì, perciò quando ritornerete a Parigi mi troverete

uomo posato, e forse padre di famiglia. Ciò starà bene colla mia

gravità naturale, n’è vero? In ogni modo, conte, ve lo ripeto, io ed i

miei siamo tutti in corpo ed anima a vostra disposizione.

— Ed io accetto, disse il conte; perchè vi assicuro che non mi mancava

che questa occasione per effettuare un disegno che rumino da lungo

tempo.

Franz non dubitò un momento che non fosse quello di cui erasi lasciato

sfuggire qualche parola nella grotta di Monte-Cristo, e guardò il

conte mentre diceva queste parole, per tentare di sorprendere sulla sua

fisonomia qualche rivelazione dei disegni che conducevano a Parigi: ma

era molto difficile penetrar nell’animo di quest’uomo, particolarmente

quand’egli lo velava con un sorriso. — Ma osserviamo, conte, soggiunse

Alberto contento di poter presentare un uomo come il conte di

Monte-Cristo; non sarà già questo un qualche disegno in aria, come se

ne fanno mille in viaggio, e che, fabbricati sulla sabbia, vengono poi

distrutti al primo soffio di vento?

— No, sul mio onore, disse il conte, voglio andare a Parigi, ho bisogno

d’andarvi. — E quando sarà? — Quando vi sarete voi stesso? — Io? disse

Alberto, oh! mio Dio! fra 15 giorni, o al più fra tre settimane; il

tempo necessario per il ritorno, e null’altro. — Ebbene! vi accordo tre

mesi, vedete che vi do una larga misura.

— E fra tre mesi, gridò Alberto con gioia, verrete a battere alla mia

porta. — Volete un convegno anche pel preciso giorno e per l’ora, disse

il conte, vi prevengo però che sono di una esattezza da far disperare.

— Il giorno e l’ora precisa! disse Alberto, ciò andrà a meraviglia.

— Ebbene! sia così. — Egli stese la mano verso un calendario attaccato

presso lo specchio. — Oggi siamo ai 21 febbraio; cavò l’orologio, e

sono le 10 e mezzo del mattino, volete aspettarmi il 21 maggio prossimo

alle 10 e mezzo del mattino?

— A meraviglia! disse Alberto; la colazione sarà preparata.

— Ove abitate? — Strada di _Helder_ n. 27. — Voi vi trattate in casa

vostra da scapolo, ed io non vi sarò d’incomodo?

— Io abito in casa di mio padre, ma in un padiglione nel fondo del

cortile interamente separato.

— Va bene; — il conte aprì il taccuino e scrisse: Strada di Helder, n.

27, 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino.

— Ed ora, disse il conte, rimettendosi il taccuino in saccoccia, siate

tranquillo, la sfera della vostra pendola non sarà più esatta di me.

— Vi rivedrò prima della vostra partenza? domandò Alberto. — Secondo

quando partirete?

— Parto domani sera alle cinque. — In questo caso vi do il mio addio.

Ho alcuni affari a Napoli, e non sarò di ritorno qui che sabato sera

o domenica mattina. E voi, soggiunse volgendosi a Franz, partite voi

pure, sig. conte?

— Sì. — Per la Francia?

— No, per Venezia. Resto ancora un anno o due in Italia.

— Noi dunque non ci rivedremo a Parigi?

— Temo di non avere quest’onore.

— Animo dunque, signori, buon viaggio, disse il conte ai due amici

stendendo ad essi la mano.

Era la prima volta che Franz toccava la mano di quest’uomo; egli

rabbrividì, perchè essa era ghiaccio come quella di un morto. — Per

l’ultima volta, disse Alberto, resta bene stabilito sulla parola

d’onore, è vero? strada di Helder n. 27, li 21 Maggio alle 10 e mezzo

del mattino?

— Li 21 maggio, alle 10 e mezzo del mattino strada di Helder n. 27,

ripetè il conte.

— Che avete? disse Alberto a Franz nel rientrare nelle loro stanze, mi

sembrate molto afflitto.

— Sì, disse Franz, ve lo confesso, il conte è un uomo singolare, e

vedo con inquietudine questo convegno che vi ha dato a Parigi. — Questo

convegno... con inquietudine? E perchè? ma siete pazzo, mio caro Franz!

gridò Alberto.

— Che volete? pazzo o no, la cosa va così.

— Ascoltate, ripetè Alberto; sono ben contento che mi si presenti

un’occasione di dirvi, che vi ho sempre ritrovato di una gran freddezza

col conte, mentr’egli per sua parte è sempre stato ben diverso con noi.

Avete qualche cosa in particolare contro di lui?

— Può darsi. — Ma l’avevate veduto in qualche altro luogo prima

d’incontrarlo qui? — Precisamente.

— E dove? — Mi promettete di non dir mai una parola di quanto sono per

raccontarvi? — Ve lo prometto.

— Sta bene: ascoltatemi dunque.

Allora Franz raccontò ad Alberto la sua escursione all’isola di

Monte-Cristo, in qual modo vi aveva ritrovato un equipaggio di

contrabbandieri, e fra questo due banditi corsi. Egli calcò su tutti i

particolari dell’ospitalità fattucchiera che il conte gli aveva data

nella sua grotta delle _mille e una notte_, gli descrisse la cena,

l’_hatchis_, le statue, la realtà, il sogno e come al suo svegliarsi

altro non restava più, come prova e ricordo di tanti avvenimenti che il

piccolo _yacht_ che faceva vela sull’orizzonte per Porto-Vecchio. Indi

passò a Roma, alla notte del Colosseo, al dialogo che aveva inteso fra

lui e Vampa, conversazione relativa a Peppino, e nella quale il conte

aveva promesso di ottenere la grazia del bandito, promessa che aveva

mantenuta, come ne avranno potuto giudicare i nostri lettori.

Finalmente giunse all’avventura della notte precedente, all’impaccio in

cui si era ritrovato vedendosi mancare 7, o 800 scudi per completare la

somma; in fino all’idea che gli era venuta di ricorrere al conte, idea

che ebbe un resultato tanto soddisfacente ad un tempo e pittoresco.

Alberto ascoltava Franz con tutta l’attenzione.

— Ebbene! diss’egli, quando questi ebbe finito, e che v’è di

riprovevole in tutto questo? il conte è viaggiatore, ha un bastimento

proprio perchè è uomo ricco. Andate a Portsmouth o a Southampton e

ritroverete questi porti ingombri di _yacht_ appartenenti a ricchi

inglesi che hanno la stessa fantasia. Per sapere ove fermarsi nelle sue

escursioni, per non cibarsi di questa terribile cucina che avvelena me

da mesi, e voi da 4 anni, per non giacere su questi letti abbominevoli

nei quali non si può dormire, si è fatto ammobiliare un piccolo pian

terreno a Monte-Cristo; e temendo che il governo toscano non gli desse

congedo, e che tutti i suoi mobili andassero perduti, ha comprato

l’isola, e ne ha assunto il nome. Mio caro, frugate nella vostra

memoria, e ditemi quante persone di nostra conoscenza prendono il nome

di proprietà che non hanno mai avute?

— Ma, disse Franz, e questi banditi corsi che erano fra il suo

equipaggio?...

— Ebbene! che v’è di meraviglioso? Capite meglio di qualunque altro

che i banditi corsi non sono ladri, ma fuggitivi, perché una qualche

_vendetta_ li ha esiliati dalle loro città o dai villaggi; si possono

dunque vedere senza mettersi a rischio. In quanto a me dichiaro, che se

un giorno dovessi andare in Corsica, prima di farmi presentare, a modo

di dire, al governatore od al Prefetto, mi farei presentare ai banditi

di Colomba: sempre che vi si possa mettere la mano sopra, io li ritrovo

gentili.

— Ma Vampa e la sua banda, soggiunse Franz, sono banditi che fermano

per rubare, non lo negherete, spero? che dite adunque dell’influenza

che il conte ha su tal razza di gente?

— Dirò, che dovendo la vita, secondo tutte le apparenze, a questa

influenza, non spetta a me il criticarla troppo da vicino. Così invece

di fargliene, come voi, un delitto capitale, troverete giusto che io lo

scusi, se non di avermi salvata la vita, il che sarebbe un poco troppo

esagerato, almeno di avermi fatto risparmiare 4mila scudi, che fanno

24mila lire della nostra moneta, somma per la quale non mi avrebbero

tanto stimato in Francia.

— Ebbene! ecco precisamente: di che paese è il conte, che lingua

parla? quali sono i suoi mezzi di sussistenza? da dove gli viene la

sua immensa fortuna? Quale è stata questa prima parte della sua vita

misteriosa ed incognita, che ha sparso sulla seconda una tinta oscura e

misantropica? Ecco ciò che nel vostro posto vorrei sapere.

— Mio caro Franz, quando leggendo la mia lettera vi siete accorto

che avevamo bisogno dell’influenza del conte, siete andato a dirgli:

«Alberto conte de Morcerf corre un pericolo, aiutatemi a toglierlo

d’impiccio», n’è vero?

— Sì. — Allora vi ha egli domandato: «e chi è questo signor Alberto de

Morcerf? Donde gli viene il suo nome? Donde gli viene la sua fortuna?

Quali sono i suoi mezzi di sussistenza? qual è il suo paese? dove è

nato?» vi ha egli fatte tutte queste interrogazioni? dite? — No, lo

confesso.

— Egli è venuto, ecco tutto; mi ha tolto dalle mani del sig. Vampa,

ove ad onta di tutte le mie apparenze piene di disinvoltura, come voi

diceste, io vi faceva una tristissima figura, lo confesso: ebbene! mio

caro; quando in cambio di simile servigio egli mi domanda di far per

lui ciò che si fa tutti i giorni pel primo principe russo o italiano

che passa per Parigi, vale a dire di presentarlo nelle società, volete

che gli neghi questo? Via dunque, Franz, siete pazzo!

Bisogna convenire, che contro il solito, questa volta tutte le buone

ragioni eran dalla parte d’Alberto.

— Finalmente, rispose Franz con un sospiro, fate come volete, mio caro

visconte, perchè tutto quel che mi dite è persuasivo, lo confesso, ma è

altrettanto vero che il conte di Monte-Cristo è un uomo strano.

— Il conte di Monte-Cristo è un uomo filantropo: egli non vi ha detto

con quale scopo viene a Parigi: ebbene! viene per concorrere al premio

di Monthyon, e se ad ottenerlo non gli manca che il mio voto, glielo

darò. Dopo ciò non parliamo più di questo: mettiamoci a tavola, e dopo

andiamo a fare un’ultima visita a S. Pietro.

Fu fatto come aveva detto Alberto, e il giorno dopo alle 5 p. m. i due

giovani si lasciarono, Alberto de Morcerf per ritornare a Parigi, e

Franz d’Épinay per passare una quindicina di giorni a Venezia.

Ma Alberto, prima di salire in carrozza, consegnò al cameriere

dell’albergo, tanto aveva paura che il convitato mancasse al convegno,

un biglietto da visita pel conte di Monte-Cristo, sul quale al di sotto

delle parole «Visconte Alberto de Morcerf» aveva scritto colla matita:

— _21 Maggio, alle 10 e mezzo a. m. Strada Helder. N. 27_.

Il Conte di Monte-Cristo · 第 53 / 140 题