Nella casa strada Helder in cui Alberto de Morcerf aveva dato in Roma
convegno al conte di Monte-Cristo, tutto veniva preparato nel mattino
del 21 maggio, per fare onore alla parola data dal giovine. Alberto
abitava un padiglione posto sull’angolo di un gran cortile rimpetto
ad un altro stabile deputato ai comuni. Due sole finestre di questo
padiglione guardavano sulla strada, delle altre tre davano sul cortile,
e due sul giardino. Fra questo cortile ed il giardino, s’ergeva sebbene
fabbricata con cattivo gusto d’architettura imperiale, l’abitazione
elegante e vasta del conte e della contessa de Morcerf. Su tutta la
larghezza del fabbricato girava un muro, che metteva sulla strada, ad
intervalli guernito da sovrapposti vasi di fiori, e diviso nel mezzo
da un gran cancello a lance dorate, che serviva per le entrate di
parata: una piccola porta, addossata all’abitazione del portinaro dava
passaggio ai padroni e servitori quando entravano o uscivano a piedi.
Nella scelta del padiglione destinato per abitazione d’Alberto si
scorgeva la delicata previdenza di una madre, che non volendo dividersi
dal figlio, aveva però capito che un giovine dell’età d’Alberto aveva
bisogno di tutta la sua libertà. Dall’altra parte dobbiamo convenirne,
si scorgeva pure l’intelligente egoismo del giovine, perduto in questa
vita libera ed oziosa, propria dei figli di famiglia, al quale veniva,
come all’uccello, dorata la sua gabbia. Da queste due finestre che
guardavano sulla strada, Alberto poteva fare le sue esplorazioni
all’esterno: vista tanto necessaria ai giovani che vogliono vedere
passare innanzi ai loro occhi il proprio orizzonte, fosse pur quello
della strada; fatta la sua esplorazione, se gli sembrava meritare un
esame più profondo, Alberto poteva, per darsi alle proprie ricerche,
uscir da una piccola porta che era dirimpetto all’altra di cui
abbiamo parlato presso all’abitazione del portinaro, e che merita una
particolare menzione.
Era una piccola porta, che sarebbesi detto dimenticata da tutti dal
momento che fu fabbricata la casa, e sarebbesi creduta condannata
a rimaner sempre chiusa, tanto sembrava meschina e polverosa, ma i
catenacci e i gangheri erano talmente bene unti, che indicavano l’uso
continuo e misterioso. Questa piccola porta segreta faceva concorrenza
colle altre due, e si burlava del portinaro, di cui sfuggiva alla
vigilanza ed alla responsabilità, aprendosi come la famosa porta della
caverna delle _Mille e una notte_, a guisa del Sesamo incantato di
Alì-Babà, per mezzo di qualche parola cabalistica, o di qualche segno
convenuto pronunciato dalla più dolce voce, od eseguito dalla più bella
mano del mondo.
Alla fine di un corridoio vasto e silenzioso, col quale comunicava e
che formava anticamera, s’apriva a destra la sala da pranzo d’Alberto,
che guardava il cortile, ed a sinistra la sua piccola camera da
ricevere che guardava il giardino. Cespugli, e piante parassite si
aprivano a ventaglio davanti alle finestre, e nascondevano al cortile
ed al giardino l’interno di queste camere, le sole al piano terreno,
che potevano essere esposte agli sguardi degl’importuni. Al primo
piano queste due camere si ripetevano, aumentate da una terza che
corrispondeva alla sottoposta anticamera: erano la camera da letto,
quella da ricevere, ed un gabinetto.
La sala del piano terreno era una specie di divano algerino destinato
ai fumatori. Il gabinetto del primo piano metteva nella camera da
letto, e per una porta invisibile aveva comunicazione colle scale. Si
ponga mente alle cautele.
Al di sopra di questo primo piano spaziava un vasto studio, ingrandito
coll’atterrare i muri di divisione, pandemonio che disputava l’artista
al damerino. Là erano rifugiati ed affastellati tutti i successivi
capricci d’Alberto: i corni da caccia, i bassi, i flauti, un’orchestra
completa, poichè per un momento ebbe non il gusto ma la fantasia della
musica. I cavalletti, i tavolozzi, i pastelli, poichè alla fantasia
della musica era succeduta la fatuità della pittura: finalmente
i fioretti, i guanti da pugillatore, gli squadroni, e i bastoni
d’ogni genere, poichè, seguendo il costume dei giovani alla moda,
Alberto coltivava, con maggiore perseveranza di quel che non aveva
fatto la musica e la pittura, le tre arti che formano il compimento
dell’educazione da _Lions_, vale a dire la scherma, i pugni, ed
il bastone, ed in questa camera destinata agli esercizi corporali,
riceveva successivamente, Grisier, Cooks, e Carlo Lacour. Il rimanente
della mobilia di questa sala privilegiata, si componeva di vecchi
forzieri dei tempi di Francesco I, ripieni di porcellane della China,
di vasi del Giappone, di terraglie di Luca della Robbia e di piatti
di Bernardo di Palissy; di antichi seggioloni, ove forse erasi assiso
Enrico IV o Sully, Luigi XIII o Richelieu, poichè due di essi ornati
di uno scudo intagliato, ove sopra un campo azzurro brillavano i tre
gigli di Francia sormontati dalla corona reale, uscivano visibilmente
dal guardaroba del Louvre, o per lo meno da qualche castello reale. Sur
essi erano gettate alla rinfusa ricche stoffe a vivi colori, tinte al
sole della Persia o ricamate dalle dita delle donne di Calcutta o di
Chandernayor. Ciò che si stessero a far là queste stoffe non si sarebbe
potuto dire; aspettavano, ricreando gli occhi, un destino sconosciuto
anche al loro stesso proprietario, e mentre aspettavano, rischiaravano
l’appartamento coi loro riflessi dorati. Nel posto più apparente
sorgeva un piano forte, fabbricato da Roller e Blanchet di legno di
rosa, della forma delle nostre sale di Lilliputiens, racchiudendo
ciò non pertanto un’orchestra nella sua stretta e sonora capacità,
e sopraccaricato dai capi d’opera di Beethoven, di Weber, di Mozart,
d’Haydn, di Crètry, e di Porpora.
Quindi, lungo tutti i muri, sopra le porte, nel soffitto, erano
disposte spade, pugnali, stocchi, mazze dorate, e complete armature,
damascate, incrostate; arborari, massi di minerali, uccelli imbottiti
di crini, che tenevano le ali aperte ad un volo immobile, colle
penne color di fuoco, col becco che non chiudono mai. Non occorre
dire, che questa era la stanza di predilezione di Alberto. Però, il
giorno del convegno, il giovine in abito di mezza gala aveva fissato
il suo quartier generale nel salotto del pian terreno. Ivi, sur una
tavola, circondata da un divano largo e morbido, tutti i tabacchi
sconosciuti, dal giallo di Pietroburgo fino al nero del Sinai passando
per il porto-ricco, e il latakiè, erano racchiusi in vasi di terraglia
smaltata che sono l’adorazione degli olandesi. Vicini ad essi, in
cassette di legni odorosi, erano schierati per ordine di grandezza,
e di qualità i sigari puros, regalia, avana ecc.; finalmente in un
armadio aperto una collezione di pipe di Germania, di Turchia, coi
bocchini d’ambra, ornate di corallo, e di fregi incrostati d’oro, con
lunghe canne di marrocchino ripiegate a guisa di serpenti, aspettavano
il capriccio o la simpatia dei fumatori. Alberto aveva presieduto da
sè stesso all’ordinamento, o piuttosto a quel disordine simmetrico
che, dopo il caffè i convitati di una colazione alla moderna amano di
osservare per mezzo al fumo che loro sfugge di bocca dirigendosi al
soffitto in lunghe e capricciose spirali.
Alle 10 meno un quarto entrò un cameriere, che unitamente ad un _groom_
di 15 anni, il quale parlava soltanto l’inglese, e rispondeva al nome
di John, erano i soli domestici di Alberto. Ben inteso ch’egli poteva
disporre del cuoco di casa nei giorni ordinari, e negli straordinari il
cacciatore del conte era a sua disposizione. Questo cameriere, che si
chiamava Germano e che godeva tutta la confidenza del giovine padrone,
teneva in mano un pacco di giornali che depose sul tavolo, ed alcune
lettere che consegnò ad Alberto, il quale vi gettò sopra uno sguardo
indifferente, ne scelse due con minuti caratteri, e con sopraccarta
profumata, le dissigillò, e le lesse con qualche attenzione.
— Come sono arrivate queste lettere? domandò egli.
— Una è venuta per la posta, l’altra l’ha portata il cameriere della
sig.ª Danglars.
— Fate dire alla sig.ª Danglars che accetto il posto che mi offre
nel suo palco... aspettate, in giornata passerete da Rosa; le direte
che andrò, come m’invita a cenare da lei uscendo dall’_Opera_, e le
porterete sei bottiglie di vino assortito di Cipro, di Xeres, di Malaga
ed un barile di ostriche d’Ostenda... prendete le ostriche da Borel, e
raccomandategli che sono per me.
— A che ora comanda sia in ordine la tavola?
— Che ora abbiamo! — Manca un quarto alle dieci.
— Ebbene ordinate per le 10 e mezzo precise... Debray sarà forse
obbligato di andare al suo ministero... e d’altra parte... (Alberto
consultò il suo taccuino) questa è l’ora che ho indicata al conte, li
21 maggio alle 10 e mezzo a. m.; quantunque non faccia gran fondamento
sulla promessa, desidero di essere esatto. A proposito sapete se la
sig.ª contessa sia alzata?
— Se il sig. Visconte lo desidera, andrò ad informarmene.
— Sì... le chiederete una delle cassettine da liquori, poichè la mia è
incompleta: le direte che avrò l’onore d’andar da lei verso le tre, e
che le domando permesso di presentarle un signore.
Il cameriere uscito, Alberto si gettò sul divano, stracciò la fascetta
a due o tre giornali, guardò gli annunzi degli spettacoli, fece la
boccaccia vedendo che si rappresentava un’opera e non un ballo; cercò
invano quegli annunzi di profumeria un oppiato pel dolore dei denti di
cui gli era stato parlato, e gettò l’uno dopo l’altro i tre giornali
più in voga a Parigi, mormorando in mezzo ad uno sbadiglio prolungato:
— In verità questi giornali divengono di giorno in giorno sempre più
noiosi.
In questo mentre una carrozza si fermò avanti la porta, ed un momento
dopo il cameriere rientrò annunziando il signor Luciano Debray. Un
giovine biondo, alto, pallido, coll’occhio grigio e fermo, colle labbra
sottili e fredde, coll’abito blu a bottoni cisellati, la cravatta
bianca, una lente di cristallo sospesa ad un filo di seta, e che per
uno sforzo del tendine sopracciliare e del tendine zigomatico arrivava
a fissare avanti la cavità dell’occhio destro, entrò senza sorridere,
senza parlare, con un portamento semi-ufficiale:
— Buon giorno, Luciano, buon giorno! disse Alberto. Ah! voi mi
spaventate, mio caro, colla vostra esattezza! Ma che dico? esattezza!
Voi che non aspettava che per ultimo, giungete alle 10 meno 5 minuti,
mentre il convegno definitivo non è che alle 10 e mezzo? Quest’è un
miracolo! Il ministero sarebbe forse caduto?
— No, carissimo, disse il giovine gettandosi sul divano,
tranquillatevi, trattiamo sempre, ma non cediamo mai, e comincio a
credere che passeremo bonariamente alla immobilità, senza contare che
gli affari della penisola vanno in modo da consolidarsi pienamente.
— Ah! è vero, scacciate Don Carlos dalla Spagna.
— No, carissimo, non confondete le cose; lo riconduciamo all’altra
frontiera della Francia, e gli offriamo una ospitalità da re a Bourges.
— A Bourges? — Sì, egli non avrà a lagnarsi; Bourges è la capitale del
re Carlo VII. Come! voi non sapete nulla di tutto ciò? Tutta Parigi lo
sa da ieri, e avanti ieri la cosa era già stata traspirata alla borsa,
perchè Danglars (non so con qual mezzo quest’uomo ha le notizie nello
stesso tempo di noi) perchè Danglars ha arrischiato sul rialzo de’
fondi; e vi ha guadagnato un milione.
— E voi una nuova decorazione, a quanto parmi: poichè vedo una striscia
blu aumentata alla vostra spranghetta.
— Eh! mi hanno inviato la decorazione di Carlo III, rispose
negligentemente Debray.
— Andiamo, non fate tanto l’indifferente, e confessate che avete avuto
piacere a riceverla.
— In fede mia, sì, come compimento di toletta, una placca sta bene
sopra un abito nero abbottonato, è cosa elegante.
— E, disse ridendo Morcerf, si ha l’aspetto del principe di Galles,
o simili. — Ecco adunque, carissimo, il perchè mi vedete così di
buon’ora. — Perchè avete la placca di Carlo III e volevate darmi questa
notizia? — No, ma perchè ho passata tutta la notte a spedir lettere;
25 dispacci diplomatici. Ritornato in casa questa mattina a giorno,
voleva dormire, ma mi ha assalito il dolor di testa, e mi sono rialzato
per montare un’ora a cavallo. A Boulogne sono stato preso dalla noia,
e dalla fame, due nemici che raramente vanno insieme, e che ciò non
pertanto, si sono collegati contro di me: una specie di alleanza
Carlo-repubblicana; allora mi sono ricordato che questa mane v’era
festa in casa vostra, ed eccomi qua: ho fame, nutritemi: sono annoiato,
divagatemi.
— Questo è il mio dovere d’anfitrione, amico caro, disse Alberto
suonando pel cameriere, mentre che Luciano colla sua bacchettina, col
pomo cesellato ed incrostato di turchinette, faceva saltare i giornali
spiegati; — Germano, un bicchiere di Xeres, ed un biscotto. Frattanto,
mio caro Luciano, ecco dei sigari di contrabbando, bene inteso:
v’invito a fumarli, e a persuadere il vostro ministro a vendercene
degli eguali, invece delle foglie di noce che condanna i buoni
cittadini a fumare.
— Peste! me ne guarderò bene. Quando questi vi venissero dal governo
non li vorreste più, e li ritrovereste esecrabili. D’altra parte ciò
non ha rapporto coll’interno, spetta alle finanze; indirizzatevi al
signor Humann, sezione delle contribuzioni indirette, corridore A, N.
26.
— In verità, disse Alberto, mi sorprendete per le vostre estese
cognizioni. Ma prendete un sigaro!
— Ah! caro conte, disse Luciano accendendo un sigaro ad una candela
color di rosa in una bugìa d’argento dorato, e rovesciandosi sul
divano, quanto siete felice, per non avere nulla da fare! in verità,
non conoscete la vostra felicità!
— E che fareste dunque, mio caro rappacificatore di regni, rispose
Morcerf con una leggera ironia: se non aveste nulla da fare? Come!
segretario particolare di persona influente, lanciato ad un tempo
nella gran cabala europea e nei piccoli intrighi di Parigi; avendo
dei re, e meglio ancora, delle regine da proteggere, dei partiti da
riunire, delle elezioni da dirigere; facendo più nel vostro gabinetto
e col vostro telegrafo di quel che non ha fatto Napoleone sui campi
di battaglia colla spada, e colle vittorie; possedendo 25 mila lire
di rendita, oltre il vostro impiego, un cavallo di cui Château-Renaud
vi ha offerto 400 luigi e non glielo avete voluto dare, un sarto che
non vi sbaglia mai un calzone; avendo l’_Opera_, il Jockey-Club, e il
teatro delle varietà, non trovate dunque che tutto ciò sia buono per
distrarvi? Ebbene, sia, vi distrarrò io.
— Ed in qual modo? — Col farvi fare una nuova conoscenza. — Un uomo o
una donna? — Un uomo.
— Oh! ne conosco di già troppi. — Ma è uno come non ne conoscete
quello di cui vi parlo. — E di dove viene dunque? di capo al mondo? —
Fors’anche di più lontano.
— Oh! diavolo! spero bene che non sia quegli che deve portare la nostra
colazione? — No, siate tranquillo, la nostra colazione è nelle cucine
materne. Ma dunque avete fame?
— Sì, lo confesso, per quanto sia umiliante il dirlo. E ciò non ostante
ieri ho pranzato dal sig. de Villefort: e non so se abbiate mai notato,
che si pranza molto male dalle persone di tribunale: direbbesi che
hanno sempre dei rimorsi.
— Ah! per bacco! voi disprezzate i pranzi degli altri come se si
pranzasse bene dai vostri ministri.
— Sì, ma non invitiamo la gente di _bonton_ almeno; e se non fossimo
obbligati ad invitare quei miserabili che pensano, e quel che più
importa, che danno buoni voti, ci guarderemmo, come dalla peste, di
pranzare in casa nostra; questo vi prego a volerlo credere sul serio.
— Allora, mio caro, prendete un altro bicchiere di Xeres ed un altro
biscotto.
— Il vostro vino di Spagna è eccellente; vedete bene che abbiamo avuto
gran ragione a rappacificare quel paese.
— E ciò vi procurerà il tosone d’oro.
— Credo che questa mattina abbiate adottato il sistema di nutrirmi di
fumo.
— Eh! questo è quanto diverte più lo stomaco; convenitene; ma
ascoltate: sento appunto la voce di Beauchamp nell’anticamera,
disputerete insieme, e ciò vi farà attendere con maggior pazienza.
— A proposito di che?
— A proposito di giornali.
— Ah! caro amico, disse Luciano, con un sovrano disprezzo, io leggo
forse giornali?
— Ragione di più, allora disputerete maggiormente.
— Il Sig. Beauchamp, annunziò il cameriere.
— Entrate, entrate! penna terribile! disse Alberto alzandosi e andando
incontro al giovine: ecco qui Debray che vi detesta senza leggervi,
almeno a quanto ha detto.
— Egli ha ben ragione, disse Beauchamp, si conduce come me; io lo
critico senza sapere quel che fa... Buon giorno commendatore.
— Ah! lo sapete di già? rispose il segretario particolare, scambiando
col giornalista una stretta di mano ed un sorriso.
— Per bacco! riprese Beauchamp. — E che se ne dice nel mondo? — In qual
mondo? abbiamo molti mondi nell’anno di grazia 1838. — Eh! nel mondo
critico-politico di cui siete uno dei _lions_.
— Ma si dice che la cosa è giustissima.
— Andiamo, andiamo, non c’è male, disse Luciano; perchè mai non
siete uno dei nostri, mio caro Beauchamp? Con tanto spirito quanto ne
possedete, fareste fortuna in tre o quattro anni.
— Non aspetto che una cosa per seguire il vostro consiglio. Ora,
una sola parola a voi, caro Alberto, poichè bisogna bene che lasci
respirare Luciano: facciamo colazione o pranziamo? perchè io ho _la
camera_ che mi aspetta. Non sono tutte rose, come vedete, nel nostro
mestiere.
— Faremo soltanto colazione; non aspettiamo più che due persone, e ci
metteremo a tavola subito che saranno giunte.
— E chi aspettate? disse Beauchamp.
— Un gentiluomo, ed un diplomatico, rispose Alberto.
— Allora è l’affare di due piccole ore pel gentiluomo; e di due grandi
ore pel diplomatico: ritornerò alle frutta. Serbatemi delle fragole,
del caffè, e dei sigari: mangerò una costolina alla camera.
— Non ne fate niente, Beauchamp. Quando anche il gentiluomo fosse un
Montmorency, e l’altro uno dei primi diplomatici, faremo colazione alle
11 precise; frattanto fate come Debray, assaggiate il mio Xeres, ed i
miei biscotti.
— Andiamo dunque, sia così, resto. Bisogna assolutamente che questa
mane mi distragga.
— Buono! eccovi come Debray: mi sembra però che quando il ministero è
tristo l’opposizione debba essere allegra!
— Ah! vedete, amico caro, ciò nasce perchè non sapete da che cosa sono
minacciato. Questa mattina sentirò alla camera dei deputati un discorso
di Danglars, e questa sera in casa di sua moglie una tragedia di un
pari di Francia.
— Capisco: avete bisogno di far provvigione d’ilarità.
— Non dite dunque male dei discorsi di Danglars, egli vota per voi, è
dell’opposizione.
— Ecco, per bacco! dove sta il male: io aspetto che lo mandiate a
discorrere al Lussemburgo per riderne a mio bell’agio.
— Caro mio, disse Alberto a Beauchamp, si vede bene che gli affari
di Spagna sono accomodati, questa mattina siete di un’asprezza
stomachevole. Ricordatevi dunque che la cronaca parigina porta
trattative di un matrimonio fra me ed Eugenia Danglars. Non posso
dunque, in coscienza, lasciarvi parlar male dell’eloquenza di un uomo,
che un giorno o l’altro può dirmi: «signor visconte, sapete che assegno
in dote due milioni a mia figlia.»
— Su, via! disse Beauchamp, questo matrimonio non si farà mai. Il re ha
potuto farlo conte, ma non potrà mai farlo diventar gentiluomo, ed il
conte de Morcerf è una spada troppo aristocratica per acconsentire, per
due meschini milioni, ad una cattiva alleanza. Il visconte de Morcerf
non deve sposare che una marchesa.
— Due milioni, rispose Alberto, sono una bella cosa.
— Questo è il capitale sociale di un teatro dei baluardi, o di una
strada di ferro dal giardino delle piante a Râpèe.
— Lasciatelo dire, Morcerf, riprese con noncuranza Debray, ed
ammogliatevi. Voi sposate la cifra che sta scritta sopra un sacco, n’è
vero? ebbene! che v’importa! è meglio allora su questa cifra un blasone
di meno ed un zero di più; avete 7 merli nelle vostre armi, ne darete
tre a vostra moglie, e ve ne resteranno ancor quattro.
— In fede mia, credo che abbiate ragione, Luciano, rispose con
distrazione Alberto.
— Eh certamente! d’altra parte è milionario e nobile come un bastardo:
cioè, come potrebbe esserlo.
— Zitto! non dite questo, Debray, rispose ridendo Beauchamp: poichè
ecco qui Château-Renaud che per guarirvi dalla manìa di paradossare
su tutto, vi passerebbe a traverso il corpo la spada di Renaud di
Montauban, suo avolo.
— Egli allora derogherebbe, rispose Luciano, perchè io sono un villano,
villanissimo.
— Bene! gridò Beauchamp, ecco il ministero che canta da pastore. Eh!
come finiremo?
— Il sig. Château-Renaud! il sig. Massimiliano Morrel! disse il
cameriere, annunziando i due nuovi convitati.
— Il numero è completo! disse Beauchamp, e noi andiamo a far colazione;
perchè se non isbaglio, non aspettavate che due persone, Alberto?
— Morrel! mormorò Alberto! e chi è costui?
Ma prima che avesse terminato, il sig. de Château-Renaud, bel giovine
di 30 anni, gentiluomo dalla testa ai piedi, vale a dire, coll’aspetto
di un Guiche e lo spirito di un Mortemart, aveva preso Alberto per la
mano.
— Permettetemi, mio caro, gli diss’egli, di presentarvi il sig.
Massimiliano Morrel, capitano dei _Spahis_ (specie di cavalieri
affricani) mio amico, e di più mio salvatore. Del rimanente egli si
presenta abbastanza bene da sè stesso, salutate il mio eroe, visconte.
E si scostò per lasciar vedere questo grande e nobile giovine, dalla
fronte larga, dallo sguardo penetrante, dai baffi neri, che i nostri
lettori si ricorderanno di aver veduto a Marsiglia in una congiuntura
molto più drammatica, e che non avran certo dimenticata. Una ricca
uniforme metà francese, e metà orientale, mirabilmente portata,
faceva comparire il suo largo petto decorato della croce della legione
d’onore, e l’inquadratura svelta delle sue forme.
Il giovine ufficiale s’inchinò con pulita eleganza; Morrel era grazioso
in tutti i suoi movimenti perchè era forte.
— Signore, disse Alberto con affettuosa cortesia, il barone di
Château-Renaud ben sapeva tutto il piacere che mi procurava nel farmi
fare la vostra conoscenza. Voi siete uno de’ suoi amici, signore; siate
ancora uno dei nostri.
— Benissimo, disse Château-Renaud, e desiderate, mio caro visconte, che
presentandosi l’occasione faccia per voi quel che ha fatto per me.
— E che ha dunque fatto? domandò Alberto.
— Oh! non è mestieri di parlarne, il signore esagera.
— Come! è mestieri di parlarne! la vita non vale la pena che se ne
parli?... In vero avete troppa filosofia nelle vostre parole, mio caro
Morrel... Andrà bene per voi ch’esponete la vostra vita tutti i giorni,
ma per me che l’ho esposta una volta per caso...
— Ciò che scorgo di più chiaro in tutto ciò, barone, è che il capitano
Morrel vi ha salvata la vita.
— Oh! mio Dio! sì, semplicemente, replicò Château-Renaud. — E in quale
occasione? domandò Beauchamp.
— Beauchamp amico mio, sapete ch’io muoio di fame! disse Debray; non
andate dunque nelle storie.
— Ebbene! ma io, disse Beauchamp, non impedisco che si mettano a
tavola... Château-Renaud ci racconterà ciò a tavola.
— Signori, disse Morcerf, non sono che le 10 e un quarto, e noi
aspettiamo un altro convitato.
— Ah! è vero, un diplomatico, riprese Debray.
— Un diplomatico, o qualche altra cosa, non so niente: ciò che so, si
è che lo incaricai di un’ambasciata per conto mio, da lui disimpegnata
con tanta mia soddisfazione che se fossi stato re, lo avrei fatto
cavaliere di tutti i miei ordini ad un tempo, ancorchè avessi avuto a
mia disposizione il Toson d’Oro e la Giarrettiera.
— Allora, dappoichè non si va ancora a tavola, disse Debray, versatevi
un altro bicchiere di Xeres come abbiamo fatto noi, e raccontateci la
vostra storia, barone.
— Voi tutti sapete che mi venne il capriccio di andare in Affrica? —
Strada tracciatavi dai vostri antenati, mio caro Château-Renaud, disse
con galanteria Morcerf.
— Sì, ma dubito che non vi sarete andato, com’essi, per liberare il
santo sepolcro.
— Avete ragione, Beauchamp, disse il giovine aristocratico, fu solo per
tirare il mio colpo di pistola come dilettante. Il duello mi ripugna,
come voi sapete, da poi che due testimoni, che io aveva scelti per
accomodare una contesa, mi costrinsero a rompere un braccio ad uno dei
miei migliori amici... eh! per bacco a quel povero Franz d’Épinay, che
voi tutti conoscete.
— Ah! è vero, vi batteste in allora, molto tempo fa,... ed a proposito
di che?
— Il diavolo mi porti se me ne ricordo! disse Château-Renaud; ma ciò
che mi ricordo perfettamente si è che, avendo vergogna di lasciar
dormire un ingegno come il mio, ho voluto provare sugli Arabi delle
pistole nuove di cui aveva avuto dono. In conseguenza m’imbarcai per
Orano; di lì passai a Costantina, e giunsi precisamente in tempo per
veder levare l’assedio. Mi misi in ritirata come gli altri. Per 48 ore
sopportai abbastanza bene la pioggia di giorno, e la neve di notte;
finalmente nella terza mattina il cavallo morì di freddo. Povera
bestia! accostumato alle coperte ed al braciere della scuderia... un
cavallo arabo che si è trovato spatriato per aver rinvenuto appena
dieci gradi di freddo in Arabia.
— Per ciò volevate comprare il mio cavallo inglese, disse Debray;
supponendo forse che sopporterebbe il freddo meglio del vostro arabo. —
Siete in errore, poichè ho fatto voto di non ritornare più in Affrica.
— Voi dunque avete avuto paura; domandò Beauchamp.
— In fede mia sì, lo confesso, disse Château-Renaud; e ne ho avuto ben
d’onde! Il mio cavallo dunque era morto; io faceva la mia ritirata a
piedi, sei arabi vennero al galoppo per tagliarmi la testa, ne ammazzai
due con due colpi del mio fucile, due colle mie due pistole; ma ne
restavano altri due, ed io era disarmato. L’uno mi prese pei capelli,
per questo ora li porto corti, non si sa mai ciò che può accadere;
l’altro mi circondò il collo col suo _yatagan_, e già sentiva il freddo
acuto del ferro, quando questo signore che vedete, caricò a sua volta
sopra di essi, atterrò quello che mi teneva pei capelli con un colpo di
pistola, e colla sciabola spiccò la testa a quello che si apparecchiava
a tagliarmi la gola. Questo signore si era imposto in quel giorno
l’obbligo di salvare un uomo, la combinazione volle che questi foss’io:
quando diventerò ricco voglio far fare da Klugmann o da Marochetti una
statua che rappresenti l’accaduto.
— Sì, disse sorridendo Morrel; era il 5 settembre, cioè l’anniversario
del giorno in cui mio padre fu miracolosamente salvato; così, per
quanto è in mio potere, celebro tutti gli anni questo giorno con
qualche azione.
— Eroica, n’è vero? interruppe Château-Renaud; alle corte fui l’eletto,
ma qui non sta il tutto. Dopo avermi salvato dal ferro mi salvò dal
freddo dandomi, non già una metà del suo mantello come fece, non
mi ricordo chi, ma tutto intero. Poi dalla fame, dividendo meco,
indovinate un poco che cosa?
— Un pasticcio di Felix? chiese Beauchamp.
— No, il suo cavallo, di cui mangiammo entrambi un pezzo con
grandissimo appetito; sebbene fosse un poco duro...
— Il cavallo? domandò ridendo Morcerf.
— No, il sacrificio, rispose Château-Renaud. Domandate a Debray se
sacrificherebbe il suo cavallo inglese per un estraneo? — Per un
estraneo, no; per un amico potrebbe darsi, rispose Debray. — Ed io
pronosticai che sareste divenuto mio amico, signor conte, disse Morrel;
d’altra parte ho già avuto l’onore di dirvelo: eroismo o no, sacrificio
o no, doveva un olocausto alla cattiva fortuna, in compenso del favore
che altravolta ci aveva fatta la buona.
— Questa storia a cui Morrel fa allusione, è una bellissima storia che
poi vi racconterà un giorno, quando avrete fatto con lui una più estesa
conoscenza; per oggi approvvigioniamo lo stomaco, e non la memoria. A
che ora fate colazione?
— Alle 10 e mezzo.
— Precise? domandò Debray cavando l’orologio.
— Oh! mi accorderete 5 minuti di tolleranza, disse Morcerf, poichè io
pure aspetto un salvatore — Di chi?
— Di me per bacco! rispose Morcerf. Credete forse che non possa essere
salvato come un altro, e che non vi siano che gli Arabi che tagliano la
testa? La nostra colazione è una colazione filantropica, ed avremo alla
nostra tavola, spero almeno, due benefattori dell’umanità.
— E come faremo? disse Debray, non abbiamo che un sol premio Monthyon?
— Ebbene! verrà dato a qualcuno che nulla abbia fatto per meritarlo,
disse Beauchamp, in questo modo d’ordinario fa l’accademia per
togliersi da qualunque impaccio.
— E di dove viene? domandò Debray, scusate l’insistenza; avete di già,
lo so bene, risposto a questa domanda, ma molto vagamente perchè possa
permettermi di potervela fare una seconda volta.
— In verità, disse Alberto, non lo so. Quando l’ho invitato, or son
tre mesi, era a Roma, ma da quel tempo chi può dire il viaggio che ha
fatto?
— E lo credete capace di essere esatto?
— Lo credo capace di tutto, rispose Morcerf.
— Fate attenzione che, compresi i minuti di tolleranza, non ne mancano
più che dieci.
— Ebbene! ne approfitterò per dirvi una parola sul mio convitato.
— Perdono disse Beauchamp: vi sarà materia per un _fogliettone_ in ciò
che siete per narrare? — Sì, certamente, disse Morcerf, ed anche dei
più curiosi. — Allora raccontate, poichè vedo bene che non potrò andare
alla _Camera_, e bisogna che ne abbia un compenso.
— Io ero a Roma nell’ultimo carnevale.
— Questo lo sappiamo di già, disse Beauchamp.
— Ma ciò che non sapete si è, che fui rapito dai Briganti.
— Non vi sono più briganti, disse Debray.
— Ve ne sono, e ve ne sono anche degli orridi, cioè ammirabili, mentre
ne ho trovati dei belli ma da far paura.
— Vediamo, mio caro Alberto, disse Debray; confessate che il vostro
cuoco è in ritardo, che le ostriche non sono ancora giunte da Marennes
o da Ostenda, e che a guisa della sig.ª di Maintenon, volete sostituire
un racconto ad un piatto. Ditelo, mio caro, siamo abbastanza di buona
compagnia per perdonarvelo, e per ascoltare la vostra storia; tuttochè
sembri favolosa.
— Ed io vi dico, per quanto possa comparir favolosa, che ve la
garantisco per vera dal principio alla fine. I briganti adunque mi
avevano condotto in un luogo molto tristo, chiamato le Catacombe di S.
Sebastiano.
— Lo conosco, disse Château-Renaud, e per poco non vi presi le febbri.
— Ed io ho fatto ancora più; l’ebbi realmente. Mi fu annunziato che ero
prigioniero, salvo il riscatto, una bagattella, 4 mila scudi romani,
circa 26 mila lire tornesi. Disgraziatamente non ne aveva più che
1,500, era alla fine del mio viaggio, e il mio credito era esausto.
Scrissi a Franz. Ah perbacco! Franz era là, e potete chiedergli se
mentisco di una virgola; scrissi dunque a Franz che se non giungeva
alle 6 del mattino coi 4 mila scudi, alle 6 e 10 minuti sarei passato
all’eterna gloria, e Luigi Vampa, questo è il nome del capo dei
briganti, vi prego a crederlo, mi avrebbe mantenuta scrupolosamente la
sua parola.
— Ma Franz sarà giunto coi 4 mila scudi? disse Château-Renaud. Che
diavolo! non può trovarsi in impaccio per 4 mila scudi chi porta il
nome di Franz d’Épinay o d’Alberto de Morcerf!
— No, ma egli giunse solamente, e semplicemente accompagnato dal
convitato che vi ho annunziato, e che spero potervi presentare.
— E che! è dunque Ercole che uccide Caco questo signore? un Perseo che
libera Andromeda?
— No, è un uomo in circa della mia corporatura.
— Armato fino ai denti? — Non aveva neppure un ferro da calzetta. —
Egli dunque contrattò il vostro riscatto?
— Disse due parole all’orecchio del capo ed io fui liberato.
— Anzi gli fecero perfino le scuse d’avervi arrestato, disse Beauchamp.
— Precisamente, rispose Morcerf
— Ma che! era dunque l’Ariosto quest’uomo?
— No, era semplicemente il conte di Monte-Cristo.
— Non v’è nessuno che si chiami così, disse Debray.
— Io non credo, soggiunse Château-Renaud colla presenza d’animo
dell’uomo che tiene sulla punta delle dita tutte le genealogie delle
famiglie nobili dell’Europa; chi è che conosca in alcuna parte un conte
di Monte-Cristo?
— È forse un qualche casato proveniente dalla Terra Santa, disse
Beauchamp, uno dei suoi avi avrà posseduto il Calvario, come i Mortmart
il Mar morto.
— Perdono, disse Massimiliano, ma io credo di potervi togliere
d’impaccio, signori: Monte-Cristo è una piccola isola, di cui ho
sovente inteso parlare dai marinari impiegati da mio padre; un grano di
sabbia in mezzo al Mediterraneo, un atomo nell’infinito.
— Ed è perfettamente ciò, signore, disse Alberto. Ebbene! di questo
grano di sabbia, di questo atomo è signore e re colui di cui vi parlo;
egli avrà comprato il diploma di conte in qualche parte della Toscana.
— È dunque ricco il vostro conte? — In fede mia, lo credo! — Ma ciò
deve vedersi, mi sembra? — Ecco ciò che v’inganna, Debray. — Io non vi
capisco affatto.
— Avete letto le _Mille e una notte_?
— Per bacco! bella domanda!
— Ebbene! sapete se le persone che vi si vedono sono ricche o povere?
se i loro grani di frumento sono rubini o diamanti? essi hanno
l’aspetto di miserabili pescatori, n’è vero? voi li trattate come tali,
e d’un subito vi aprono qualche caverna misteriosa, e vi trovate un
tesoro da comprare le Indie: il mio conte di Monte-Cristo è uno di quei
pescatori: ha perfino un nome tolto da quella professione, si chiama
Sindbad il marinaro, e possiede una caverna piena d’oro.
— L’avete veduta? domandò Beauchamp.
— Io no; Franz sì. Ma zitti! non bisogna dire una parola di tutto ciò
davanti a lui. Franz vi discese cogli occhi bendati, e fu servito
da uomini muti, e da donne, in paragone delle quali Cleopatra non
era, a quanto pare che una _lorette_. Soltanto delle donne egli non
è ben sicuro, attesochè esse non apparvero che dopo aver mangiato
dell’_hatchis_; di modo che potrebbe darsi che quelle che ha prese per
donne, non fossero state bonariamente che statue.
I giovani amici guardarono Morcerf con uno sguardo che voleva dire: —
Ma che mio caro, diventate voi insensato, o vi burlate di noi?
— In fatto, disse Morrel pensieroso, ho inteso raccontare anch’io da un
vecchio marinaro, chiamato Penelon qualche cosa di consimile a ciò che
dice il signor di Morcerf.
— Ah! fece Alberto, sono ben fortunato che Morrel venga in mio
aiuto. Vi dispiace, n’è vero, ch’egli getti un gomitolo di filo nel
mio laberinto? — Perdonate, mio caro ma ci raccontate cose tanto
inverisimili... — Ah! per bacco! perchè i vostri ambasciatori, i vostri
consoli non ve ne parlano! essi non ne hanno il tempo, hanno troppo da
fare nel molestare i loro compatriotti che viaggiano.
— Ah! ecco che v’inquietate, e ve la prendete coi nostri poveri
diplomatici. Eh! mio Dio! con che volete che vi proteggano? la _Camera_
corrode ogni giorno i loro stipendi, ed ora è al punto di non trovarne
più. Volete diventare ambasciatore? vi farò nominare a Costantinopoli.
— No, perchè il sultano alla prima nota in favore di Mehemet-Alì, mi
manderebbe il cordone, e i miei segretari mi strangolerebbero.
— Vedete bene! disse Debray. — Sì, tutto ciò non toglie che esiste il
mio conte di Monte-Cristo! — Per bacco! tutti gli uomini esistono, bel
miracolo! — Tutti gli uomini esistono, ma non in simili condizioni.
Tutti gli uomini non hanno schiavi neri, gallerie principesche, armi
alla Casauba, cavalli da 6 mila franchi l’uno, e greche _mantenute_.
— L’avete voi veduta la Greca da lui _mantenuta_?
— Sì, l’ho veduta ed intesa; veduta al teatro Valle, intesa un giorno
che facevo colazione dal conte.
— Il vostro uomo straordinario dunque mangia?
— In fede mia, che mangia! e tanto poco, che non merita la pena di
parlarne.
— Voi vedrete poi che sarà un vampiro.
— Ridete, se volete, questa era l’opinione della contessa G***, che,
come voi sapete, ha conosciuto lord Ruthwen.
— Ah! buono! disse Beauchamp, ecco per un uomo non giornalista, il
simile del famoso serpente di mare del _Constitutionel_; un vampiro,
perfettamente!
— Occhio rossiccio, la cui pupilla si dilata e restringe a volontà,
disse Debray, volto ad angolo sviluppato, fronte spaziosa, tinta
livida, barba nera, denti bianchi ed acuti, compitezza tutta
particolare.
— Ebbene! precisamente è tutto ciò, Luciano, disse Morcerf, ed i
connotati sono riportati a puntino. Sì, compitezza acuta ed incisiva.
Quest’uomo spesso mi ha fatto fremere, e particolarmente un giorno,
fra gli altri, che guardavamo insieme una esecuzione, ho creduto di
essere presso a svenirmi, molto più per vederlo e sentirlo ragionare
freddamente su tutti i supplizi della terra, di quella che per guardare
il carnefice eseguire il suo ufficio, e sentire le grida del paziente.
— E non vi ha condotto fra le rovine del Colosseo per succhiarvi il
sangue, Morcerf? disse Beauchamp.
— Ovvero dopo avervi liberato non vi ha fatto firmare qualche pergamena
color di fuoco, in virtù della quale gli cediate la vostra anima?
— Scherzate! scherzate quanto volete, signori! disse Morcerf punto sul
vivo. Quando osservo voi altri belli parigini, abituati al baluardo di
Gand, passeggiatori del bosco di Boulogne, e mi ricordo di quest’uomo,
mi pare che non siamo della stessa specie.
— Me ne glorio, disse Beauchamp.
— Il vostro conte di Monte-Cristo, soggiunse Château-Renaud, è però
sempre un galantuomo nelle ore d’ozio, salvo però le sue piccole
intelligenze coi banditi Italiani.
— Ma se non vi sono banditi Italiani! soggiunse Debray.
— Non vi sono vampiri! disse Beauchamp.
— Non esiste il conte di Monte-Cristo! riprese Debray.
— Ascoltate, caro Alberto, suonano le dieci e mezzo.
— Confessate che avete veduto un fantasma, e andiamo a far colazione,
disse Beauchamp.
Ma la vibrazione dell’orologio a pendolo non era ancora estinta, quando
la porta si aprì, e Germano annunziò:
— S. E. il conte di Monte-Cristo!
Tutti gli uditori fecero loro malgrado un movimento che dinotava la
preoccupazione da Morcerf infiltrata nelle loro anime col suo racconto.
Alberto stesso non potè esimersi da una commozione momentanea. Non
era stato inteso nè carrozza sulla strada, nè passi nell’anticamera;
la porta stessa si era aperta senza rumore. Il conte comparve sul
limitare, vestito colla più grande semplicità, ma il _lion_ più
esigente non avrebbe saputo trovarvi la più piccola mancanza. Tutto
era di un gusto squisito, tutto usciva dalle mani dei più eleganti
fornitori, abiti, cappello, biancheria.
Sembrava avere appena 35 anni, ma ciò che sorprese tutti si fu
l’estrema rassomiglianza col ritratto che ne aveva descritto Debray.
Il conte si avanzò sorridendo in mezzo al salotto, e andò direttamente
da Alberto, che venendogli incontro gli offerse con trasporto la mano.
— L’esattezza, disse Monte-Cristo, è la gentilezza dei re, per quanto
ha preteso, io credo, uno dei vostri sovrani. Ma qualunque sia la loro
buona volontà, non è però sempre quella dei viaggiatori. Però io spero,
mio caro visconte, che mi scuserete, in grazia della mia buona volontà,
i due o tre secondi di ritardo al nostro convegno; 500 leghe non si
fanno senza qualche contrattempo, particolarmente in Francia ove è
proibito, a quanto sembra, di battere i postiglioni.
— Signor conte, rispose Alberto, io era sul punto di annunziare la
vostra visita ad alcuni dei miei amici, da me riuniti ad occasione
della promessa che mi faceste, e che ho l’onore di presentarvi. Questi
signori sono, il conte di Château-Renaud, la cui nobiltà risale a 12
Pari, i cui antenati hanno avuto posto alla tavola rotonda: Luciano
Debray, segretario particolare del ministro dell’Interno; Beauchamp,
terribile giornalista, il terrore del governo francese, e di cui forse,
ad onta dalla sua celebrità non avrete inteso parlare in Italia, atteso
che il suo giornale non vi può entrare; finalmente Massimiliano Morrel
capitano degli _Spahis_. — A questo nome, il conte, che fino allora
aveva salutato cortesemente, ma con una freddezza ed una impassibilità
tutta inglese, fe’ suo malgrado un passo in avanti, ed una leggera
tinta vermiglia passò come un lampo sulle sue pallide guance: — Il
signore porta l’uniforme dei nuovi vincitori francesi? diss’egli, è una
bell’uniforme.
Non sarebbe stato possibile poter dire quale fosse il sentimento che
dava alla voce del conte una così profonda vibrazione e che faceva
brillare suo malgrado l’occhio tanto bello, tanto sereno e limpido,
quando non aveva alcun motivo per velarlo. — Voi non avevate mai veduti
i nostri affricani, sig. conte? disse Alberto. — Giammai, replicò il
conte, ritornato perfettamente padrone di sè stesso.
— Ebbene, sig. conte, sotto quest’uniforme batte uno dei cuori più
bravi e più nobili dell’esercito...
— Oh! sig. conte, interruppe Morrel.
— Lasciatemi dire, capitano... Non ha guari, continuò Alberto, abbiamo
inteso un tratto così eroico del signore, che, quantunque io lo
veda oggi per la prima volta, reclamo da lui il favore di potervelo
presentare come un mio amico. — E sarebbesi potuto anche a queste
parole, scorgere nel conte quello strano sguardo di fissazione, quel
rossore fuggitivo, e quel leggero tremore della palpebra, che in lui
dinotava emozione: — Ah il signore ha un cuor nobile, disse il conte;
tanto meglio!
Questa specie di esclamazione che corrispondeva piuttosto col
pensiero del conte, che col discorso d’Alberto sorprese tutti, ma
particolarmente Morrel, che guardò il conte di Monte-Cristo con
istupore. Ma in pari tempo il tuono della voce era stato sì dolce e
per così dire sì soave, che, per quanto strana fosse apparsa questa
esclamazione non v’era ragione in alcun modo d’offendersene.
— Perchè dunque ne dubiterebbe egli? disse Beauchamp a Château-Renaud.
— In verità, ripose questi, che, coll’abitudine del _gran mondo_ e
la chiarezza pel suo colpo d’occhio aristocratico, aveva penetrato in
Monte-Cristo tutto ciò che era in lui penetrabile, in verità Alberto
non ci ha ingannati, è un personaggio singolare questo conte; che ne
dite Morrel?
— In fede mia, rispose questi, ha l’occhio franco e la voce simpatica
di modo che mi piace ad onta della bizzarra riflessione che ha fatta
sul conto mio.
— Signore! disse Alberto, Germano m’avvisa che la colazione è
all’ordine. Mio caro conte, permettetemi che v’insegni la strada. —
Passarono silenziosamente nella sala da pranzo, e ciascuno si mise al
suo posto.
— Signori, disse il conte sedendosi, permettetemi una confessione che
sarà la mia scusa per tutte le inconvenienze che potrò commettere: sono
forestiere ma forestiere a tal punto che questa è la prima volta che
vengo a Parigi. La vita francese mi è dunque perfettamente sconosciuta,
non avendo fino ad ora seguita che la sola orientale, la più antipatica
alle buone tradizioni parigine. Vi prego dunque a scusarmi se
ritroverete in me qualche cosa di troppo turco, o di troppo arabo.
Detto ciò, signori, facciamo colazione.
— Dal modo come ha detto tutto ciò, mormorò Beauchamp, si conosce che è
un gran signore.
— Un gran signore straniero, soggiunse Debray.
— Un gran signore cosmopolita, disse Château-Renaud.
Ognuno ricorderà che il conte era un convitato sobrio. Alberto ne
fece le sue osservazioni, e manifestò il timore che non avesse a
dispiacergli la vita parigina fin dal suo bel principio nella parte
più materiale, è vero, ma nello stesso tempo più necessaria: — Mio
caro conte, diss’egli, voi mi vedete colpito da un timore, ed è che
la cucina della strada d’Helder non abbia a dispiacervi tanto, quanto
quella della piazza di Spagna. Avrei dovuto chiedervi ciò che più vi
gusta, o farvi preparare qualche piatto di vostra fantasia.
— Se voi mi conosceste di più, rispose sorridendo il conte, non vi
preoccupereste di una cosa quasi umiliante per un viaggiatore quale
io sono, che ha successivamente vissuto con maccheroni a Napoli, con
polenta a Milano, con olla pudrida a Valenza, con riso asciutto a
Costantinopoli, con karrick nelle Indie, e con nidi di rondinelle nella
China. Non vi è una cucina particolare per un cosmopolita come sono
io: mangio di tutto, ed in ogni luogo; solo mangio poco, ed oggi che
voi mi rimproverate la mia sobrietà, sono in una delle giornate del mio
massimo appetito, perchè da ieri mattina non ho più mangiato.
— Come da ieri mattina? esclamarono i convitati, non avete mangiato da
26 ore?
— No, rispose il conte, fui obbligato di deviare dalla mia strada per
portarmi a Nimes a prendere in quei dintorni alcune informazioni, di
modo che era un poco in ritardo; e non ho voluto fermarmi.
— Ma avrete mangiato in carrozza? chiese Morcerf.
— No, ho dormito, come mi succede quando mi annoio senza avere il
coraggio di distrarmi, o quando ho fame senza aver volontà di mangiare.
— Ma dunque, comandate al sonno? domandò Morrel.
— Presso a poco. — Avete voi una ricetta per questo?
— Infallibile. — Ecco ciò che sarebbe eccellente per noi Affricani,
che non abbiamo sempre che mangiare, e che difficilmente abbiamo di che
bere, disse Morrel.
— Sì, disse il conte, disgraziatamente la mia ricetta, buona per
un uomo come me, che conduco una vita di eccezione, sarebbe molto
pericolosa applicata ad un esercito che non si sveglierebbe più, quando
se ne avesse bisogno.
— Si può sapere che è questa ricetta? chiese Debray.
— Oh! mio Dio! sì, disse il conte, non ne faccio alcun segreto; è un
mischio di eccellente oppio che io stesso sono stato a cercare a Canton
per esser certo d’averlo puro, e del miglior _hatchis_ che si raccolga
in Oriente, cioè fra il Tigri e l’Eufrate. Si riuniscono questi due
ingredienti in porzioni eguali, e se ne formano delle specie di pillole
che s’inghiottiscono quando uno ne ha bisogno. L’effetto si produce
dieci minuti dopo. Domandatene al barone Franz d’Épinay, che credo un
giorno ne abbia gustato.
— Sì, rispose Morcerf, me ne ha detto qualche parola, ed anzi ne ha
conservato grata memoria.
— Ma, disse Beauchamp, che nella sua qualità di giornalista era molto
incredulo, porterete sempre questa droga con voi?
— Sempre, rispose il conte di Monte-Cristo.
— Sarei indiscreto se vi domandassi di vedere queste pillole? continuò
Beauchamp nella speranza di cogliere lo straniero in fallo.
— No, signore, rispose il conte. E cavò di tasca una maravigliosa
bomboniera scavata in un solo smeraldo, e chiusa con un fermaglio
d’oro, che, aprendosi, dava passaggio ad una pillola di color verdastro
della grossezza di un pisello. Questa pillola aveva un odore acre
e penetrante; ve ne erano 4, o 5 nella cavità dello smeraldo che ne
poteva contenere circa una dozzina.
La bomboniera fece il giro della tavola, ed i convitati se la facevano
passare più per esaminare la magnificenza dell’ammirabile smeraldo che
per guardare e fiutare le pillole che conteneva. — È forse il vostro
cuoco che vi prepara questo regalo? domandò Beauchamp.
— No, signore, disse il conte di Monte-Cristo; non abbandono in tal
modo i miei piaceri reali all’arbitrio di mani indegne; sono abbastanza
buon chimico per prepararmi da me stesso queste pillole.
— Questo è uno smeraldo ammirabile, ed è il più grosso che abbia mai
veduto, quantunque mia madre abbia qualche gioia di famiglia molto
notevole, disse Château-Renaud.
— Di questi ne aveva tre, soggiunse il conte di Monte-Cristo; uno ne
regalai al Gran signore che ne ha adornata la sua sciabola; l’altro a
persona che non debbo nominare; il terzo l’ho riserbato per me, e l’ho
fatto scavare, la qual cosa gli ha tolto la metà del valore, ma lo ha
reso più comodo per l’uso al quale l’ho destinato.
Ciascuno guardò il conte di Monte-Cristo con meraviglia; parlava con
tanta semplicità, che faceva conoscere ad evidenza essere vero ciò che
diceva, o essere pazzo: ciò non ostante lo smeraldo che rimaneva nelle
sue mani faceva piuttosto inclinare a credere la prima supposizione.
— E che vi hanno dato in contraccambio le persone cui avete fatti
simili doni? chiese Debray.
— Il Gran-signore mi concesse la libertà di una donna, rispose il
conte; l’altra persona la vita di un uomo. Di modo che per due volte
sono stato così possente, come se fossi nato sui gradini di un trono.
— E forse fu Peppino che liberaste, n’è vero? gridò Morcerf; a lui
forse applicaste il vostro diritto di grazia?
— Può darsi, disse Monte-Cristo sorridendo.
— Sig. conte, disse Morcerf, non potete formarvi un’idea del piacere
che provo nel sentirvi parlare in tal modo. Vi aveva di già annunziato
ai miei amici come un uomo favoloso, come un mago delle _Mille e
una Notte_, come uno stregone del medio evo; ma i parigini sono
persone talmente sottili nei paradossi, che prendono per capricci
dell’immaginazione le verità più incontrastabili, quando esse non
entrano nelle condizioni della loro giornaliera esistenza. Per esempio,
ecco Debray che legge, e Beauchamp che stampa tutti i giorni, essere
stato fermato e spogliato sul baluardo qualche membro Jockey-Club
in ritardo, che furono assassinate quattro persone sulla strada
Saint-Denis o nel sobborgo San-Germano; che sono stati arrestati 4, 10,
20 ladri, sia in un caffè sul baluardo del Tempio, sia alle Terme di
Giulio, e negano l’esistenza dei banditi nelle Maremme, nella Campagna
Romana, e nelle paludi Pontine. Dite dunque voi stesso, ve ne prego,
signor conte, che sono stato preso da questi banditi, e che, senza la
vostra generosa intercessione, io oggi aspetterei, secondo tutte le
probabilità, la resurrezione finale nelle catacombe di San Sebastiano,
invece di dar loro da colazione nella mia piccola ed indegna casa
strada di Helder.
— Bah! voi mi avete promesso di non parlarmi più di questa miseria. —
Non sono io che vi ho fatto questa promessa, sig. conte, gridò Morcerf,
sarà stato qualche altro cui avete reso un simile servigio, e che ora
confondete con me. Parliamone anzi, ve ne prego; perchè se vi risolvete
a parlare di questa particolarità, non solo ridirete alcune cose che
so, ma molte altre ancora che non so.
— Ma mi sembra che in tutto questo affare, soggiunse il conte ridendo,
abbiate sostenuto una parte di troppa importanza, per sapere al par di
me tutto ciò che è accaduto.
— Volete promettermi, che, se dico tutto quel che so, mi direte tutto
quello che non so?
— È troppo giusto, rispose Monte-Cristo.
— Ebbene! soggiunse Morcerf, dovesse il mio amor proprio ancora
soffrirne, mi sono creduto per tre giorni l’oggetto delle civetterie
di una maschera che aveva presa per discendente delle Tulie, o delle
Poppee, nel mentre che ero puramente e semplicemente l’oggetto delle
frascherie di una contadina; e notate bene che dico contadina per non
dire villana. Ciò che io so si è, che a guisa di un gonzo, più gonzo
ancora di colui di cui si parlava non ha guari, ho preso per questa
persona un giovine bandito dai 15 ai 16 anni, col mento imberbe,
la vita sottile, che al momento in cui voleva emanciparmi fino a
depositare un bacio sulla sua casta spalla, mi ha messo le pistole
alla gola, e coll’aiuto di altri sette o 8 banditi, mi ha condotto o
piuttosto mi ha trascinato nel fondo delle catacombe di San Sebastiano,
ove trovai un capo di banditi molto letterato, in fede mia, che leggeva
i commentari di Giulio Cesare, e che si è degnato d’interrompere la
lettura per dirmi che se la dimane alle 6 del mattino non aveva versati
4 mila scudi nella sua cassa alle sei ed un quarto avrei perfettamente
cessato di vivere. La lettera vi è, essa è nelle mani di Franz, firmata
da me, con _post-scriptum_ di Mastro Luigi Vampa. Se ne dubitate,
scriverò a Franz che farà legalizzare le firme. Ecco ciò che so. Or
quello che mi resta a sapere si è, come mai, voi, sig. conte, siate
giunto ad incutere ai banditi di Roma un sì gran rispetto, ad essi
che nulla rispettano. Vi confesso che Franz ed io ne fummo rapiti
d’ammirazione.
— Niente di più semplice, signore, rispose il conte, io conosceva
il famoso Vampa da più di dieci anni. Quand’egli era ancor giovine e
pastore, un giorno gli regalai, non mi sovviene ora qual moneta d’oro,
perchè m’indicò la strada, ed egli, per non avere niente del mio, mi
dette in cambio un pugnale, intagliato colle sue mani, e che voi forse
avrete notato nella mia collezione d’armi. Col tempo, sia ch’egli
dimenticasse questo ricambio di piccoli regali che doveva mantenere
l’amicizia fra di noi, sia che non mi avesse riconosciuto, tentò di
arrestarmi; ma io al contrario arrestai lui con una dozzina dei suoi
compagni. In allora poteva abbandonarlo alla giustizia romana che è
speditiva, e che si sarebbe ancora sollecitata di più a suo riguardo,
ma non lo feci; invece lo rimandai con tutti i suoi.
— A condizione che non peccassero più, disse il giornalista ridendo.
Vedo con piacere ch’essi hanno mantenuta scrupolosamente la parola.
— No, signore, rispose Monte-Cristo, a condizione che rispettassero
sempre me ed i miei amici.
— Alla buon’ora, gridò Château-Renaud, ecco il primo uomo coraggioso
che sento predicare lealmente e brutalmente l’egoismo; ciò è
bellissimo, bravo! signor conte.
— Almeno ciò è molto franco, disse Morrel; ma sono sicuro che il conte
non si è pentito di avere una volta mancato a questi principi, che ora
ci ha esposti in modo così assoluto.
— Ed in qual modo ho mancato ai miei principi, signore? domandò
Monte-Cristo che di tempo in tempo non poteva esimersi dal guardare
Massimiliano con tanta attenzione, che già due o tre volte l’ardito
giovine era stato costretto ad abbassar gli occhi, rimpetto allo
sguardo limpido e chiaro del conte.
— Mi sembra, rispose Morrel, che liberando il sig. di Morcerf che non
conoscevate voi servivate al prossimo, ed alla società...
— Di cui egli fa il più bell’ornamento, disse con gravità Beauchamp,
vuotando in un sol fiato un bicchiere di Champagne.
— Sig. conte, gridò Morcerf, eccovi preso dal ragionamento, voi, uno
dei più aspri logici che io conosca. E starete a vedere, che quanto
prima vi sarà dimostrato, che in vece d’essere un egoista, siete un
filantropo. Ah! voi vi spacciate per Orientale, Levantino, Maltese,
Indiano, Chinese, Selvaggio, vi chiamate Monte-Cristo per nome di
famiglia, Sindbad il marinaro per nome di battesimo, ed eccovi, che il
primo giorno che mettete il piede in Parigi, già possedete il più gran
merito, od il più gran difetto della nostra eccentricità parigina, vale
a dire vi usurpate i vizi che non avete!
— Mio caro visconte, disse Monte-Cristo, non vedo in tutto ciò che ho
detto o fatto, una sola parola che possa meritarmi, per parte vostra
e di questi signori, l’elogio che ricevo. Voi non mi eravate estraneo,
poichè vi avevo data una colazione, vi aveva prestata per otto giorni
una carrozza, avevamo veduto insieme passare le maschere pel Corso, e
perchè avevamo guardato dalla stessa finestra della piazza del Popolo
quella esecuzione che vi fece tanta impressione che quasi sveniste.
Ora, lo domando a questi signori, poteva io lasciare il mio ospite
nelle mani di quei spaventosi banditi, come voi li chiamate? D’altra
parte lo sapete, aveva nel salvarvi un secondo fine, qual era quello
di servirmi di voi per introdurmi nella società di Parigi quando
fossi venuto a visitare la Francia. Per qualche tempo avete potuto
considerare questa risoluzione come un disegno vago ed incerto; ma
oggi lo vedete, è una bella e buona realtà, alla quale bisogna che vi
sottomettiate, sotto pena di mancare alla vostra parola.
— Ed io la manterrò, disse Morcerf, ma temo che presto vi cadrà ogni
illusione, mio caro conte, voi, avvezzo ai luoghi pieni d’avventure,
agli avvenimenti pittoreschi, ai fantastici orizzonti. Presso noi non
vi accadrà il più piccolo episodio di quelli cui la vita fantastica vi
ha abituato. Il nostro Chimboraco è Montmartre; il nostro _Himalaya_ è
il monte Valérien, il nostro _Gran Deserto_ è la pianura di Grenelle,
e vi forano ancora un pozzo artesiano perchè le carovane vi trovino
dell’acqua. Noi abbiamo dei ladri ed anche molti, quantunque non ve ne
siano tanti quanti si dice; ma essi temono egualmente la più piccola
spia come il più gran signore; finalmente la Francia è un paese così
prosaico, e Parigi una città tanto incivilita, che non troverete,
cercando ancora per tutti gli 85 nostri dipartimenti (dico 85
dipartimenti, perchè, ben inteso eccettuo la Corsica dalla Francia) che
non troverete una sola montagna in cui non vi sia un telegrafo, la più
piccola grotta un poco oscura nella quale un commissario di polizia non
abbia fatto porre un becco a gas. Non vi è dunque che un solo servigio
che posso rendervi, mio caro conte, e per questo mi metto interamente
a vostra disposizione; ed è di presentarvi ovunque, e farvi presentare
dai miei amici; abbenchè voi per questo non abbiate bisogno d’alcuno:
col vostro nome, la vostra fortuna, ed il vostro spirito (Monte-Cristo
s’inchinò con un sorriso leggermente ironico), ognuno si presenta
ovunque da sè stesso, ed ovunque è ben ricevuto. In realtà adunque non
posso essere buono per voi che ad una cosa sola: se l’abitudine della
vita parigina, se la esperienza dei nostri comodi, se la conoscenza dei
nostri bazar possono raccomandarmi a voi mi metto a vostra disposizione
per ritrovarvi una conveniente abitazione. Non oso proporvi di farvi
parte del mio alloggio, come ho partecipato del vostro a Roma, non
professo l’egoismo ma sono egoista per eccellenza; perchè il mio
alloggio non potrebbe contenere oltre me neppure un’ombra.... a meno
che non fosse quella di una donna.
— Ah! fece il conte, ecco una riserva del tutto matrimoniale; voi
infatto a Roma mi avete detto qualche parola di un matrimonio in
trattativa; debbo congratularmi sulla vostra prossima felicità?
— La cosa è sempre allo stato di disegno, sig. Conte.
— E chi dice disegno, soggiunse Debray, vuol dire eventualità. — No,
no, disse Morcerf; mio padre vi ha dell’impegno, e spero fra poco di
presentarvi se non mia moglie, almeno la mia fidanzata in madamigella
Eugenia Danglars.
— Eugenia Danglars! riprese Monte-Cristo; aspettate dunque; suo padre
non è il Conte Danglars? — Sì rispose Morcerf; ma conte di nuova
formazione. — Oh! che importa! rispose Monte-Cristo, s’egli ha reso
allo stato dei servigi che gli abbiano meritata questa distinzione.
— Servigi enormi, disse Beauchamp. Quantunque liberale nell’anima,
nel 1829, completò un prestito di sei milioni a Carlo X che lo ha,
sulla mia fede, fatto conte e cavaliere della legione d’onore, di modo
che egli porta la decorazione non al taschino del giubbetto, come si
potrebbe credere, ma bell’e bene all’occhiello dell’abito.
— Ah! disse Morcerf ridendo, Beauchamp, riserbate questi frizzi
per inserirli sul _Corsaire_ o sul _Charivari_; ma in mia presenza
risparmiate il mio futuro suocero. — Quindi volgendosi a Monte-Cristo:
— Ma voi poco fa ne pronunciaste il nome come se conosceste il conte?
— Non lo conosco, disse negligentemente Monte-Cristo, ma probabilmente
non tarderò molto a fare la sua conoscenza, atteso che ho dei crediti
aperti su lui dalla casa Richard e Blount di Londra, Arstein e Esheles
di Vienna, Thomson e French di Roma. — Pronunciando questi due ultimi
nomi, Monte-Cristo guardò colla coda dell’occhio Massimiliano Morrel.
Se lo straniero aveva calcolato di produrre dell’effetto sopra
Massimiliano Morrel, non s’era ingannato. Massimiliano si commosse
come se avesse ricevuta una scossa elettrica. — Thomson e French!
diss’egli, conoscete questa casa signore? — Sono i miei banchieri nella
capitale del mondo cristiano, rispose tranquillamente il conte: posso
esservi giovevole con essi? — Ah! signore, voi potreste aiutarmi forse
in certe ricerche, che fino ad oggi sono state infruttuose. In altro
tempo questa casa ha reso un grandissimo servigio alla nostra, e non
so perchè, essa ha sempre negato di avercelo reso. — Sono ai vostri
comandi, rispose Monte-Cristo inchinandosi. — Ma noi, disse Morcerf,
ci siamo allontanati in modo particolare ed a proposito di Danglars
dall’argomento della conversazione. Si trattava di ritrovare una casa
conveniente al conte di Monte-Cristo. Andiamo signori, orizzontiamoci
per averne un’idea: ove alloggeremo questo nuovo ospite del gran
Parigi?
— Nel sobborgo _San Germano_, disse Château-Renaud; là il signore
ritroverà una graziosa abitazione posta fra il cortile ed il giardino.
— Bah! Château-Renaud, disse Debray, voi non conoscete che il vostro
tristo ed ammuffito sobborgo _San Germano_; non lo ascoltate, signor
conte, alloggiate _Chaussée-d’Antin_, è il vero centro di Parigi.
— Baluardo dell’_Opera_, disse Beauchamp; al primo piano, una casa
con ringhiera; il signor conte vi farà portare dei cuscini di broccato
d’argento, e vedrà, fumando la sua pipa turca, o inghiottendo le sue
pillole, tutta la capitale sfilare sotto i suoi occhi.
— E voi, disse Château-Renaud, voi Sig. Morrel non avete alcuna idea?
nulla proponete.
— Anzi, disse il giovine militare, al contrario, ne ho una, ma
aspettava che il signore si fosse lasciato tentare da qualcuna delle
brillanti proposizioni che gli sono state fatte. Ora, non avendo egli
risposto, credo potergli offrire un appartamento in una casa piccola
ma graziosa, tutta alla Pompadour, che mia sorella ha preso in fitto da
circa un anno nella strada Meslay.
— Voi avete una sorella? domandò Monte-Cristo.
— Sì, signore, ed una eccellente sorella.
— Maritata? — Ben presto saranno 9 anni.
— E felice? domandò di nuovo il conte.
— Tanto felice, quanto è permesso d’esserlo a creatura umana, rispose
Massimiliano. Ella sposò l’uomo che amava, quello che ci rimase fedele
nella nostra avversa fortuna, Emmanuele Herbaut. — Monte-Cristo
sorrise impercettibilmente. — Io abito là durante il mio semestre,
continuò Massimiliano, e di unita a mio cognato Emmanuele noi saremo a
disposizione del sig. conte per tutte quelle informazioni che potesse
desiderare.
— Un momento, gridò Alberto prima che Monte-Cristo avesse avuto il
tempo di rispondere; ponete mente a ciò che fate, volete rinchiudere un
viaggiatore, come Sindbad il marinaro, nella vita di famiglia. Un uomo
che è venuto a vedere Parigi, volete farlo diventare un patriarca?
— Oh! no, rispose Morrel sorridendo, mia sorella ha 25 anni, mio
cognato 30: sono giovani, allegri, e felici; d’altra parte il sig.
conte avrà il proprio appartamento, e non incontrerà gli ospiti che
quando gli piacerà di scendere da loro.
— Grazie, signore, grazie, disse Monte-Cristo, mi contenterò di essere
da voi presentato a vostra sorella ed a vostro cognato, se volete farmi
questo onore: ma non posso accettare le offerte di nessuno di questi
signori, attesochè ho già la mia abitazione preparata.
— Come! gridò Morcerf, voi andate a smontare ad una locanda? sarebbe
troppo disdicevole per voi.
— Ma stava io forse tanto male a Roma? domandò Monte-Cristo.
— Per bacco! a Roma, disse Morcerf, avevate speso 50 mila scudi per
farvi ammobiliare un appartamento, e presumo che non sarete tutti i
giorni disposto ad una simile spesa.
— Non è ciò che mi ha trattenuto, rispose Monte-Cristo; aveva stabilito
d’avere una casa a Parigi, intendo una casa mia. Ho mandato avanti
il mio cameriere, ed a quest’ora deve già averla comprata, e fatta
ammobiliare.
— Ma diteci dunque, che avete un cameriere che conosce Parigi, gridò
Beauchamp.
— È la prima volta, signore, ch’egli, come me viene in Francia, è moro,
e non parla, disse Monte-Cristo. — Allora è Alì? domandò Alberto in
mezzo alla sorpresa generale.
— Sì, è Alì, egli stesso, il mio Nubiese, il mio Moro, che voi,
cred’io, avete veduto a Roma.
— Sì, certamente, rispose Morcerf, me lo ricordo benissimo.
— Ma come mai avete voi incaricato uno della Nubia di comprarvi una
casa a Parigi, e un muto di farvela ammobiliare? Il povero disgraziato
avrà fatte tutte le cose di traverso.
— Disingannatevi, signore, anzi sono certo che avrà scelto ogni cosa a
seconda del mio gusto; poichè voi sapete che il mio gusto non è quello
di tutti; è giunto or sono otto giorni, avrà percorsa tutta la città
con quell’istinto naturale che userebbe un bravo cane da caccia che
andasse cacciando da sè solo; egli conosce i miei capricci, le mie
fantasie, i miei bisogni; avrà ordinato tutto a modo mio; sapeva che
sarei arrivato qui alle dieci; fin dalle 9 mi aspettava alla barriera
di Fontainebleau. Mi ha consegnato questo biglietto, che è il mio nuovo
indirizzo: prendete e leggete.
— _Campi-Elisi_ n. 30, lesse Morcerf.
— Ah! è veramente originale! non potè far di meno di dire Beauchamp.
— E grandemente principesca! aggiunse Château-Renaud. — Come, voi non
conoscete la vostra casa? domandò Debray. — No, disse Monte-Cristo. Vi
dissi già che non voleva tardare al convegno. Feci la mia toletta in
carrozza, e sono venuto a discendere alla porta del visconte.
I giovani si guardarono l’un l’altro; essi non sapevano se Monte-Cristo
avesse voluto rappresentare una commedia; ma tutto ciò che usciva dalla
bocca di quest’uomo, aveva, non ostante la sua originalità, una tale
impronta di semplicità, che non potevasi supporre ch’egli avesse dovuto
mentire. D’altra parte, perchè avrebbe egli mentito? — Bisognerà dunque
contentarsi di rendere al sig. conte, disse Beauchamp, tutti quei
piccoli servigi che saranno in nostro potere. Io, nella mia qualità
di giornalista, gli apro tutti i teatri di Parigi. — Grazie, signore,
disse sorridendo Monte-Cristo, il mio intendente ha di già ricevuto
l’ordine di prendere in fitto un palco in ciascuno d’essi. — E il
vostro intendente è pure uno della Nubia, un muto? domandò Debray.
— No, signore, egli è semplicemente un vostro compatriotta, se pure un
Corso è compatriotta di qualcuno; ma voi lo conoscete, sig. de Morcerf.
— Sarebbe egli per caso quel bravo Bertuccio, che è così esperto a
prendere in fitto le finestre?
— Precisamente, e voi lo avete veduto da me, quel giorno ch’ebbi
l’onore di avervi a colazione meco. È un bravissimo uomo, che è stato
un po’ soldato, un po’ contrabbandiere, un po’ infine di tutto ciò che
si può essere. Non giurerei neppure che non abbia avuto qualche intrigo
colla polizia, per una miseria, qualche cosa di consimile ad un colpo
di coltello.
— Ed avete scelto quest’onesto cittadino del mondo, per vostro
intendente, sig. conte? disse Debray; e quanto vi ruba ogni anno?
— Ebbene! parola d’onore! disse il conte, niente più di un altro, ne
sono sicuro; ma mi conviene, non conosce l’impossibilità, ed io lo
tengo.
— Allora, disse Château-Renaud, eccovi con una casa montata; voi avete
un’abitazione ai Campi-Elisi, domestico, intendente: non vi manca più
che una moglie.
Alberto sorrise: pensava alla bella Greca veduta nel palco del conte al
teatro Valle, e al teatro Argentina.
Da lungo tempo erano passati alle frutta, ed ai sigari.
— Mio caro, disse Debray alzandosi, sono le due e mezzo, il vostro
convito è grazioso, ma non vi è buona compagnia che non si sia
obbligati di lasciare, e qualche volta ancora per una cattiva; bisogna
che ritorni al ministero. Parlerò del conte al ministero, e bisognerà
bene che sappiamo chi sia.
— Astenetevene, disse Morcerf, i più maligni vi hanno rinunciato.
— Bah! noi abbiamo tre milioni, per la nostra polizia; è vero che sono
quasi sempre spesi prima; ma non importa: resterà ben sempre un 50mila
fr. da impiegarsi in questo.
— E quando saprete chi è, me lo direte?
— Ve lo prometto. A rivederci, Alberto. Signori, servo umilissimo. — Ed
uscendo, Debray gridò ad alta voce:
— Fate avanzare. — Buono, disse Beauchamp ad Alberto, io non andrò
alla camera, ma avrò ad offrire ai miei lettori molto di meglio che un
discorso del sig. Danglars.
— Di grazia, Beauchamp, disse Morcerf, neppure una parola, ve ne
supplico; non mi togliete il merito di presentarlo, e di spiegarlo. N’è
vero ch’egli è curioso?
— Anche molto meglio che ciò, rispose Château-Renaud, egli è veramente
uno degli uomini più straordinari che abbia mai veduto in vita mia.
Venite Morrel?
— Solo il tempo di dare il mio biglietto al sig. conte, che vorrà
promettermi di venire a farci una visita, strada Meslay n. 14.
— State sicuro che non mancherò, signore, disse inchinandosi il conte.
— E Massimiliano Morrel uscì col barone di Château-Renaud, lasciando
Monte-Cristo solo con Morcerf.