— Che ne dite? domandò Franz.
— Avete la somma che viene richiesta?
— Sì, meno ottocento scudi. — Il conte si accostò allo scrigno e ne
trasse un cassettino pieno d’oro: — Io spero, diss’egli a Franz, che
non vorrete farmi l’ingiuria di dirigervi a tutt’altri fuorchè a me.
— Vedete che all’opposto, sono venuto direttamente da voi, disse Franz.
— Ed io ve ne ringrazio: prendete. — E fece segno a Franz di prendere
nel cassettino.
— Ma è poi assolutamente necessario di mandare questa somma a Luigi
Vampa? chiese il giovine fissando a sua volta lo sguardo sul conte.
— Diavolo! giudicatene da voi stesso: il post-scriptum è preciso.
— Mi sembra che se voleste prendervi l’incomodo di pensarvi, forse
ritrovereste un mezzo per semplificare di molto la faccenda, disse
Franz.
— E quale? chiese il conte meravigliato.
— Per esempio, se andassimo insieme a ritrovar Luigi Vampa, son sicuro
che non vi negherebbe la libertà di Alberto.
— A me? quale influenza volete che abbia su questo bandito? — Non gli
avete testè reso uno di quei servigi che non si dimenticano più? — E
quale?
— Non avete salvato la vita a Peppino?
— Ah! ah! fece il conte; e chi ve lo ha detto?
— Che importa a voi questo? io lo so.
Il conte rimase per un momento muto col sopracciglio aggrottato. — E
se io andassi a ritrovar Vampa, mi accompagnereste voi? — Quando la mia
compagnia non vi fosse disaggradevole. — Ebbene! sia: la notte è bella;
una passeggiata nella campagna romana non può farci che bene.
— Bisognerà prendere armi? — Per far che cosa?
— Danaro? — È inutile. Dove si trova l’uomo che ha portato questo
biglietto? — Nella strada. — Aspetta la risposta?
— Sì. — Bisogna sapere dove andremo: ora lo chiamerò.
— È inutile, egli non ha voluto salire.
— Da voi forse, ma da me non farà nessuna difficoltà.
Il conte aprì la finestra del gabinetto che corrispondeva sulla strada,
e fischiò in un modo particolare. L’uomo dal mantello si staccò dal
muro cui era appoggiato e si avanzò fino al mezzo della strada.
— Salite, disse il conte, con quel tuono con cui si darebbe un ordine
al servitore.
Il messaggiero obbedì senza indugio, senza esitazione anzi
con sollecitudine. Saliti i quattro scalini dell’andito, entrò
nell’albergo, ed in cinque secondi era già alla porta del gabinetto. —
Ah! sei tu, Peppino disse il conte.
Ma Peppino, invece di rispondergli, gli si gettò alle ginocchia,
prese le mani del conte, e v’impresse a più riprese le labbra. — Ah!
ah! disse il conte: tu non hai ancora dimenticato che ti ho salvata
la vita? è singolare! eppure sono già scorsi otto giorni. — No,
eccellenza, non lo dimenticherò mai, rispose Peppino coll’accento della
più viva riconoscenza. — Mai? è troppo lungo; però è ancora molto che
tu lo creda. Alzati e rispondimi.
Peppino gettò uno sguardo inquieto su Franz.
— Oh! Oh! tu puoi parlare davanti a S. E., disse il conte, poichè è un
mio amico. Voi permettete che vi dia questo titolo? disse in francese
volgendosi a Franz, ciò è necessario per ridestare la confidenza in
costui.
— Potete parlare in mia presenza, essendo io un amico del conte. — Alla
buon’ora, disse Peppino volgendosi al conte, V. E. m’interroghi, ed io
risponderò.
— In che modo il conte Alberto è caduto nelle mani di Luigi? —
Eccellenza! la carrozza del francese ha incrociata più di una volta
quella di Teresa. — L’amica del capo? — Sì, il francese le ha fatto
gli occhi dolci. Teresa si è divertita a rispondergli; il francese
le ha gettato dei mazzetti, ella glie ne ha ricambiati, e tutto ciò,
s’intende bene, col consenso del capo che era nella stessa carrozza.
— Come! gridò Franz, Luigi Vampa era nella carrozza delle contadine
romane? — Era quegli che guidava, mascherato da cocchiere, rispose
Peppino. — E poi? chiese il conte. — Ebbene? in seguito il francese
si levò la maschera; Teresa, sempre col permesso del capo, fece
altrettanto; il francese domandò un convegno, Teresa l’accordò;
soltanto fu Beppe che si trovò sugli scalini della chiesa di S.
Giacomo. — Come! interruppe nuovamente Franz, quella persona che gli
strappò il moccoletto?...
— Era un giovine di 15 anni, rispose Peppino: ma il vostro amico non
deve vergognarsi d’essere stato ingannato da lui, egli ne ha ingannati
molti altri.
— E Beppe lo ha condotto fuori le mura? domandò il conte.
— Precisamente. Una carrozza li aspettava alla fine della strada
Macello, Beppe vi salì, invitando il francese a seguirlo, egli non
se lo fece dire due volte. Offerse con tutta galanteria la destra
a Beppe, e gli si assise vicino; questi gli annunziò allora che lo
avrebbe condotto in una villa a tre miglia da Roma; il francese lo
assicurò di essere pronto a seguirlo in capo al mondo. Il cocchiere
si avviò subito per la strada di Ripetta, giunse alla porta S. Paolo,
e a dugento passi nella campagna, siccome il francese diventava un
poco troppo imprudente, in fede mia, Beppe gli appuntò un paio di
pistole alla gola, il cocchiere fermò subito i cavalli, e rivolgendosi
sul sedile, fece altrettanto. Nello stesso tempo quattro dei nostri
che erano nascosti dietro le rive dell’Almo si sono slanciati agli
sportelli. Il francese aveva buona volontà di difendersi, e per poco
non ha strangolato Beppe, a quanto ho inteso dire; ma non v’era da far
nulla contro cinque uomini armati, ed è stato costretto ad arrendersi:
allora fu fatto scendere di carrozza, e seguendo l’argine della
piccola riviera, fu condotto da Teresa e Luigi che lo aspettavano nelle
catacombe di S. Sebastiano.
— Va bene! disse il conte volgendosi a Franz; mi pare che questa storia
ne valga bene un’altra; che ne dite voi che ve ne intendete? — Io
dico che la troverei ridicola, se fosse avvenuta a tutt’altri che al
mio amico. — Fatto è, disse il conte, che se non mi aveste ritrovato
in casa, questa era un’avventura che sarebbe costata un poco cara al
vostro amico: ma tranquillatevi, egli ne sarà riscattato solo con un
poco di paura.
— E noi andiamo a trovarlo? domandò Franz.
— Per bacco! tanto più perchè si trova in una località molto
pittoresca. Conoscete le catacombe di S. Sebastiano?
— No, non vi sono mai disceso; aveva però stabilito che un qualche
giorno vi sarei andato.
— Ebbene, ecco trovata l’occasione, e sarà difficile ritrovarne una
migliore. Avete all’ordine la vostra carrozza?
— No.
— N’importa: io ho l’uso di farne stare una sempre pronta notte e
giorno. — In ordine!
— Sì, io sono molto capriccioso: vi confesso che qualche volta,
alzandomi alla fine del pranzo, o nel mezzo della notte, mi prende
la volontà di portarmi in un punto qualunque del mondo, e parto.
— Il conte dette un tocco al campanello, il cameriere comparve. —
Fate uscire la carrozza dalla rimessa, diss’egli, levate le pistole
che stanno nelle saccocce; è inutile di svegliare il cocchiere, Alì
guiderà.
Dopo un momento s’intese il rumore della carrozza, che si fermò davanti
alla porta. Il conte guardò l’orologio.
— Mezz’ora dopo mezza notte, diss’egli, noi avremmo potuto partire tra
cinque ore, e giungere ancora in tempo; ma questo ritardo forse avrebbe
fatta passare una cattiva notte al vostro compagno; val dunque meglio
andare di corsa a toglierlo dalle mani degl’infedeli. Siete sempre
risoluto di accompagnarmi.
— Più che mai.
— Ebbene! andiamo adunque.
Franz ed il conte uscirono seguiti da Peppino. Alla porta trovarono
la carrozza. Alì era in _serpa_; Franz riconobbe lo schiavo muto della
grotta di Monte-Cristo.
Salirono in carrozza aperta; Peppino si pose vicino ad Alì e partirono
al galoppo. Alì aveva già ricevuti gli ordini; poichè prese la strada
del Corso, e traversò Campo Vaccino, percorse quella di S. Gregorio,
e giunse alla porta di S. Sebastiano; ivi il portinaro volle fare
qualche difficoltà, ma il conte di Monte-Cristo presentò un permesso
del governatore di Roma di potere entrare ed uscire dalla città in
qualunque ora del giorno e della notte; fu dunque aperta la porta; ed
il portinaro ricevette un luigi pel suo incomodo, e passarono.
La strada che percorreva la carrozza era l’antica via Appia, tutta
costeggiata da antichi sepolcri. A quando a quando, al chiarore della
luna che sorgeva, sembrava a Franz di vedere una specie di sentinella
staccarsi da un rudero: ma ad un segnale di Peppino questa spariva
immediatamente fra le ombre. Poco prima del circo di Caracalla la
carrozza si fermò, Peppino venne ad aprire lo sportello, e Franz ed il
conte discesero.
— Fra dieci minuti, disse il conte al compagno, saremo arrivati. — Indi
prese Peppino a parte, gli dette un ordine a bassa voce, e questi partì
dopo essersi munito di una torcia presa nella cassetta della carrozza.
Scorsero ancora cinque minuti, nei quali Franz vide il pastore
inoltrarsi fra gli andirivieni del terreno che forma il suolo ineguale
della campagna romana, e perdersi fra l’alta erba rossastra che sembra
l’irta criniera di qualche gigantesco Leone.
— Ora, disse il conte, seguiamolo.
Entrambi s’inoltrarono nello stesso sentiero, che dopo cento passi li
condusse per un piano inclinato in una piccola vallata. Ben presto
videro due uomini parlarsi fra le ombre. — Dobbiam continuare ad
inoltrarci? domandò Franz al conte, o aspettare?
— Avanti, Peppino deve avere avvisata la sentinella del nostro arrivo.
— In fatto uno di quei due uomini era Peppino, l’altro un bandito posto
alle vedette.
Franz ed il conte si avvicinarono, il bandito li salutò.
— Eccellenza, disse Peppino volgendosi al conte, se vuole seguirmi,
l’ingresso alle catacombe è qui a due passi.
— Sta bene, disse il conte, cammina avanti.
In fatto dietro ad un folto cespuglio, ed in mezzo a diverse rocce,
si presentava un’apertura per la quale un uomo poteva appena passare.
Peppino fu il primo a scivolare entro questa fenditura: ma appena ebbe
fatto qualche passo il passaggio si allargò. Allora si fermò, accese la
torcia, e si volse a vedere se era seguito.
Il conte erasi introdotto pel primo per questa specie di spiraglio, e
Franz venne dopo di lui. Il terreno si abbassava con una inclinazione
dolce, e si allargava a seconda che s’internavano; ciò non ostante però
Franz ed il conte erano obbligati a camminare ricurvi, ed avrebbero
durato fatica a passare tutti e due di fronte. In tal modo fecero circa
cinquanta passi, quindi si fermarono al grido di _chi vive?_; nello
stesso tempo videro brillare la canna di un fucile al chiarore della
loro stessa torcia.
— _Amici!_ rispose Peppino: e si avanzò solo, disse alcune parole a
bassa voce a questa seconda sentinella, che, come la prima li salutò
facendo segno ai notturni visitatori che potevano passare. Dietro la
sentinella v’era una scala di circa venti gradini. Franz ed il conte
li discesero e si ritrovarono in una specie di crocivio mortuario.
Da questo punto divergevano cinque vie come i raggi di una stella,
e le pareti delle mura scavate a guisa di nicchie soprapponentisi
che avevano la forma di sepolture, indicavano che finalmente erano
penetrati nelle catacombe. In una di queste cavità, di cui era
impossibile calcolare l’estensione, si vedevano screziare alcuni
riflessi di luce.
Il conte mise la mano sulla spalla di Franz:
— Volete vedere un accampamento di banditi immersi nel sonno?
— Sì, davvero, rispose Franz.
— Ebbene, venite con me... Peppino, smorza la torcia.
Peppino obbedì, e Franz ed il conte si trovarono nella più profonda
oscurità, soltanto a circa 50 passi davanti a loro, si vedevano lungo i
muri alcuni raggi rossastri di luce, divenuti ancora più visibili dopo
che Peppino ebbe spenta la torcia. Essi avanzarono silenziosamente;
il conte guidava Franz come se avesse avuta la singolare facoltà di
vederci fra le tenebre. Del rimanente anche lo stesso Franz acquistava
maggior pratica del luogo a seconda che s’inoltravano verso quel
chiarore di luce che lor serviva di guida.
Tre arcate, delle quali quella di mezzo serviva di porta, dettero
loro passaggio. Esse da una parte mettevano nel corridore ove erano
Franz ed il conte, e dall’altra in una sala quadrata, tutta circondata
da nicchie come quelle di cui abbiamo parlato. In mezzo di questa
s’ergevano quattro pietre che altra volta avevano servito d’altare,
come lo indicava la croce che eravi ancor sovrapposta. Una sola
lampada, posta sopra un fusto di colonna, illuminava con una luce
pallida e vacillante la strana scena, che si presentava agli occhi dei
due notturni visitatori nascosti nelle ombre.
Un uomo era seduto, col gomito appoggiato a questa colonna, e leggeva,
voltando le spalle alle arcate, per l’apertura delle quali era
osservato dai nuovi arrivati. Questi era il capo della banda, Luigi
Vampa. Intorno a lui, atteggiati secondo il proprio capriccio, stavano
stesi, e avvolti nei loro mantelli, o addossati ad una specie di
banco di pietra che circondava questo Colombario, una ventina circa
di briganti; ciascuno teneva la carabina a portata della mano. Nel
fondo, silenziosa, e appena visibile si scorgeva una sentinella, che
a guisa di un’ombra passeggiava in su e in giù davanti ad una specie
di apertura, che non da altro si distingueva, se non dal comparire più
fitte le tenebre in quella direzione.
Allorchè il conte credè che Franz avesse ricreati abbastanza gli
sguardi con questo quadro pittoresco, portò l’indice alle labbra per
raccomandare il silenzio, e salendo i tre scalini che dal corridore
mettevano nel Colombario, entrò nella sala dall’arcata di mezzo, e si
avanzò verso Vampa, tanto profondamente immerso nella lettura, che non
intese il rumore dei passi.
— Chi è là? gridò la sentinella meno preoccupata di lui, e che vide
al chiarore della lampada due specie d’ombre ingrandirsi dietro al suo
capo.
A questo grido, Vampa si alzò prestamente, togliendo nello stesso tempo
dalla cintura le pistole. In un momento i banditi furono in piedi, e
venti canne di carabine erano dirette sopra il conte.
— Ebbene! disse tranquillamente questi, con una voce del tutto placida,
e senza che un solo dei muscoli del suo viso si contraesse; ebbene!
mio caro Vampa, mi sembra di vedere molti preparativi per ricevere un
amico.
— Abbasso le armi! gridò il capo facendo un segno imperativo con una
mano, mentre che con l’altra si levava rispettosamente il cappello.
Quindi volgendosi verso il singolare personaggio che dominava tutta
questa scena:
— Perdono, sig. conte, gli disse, ma io era così lontano
dall’aspettarmi l’onore di una vostra visita, che non vi aveva
riconosciuto.
— Sembra che voi abbiate poca memoria su tutte le cose, Vampa, disse
il conte, e che non solo vi scordiate della fisonomia delle persone, ma
ancora delle condizioni fatte con esse.
— E quali condizioni ho io mai potuto dimenticare, sig. conte? domandò
il bandito come farebbe un uomo, che se ha commesso un fallo non
desidera che di ripararlo.
— Non è stato fra noi convenuto, disse il conte, che vi sarebbe stata
sacra non solo la mia persona, ma ben anche quella di tutti i miei
amici?
— E in che ho mancato al trattato, eccellenza?
— Questa sera avete rapito e trasportato qui il visconte Alberto
de Morcerf: ebbene, continuò il conte con un accento che fece
rabbrividire Franz, questo giovine è uno de’ miei amici, egli abita
nello stesso albergo ove sto io, per otto giorni è stato al Corso nella
mia carrozza, e frattanto, ve lo ripeto, lo avete rapito, lo avete
trasportato qui, e, aggiunse il conte cavando di saccoccia la lettera,
gli avete imposto un riscatto come fosse stato un primo arrivato.
— E perchè voi altri non mi avete avvisato di tutto questo? disse il
capo volgendosi ai suoi uomini, che indietreggiavan tutti ad un suo
sguardo; perchè mi avete esposto in tal guisa a mancare alla mia parola
con un uomo come il signor conte che tiene tutte le nostre vite nelle
sue mani? Per...! Se potessi credere che uno di voi sapeva che il
giovine era amico di S. E., gli brucerei le cervella colle mie proprie
mani.
— Ebbene! disse il conte volgendosi a Franz, non vi aveva detto che qui
sotto doveva esservi un qualche equivoco?
— Come! non siete solo? domandò Vampa con inquietezza.
— Sono con colui cui era diretta questa lettera, ed al quale ho voluto
provare, che Luigi Vampa era un uomo di parola. Avanzatevi, eccellenza,
disse egli a Franz, ecco qui il signor Luigi Vampa, che vi dirà esser
dolente dello sbaglio commesso.
Franz si avanzò, ed il capo dei banditi gli andò incontro di qualche
passo: — Siate il ben venuto in mezzo a noi, eccellenza, gli diss’egli;
voi avete inteso ciò che ha detto il signor conte, e ciò che gli ho
risposto; aggiungerò che non vorrei, per i quattro mila scudi che aveva
fissato di riscatto, che ciò fosse accaduto.
— Ma, disse Franz guardando con inquietudine a sè d’intorno, e dov’è il
prigioniero? non lo vedo...
— Spero bene che non gli sarà accaduto cosa alcuna? domandò il conte
aggrottando il sopracciglio.
— Il prigioniero è là, disse Vampa mostrando colla mano il luogo oscuro
avanti al quale passeggiava il bandito in fazione, e vado io stesso ad
annunziargli esser libero.
Il capo si avanzò verso il luogo, da lui indicato come prigione
d’Alberto; il conte e Franz lo seguirono.
— Che fa il prigioniero? domandò Vampa alla sentinella.
— Sulla mia parola, rispose questi, l’ignoro: da più di un’ora non l’ho
inteso muovere.
— Venite, eccellenza, disse Vampa.
Il conte e Franz salirono sette o otto scalini sempre preceduti dal
capo, che tirò un catenaccio e spinse avanti una porta. Allora, al
chiarore di una lampada simile a quella che illuminava il Colombario,
si potè vedere Alberto, avvolto in un mantello che gli aveva prestato
un bandito, steso in un angolo, dormire del sonno più profondo.
— Andiamo, disse il conte con quel sorriso che gli era particolare: non
c’è male per un uomo che doveva essere fucilato domattina alle sette.
Vampa guardò con una certa ammirazione Alberto che dormiva, e
scorgevasi in lui non essere insensibile a questa prova di coraggio.
— Avete ragione, signor conte, diss’egli, quest’uomo dev’essere uno dei
vostri amici.
Indi accostandosi ad Alberto e toccandogli la spalla:
— Eccellenza, diss’egli, si svegli, se le fa piacere.
Alberto stese le braccia, si strofinò le palpebre, e si svegliò: —
Ah! ah! diss’egli, siete voi capitano? Per bacco! avreste ben potuto
lasciarmi dormire: io faceva un grazioso sogno: sognava di ballare una
galoppa da Torlonia colla contessa G***. — Guardò all’orologio che si
era riserbato per poter giudicare da sè stesso del tempo trascorso:
— Un’ora e mezzo dopo mezza notte; e perchè diavolo mi svegliate a
quest’ora?
— Per dirvi che siete libero, Eccellenza.
— Caro mio, soggiunse Alberto con una perfetta prontezza d’animo,
ricordatevi bene in avvenire di questa massima di Napoleone il
grande: «non mi svegliate che per le cattive notizie.» Se mi aveste
lasciato dormire, avrei terminata la mia galoppa, e ve ne sarei stato
riconoscente per tutta la mia vita... Il mio riscatto è dunque stato
pagato?
— No, Eccellenza.
— Ebbene! in qual modo dunque son libero?
— Qualcuno, a cui non posso nulla negare, è venuto a reclamarvi. — Fin
qui? — Fin qui.
— Oh per bacco! questo qualcuno è una persona molto amabile. — Alberto
guardò intorno a sè, e s’avvide di Franz.
— Come? diss’egli, siete voi, mio caro Franz, che spingete tant’oltre
la vostra amicizia?
— Non sono io, rispose Franz, ma il nostro conte di Monte-Cristo.
— Ah! per bacco! il sig. conte! disse Alberto accomodandosi la cravatta
ed i manichini: siete un uomo veramente prezioso, e spero che vorrete
considerarmi come a voi riconoscente per tutta la vita, primieramente
per l’affare della carrozza, e poi per questo. — E in così dire stese
la mano al conte, che fremette al momento di dargli la sua, che
però gli diede. Il bandito osservava tutta questa scena con volto
stupefatto: era evidentemente avvezzo a vedere i suoi prigionieri
tremare davanti a lui, ed ora ne aveva innanzi a sè uno, la cui
burlevole indole non aveva sofferta alcuna alterazione; in quanto a
Franz, era contentissimo che Alberto, anche in faccia ad un bandito,
avesse saputo sostenere l’onore nazionale.
— Mio caro Alberto, gli disse, se volete sollecitarvi, avremo ancora il
tempo di andare a finire la notte da Torlonia. Riprenderete la vostra
galoppa al punto in cui l’avete interrotta, di modo che non serberete
alcun rancore col sig. Luigi Vampa, che in tutto quest’affare si è
condotto da vero galantuomo.
— Ah! sì da vero, diss’egli; avete ragione, e noi potremmo giungervi a
due ore... Sig. Luigi, continuò Alberto, vi è alcun’altra formalità da
compiersi prima di prendere commiato da V. E.?
— Nessuna, signore, rispose il bandito, e voi siete libero come l’aria.
— In questo caso, buona ed allegra vita. Venite, signori, venite. — Ed
Alberto, seguito da Franz e dal conte, discese la scala, e traversò la
sala quadrata.
Tutti i banditi erano in piedi col cappello in mano.
— Peppino, disse il capo, dammi la torcia.
— Ebbene! che volete fare? domandò il conte.
— Vi accompagno, questo è il più piccolo onore che possa tributare a
V. E. — E togliendo la torcia accesa dalle mani del pastore, camminò
avanti ai suoi ospiti, non come un cameriere che compie un atto di
servitù, ma come un re che preceda degli ambasciatori; giunto alla
porta, s’inchinò: — Ora, signor conte, diss’egli, vi rinnovo le mie
scuse, e spero che non conserverete alcun risentimento sull’accaduto.
— No, mio caro Vampa, disse il conte, d’altra parte emendate i vostri
errori in un modo così compito, che si è quasi costretti esservi
obbligati per averli commessi.
— Signori, riprese il capo volgendosi ai due giovani, forse l’invito
non vi sembrerà molto attraente, ma se mai vi venisse la volontà di
farmi una seconda visita, qui ed in qualunque altro luogo ove potessi
essere, voi sarete sempre i ben venuti.
Franz ed Alberto lo salutarono. Il conte uscì pel primo, Alberto lo
seguì, Franz restava l’ultimo.
— V. E. ha forse qualche cosa a chiedermi? disse Vampa.
— Sì, lo confesso, rispose Franz; sarei curioso di sapere qual era
l’opera che leggevate con tanta attenzione quando noi siamo arrivati.
— I Commentarii di Giulio Cesare, sono il mio libro prediletto. —
Ebbene! non venite? domandò Alberto.
— Subito, rispose Franz, eccomi. — Ed uscì a sua volta dallo spiraglio;
fatto qualche passo nella pianura:
— Ah! perdonatemi, disse Alberto, tornando indietro, volete permettermi
capitano? — Ed accese il sigaro alla torcia di Vampa.
— Ora, signor conte, disse Alberto, ho grandissima premura di finire la
notte dal principe Torlonia.
La carrozza fu ritrovata al luogo ove era stata lasciata. Il conte
disse una sola parola araba ad Alì, ed i cavalli partirono pancia a
terra. Erano le due precise all’orologio d’Alberto, quando i due amici
entrarono nella sala da ballo. Il loro ritorno fu un avvenimento, ma
siccome rientrarono insieme, così tutti i timori che si erano concepiti
sul conto d’Alberto cessarono sul momento.
— Signora, disse il visconte de Morcerf, avanzandosi verso la contessa,
ieri voi aveste la bontà di promettermi una galoppa, vengo un po’ tardi
a reclamare questa graziosa promessa, ma il mio amico, che voi sapete
quanto è sincero, potrà farvi fede che non fu colpa mia. — E siccome
in quel momento l’orchestra dava il segnale di un valtz, Alberto passò
il braccio attorno alla vita della contessa e disparve con essa fra il
nembo dei ballerini. In questo tempo Franz andava pensando al singolare
fremito percorso su tutte le membra del conte di Monte-Cristo nel
momento in cui era stato, in certo qual modo costretto, a stringere la
mano ad Alberto.