— To, Pietro il Toro! — esclamarono. — Ci sei anche tu?
— Come vedete: ci sono io, ci è il Magaro, ci è il Ghiro, ve li
ricordate? Io vi ho riconosciuto subito. In verità credevo che non ci
saremmo incontrati mai più. Son sei anni che non ci vediamo.
— Ma dunque perchè capitan Riccardo non è con noi?
— Che volete vi dica? Eravamo nel teatro con lui... anzi io ne feci una
delle mie... sapete, quando mi va la mosca al naso!... Poi andai via
perchè il capitano così volle e... lo dico senza vergognarmene... quel
ragazzo lì fa di me ciò che vuole. Stanco d’aspettarlo fuori tornai in
teatro... anzi non volevano farmi entrare, ma io entrai lo stesso...
e seppi dal Magaro e dal Ghiro che era uscito con due donne. Poi venne
un tale e ci condusse qui ove speravo di trovarlo... Ma... tira più un
capello di donna che una corda di barca...
Strano contrasto tra quella gente in abito contadinesco, i cui volti
fieri, alcuni truci, mostruosi in parecchi per larghe cicatrici, e
quella sala tappezzata di broccato con le ampie terse specchiere che
riflettevano la luce dei candelabri di argento! Ma vieppiù acuiva la
curiosità dei convenuti il vedere dinanzi alle poltrone nelle quali
essi sedevano, però discoste per circa un terzo dalla sala, tre
poltrone dorate, una delle quali, quella di mezzo sovrastante alle
altre, era sormontata dalla corona reale. Sentivano che in quella notte
qualcosa di strano sarebbe accaduto; vagamente intuivano che si aveva
bisogno di loro, che erano stati convocati per uno scopo supremo;
quantunque non fosse giunta fino ad essi la notizia che un esercito
francese si avanzava per deporre dal trono la monarchia borbonica,
pure sentivano esserci per l’aria qualcosa di assai grave; ma non
osavano aprir l’anima alla speranza che tornassero i lieti tempi in
cui impunemente, anzi ricevendone lodi e compensi, avevano potuto
abbandonarsi a tutte le loro perverse passioni. È vero però che alcuni
di essi eran nati per la lotta; caratteri irrequieti, indoli proclivi
alla violenza vaghe di imprese guerresche, generosi e pietosi dopo le
stragi, ma nelle stragi feroci ed implacabili. Di cotesti uomini si
era servito il Cardinale per schiacciare la Repubblica Partenopea, di
cotesti uomini che sarebbero stati dei gloriosi capitani se in alte
imprese avessero rivolto il loro coraggio e se avessero combattuto per
un ideale nobile e puro.
Pochi di essi avevano avuto un adeguato compenso ai loro servigi: i
Borboni, ingrati come tutti i re o meglio come tutti i beneficati,
avevan posto in obblio quel che dovevano a quegli uomini, i quali
per altro si tenevan paghi di tale obblio che involveva anche i loro
delitti comuni e le nefandezze commesse per vendetta, per cupidigia
o per malvagità di animo. Tornarono essi nei loro paeselli a godersi
quella parte del bottino che era loro toccata; ma usati alla vita
avventurosa ed alle emozioni violente, mal sopportavano lo starsene in
ozio nella quiete sonnolenta di un solitario villaggio, e con occhi
accesi di desiderio guatavan la vecchia carabina appesa al muro e
l’arrugginito coltellaccio che forse serbava ancora le macchie del
sangue rappreso. E quindi accolsero con esultanza l’invito di recarsi
a Napoli, pur non sapendo che si volesse da loro, ma ciascuno aveva
ricevuto del danaro per le spese del viaggio, ben lungo e disagevole;
e la raccomandazione di recarvisi armati aveva fatto concepire la lieta
speranza di un ritorno alla vita di un tempo. Il mistero dello invito,
del luogo in cui dovevano raccogliersi, del nome di colui che a sè
li aveva chiamati, il quale esser doveva ben ricco e potente se aveva
potuto disporre di tanto danaro per pagare ad essi il viaggio teneva
in fermento quelle accensibili fantasie, onde l’impazienza era al
colmo, perchè già da parecchie ore aspettavano e la notte al certo era
trascorsa di più di due terzi.
Il vocio cresceva sempreppiù; già alcuni avevano espresso il proposito
di andarsene, ma nessuno rispondeva alla loro protesta come se
coloro che li avevano introdotti colà dentro li avessero del tutto
dimenticati; neanche quell’uomo in veste ecclesiastica, il quale aveva
a ciascuno indicato il posto da occupare, era ricomparso.
— Almeno ci avessero dato da mangiare e da bere! — disse il Ghiro
voltosi a Pietro il Toro.
— Io vorrei sapere — rispose questo che durante tutta la notte aveva
rivolto impaziente gli occhi alla porta — dove sia capitan Riccardo.
— Starà al certo meglio di noi — rispose il Magaro. — Quelle due
donnette a giudicare da ciò che appariva, dovevano essere bellocce, per
tutti i gusti, l’una con una paio di spalle...
— Via via, non è uomo da dimenticare i suoi amici che si trovano qui
solo per lui, da dimenticarli in grazia delle leziosaggini di due
smorfiose. Non son tranquillo, no, non sono tranquillo! Se sapessi le
vie, me ne andrei per rintracciarlo; ma chi ci si raccapezza? Se non
ne avrò notizia neanche dimani, metterò sossopra la città, dovessi
presentarmi al re ed alla regina.
— Va là, va là, che a quest’ora se la gode, mentre noi siamo qui come
tanti imbecilli.
— Io me ne vado, non ne posso più...
— Ti impediranno d’uscire.
— A chi? A me? Vorrei veder questo! Da gran tempo sento il bisogno di
sgranchirmi un po’ le braccia.
— Io ti seguo se vai via. Ci tratta con troppa disinvoltura cotesto
signore che ci ha invitato.
— Dev’essere un burlone... Glie la darò io la burla...
— Ma che burla! Per una burla avrebbe speso tanti danari?
— Amici — disse una voce che pareva usa al comando. — Voglio
comunicarvi un mio sospetto: ascoltatemi perchè forse si tratta della
vita di tutti.
Ognuno tacque e si rivolse a colui che aveva parlato, il quale si era
drizzato in piedi; e poi per sovrastare a tutta quella folla era salito
sulla poltrona.
— Sì, sì, parli Parafante, parli Parafante!... — si gridò a coro.
Il famoso capobanda aveva nello aspetto ciò che occorre per dominar
una folla come quella alla quale non ne erano ignote le gesta. I suoi
occhi profondi nell’orbita e coperti da folte ciglia scintillavano
come carbonchi: la barba incolta e le folte fedine gli coprivano metà
del volto: in tutta la membruta persona ci era qualcosa di rude, che
imponeva a quella gente la quale non stimava e non ammirava che la
forza fisica ed il coraggio irriflessivo.
— Ecco qui, amici miei, io mi vo persuadendo che ci abbiano teso un
tranello.
— Chi, chi ci ha teso un tranello? — urlarono alcune voci.
— Chi? La polizia.
Un fremito corse per gli astanti che si guardarono in volto
impallidendo.
— Perchè nasconderlo, amici miei? — continuò Parafante. — Ognuno di
noi ha sulla coscienza diversi peccatuzzi: inezie, non dico di no,
qualche schioppettata ad un nemico, una donnetta schifiltosa portata
via al marito, qualche catapecchia a cui in una notte d’inverno si pose
fuoco per scaldarci le mani; un po’ di roba, qualche miserabile pugno
di monete preso qua e là pei nostri bisogni più urgenti... Inezie,
ripeto, ciocchè non tolse che si ricorresse a noi allorquando la nostra
santa religione e il nostro venerato monarca vollero abbattere i loro
nemici. Ora però, non si ha più bisogno di noi, e perchè non si dica
che si chiude un occhio su i nostri peccati, ci han raccolti qui o per
fucilarci o per mandarci in galera.
— Ah, per Gesù Cristo! — gridarono alcune voci. — Sì, sì, deve esser
proprio così!
— Se è così... beh, se è così — esclamò il barbuto contadino di Terra
di Lavoro — stacchiamo quei candelieri e diamo fuoco alla casa.
— Sì, sì, diamo fuoco alla casa.
— Silenzio, silenzio! — urlò una voce — ora parlo io, tocca a me.
Ascoltatemi e vi dimostrerò che tutti quanti siete, non escluso cotesto
famoso Parafante, non siete che dei conigli...
Ed il vecchietto, la cui faccia rugosa era attraversata dalla cicatrice
di una larga ferita, salito anche esso su una sedia, volse attorno gli
occhietti lucenti come per confermare con lo sguardo quel che aveva
detto con la parola.
— A me coniglio, a me? — urlò Parafante.
Poi dando in uno scoppio di risa:
— Sai tu il sapore della carne umana, vecchietto mio, lo sai?
Il vecchietto era per rispondere, quando di un tratto la porta in
fondo si spalancò e apparvero alcuni servi in livrea che sostenevano,
tenendosi ritti in piedi ed immobili in doppia fila, dei candelabri
accesi. Poi una voce gridò:
— Sua Maestà la Regina!
Lo stupore fu così grande che ognuno rimase come fulminato
nell’atteggiamento in cui era stato sorpreso da un tal grido. Per
incanto si era fatto un silenzio profondo prodotto non soltanto dalla
stupefazione, ma anche dalla paura. La Regina, di cui avevano inteso
discorrere, ma che non avevano mai veduto, nè credevano che potesse
esser visibile ai loro occhi, era un essere sovrumano per quelle menti
rudi ed ingenue per le quali la regalità era sinonimo di divinità,
una divinità più immediata e quindi più temibile, padrona ed arbitra
assoluta della vita di tutti. Istintivamente le teste e i dorsi si
curvarono appena lo stupore diè luogo alla riflessione; coloro che
erano seduti si alzarono. Nei volti si leggeva la meraviglia e la
trepidanza, negli occhi la curiosità intensa.
Finalmente la Regina apparve incedendo con regale maestà nella luce
dei doppieri che ne facevano scintillare le gemme della corona posata
sulle dorate chiome, anche esse un’aureola al viso di scultoria
bellezza, e della collana che cingendole il collo eburneo cadeva sul
seno a metà discoperto. Vestiva un abito di nero velluto che lasciava
nude le braccia e si appuntava agli omeri per mezzo di due borchie
gemmate. Dietro a lei, che si era fermata presso la poltrona di mezzo
sovrastante alle altre si teneva immobile una giovinetta vestita di
candidi veli, con le bionde chiome ricciolute fluenti per le spalle
e un viso delicato e bianco di una mistica soavità; a qualche passo
di là dalla giovinetta tra la doppia fila degli immobili valletti che
sostenevano gli accesi candelabri, apparivano i personaggi del seguito
regale dalle magnifiche divise e ricami d’oro, col petto costellato di
croci e di stelle fiammeggianti.
— Gesù, Giuseppe e Maria! — mormorò Pietro il Toro quando ebbe
riacquistato la parola — ma questo è il paradiso, il paradiso!
— In ginocchio tutti, in ginocchio tutti! — esclamò sommessa una voce
che nel profondo silenzio fu intesa come un ordine.
E quei fieri capibanda del truce aspetto, ladri ed assassini la maggior
parte, ognuno dei quali aveva commesso i più orrendi delitti, sentirono
che le ginocchia si piegavano e caddero prostrati a capo chino innanzi
alla maestà regale.
Carolina d’Austria ebbe un lampo di gioia e di trionfo insieme negli
occhi cerulei che sapevano esser feroci nell’odio e carezzevoli
ardentemente nell’amore. Stette immobile ed in silenzio un buon tratto
scorrendo con lo sguardo per quegli uomini prostrati che ella dominava
dall’alto dello zoccolo dorato e di tutta la magnifica persona: poi
sedette e con voce che era insieme di comando e di compiacenza disse:
— Alzatevi.
Ma poichè non ubbidivano sia per non avere inteso, sia perchè non
osavano, ella ripetè imperiosamente:
— Vi comando di alzarvi!
Le teste si sollevarono, i dorsi si raddrizzarono, tutta quella gente
come un solo uomo si alzò in piedi.
Il silenzio continuava profondo; pareva che quegli uomini trattenessero
il respiro.
— Amici miei — disse la Regina — il messo che vi ha invitato a venir
qui fu mandato da me, ma era necessario, pel vostro meglio, che si
ignorasse chi lo mandava. Voi avete dei nemici, anche fra coloro che
sono nella mia Corte, i quali vi invidiano i servigi che avete prestati
alla Monarchia. Se io non avessi vegliato su tutti voi, se io distratta
dalle cure dello Stato avessi anche per poco trascurato di occuparmi di
voi, non sareste qui a me dinanzi, ma o nel fondo di una galera o già
da gran tempo nel carnaio in cui si gittano i corpi dei giustiziati.
Un fremito corse per gli astanti; alcuni, i più audaci si guardarono
furtivamente tentennando il capo come per assentire.
— Voi, Francatrippa — continuò la Regina volgendo lo sguardo verso il
luogo in cui si teneva immobile il nominato — avreste dovuto render
conto di non so che assassinii e che incendii che i vostri nemici vi
attribuivano: voi, Parafante, voi Panedigrano, voi Benincasa, voi Fra
Diavolo, voi Spaccaforno siete stati denunciati alla giustizia come
autori di delitti raccapriccianti. Lo so, sono calunnie, ma che vi
avrebbero portato dritti alla forca. La vostra Regina che vegliava su
voi le ha sventate.
— Grazie, Maestà, grazie, Maestà! — proruppero i nominati. — Sì, è
vero, sono calunnie, noi siamo innocenti.
— Lo so, ma, ed ecco perchè vi ho invitato a venir qui, io son
costretta per poco a lasciar questa Napoli e a seguire Sua Maestà il Re
in Sicilia. Questo povero regno resterà di nuovo in balìa degli eretici
scatenati dall’inferno contro la nostra corona che ci fu data da Dio e
contro la santa religione, e i nostri nemici non potendo colpir noi,
colpiranno i nostri fedeli, rievocheranno le calunnie sparse contro
di voi e vi appresteranno quella galera e quella forca dalle quali io
finora vi ho salvati!
Si interruppe per giudicare l’effetto delle sue parole. Un sordo
mormorio era corso per gli astanti; alcuni visi erano impalliditi e
altri apparivano accesi d’ira; coloro che erano in fondo alla sala
subendo meno la suggezione della Regina, avevan fatto sentire alcune
esclamazioni di minaccia.
— La mia carabina è ancora in buono stato!
— Il taglio del mio coltellaccio può servire ancora.
— Che vengano gli eretici, che vengano!
— Silenzio, amici miei, silenzio — ripigliò la Regina lieta in cuor
suo di aver raggiunto l’intento. — La vostra causa è la mia ed io non
vi abbandonerò: per questo vi ho voluto tutti intorno a me. Se voi
fidate in me, io fido in voi. I Francesi, miei e vostri nemici, hanno
inviato un esercito per invadere di nuovo il mio regno, ma i re miei
alleati, che li hanno scacciati dai loro possedimenti, ne invieranno
un altro assai più forte in nostro soccorso; così quei maledetti che
vengono qui per devastare le nostre terre, rapire le vostre donne,
oltraggiare i nostri santi e le nostre madonne, saranno presi fra due
fuochi: le vostre infallibili carabine, e i fucili dei soldati dei re
e degli imperatori miei congiunti. Volete voi prender parte a questa
santa impresa? Volete voi mostrare di nuovo a cotesti vili stranieri,
a cotesta gente uscita dallo inferno, che già avete visto fuggire a voi
dinanzi, che basta un solo di voi a schiacciar dieci di essi?
— Sì, sì, sì! — gridò quella folla affascinata dalle parole e dalla
regale bellezza di quella donna.
— Volete voi — continuò la Regina che aveva serbato per l’ultimo ciò
che doveva accendere fino al delirio l’entusiasmo dei convenuti — farvi
i giustizieri in mio nome e nel sacro nome del Re di tutti quei nostri
sudditi che o per malvagità di animo o per losche ambizioni o perchè
sedotti dagli spiriti infernali, parteggeranno con gli stranieri e
prenderan le armi contro di voi sostenitori della Monarchia e della
Fede? Io fin d’adesso vi abbandono le loro persone, le loro case,
i loro beni, le loro donne: estirpate col ferro e col fuoco le male
piante; uccidete, sterminate donne, vecchi fanciulli anche se avran
cercato rifugio a piè degli altari. Sua Santità il Papa vi assolve di
ogni peccato che potrete commettere pel trionfo della Fede, sia pure
del sacrilegio più orrendo se compiuto per lo sterminio dei nostri
nemici. Tutti i mezzi son buoni, tutti i mezzi son santi per scacciare
lo straniero dal nostro regno e per punire i nostri sudditi fedifraghi;
e voi, appena la grande impresa sarà compiuta, ne avrete da noi in
premio condegno, che considereremo come legittimo acquisto, tutto ciò
che avrete tolto ai nostri nemici, e il perdono da Dio che vedrà in voi
i difensori della sua Fede e del suo altare. Dite, volete voi?
— Sì, sì, vogliamo. Viva la nostra Regina!
Fu un grido formidabile che proruppe da quei petti invasati dal
delirio. Sarebbero tornati dunque i bei tempi? Tutto un miraggio di
orge, di tripudî, di carneficine, di assalti, di rapine, di lauti
banchetti, di libertà sconfinata si dispiegava innanzi agli occhi
di quella gente a cui ogni legge era insopportabile, ogni civile
disciplina nemica! Vi avrebbero lasciata la vita, ma che importava se
per un anno o per un mese avrebbero vissuto appagando tutte le loro
passioni? Meglio un anno toro che cento anni bue, era il detto dei loro
padri: eppoi sarebbero morti con le armi in pugno nella pienezza della
vita e forse del godimento, non sul misero giaciglio affranti dalla
vecchiaia, dopo tutta una vita di stenti, di schiavitù, di lavoro mal
retribuito, dopo una lunga agonia nella quale avrebbero inteso rodersi
le carni, e avrebbero assistito al proprio disfacimento!
L’entusiasmo aveva vinto il ritegno: le esclamazioni esultanti si
incrociavano: i vicini si davano dei vigorosi pugni per esprimere
la loro gioia, i lontani gesticolavano per farsi intendere meglio
dagli amici. Di tanto in tanto il grido di «Viva la Regina» tornava
ad echeggiare per l’ampia sala che non aveva mai accolta gente così
delirantemente gioiosa.
La Regina aveva un sorriso di benevola compiacenza e con occhio lieto
guardava l’agitarsi di quella folla; ma la giovinetta che se ne stava
immobile dietro a lei era divenuta vieppiù bianca in viso e aveva
nello sguardo una espressione di ineffabile tristezza. I cortigiani
rimasti in fondo della sala pur senza muoversi e senza che l’aspetto ne
tradisse il pensiero, si scambiavano delle parole sommesse.
— Alma — disse la Regina volgendo il capo verso la giovinetta —
appressati.
Ella si appressò, ma incerta guardando come sgomenta la folla
rumoreggiante.
— Dio mio, come sei pallida! — le disse Carolina sottovoce — hai paura
forse?
— Sì, ho paura... Che Vostra Maestà mi perdoni! — rispose la giovinetta.
— Scioccherella — continuò la Regina con un sorriso tra lo scherno e la
pietà — di chi hai paura? Di cotesta gente? Ma essa ora ad un mio cenno
darebbe fuoco a tutta questa Napoli e ne farebbe un bel falò. In essa
è riposta la nostra salvezza, capisci? Che uomini, che uomini! Così
li intendo io, deliberati a tutto, nel male e nel bene dritti come una
spada! Del resto non son poi tutti così rudi, così barbari! Ce n’è uno,
un bel giovane... non è vero che è un bel giovane? Ne faremo un bello
e valoroso colonnello di cavalleria! Si è battuto contro cinque e ne ha
ucciso o ferito tre... e infine per due sconosciute! Ciò per altro vuol
dire che è sensibile un po’ troppo forse, alle preghiere delle donne.
A proposito che ha detto don Leonardo, il mio medico? Per questo ti ho
chiamato.
— Ha detto che la ferita è grave, ma non mortale — balbettò la
giovinetta.
— Ah, respiro... Ne faremo, ripeto, un magnifico colonnello... Un bel
giovane, non è vero, un bel giovane!
E la guardò in viso con un profondo sguardo di donna che sa penetrare
addentro nei cuori. La giovinetta chinò gli occhi e non rispose.
— Va, va — disse la Regina dopo averla contemplata per un istante in
silenzio — Bisogna che me la sbrighi con cotesta gente.
Quando si rivolse per far cessare lo strepito che era andato sempreppiù
crescendo e mentre la giovinetta si ritraeva al posto che le imponeva
il cerimoniale, il viso della Regina era tornato austero e grave. La
folla sotto lo sguardo acuto e freddo di lei cessò dallo schiamazzo,
onde ella riprese:
— Il mio tesoriere vi darà il danaro pel ritorno. Raccogliete intanto
intorno a voi gli antichi compagni e tutti i volenterosi: chi di voi
ebbe il comando di una banda si consideri come capo di un reggimento e
sia sollecito a raccogliere uomini ed armi. Un mio messo vi raggiungerà
per provvedervi di quanto occorre all’entrata in campagna. Nessuno
indugio: appena il nemico avrà invaso il regno, insorgerete sterminando
per primi tutti coloro che potrebbero parteggiar per lui. Ma già,
vi farò tenere al più presto le mie istruzioni. Che ognuno di voi
destinato ad un comando giuri su questo crocefisso di esser fedele al
Re e di morire se occorre per la difesa della Religione.
In così dire si rivolse e fece un cenno: un personaggio del seguito
si avanzò e dopo essersi inchinato porse alla Regina un crocefisso
d’argento.
La Regina stese il braccio e mostrando alla folla il crocefisso disse
con voce solenne alzandosi in piedi sicchè tutta la magnifica persona
si stagliava dal fondo luminoso della sala:
— Giurate voi di dar la vita per la difesa del trono e dell’altare?
— Lo giuriamo! — risposero gli astanti ad una voce.
— Giurate voi di non dar quartiere a chiunque paesano o forastiere sia
nostro nemico?
— Lo giuriamo! — ripetè la folla.
E tutte le mani si stesero verso il crocefisso a conferma del
giuramento.
— Ed ora — disse Carolina d’Austria trasfigurata e tutta raggiante di
regale maestà che accresceva il fascino della stupenda bellezza — che
l’Onnipotente vi benedica come io in nome del Re che sol da Dio ebbe il
regno, vi benedico e in segno del mio regale favore vi do a baciare la
mia mano.
— Viva la Regina! — gridarono tutti ad una voce precipitandosi per
esser fra i primi a baciare quella mano bianca ed affusolata che ella
aveva stesa verso la folla.
Nessuno però aveva gridato «Viva il Re».
Gli è che per quegli uomini rozzi, pressochè primitivi, la monarchia
si impersonava in quella donna che era rimasta mentre gli altri erano
fuggiti, che incitava alla resistenza mentre gli altri avevan ceduto
senza combattere. Essa aveva il fascino della bellezza e della forza;
sentivano che l’anima di quella donna era fatta di tutte le passioni
che più prepotentemente vibravano nei loro cuori: l’odio, la vendetta,
l’istinto della lotta; che era audace ed impulsiva e al par di essi di
ferrea tenacità nei propositi. D’ora innanzi poteva ben contare sulla
cieca devozione di quegli esaltati dall’inaudito onore di essere stati
ammessi alla di lei presenza, di averne ascoltate le parole, di averne
baciata la mano. Il Cardinale aveva trascinato dietro a sè tutta quella
gente col fastigio del nome e della superstizione, con la promessa
di un pingue bottino; ed aveva combattuto per sè ed anche per l’odio
che alla gente primitiva ispirano gli stranieri: ora invece avrebbe
combattuto, si sarebbe fatta uccidere per quella Regina che era scesa
dalla sua immane altitudine per parlare ad essa e che ad essa si era
mostrata in tutto il fasto, in tutto lo splendore della regalità.
Ben lo comprese Carolina d’Austria, che seguita dalla sua giovane
amica, dopo avere accomiatato con un cenno i cortigiani, era entrata
nel suo appartamento ove l’aspettavano alcune cameriste.
— Andate via — disse loro entrando — ha da lavorare; vi chiamerò quando
avrò voglia di andare a letto.
Intanto si era fermata innanzi ad uno scrittoio ingombro di lettere
che apriva distratta come se il suo pensiero fosse altrove. Di certo
discorreva seco stessa perchè il viso si contraeva secondo i moti
dell’animo; ma le labbra avevano un sorriso che si sarebbe detto
feroce, e lo sguardo le balenava sinistramente.
Parve di un tratto che si sovvenisse di alcuna cosa, gettò sul tavolo
le lettere che aveva preso e di cui aveva letto sol poche linee e si
rivolse dirigendosi verso l’uscio.
Si fermò di botto con un gesto di dispetto, dispetto che le si dipinse
nel volto: aveva visto nel fondo della stanza la giovinetta, che con le
braccia conserte se ne stava immobile.
— Che fate voi qui? — le chiese aspramente fissandola con uno sguardo
scrutatore — avevo detto di volere restar sola.
— Credevo che un tale ordine non riguardasse me — rispose Alma con
una lieve inflessione di alterezza nella voce dolcissima. La fisonomia
della Regina si rischiarò e tornando benevola:
— Sì, sì, hai ragione, figlia mia — disse con un accento di affettuosa
bonomia — ma son tanti, tanti i pensieri che mi van pel capo! Hai
visto che bella accoglienza ho preparato ai signori Francesi, e che
bella festa a tutti quei cialtroni che aspettano la loro venuta per
ribellarsi apertamente a chi Dio volle padrone e signore di questo
regno? Ma sei stanca, povera figliuola! Avrebbe dovuto essere una
notte di svago questa per te, ci saremmo tanto divertite se avessimo
potuto confonderci tra quella folla, e a te che sei così bellina non
sarebbero mancate le avventure, di quelle che lusingano l’amor proprio
di noi donne. Io intendo la vita in tutti i suoi doveri e in tutte le
sue gioie. Certo che a te, povera colombella nata e vissuta nei boschi,
dovè parerti ben temerario e, diciamolo pure, sconveniente per una
Regina l’andare ad un veglione pubblico mascherata, e chi sa forse che
avrai detto in cuor tuo!
— Io ho ubbidito agli ordini di Vostra Maestà — rispose la giovinetta
impassibile.
— Di una Maestà che talvolta ha dei gusti di una capricciosa piccola
borghese; ma ciò non toglie che se questa mano che ancor dicono bella,
potesse stringere una spada, saprebbe ben difenderlo questo regno che
gli uomini han lasciato in balia dei loro nemici! E se ti son parsa
dimentica del mio decoro tra la folla che senza saper chi fossimo ci
si stringeva attorno, ti sarò parsa ben diversa innanzi a quegli uomini
che dovran difendere il trono dei miei figli.
— Io non mi arrogo il diritto di giudicare le azioni di Vostra Maestà —
disse la giovinetta sostenendo serenamente lo sguardo scrutatore della
Regina.
— Insomma — riprese la Regina — questa volta fu una serata sbagliata,
mentre in tante altre mi divertii un mondo. Avevo delle amiche allora
— continuò con un sospiro e con un accento di profonda amarezza —
delle buone e leali amiche che sapevano darmi dei savi consigli tanto
negli affari dello Stato, quanto in quelli del... piacere. Ah, senza
quei marrani ci saremmo confuse tra la folla, e quanti bei giovanotti
avresti avuto d’intorno non perchè tu sei la figlia del Duca di
Fagnano, primo scudiero di Sua Maestà la Regina, ma perchè la tua bocca
è un fiore, i tuoi capelli son raggi di sole, il tuo seno è il nido
dell’amore, la tua personcina dello alabastro scolpito da Fidia... Ah,
quante di coteste belle cose che fan così dolce piacere a sentirle, non
mi intesi io ripetere quando in un veglione... o in altri siti, io non
ero per la gente... che una donnetta allegra propensa a divertirsi!
Certo delle liete reminiscenze evocava in quell’istante l’animo della
Regina che era rimasta immobile, con gli occhi fissi a sè dinanzi come
se rivedesse dei fantasmi che le sorridessero ricordando le gioie di
altri tempi.
— Vostra Maestà — disse Alma — vuole che mi ritiri anche io?
La voce della giovinetta trasse la Regina dal suo sogno: si passò la
mano sulla fronte, trasse un sospiro, poi con viso che serbava ancora
l’impronta di una vaga malinconia:
— Sei stanca, povera figliuola, va, va a dormire.
La giovinetta si inchinò profondamente e quindi si ritrasse.
— Ero così anche io alla sua età, ma guai guai se il cuore di quella
ragazza sarà un giorno morso dalla passione!...
Per quale strana associazione di idee tali parole evocarono l’immagine
del ferito che da due dei suoi più fidi familiari aveva fatto portare
in una delle stanze più riposte del palazzo?
— Bello, fiero, valoroso come un paladino! — mormorò. — Le note
biografiche che avevo letto nella lista dei capibanda non mentono.
Del resto egli può considerarsi come ufficiale dell’esercito. Non era
sergente del _Real Calabria_ prima che il Cardinale gli affidasse il
comando di una banda? Tali uomini mi occorrono, e saprò bene io farli
schiavi di un mio cenno!
Stette incerta un istante come se lottasse con un pensiero
sovraggiuntole; infine parve decisa:
— Non gli debbo la vita, e forse più della vita? — mormorò. — E la
riconoscenza non dovrebbe essere la prima virtù dei Sovrani?
Nel dir ciò sorrideva, forse perchè la coscienza dava un altro nome al
suo interessamento.
Non aveva deposta nè la corona regale, nè la magnifica collana che
ne cingeva il collo bellissimo cadendole sul seno, il quale stretto
dal nero velluto aveva fulgori di neve. Prese da un tavolinetto una
lanternina di argento, l’accese a uno dei candelabri ed uscì dalla
camera, dirigendosi verso un’ala del palazzo che era immersa nel buio.