II.

In quell’istessa notte, in una sala ampia e bassa, rischiarata dalle

torce infisse nei candelieri di argento i quali si ergevano innanzi

ad alcune specchiere fra i broccati che tappezzavano le pareti, erano

entrati silenziosi e guardinghi degli uomini intabarrati, introdotti

da un vecchietto vestito di una zimarra che gli dava l’aria di un

ecclesiastico. Pareva che i convenuti fossero sorpresi e insieme

intimiditi dalla severità e dalla ricchezza della sala, perchè, seduti

sulle ampie poltrone disposte in triplice fila nel centro di essa,

guardavano intorno, guardavano in alto come per darsi conto del luogo

ove fossero, e si sbirciavano per riconoscersi, ben comprendendo di

essere ivi convenuti per un proposito comune.

Chiaro però appariva che si sentivano a disagio fra quei broccati, quei

ceri, quegli argenti sicchè si tenevano silenziosi tossendo di tanto

in tanto per darsi un contegno, e voltandosi curiosi allo scalpiccio di

un nuovo introdotto, cui l’uomo dalla zimarra additava senza far motto

una delle poltrone e poscia tornava sull’uscio della sala ad attendere

gli altri. Ma faceva caldo colà dentro onde i tabarri si aprivano

scovrendo giacche di grosso panno coi grandi bottoni di argento e le

verdi risvolte, i larghi colletti bianchi ripiegati sulle giacche, i

panciotti rossi o verdi con le tasche alla cacciatora, e le else dei

pugnali e delle pistole che uscivan fuori dalla larga cinta di cuoio.

Ma già alcuni dei convenuti avevan finito col riconoscerci.

— To, sei tu, Parafante?

— Sei tu, Benincasa?

— E come diavolo ti trovi qui, Francatrippa?

— Ci sei tu pure, Panedigrano?

— Ma insomma, sai tu perchè siamo qui? Di che si tratta?

— E tu come ci sei?

— Me ne stavo tranquillo sì, ma un po’ seccato nel mio paesello,

vivacchiando alla meglio, già credendomi dimenticato, perchè, sai bene,

quando il diavolo vuol l’anima ti accarezza, quando poi gliel’hai data

finge di non averti mai conosciuto.

— Ma hai tu un’anima da dare al diavolo?

— Così non fosse, mio caro, non avrei certe volte delle paure, sì,

proprio delle paure, caso mai davvero ci sia l’Inferno, perchè ne

facemmo delle grosse sotto quel diavolo di Cardinale. Ti ricordi a

Cotrone? Ti ricordi ad Andria? Ti ricordi il giorno in cui entrammo

qui? Era il 13 Giugno, il giorno di Sant’Antonio. Allorchè chiudo

gli occhi, nella notte specialmente, al buio, veggo le donne, veggo i

fanciulli sgozzati, sento il crepitio delle fiamme nelle quali avevamo

gittati ancor vivi tanti poveri disgraziati, e poi sangue, sangue,

sangue in cui nuotavano i cadaveri di coloro che avevano difeso le

loro case, le loro donne, e veggo il Cardinale con le vesti rosse che

parevan tinte di quel sangue, alzar la croce e benedirci mentre noi

continuavamo nella carneficina...

— E dunque? se il Cardinale ci benediva vuol dire che ci aveva assolto.

Io non ne ho di coteste minchionerie per la testa. Non hai altro

da pensare? Di’ piuttosto che poi fummo dimenticati da coloro a cui

riconquistammo il regno...

— Zitto, non dir queste cose... Chi sa non ci abbiano teso un

tranello!...

— A quale scopo?

— Ma... per toglierci di mezzo. Sappiamo troppe cose noi...

— E perchè sei venuto?

— Incominciavo ad annoiarmi... Cercai di mettermi ad un lavoro, tanto

per distrarmi, ma... io non son buono che a menar le mani... Eppoi

vedevo di giorno in giorno ammancare quel gruzzoletto, poca cosa, che

avevo serbato per la vecchiaia, e... ero sul punto di mettere insieme

un po’ di gente, vecchi amici, che avesse voluto fare in piccolo quel

che avevano fatto in grande, allorchè...

— Allorchè un signore che aveva l’aria di un pezzo grosso, venne a

dirti che ti si voleva in Napoli!

— Proprio così...

— Ti diede cinquanta ducati per le spese del viaggio e l’incarico

di raccogliere gli antichi sotto capi della tua banda disposti a

seguirti...

— To! e come lo sai?

— Perchè quel signore, quel pezzo grosso venne anche da me, che mi

annoiavo come tu ti annoiavi, che al par di te vedevo venir meno il

gruzzoletto e al par di te avevo in animo di rimettermi negli affari

per conto mio...

— Contro il re e la regina che avevamo rimesso sul trono?

— Anche contro il santissimo diavolo.

Mentre avveniva questo dialogo sottovoce tra i due vecchi amici che il

caso aveva fatto sedere l’un vicino all’altro, la sala si era andata a

poco a poco riempendo di gente che si era fermata esitante, e in sulle

prime non aveva osato di sedere sulle ampie e soffici poltrone, e che

si guardava intorno non meno maravigliata di coloro i quali l’avevano

preceduta nel trovarsi in quella sala sfarzosa.

— Saran d’argento quei candelieri? — chiedeva un individuo barbuto

dalla truce fisonomia che vestiva all’uso dei ricchi contadini di Terra

di Lavoro.

— Di che vuoi che siano? — rispose il vicino, un vecchietto ancor

rubizzo la cui faccia rugosa era attraversata dalla larga margina di

una ferita.

— Capperi! in tal caso valgono quanto quelli della chiesa di Altamura;

io potei averne un solo che ridussi in pezzi e vendei per trenta

ducati, ma mi costò due cariche di polvere e due palle di piombo.

— Non molto però...

— Già; capirai, eravamo in venti; quando non ci furono più repubblicani

da scannare, ci scannavamo fra di noi... eravamo in venti a dare il

sacco a quella chiesa.

— Io veramente le chiese le ho sempre rispettate...

— Ma quella lì era scomunicata perchè i repubblicani vi si erano chiusi

dentro, perciò... Eppoi era con noi il cappellano che ebbe anche lui

la sua parte. Ah, quello lì con la pistola in una mano e il crocifisso

nell’altra ne valeva quattro di noi. Bisognava vederlo! Bei tempi, non

è vero?

— Torneranno! — disse l’altro con voce sicura, da uomo che la sa lunga.

— Come? Torneranno? Ne sei sicuro? — gridò il barbuto che ebbe come un

lampo di gioia negli occhi.

— Zitto!... Sai tu dove siamo?

— Non lo so, ma vorrei saperlo. Quei candelieri valgono per lo meno

cento ducati ciascuno.

— Siamo in una sala del palazzo reale! — disse il vecchietto con voce

sommessa e chinandosi all’orecchio del vicino.

— Tu che madonna dici?

— Mi hanno fatto entrare per una porticina dell’Arsenale, mi hanno

fatto scendere e salire, ma io non mi son punto lasciato fuorviare. Ti

dico che siamo in una sala del palazzo reale, di quelle a pianterreno,

che danno sul mare. Senti come romba!

— È vero. Ma... che vogliono da noi?

— Sta zitto: lo saprai presto.

Però stanchi di aspettare, tutti quegli uomini ivi convenuti da prima

avevano bisbigliato coi vicini, poi man mano il vocio era andato

divenendo più forte. Vinta la suggezione del luogo, familiarizzati con

l’ambiente, alcuni si erano alzati e avendo riconosciuti dei vecchi

amici qua e là per la sala, discorrevano a voce alta evocando ricordi

come gente che da gran tempo si fosse perduta di vista.

— E di capitan Riccardo, che ne è di capitan Riccardo? — chiese colui

che aveva risposto al nome di Parafante volgendosi ad un uomo già

maturo negli anni seduto in fondo alla sala.

— Non so — rispose l’interrogato — da gran tempo non ne ho più nuove!

— È qui a Napoli e avrebbe dovuto esser con noi — rispose una voce.

S. M. la Regina · 第 7 / 15 题