Quando capitan Riccardo venuto meno per la perdita del sangue,
riacquistò i sensi, si trovò disteso su un soffice lettuccio con la
coperta di seta e sormontato da un baldacchino di seta anche esso.
Una lampada d’argento scendeva dal mezzo del soffitto e spandeva una
blanda luce per la cameretta che agli occhi del giovane velati dallo
sfinimento parve come un nido tutto morbido di stoffe con suppellettili
quali non aveva visto che poche volte e di una foggia bizzarra come non
aveva visto mai. Di alcuni mobili non comprendeva l’uso, degli altri
sparsi qua e là non pareva a lui che dovessero usarsi nei quotidiani
bisogni tanto eran belli e lucenti quasi fossero usciti allora allora
dalle mani dell’artefice. Divanetti, poltroncine, tappeti e colonnine
con fregi di bronzo e di argento, e tavolini con coppe e con vassoi da
cui la rosea luce della lampada traeva scintille, lo stupivano, e non
gli pareva vero di trovarsi fra tante ricchezze.
— Ma dove sono, dove sono? — mormorava nel guardare d’intorno.
Ricordava in confuso l’accaduto: le idee e le immagini si confondevano
nella sua mente; solo le figure delle due donne mascherate che
l’avevano indotto ad accompagnarle gli eran rimaste ben delineate
nella memoria; pel resto era tutto un confuso succedersi di ricordi
senza alcuna concatenazione. Era stato assalito, si era difeso, aveva
ferito, era stato ferito, ma quelle due donne, che ne era avvenuto di
quelle due donne? Ad una di esse gli assalitori avevano rivolte delle
ingiurie, degli oltraggi, poi lui era caduto, infine aveva visti come
due fantasmi dai quali era stato preso in braccio e quindi più nulla;
senonchè aveva come una confusa reminiscenza di un uomo curvo su lui
giacente col petto denudato in quel lettuccio; di un gran dolore che
aveva inteso mentre quel fantasima armeggiava con alcuni ferri... poi
più nulla, più nulla! Da poco si era destato, ma era ancora in preda
ad uno intontimento, nè aveva forza di affissarsi in una idea e di
seguirla.
Però di tanto in tanto, quasi quel pensiero surnuotasse su gli altri,
balbettava:
— Il messo non mi avrà trovato... che avrà detto? Come dargli nuove di
me? E i miei compagni di cui ero la guida?
Ma a poco a poco tornò ad addormirsi, non cessando nel sonno di dir
parole sconnesse.
Era già l’alba; alcune voci, alcuni rumori indicavano che la città
incominciava a destarsi, ma nella camera in cui il giovane giaceva
regnava il silenzio, la blanda luce della lampada continuava a
spandersi come se ancora fosse notte profonda. In questo una porticina
nascosta dall’ampia tappezzeria si aperse e la Regina comparve. Stette
un istante immobile, così immobile che pareva una dipinta immagine
staccatasi dalla cornice. In quell’istante il giovane aperse gli occhi.
— Ah, il bel quadro — mormorò cercando, ma invano, di sollevar la testa
dall’origliere — l’immagine di una regina...
Poi chiuse gli occhi di nuovo, in quel dormiveglia delle febbri di
esaurimento in cui la realtà sfuma nel sogno.
La regina si avvicinò al lettuccio e si diede a contemplare il ferito
che giaceva supino con mezzo il busto fuori dalla coltre di seta e
la testa maschia e fiera affondata nei guanciali di piume. Il petto
ampio e robusto era sollevato lenemente dal respiro; dal collo bruno e
muscoloso che appariva tra il colletto slacciato pendeva una catenella
d’oro con un medaglioncino, il quale posava sulla striscia di tela che
copriva la ferita e che aveva nel mezzo una macchia di sangue.
— È il mio buon genio che me lo manda — mormorò la Regina. — Nella
lotta che ho impresa avevo bisogno di un uomo devoto fino alla morte,
incurante dei pericoli, prode e gagliardo come un cavaliere crociato,
e ambizioso anche. È il mio buon genio che me lo manda!... Per giunta,
un bel giovane, troppo bello e troppo giovane forse — aggiunse con un
sospiro.
Ma un sorriso di superba fiducia in sè stessa le sfiorò il labbro.
— A novanta anni Ninon de Lenclos, dicono le cronache di Francia,
faceva ancora delle conquiste; a sessantacinque destò delle fiere
passioni nei cavalieri più belli e più prediletti dalle dame della
Corte... Io ho di poco varcati i cinquanta, e se i cortigiani me ne dan
trenta, i miei nemici mi dicono una formidabile seduttrice... Eppoi,
son qualcosa di più che non era Ninon de Lenclos: son Regina di Napoli,
e figlia e sorella di imperatori.
In questo le labbra del ferito si agitarono come se bisbigliassero
delle parole. Ella si chinò trattenendo il respiro per intender meglio.
— Alma — mormorò il giovane.
— Alma? — chiese a sè stessa la Regina — Ha detto Alma? Un nome di
donna o la metà di una parola di cui non ho inteso il principio?
Si chinò vieppiù raccogliendo tutte le sue facoltà nell’udito, ma le
labbra del giovane rimasero mute.
Ella si alzò colpita da un ricordo.
— Alma? Ma si chiama così la mia giovane lettrice, la figliuola del
duca di Fagnano! Si conoscono dunque? Ma lui che non l’ha vista in
viso non poteva sapere che ella fosse una delle due incognite che
lo richiesero di aiuto. Lei però potè vederlo allorchè si tolse la
maschera...
Stette un istante pensosa, cupa in viso, punta da un’angoscia della
quale non avrebbe saputo dire la causa. Poi a poco a poco si rasserenò.
— Ho certo inteso male. So che quella ragazza non ha mai messo il piede
fuori dal castello di suo padre ove era gelosamente custodita, e questo
giovane, come dicono le note, dopo il nostro ritorno dalla Sicilia ha
vissuto una vita raminga. Non ha parenti, non ha amici, non ha stabile
dimora; solo di tanto in tanto va a passar qualche giorno in casa di un
vecchio nella quale trascorse l’adolescenza. Eppoi le note stesse lo
dipingono per un giovane allegro, spensierato, proclive un po’ troppo
alle avventure rischiose per impetuosità di carattere e per esuberanza
di virile energia. Via, via, lasciamo all’abate Chiari far dei romanzi
sentimentali. Del resto, quando sarà in grado di rispondere alle mie
domande, saprò bene io strappargli dal cuore il suo segreto, se ne
ha uno. Tenterò prima con lei. Quella lì è più furba di quanto la sua
arietta lasci supporre...
Un lieve picchio alla porta la fece trasalire.
— Il sole deve essere già apparso; quegli imbecilli di generali e di
ministri che si son lasciati sorprendere impreparati mi aspettano
— disse avendo compreso il significato di quel picchio discreto. —
Andiamo, andiamo a dir loro che come io ho saputo riacquistare il
regno, così anche questa volta saprò difenderlo.
E si mosse per andar via volgendo un ultimo sguardo al ferito. Poi,
come vinta da un bisogno irresistibile, si chinò e lo baciò in fronte.
— Certo, più bello, più prode, più degno di tutti coloro che ebbi il
torto di elevare insino a me, dei quali il mio amore non riuscì a far
grande l’animo meschino!
E dopo aver detto ciò disparve dietro la tappezzeria che nascondeva la
porticina.
Il ferito a quel bacio aveva aperto gli occhi e gli era parso di vedere
un fantasima che dileguasse. Quel po’ di sonno aveva dovuto ristorarne
le forze perchè potè sollevarsi sul gomito e guardare intorno per la
camera come chi voglia coordinare le idee. Vide sul comodino presso
al letto un vassoio con un bicchiere ed una bottiglietta colma di un
certo liquore: comprese esser quello un cordiale, e reputando inutile
servirsi del bicchiere, prese la bottiglia e bevve.
— Ah! — disse con un sospiro di soddisfazione — doveva esser così il
nettare degli dei: mi par che le forze mi tornino e che un’onda di
benessere si spanda per tutto l’esser mio. Ma orizzontiamoci...
Si guardò di nuovo intorno.
— Curioso — disse poi — il quadro è sparito! Strani giochi della
fantasia! Mi era parso di vedere là in fondo il ritratto di una Regina
che non ci era prima e che non veggo più al suo posto. Nell’aprir gli
occhi, mi era parso che l’immagine di quel quadro si fosse staccata,
fosse venuta qui, mi avesse baciato in fronte e poi dileguasse. Ma che
diavolo è accaduto? Ah, sì, sì, ora comprendo, ora ricordo. Fui ferito
con un colpo di pistola da uno di coloro che volevano far violenza
a quelle due donne mascherate... Ma posso stare in pace con la mia
coscienza perchè dei buchi nella carne ne ho fatti anche io. Ma quelle
due donne? Il palazzo reale è vicino al teatro; il tafferuglio avvenne
in uno spiazzo presso il teatro. Avevo le spalle ad un muro... anzi
no, ad una porticina in cui quelle due donne entrarono... anzi... ecco,
ricordo bene, mi era parso di riconoscere in una di esse... Via, via,
avevo di già perduto molto sangue forse e perciò avevo le traveggole.
Poi caddi... Altri tre corpi giacevano a me vicino... Poi vidi due
ombre che si chinarono, mi presero in braccio e mi portarono qui...
Stette un istante pensoso, poi:
— Qui? Ma questa stanza dovrebbe far parte del palazzo reale e...
Si interruppe dando in uno scroscio di risa.
— Me lo diceva zio Carmine che la lettura dei Reali di Francia mi
avrebbe guastato il capo. Nel palazzo reale io? E quelle due donne
dovrebbero esser per lo meno due dame della Corte! Veramente — continuò
tornando a guardarsi intorno — se sono in casa di una di esse o di
tutte e due, debbono essere assai ricche. Solo nel castello del duca di
Fagnano vidi dei mobili come questi.
Il volto lieto fin allora si velò di malinconia.
— Folle, folle, che non so scacciar da me quell’immagine, e mi par di
udir sempre quella voce! Ci ha colpa zio Carmine e quella fattucchiera
di Geltrude, zio Carmine che pure non voleva avessi letto i Reali di
Francia! Ricordo quando gli parlai la prima volta di... ah, che io
sento di farle oltraggio chiamandola col suo nome... di Alma, dopo
averle riportato la bella collana che aveva perduta... Quanti anni son
passati? Otto anni forse... e zio Carmine mi ascoltava con un certo
sorriso e con certi occhi, e giunse financo a dirmi serio e grave:
Sarebbe una bella moglie per te; e Geltrude mi disse un giorno; Va
alla guerra, torna generale ed il duca te la darà in isposa; e zio
Carmine non mi sgridava punto allorchè tornavo tardi la notte per
aver gironzato intorno al castello di lei, e zio Carmine sapeva che
io andavo pei boschi in cerca di fiori silvestri per gettarli la notte
sul balcone della duchessina e parve compiacersene anzi, e quasi quasi
avrebbe preteso che ella, la quale al certo di nulla si era accorta,
avesse incoraggiata quella mia follia! Ma io ebbi più senno di zio
Carmine e... e partii soldato... per tornar generale!
Bevve ancora del contenuto della bottiglietta, e poi riprese:
— Del resto è la sola follìa della mia vita che ho portata meco
attraverso l’avventurosa esistenza di questi otto anni, e per tale
follìa di tanto in tanto, come stanotte, mi par di vedere l’immagine
di lei e di sentirne la voce. Una illusione come quella che mi fece
credere per poco vi fosse là in fondo un gran quadro col ritratto
di una regina bella come una dea e con una corona sul capo come una
Madonna. E mi parve financo che si staccasse dal quadro, si avvicinasse
a me e mi baciasse in fronte!... Ma insomma — disse mutando di un
tratto pensieri — deve esser ben tardi, sento le grida dei venditori,
il rumore della folla per le vie, e le voci dei marinai lungo il lido.
La finestra di questa stanza deve aprirsi sul mare. Ma qualcuno dovrà
pure venire per veder se son morto o vivo. Ah, ecco un laccio, un
laccio di seta, che deve pur servire a qualche cosa.
In così dire trasse a sè il laccio e immediatamente intese squillar
lontano un campanello. Stette trepidante in attesa, certo che qualcuno
sarebbe venuto.
Non attese invano. Poco dopo le ampie cortine della parete a destra
del lettuccio si sollevarono, e un cameriere senza livrea apparve sul
limitare dell’uscio.
— Appressatevi — disse capitan Riccardo.
Il cameriere si avanzò, fece un inchino e si tenne immobile.
— Mio caro — disse il giovane — voi sapete come io sia stato portato
qui, sapete dunque in casa di chi mi trovi.
Il cameriere rimase impassibile.
— Al certo non siete muto — continuò il giovane un po’ stizzito —
perchè non siete stato sordo al suono del campanello. Parlate dunque...
Non ne ottenne nessuna risposta: quell’uomo continuava a tenersi
immobile senza battere palpebra.
— Sentite, amico — esclamò capitan Riccardo sollevandosi con visibile
sforzo in mezzo al letto — io sono usato ad andar per le spicce, e vi
prevengo che aborro dai misteri. Se non rispondete, scendo dal letto e
saprò trovare bene io la via della porta di strada.
— Io non posso rispondere perchè nulla so — disse infine il cameriere.
— Ho però l’ordine dal medico di avvisarlo appena Vostra Signoria si
fosse svegliata.
— Ma chi ti ha dato un tale ordine?
— Il medico.
— Ma io non son certo in casa di un medico. Come si chiama dunque il
vostro padrone o... la vostra padrona?
— Non so altro, glielo dirà il medico che aspetta nell’anticamera.
E senza più dire fece un inchino ed uscì dalla camera.
Il giovane non si era ancora rimesso dal suo stupore, quando vide
entrare un ometto coi calzoni corti, le calze di seta nera e un
giubbone di velluto. Aveva sotto il braccio il cappello a tricorno e
la parrucca incipriata finiva in un lungo codino alla cui punta era
annodato un nastro di seta.
— Siete voi il dottore? — chiese il giovane con accento aspro e breve.
— Proprio io; ma voi, mio caro signore, siete bene imprudente; eppure
ho riscontrato sul vostro corpo diverse cicatrici, ciò vuol dire che
non siete nuovo alle carezze dei colpi taglienti e perforanti. Come vi
viene in mente di alzarvi a mezzo sul letto, col rischio di spostare il
bendaggio?
In ciò dire avvicinatosi al giovine lo costrinse a rimettersi supino.
Poi vedendo pressocchè vuoto la bottiglietta:
— Bravo, l’avete bevuto quasi tutto il cordiale. Vi faccio i miei
complimenti, caro signore; vi trovo con una cera sorprendente, e sì che
stamane sul luogo in cui cadeste c’era un lago di sangue. Immaginate
i commenti! Anche gli altri feriti pare se la siano sgattaiolata e la
polizia è in gran fermento. È stato dunque un duello come ne avvenivano
sotto Enrico III? Vi siete battuti padrini e testimoni...
— Non fu un duello fu un’aggressione: io accompagnavo due signore
mascherate a cui cinque mascalzoni volevano fare ingiuria...
— Ah, un’aggressione di cinque contro uno! — esclamò il dottore. —
E voi solo contro quei cinque dei quali almeno tre a giudicare dalle
tracce che han lasciato, feriste gravemente! Ma bravo, ma bravo, siete
un eroe! E la polizia che si ostina a credere essere avvenuta in quel
luogo una rissa fra alcuni calabresi che erano stati visti a teatro!
— Via, via, dottore — disse il giovane, punto persuaso che il dottore,
come voleva far parere, fosse ignaro dei particolari di quella ancor
per lui misteriosa avventura — voi sapete le cose più di me e meglio di
me.
— Io? — esclamò il dottore stupito.
— Ditemi dunque dove sono e come si chiama colei che mi ha fatto portar
qui.
— Come? non lo sapete?
— Se lo domando a voi...
— Non lo sapete? Ma ciò è strano, strano assai — esclamò il dottore il
cui viso esprimeva una grande meraviglia.
— Appena ferito mi sentii a poco a poco venir meno; ricordo solo in
confuso che fui sollevato dal suolo, fui messo in un letto, ove vidi
come un fantasima curvo su me, certo voi che operavate sulla ferita per
estrarre la palla...
— E la estrassi trionfalmente con due colpi di bistori. Aveva urtato
nella clavicola e aveva strisciato lungo i muscoli del braccio. La
scappaste bella! Ora ne avrete per una diecina di giorni, a patto che
vi manterrete quieto ed ubbidirete agli ordini del dottore.
— Ma io voglio sapere dove sono, voglio, intendete?
— E lo volete sapere da me?
— Sì, perchè voi non l’ignorate.
— Mio caro giovanotto, da me non saprete niente per una ragione
semplicissima.
— Ed è?
— Che non lo so neanche io.
Il dottore pareva così sincero che il giovane rimase intontito.
— Possibile? — mormorò.
— Possibilissimo. Stanotte ero a letto e dormivo della grossa quando
fui svegliato perchè un ferito aveva bisogno della mia cura. Sappiate
che io non mi rifiuto mai, mai ad invito simile, onde mi vestii in
fretta e seguii l’uomo, che era venuto a chiamarmi e che mi parve un
cameriere di buona famiglia.
— Ebbene, io non le so le strade di questa immensa Napoli, perchè ci
venni sei anni or sono col cardinale Ruffo e non vi dimorai che due
giorni...
— Il gran Cardinale! — fece il dottore pel cui viso fin allora
sorridente passò un’ombra di malinconia. — Ah, capisco adesso voi foste
uno di quei valorosi che...
— Sì, sì — interruppe il giovane con un amaro sorriso — che dopo aver
riacquistato il regno ai Borboni fummo da questi del tutto dimenticati.
Il dottore diede un balzo e si guardò attorno spaventato.
— Non dite così, non dite così — proruppe quasi volesse impedire
al giovane di continuare. — I Borboni nostri amati sovrani non sono
ingrati. Verrà la ricompensa, verrà quando meno l’aspettate.
Il giovane scrollò le spalle, ciò che gli fè dare un grido di dolore,
poi:
— Son pronto a tornar da capo anche senza alcuna ricompensa... Ma non è
di questo che si tratta adesso... Dunque io non so le strade, ma voi sì
che dovete conoscerle, e perciò saprete per lo meno in qual via siamo.
Il dottore parve per poco imbarazzato, ma giunse a dominarsi e rispose
con franchezza:
— Non so il nome della via, so soltanto che dà sul mare.
— Sapete almeno il nome di colui o di colei in casa del quale sono?
— Neanche, neanche, giovanotto mio; fui introdotto in questa casa,
vi osservai, vi operai e nell’andar via mi fu dato dall’uomo che
era venuto a chiamarmi il compenso di alcune monete... Ma io non so
perchè dobbiate logorarvi il cervello per apprender cose di secondaria
importanza. Siete alloggiato principescamente, con un servo alla porta
pronto ad accorrere ad ogni vostro cenno; siete curato da un chirurgo
che è annoverato fra i primari; avrete fra poco una delicata colazione,
stasera un buon desinare: che cosa volete di più? Se chi ha tanta
cura di voi vuol serbar l’incognito, vi è costretto al certo da gravi
ragioni, forse dal vostro stesso interesse. L’insistere a voler saperne
il nome potrebbe anche parere ingratitudine. Rassegnatevi dunque ad
esser curato come un principe e ad esser trattato come un gran signore.
— Sì, sì, è vero — mormorò il giovane — ma gli è che io aspettavo
un messo che ora ha perduto le mie tracce. Tutto il mio avvenire
dipendeva da quello che mi avrebbe detto. Ecco, voi avete un viso che
ispira fiducia ed io vo’ dirvi, caro dottore, quel che sarà di me dopo
guarito; mi manderan via da questa casa ove fui curato come un principe
e trattato da gran signore e mi troverò senza un soldo in tasca come un
mendicante.
— Eh, chi sa! — rispose il dottore con un risolino che gli errava tra
labbro e labbro.
— Lo so io, lo so io, se non trovo quel messo! — rispose il giovane.
— Orsù — fece il medico che non pareva punto commosso — pensiamo
al presente: lasciatemi osservare la ferita; per ora è questo
l’importante.
E si diede a slacciare la fascia che aveva sovrapposto al piumaccio.
— Benissimo, benissimo, fra dieci giorni il braccio tornerà gagliardo
come era iersera quando deste di quei colpi ai vostri avversarî. Vi
occorre però del riposo, della tranquillità di spirito e della fede
nella vostra stella.
— Ahimè, caro dottore, la mia stella è appena appena un lumicino che
può esser spento da ogni alito di vento.
— Invece io la credo prossima a sfavillare di luce intensissima se...
se saprete tenerne acceso il fuoco...
E il dottore scoppiò in una risata la quale al certo rispondeva come la
sua frase, ad un segreto pensiero. Ma il giovane non vi badò: appariva
incerto, imbarazzato, come chi voglia dir cosa per la quale non trovi
le parole. Infine facendo uno sforzo:
— Mio caro dottore, io vi son riconoscente delle vostre cure, ma la
mia lealtà mi obbliga a dirvi che non ho di che pagarvi, il messo che
aspettavo avrebbe dovuto darmi un po’ di danaro, ma a chi rivolgermi
ora? Capite bene, se son forzato ad accettare la ospitalità di un
ignoto, non voglio che per di più paghi il medico e quindi...
— Sì, sì, voi siete degno di far fortuna — esclamò il dottore che
fissava il giovane con occhio scrutatore — perchè siete anche nobile e
fiero, ammenochè, appunto per questo, non sappiate trar profitto...
— Che dite, dottore?
— Nulla, nulla... Vado via per tornare stasera. Attenetevi dunque alla
mia prescrizione: riposo, tranquillità di spirito e fede nel vostro
avvenire.
Ciò detto fece un cenno di saluto e si diresse verso l’uscio, giunto al
quale si rivolse per salutare di nuovo il giovane e poi andò via.
— Parola d’onore, non mi ci raccappezzo — mormorò il giovane — pure son
certo che il dottore, una brava persona a quel che pare, la sappia più
lunga di quando mi voglia far credere. Che mistero è questo? Io son
di sicuro in casa di quella incognita che fu la prima a prendere il
mio braccio, che io già avevo giudicato per una signora, forse anche
una gran signora. Ella mi mostra così la sua riconoscenza, pure avendo
potuto lasciarmi giacente sulla via. Sì, ma se mi fece raccogliere
onde io non ne indovinassi il nome e per evitare uno scandalo? In tal
caso la riconoscenza si chiamerebbe prudenza! Insomma, io debbo sapere,
voglio sapere, anche perchè il mio ospite, uomo o donna, sappia che io
non son uomo da seguire il consiglio molto pratico, ma punto delicato,
del dottore.
E con una rapida risoluzione, fece di nuovo squillare il campanello ed
attese con l’aria di chi abbia formato un disegno.
L’istesso cameriere apparve sull’uscio.
— Datemi i miei panni — gli disse con l’accento di chi è sicuro
d’essere ubbidito — il dottore mi ha trovato in grado di alzarmi e di
uscire.
— Lei non può uscire — rispose l’impassibile cameriere — se prima non
avremo ricevuto l’ordine.
— Noi? chi noi?
— Noi dell’anticamera, i valletti della sala di entrata, il portinaio...
— Ma dunque son prigioniero?
Il cameriere fece un gesto come per dire che non ne sapeva nulla.
— Via, via, non mi fate andare in collera chè io son buono a gittar
dalla finestra voi dell’anticamera, i valletti della sala di entrata e
il portinaio. Dite il mio desiderio al vostro padrone, chè non voglio
mostrarmi scortese usando la forza.
— Il nostro padrone è assente.
— Anche questo? E quando tornerà cotesto vostro padrone?
— Fra cinque o sei giorni, anzi, prevedendo che lei avrebbe voluto
andar via, ci ha detto di pregarlo ad aver pazienza.
— Dunque lo vedrò finalmente cotesto mio ospite?
Il cameriere rispose con lo stesso gesto evasivo, poi riprese:
— Se vorrà vestirsi, troverà in quell’armadio degli abiti: i suoi furon
portati via perchè macchiati di sangue... Ha da comandarmi altro?
Il giovane rispose con un cenno della testa che fu dal cameriere inteso
come di commiato.
Rimasto solo, Riccardo si diede a riflettere ai casi suoi davvero assai
strani. Se il suo ospite gli aveva fatto dire di attenderlo, aveva
dunque in animo di rivelarglisi e quindi era suo obbligo di attenderlo.
Sempreppiù si andava persuadendo che l’ospite fosse una donna, e
proprio quella donna per la quale era stato ferito. Un ricordo inoltre
sopravvenutogli di un tratto, lo aveva fatto decidere a rimanere:
la donna mascherata nel sentire il suo nome non si era mostrata
consapevole di molti episodi della vita di lui, ciò che l’aveva
vivissimamente sorpreso? Come dunque li conosceva? chi glieli aveva
detti? dove mai l’aveva conosciuto?
Lui era un povero avventuriere che se si era fatto notare per la sua
intrepidezza, anzi per la sua temerarietà, in quel sanguinoso periodo
della storia napoletana, non si lusingava punto che la sua fama si
fosse sparsa così che al solo sentirne il nome la gente lo associasse
all’assalto di Cotrone e alla scalata del forte di Vigliena. Chi era
dunque quella donna così addentro nelle imprese da lui compiute?
E ricordava inoltre che i cinque contro i quali aveva difeso quella
donna le avevano rivolto delle atroci ingiurie, l’avevan detta vile,
fedifraga, adultera, e pur senza conoscerlo gli avevano rimproverato
di prenderne la difesa, quasi quella creatura fosse indegna della
protezione di qualsiasi onesto uomo. Come rinunciare dunque a scovrir
un tal mistero? Rimanendo, non solo si sarebbe mostrato riconoscente
alle cure che essa aveva avuto per lui, ma avrebbe al certo appagata la
curiosità che andava divenendo in lui sempre più acuta. Però non sapeva
spiegarsi, non bastando a dargliene una ragione ciò che egli diceva la
sua follìa, come in tutto quello inestricabile viluppo si associasse
l’idea e l’immagine di Alma! Non gli era parso di vederla nel fondo del
palco reale mentre la Regina era per andar via dal teatro? non gli era
parso di averne intesa la voce nelle parole del domino azzurro che era
in compagnia di colei che gli aveva chiesto aiuto? Non gli era parso
di vederne la figura ritta sotto l’arco di una porta mentre egli si
accingeva a respingere gli aggressori delle due donne mascherate?
Ma a che logorarsi più oltre il cervello? Non gli restava dunque che di
rassegnarsi ad attendere.
In capo a sette giorni la ferita poteva dirsi rimarginata, il giovane
aveva ripreso le forze mercè anche i cibi succolenti e delicati insieme
che gli erano serviti in vassoi di argento e i vini generosi. Alzatosi,
si era vestito di un ricco abito tra il borghese ed il militare trovato
nell’armadio con un mantello foderato di una ricca pelliccia. Nè
mancavano le armi chè in una panoplia presso all’armadio aveva visto
delle spade, delle pistole, dei pugnali di tempra finissima, come non
mancavano libri in uno scaffale di ebano intarsiato, libri di amena
lettura come i romanzi dell’abate Chiari, i melodrammi e le canzonette
del Metastasio e i poemetti del Monti. Si era anche avvicinato
alla finestra per aprirla, ma le massiccie imposte eran chiuse da
catenaccio, onde non potè vedere attraverso i vetri che l’azzurra
distesa del mare corsa da vele e da barche di pescatori.
Il dottore era venuto ogni giorno, ma nulla aveva potuto apprendere da
lui: chiacchierava volentieri; ma appena il giovane accennava al suo
ospite si chiudeva in un riserbo che avrebbe esasperato il recluso se
essendo ormai trascorsi alquanti giorni non fosse stato certo che il
mistero fra poco gli sarebbe stato svelato. Perchè perdere il merito
della paziente attesa con una ribellione tardiva? Certo delle gravi
ragioni avevano imposto al suo ospite di esser cauto; d’altra parte
di che poteva lagnarsi lui? bene è vero che l’ozio incominciava a
pesargli; uomo di azione, vissuto fin allora nella libertà dei grandi
boschi e nelle vicissitudini di una vita avventurosa sempre incerta del
domani; costretto ora a raggirarsi tutto il giorno per quell’angusta
cameretta incominciava a sentire acuto il bisogno di uscirne. Nè la
lettura bastava a distrarlo, e la vista del mare faceva più vivo in lui
il desiderio dei grandi orizzonti e della libera vita sotto il sole,
all’aperto.
Erano scorsi già sette giorni di tale vita solitaria e monotona alla
quale però nulla mancava pel benessere del corpo, chè anzi i cibi
succolenti, i vini generosi ne avevano ringagliardito le fibre ed
acceso il sangue da fargli sentire vieppiù penosa la strana prigionia.
La ferita era del tutto rimarginata, il dottore non era più venuto: il
giovane dunque si trovava solo, solo col mistero sul quale convergeva
ogni suo pensiero, preoccupato anche dalla incertezza del domani,
quantunque tanto la donna mascherata, quanto il dottore gli avessero
raccomandato di aver fede. In lotta seco stesso, chè incominciava a
sentir vergogna di quella sua inazione, e di quella ospitalità sontuosa
la quale lo umigliava, aggiravasi per l’angusta cameretta ora risoluto
di andar via a qualunque costo, or cedendo al vivo desiderio di
conoscere il mistero dal quale si sentiva avvolto e nel quale spesso si
approfondiva senza venirne a capo.
— Domani, domani andrò via, andrò via! Tornerò da zio Carmine a cui
certo quel tale che mi invitò a venir qui si sarà rivolto per aver mie
nuove.
Questo aveva detto a se stesso quasi ogni sera nell’andare a letto,
e questo ripeteva a se stesso la sera di quel giorno, dopo che il
cameriere avendo acceso la lampada lo lasciò solo.
— Chiunque sia il mio ospite avrebbe bene il diritto di giudicare male
di me se mi credesse così vile da essermi acconciato a questa esistenza
da parassita.
Si coricò dopo disposto il paralume in modo che l’alcova in cui era il
lettuccio fosse nella penombra; e aspettando che il sonno scendesse
sulle pupille si diede a riflettere ai casi della sua vita e ad
evocarne i ricordi.
Sapeva pur troppo di esser solo al mondo: il vecchio zio Carmine quando
il giovinetto, dotato di una precoce intelligenza che accoppiava ad un
ardire e ad una forza di animo di molto superiore alla sua età, fu da
lui reputato in grado di conoscere il vero, non gli nascose che l’aveva
raccolto nel bosco ove colei che l’aveva partorito l’aveva esposto
forse per occultare la colpa commessa nel generarlo. Egli era dunque un
povero trovatello che sarebbe morto di fame e di freddo senza la pietà
di quell’uomo che egli amava come un padre e che continuò ad amare con
filiale devozione anche quando venne a sapere che non era stretto a
lui da alcun vincolo, se non dalla gratitudine. Ed invero zio Carmine
aveva avuto per lui le cure più affettuose, e se perchè povero, vivendo
del provento di un poderuccio, non gli aveva potuto dare uno stato, ne
aveva curato l’educazione per quanto era nelle sue forze, tenendolo a
scuola fin presso ai diciotto anni, sicchè fra i giovanotti di quella
montana contrada Riccardo di zio Carmine, come veniva chiamato, poteva
dirsi uno dei più istruiti, notevole anche per una innata gentilezza
di animo, e ciò faceva dire a parecchi che certo scorreva sangue di
signori per le vene di quel trovatello. Il giovanetto invero si sentiva
diverso dagli altri suoi compagni, dando ragione a quel che la gente
diceva di lui non solo a proposito dei modi, ma anche della figura la
quale, pure essendo maschio e robusta, aveva qualche cosa di delicato e
di signorile che persuadeva a farlo credere non di sangue contadinesco.
Zio Carmine d’altra parte si faceva scuro in viso quando qualcuno
accennava all’origine di Riccardo, ed il giovane era convinto che il
mistero della sua nascita non doveva essere ignoto al suo benefattore.
E ci era un altro che esser ne doveva consapevole, un amico di zio
Carmine, ben noto a tutti i montanari della Sila per la sua rozza
e grottesca figura e per la sua forza muscolare, per la quale aveva
meritato di esser detto il Toro. Si chiamava Pietro, ed apparteneva
a quella classe tra il borghese e il contadino che vive del proprio
lavoro accudendo alla coltura di un poderetto o ad altri negozi. Se la
vita di zio Carmine era scorsa tranquilla e monotona nel suo villaggio
presso al castello dei duchi di Fagnano, non così quella del suo amico
Pietro che aveva avuta una giovinezza assai burrascosa. Innamoratosi
di una bella giovinetta, l’aveva sposata, non calcolando che la sua
bruttezza lo avrebbe esposto a gravi pericoli e che la bellissima
Rosaria più che lui aveva sposato la casuccia e il poderetto che Pietro
il Toro aveva ereditati; se ne accorse un triste giorno in cui messo in
sull’avviso dai vicini aveva trovato Rosaria in intimo colloquio con un
guardaboschi. Pietro il Toro aveva di una sola stretta delle sue dita
di ferro strozzato i due amanti, poi aveva preso il bosco per sottrarsi
alla giustizia e si era unito con una banda non prendendo però parte
a nessuna delle atrocità che essa commetteva, limitandosi soltanto a
chiedere di che sostentarsi ai signori che avevano boschi e mandrie
sulle montagne. Scendeva spesso nel suo paesello per riveder gli amici
ed era da tutti stimato come un buon galantuomo, e per la bizzarria
del suo carattere era bene accolto anche dai signori, che gli davano da
vivere a patto che egli non ne danneggiasse i beni.
Pietro il Toro era stato dei primi ad accorrere sotto la bandiera del
Cardinale Ruffo ed aveva fatto prodigi di valore negli assalti della
città e nelle mischie coi repubblicani. Poi era tornato glorioso e
trionfante nel paesello e si era rimesso a coltivare il poderetto
sicuro che non lo avrebbero molestato nè nel doppio omicidio, nè per
i dieci anni di vita brigantesca, che aveva, a parer suo, largamente
scontato col combattere pel trionfo del trono e dell’altare. Ed invero
se prima lo si stimava, dopo il ritorno dalla crociata lo si ammirava;
e poichè aveva ben dimostrato che il coraggio in lui era pari alla
forza muscolare, era divenuto un pezzo grosso per tutti i montanari
silani che giungevano financo a non trovarlo poi tanto brutto.
Il giovane Riccardo aveva in lui più che un amico: spesso quando
Pietro il Toro viveva da bandito andava a raggiungerlo sulla montagna
ed era accolto con affettuosa compiacenza; e lo strano era questo,
e che riusciva inesplicabile pel giovanotto: Pietro il Toro di modi
burberi e scontrosi con tutti, era come lui quasi umile e gli parlava
con una certa sommissione. Il giorno in cui seppe che il giovanotto
era gravemente ammalato, passò più notti al capezzale di lui col
rischio di farsi sorprendere dai gendarmi che avevano avuto l’ordine
di arrestarlo. Al par dello stesso Carmine aveva a cuore l’avvenire
del giovane che già aveva varcato i venti anni e mal volentieri si
piegava ai lavori dei campi quantunque ben lo comprendesse, l’aiutare
il vecchio Carmine che aveva preso a coltivare anche il poderetto di
Pietro il Toro, fosse un obbligo per lui.
— L’inclinazione di questo nostro giovanotto è per le armi. Io ne farei
un soldato — disse un giorno Pietro il Toro discorrendo col suo amico.
— Il duca di Fagnano ha bisogno di un armigero. Lo prenderebbe
volentieri al suo servizio...
— Mai, no, mai! — esclamò Pietro il Toro guardando fisso il suo amico.
— Hai ragione, sì, hai ragione — mormorò questi — sono uno sciocco!
Fu allora che il cardinale Ruffo sbarcò in Calabria e chiamò intorno
a sè tutti coloro i quali volessero combattere pel Re legittimo e per
la Religione: e fu Pietro il Toro che indusse il giovane Riccardo a
seguirlo. Il giovane se da una parte vedeva aprirsi un vasto orizzonte
ad una certa confusa ambizione che covava nell’animo, dall’altra un
sentimento che ancora non aveva nome per lui, un sentimento vago, senza
propositi gli rendeva sordamente increscioso il doversi allontanare
da quel luogo. A diciotto anni aveva trovato un giorno in un viale
del castello del duca una collana d’oro con una bella crocetta tutta
petruzze scintillanti: certo apparteneva alla figliuola del duca
che allora allora era passata a cavallo con un seguito di armigeri:
il giovanotto l’aveva raccolta, era andato al castello e per favore
singolare era stato ammesso alla presenza della duchessina che piangeva
pel gioiello disperso essendo esso una memoria di sua madre. Era stata
tale la gioia che la giovinetta gli si era slanciata incontro e lo
aveva ringraziato con una effusione pressochè sconveniente per una
donna del suo grado. Poi rivoltasi alla governante, una vecchia signora
dall’aria burbera ed altezzosa, le aveva detto mentre rimetteva al
collo la collana di dare una buona mancia a quel contadinello.
Il contadinello aveva arrossito e senza attendere che la vecchia
signora eseguisse l’ordine della duchessina era andato via.
Ma da quel giorno non sapeva bene qual sentimento nuovo, strano,
imprecisabile ed ineffabile gli era nato nell’anima: dapprima celato a
tutti, poi intravisto da pochi che avevan dimestichezza col giovanotto,
e specialmente da una vecchia amica di zio Carmine, certa Geltrude, che
viveva dei provventi di un mulino giù nella vallata e che accoglieva
volentieri il giovanotto allorchè si recava da lei. E fu appunto essa
che un giorno, vedendolo seguire con uno sguardo pensoso la duchessina
che passava fra la consueta scorta degli armigeri, aveva detto ridendo
al giovane:
— Ti piace, eh, ti piace? Non sei di cattivo gusto! Capperi, la figlia
di una dei più grandi signori del Regno e per giunta bella e luminosa
come un raggio di sole! Va fatti soldato, torna generale e tela daranno
in isposa.
Il vecchio Carmine fece un gesto di stupore quando la sua amica
Geltrude gli parlò di quello che le era parso di leggere nell’animo del
giovane, ma non se ne mostrò sdegnato quasi che non gli fosse parso
punto oltraggioso il qualsiasi sentimento del suo figliuolo adottivo
verso quella superba figlia di uno dei più nobili signori del regno,
come sarebbe parso agli altri di quel paesello, anzi un giorno in cui
sorprese il giovanotto col naso in aria e gli occhi fissi sul lontano
castello aveva detto: sarebbe una bella moglie per te! con un accento
che aveva della ironia, ma aveva anche una certa tristezza.
E perciò Riccardo, il figlio adottivo di colui che era chiamato zio
Carmine, pure anelando di uscir da quella solitudine in cui la sua
gagliarda giovinezza si disfaceva, nel dividersi da zio Carmine e da
Geltrude, che erano stati i soli suoi amici, nel cingere al fianco il
coltellaccio e nel mettersi in ispalla la carabina che zio Carmine gli
aveva regalato; sentì come se una acuta spinta gli pungesse il cuore.
Ed era partito seguendo Pietro il Toro con una speranza nell’animo
ingenuo e gonfio di illusioni, di tornar generale.
La bellezza della persona, l’ardire che gli si leggeva nello sguardo
eran piaciuti al Cardinale che volendo metter su un reggimento di
milizia regolare col nome _Real Calabria_ andava scegliendo fra i
più prestanti di coloro che erano accorsi a lui, per farne un corpo
disciplinato che fosse di nucleo agli altri. E il giovane Riccardo vi
fu ammesso come soldato; ma nelle diverse fazioni era stato tale il
suo valore, che salendo man mano di grado, era stato per la temerità
dimostrata nell’assalto del forte di Vigliena promosso a capitano.
Bisogna però dire che egli non aveva commesso nessuna di quelle
nefandezze che disonorarono quell’eroica impresa: che era stato pietoso
coi vinti, umano coi nemici e che più volte anzi aveva impedito che
si commettessero quelle sceleraggini che il Cardinale pur volendo, pur
deplorandole, non aveva saputo evitare.
Onde dopo la sanguinosa campagna i due amici, Pietro il Toro e capitan
Riccardo si trovarono insieme, non sapendo a qual partito appigliarsi.
Il Cardinale si era dimesso; il Re era tornato dalla Sicilia e pareva
del tutto dimentico di coloro che avevano sparso tanto sangue per
rimetterlo sul trono: le bande si erano disciolte; i gradi conseguiti
non eran riconosciuti: il vecchio bandito ed il giovane capitano si
trovarono soli e come perduti nella immensa Napoli che avevano ritolta
ai repubblicani per ridarla al re legittimo.
— Tu partisti per divenir generale, ritorni ora capitano — disse
ridendo Pietro il Toro — più fortunato di me che torno quel che ero, ma
con qualche piastra in tasca che tu non hai.
E i due amici fecero la via servendosi un po’ per uno del cavallo di
capitan Riccardo, che il giovane aveva guadagnato in uno scontro coi
repubblicani. Pure, mentre Pietro il Toro tornava alla coltura del
suo poderello, il giovane che sdegnava di vivere in ozio, oramai però
esperto del mondo, si era dato a negoziare di bestiame che trasportava
in Sicilia per rivenderlo. Aveva ricacciato in fondo al cuore il
qualsiasi sentimento che gli faceva vagheggiar l’immagine della
figliuola del Duca, la quale aveva rivista non sapendo trattenere un
sussulto dell’anima sua, e ne era stato per la prima volta guardato con
una certa curiosità benevola, poichè si era sparso nel paesello la fama
delle prodezze da lui compiute. Ma aveva vissuto pur troppo in quei sei
mesi a contatto del mondo perchè potesse accarezzar nell’anima sua le
ingenue illusioni della prima giovinezza e si era dato ai suoi commerci
coi quali sperava di farsi uno stato modesto e tranquillo.
Quando un bel giorno un messo giunto da Napoli aveva chiesto di lui al
vecchio Carmine; quel messo che non aveva voluto dire chi lo mandasse,
lo invitava a recarsi a Napoli ove in un luogo che poi gli sarebbe
indicato avrebbe visto raccolti tutti gli antichi capibanda delle
milizie sanfediste: quel messo gli conferiva la facoltà di condurre a
tal convegno coloro che si erano segnalati nell’impresa del Cardinale,
e nel dir ciò porgeva al giovane una borsa con duecento piastre per
la spesa del viaggio di lui e degli altri che avrebbe condotto seco.
Ah, finalmente! era quella, quella la fortuna che da tanto aspettava,
chè mai si era piegato a quella vita monotona e triste del mercante di
bestiame. A ben altro si sentiva nato: sentiva di aver in sè un tesoro
di energie: anelava alla lotta, ad una esistenza di perigli e di grandi
imprese; quando si parlava delle guerre che altrove si combattevano,
quando sentiva discorrere di coloro che nati poveri ed oscuri avevano
conquistato sui campi di battaglia un nome famoso, un grado cospicuo,
un titolo, ed alcuni erano giunti fino a cingere una corona; quando
in qualche giornale capitato chi sa come in quel suo paesello leggeva
il racconto delle fiere battaglie coi nomi di coloro che avevano in
esse trionfato od anche che in esse erano gloriosamente od eroicamente
morti, sentiva come una invidia ed insieme un dolore profondo che a lui
fosse negato tanto di raggiungere la meta che la sua confusa ambizione
gli additava, quanto di morire eroicamente e gloriosamente nello
assalto di un ridotto o nella difesa di una trincea.
I cinque mesi della sanguinosa reazione che aveva fatto crollare
la Repubblica partenopea erano stati i più belli della sua giovane
vita: la prova che aveva dato di sè e che aveva attirato l’attenzione
dello stesso Cardinale, lo avevano persuaso di esser nato per la
guerra, non per quella combattuta sì ferocemente accanto a coloro
che la consideravano un mezzo per appagare le più turpi passioni
e per far bottino; non accomunato ai ladri ed agli assassini che
avevano sparso intorno a sè il terrore e che avevano commesso tante
inaudite nefandezze: non contro i suoi stessi concittadini devastando,
incendiando, depredando, ma per quella combattuta lealmente contro gli
eserciti stranieri sui campi di battaglia. Dopo quei cinque mesi, aveva
dovuto soffocare le speranze e le ambizioni; aveva dovuto considerar
come inutilmente sparso il suo sangue col quale aveva pure conquistato
un grado: aveva dovuto tornare nella volgarità della vita paesana a
vendere e rivendere pecore e buoi, rinunciando al proposito col quale
si era votato di riparare all’oltraggio del destino col farsi un nome
glorioso. Ma ecco che di nuovo la fortuna picchiava alla sua porta con
la mano di quello ignoto messaggero, perchè era evidente che gravi
avvenimenti maturavano e che si aveva bisogno ancora del braccio di
coloro che, a parte l’indole malvagia e delittuosa di alcuni, avevan
dato prova di tanto valore guerresco, e questa volta forse si sarebbe
combattuto non contro i propri concittadini, ma contro lo straniero.
— Sta sicura — aveva detto sorridendo a Geltrude — che questa volta
tornerò generale!
E aveva rivolto uno sguardo verso il castello con una espressione di
tristezza e insieme di amara ironia, ma aveva visto cosa che assai lo
fece meravigliare: il castello, di ordinario, così silenzioso, amando
il Duca vivere nella quiete allorchè lasciando la Corte in cui teneva
l’ufficio di primo scudiere della Regina, veniva per pochi giorni a
visitare la sua unica figliuola Alma, era in una insolita animazione;
e nello spiazzale gli armigeri a cavallo pareva aspettassero che le due
lettighe, ferme presso la porta, si mettessero in via.
Geltrude seguendo la direzione dello sguardo di Riccardo, aveva detto:
— È il Duca che riparte. Non sapevi forse che era tornato da parecchi
giorni?
Ah! la sua follìa, che di tanto in tanto lo sopraffaceva, non era
del tutto dileguata, quantunque egli ben misurasse l’insormontabile
distanza che lo divideva da quella giovanetta, tanto lontana da lui
quanto una stella da una lucciola!
Non aveva mancato di partecipar l’invito a Pietro il Toro, il quale
quantunque avesse di qualche anno varcato i cinquanta, pure anelava
anche lui ad una vita avventurosa; al Ghiro, al Magaro che avevano
fatto tanto buona prova sotto il Cardinale e a parecchi altri degli
antichi commilitoni che non chiedevano nulla di meglio, quantunque
ignorassero di che si trattasse; ma la vista delle duecento piastre li
assicurava e li incoraggiava a seguire il giovane.
Così era partito con quei suoi compagni; così era giunto a Napoli,
ove sul Ponte della Maddalena un uomo, fattoglisi incontro gli aveva
dato un biglietto nel quale era scritto che coi suoi compagni avesse
aspettato il messo nella sala del veglione al S. Carlo. Così gli era
accaduto quella strana avventura, per la quale era stato ferito e si
trovava ora quasi prigioniero sulla parola in una casa a lui ignota,
ospite forse di quello sconosciuto che aveva protetto.
. . . . . . .
Tali ricordi lo avevano per un pezzo tenuto sveglio, col pensiero
lontano da quel luogo, ma che a quel luogo era tornato e alle
conseguenze di quell’avventura, conseguenze che rendevano inutile il
suo viaggio a Napoli e quello dei suoi compagni. Che avrebbe detto ad
essi? Come avrebbe giustificato il suo abbandono? avendolo visto uscire
dal teatro con due donne, non avrebbero creduto che chi sa in quali
bagordi avesse del tutto dimenticato i suoi amici? E pure che li avesse
ritrovati come avrebbe provveduto ai loro bisogni poichè delle duecento
piastre ben poche gli erano rimaste in tasca?
Poi, a poco a poco le pupille gli si velarono: i gravi e tristi
pensieri avevano a lungo lottato col sonno che gli gravava le ciglie,
poi si erano confusi, poi il sonno lo aveva vinto. La notte era già
alta: la lampada spandeva un fioco chiarore per la stanzetta, ma il
paralume che il giovane aveva spiegato innanzi ad esso lasciava nella
penombra l’alcova in cui era il tettuccio.
Il silenzio era profondo.
Ma il silenzio profondo fu rotto da un lieve cigolìo: le cortine del
fondo si aprirono, una donna apparve, che si inoltrò pian pianino,
varcando il semicerchio di luce che spandeva la lampada. I magnifici
capelli biondi disciolti per le bianche spalle che una nera vestaglia
lasciava denudata, gli occhi accesi come per febbre, le labbra rosse
e tremanti nel pallido viso, il seno magnifico che ansava facevano di
quella regale bellezza una prepotente fascinatrice. Ella con gli occhi
lampeggianti fisi sul giovane si accostò al tavolinetto accanto al
tettuccio sul quale era un vassoio con un bicchiere ed una bottiglietta
piena di un roseo liquore: l’aperse e vi lasciò cadere una polvere
contenuta in una scatoletta d’oro. Poi...
Il giovane dormiva supino con la testa fiera e maschia affossata nei
morbidi guanciali. Era sogno o era realtà? Sentiva sulla bocca una
bocca ardente e due braccia che lo stringevano su un seno morbido e
caldo.
Aperse gli occhi e diede un grido.
— Siete venuta, siete venuta? — disse lui discostando un poco quella
donna da sè per contemplarne meglio le fattezze. — Come siete bella,
come siete divinamente bella!
— Parlate sommesso — disse lei con un soffio di voce.
Capitan Riccardo non avrebbe saputo dire se fosse sveglio o se quello
fosse un sogno, un sogno divino.
— Era il vostro ritratto dunque quello che vidi una notte e che fu poi
tolto?
— No, no — affrettossi a rispondere lei.
— Come vi somiglia, come vi somiglia! Ma siete voi, dite, siete voi
l’incognita che chiese il mio aiuto?
— Sì, sì, taci, taci! — mormorò lei.
— Ah, sì, ricordo che mi diceste di esser bella, ed io bella vi ho
sognato... Ma la realtà supera il sogno... Oh, che vi guardi, che vi
contempli...
E il giovane con le mani nel morbido viluppo della bionda capellatura
di lei ne discostò vieppiù il volto dal suo e si diede a scorrere con
lo sguardo fiammeggiante per tutte le bellezze di quella donna di cui
respirava il profumo acre, ma pur soave.
— Voi siete la Regina...
— Io? — esclamò lei sollevandosi con un atto di sgomento.
— Sì, sì, la regina della bellezza, e se fossi morto per voi, purchè
vi avessi per un istante vista in viso, mi sarei inteso compensato
abbastanza. Ma perchè mi avete fatto aspettare tanto?
— Eravate ferito — mormorò lei chinandosi di nuovo sul giovane che
l’aveva rassicurata con le sue parole. — Temetti che la mia presenza,
una qualsiasi emozione potessero ritardare la guarigione...
— Ah, sì comprendo ora — fece il giovane che non si saziava di
contemplar quelle bellezze alle quali la penombra conferiva una
vaghezza di fantasima. — Ah, come dovete essere vieppiù divinamente
bella al sole, e nello sfolgorar di cento ceri! E la vostra compagna,
dite, la vostra compagna? Perchè eravate in due quella sera...
— Era la mia cameriera — rispose lei con accento brusco e reciso.
Il giovane fece un atto di meraviglia, ma poi sotto il fascino di
quella donna, del mistero che la circondava, col cervello inebriato
dei profumi, con gli occhi abbagliati, sentendo sempre per le vene una
fiamma e ancor incerto se quello fosse un sogno, cinse con le braccia
la vita della incognita attirandola a sè.
— Dimmi, dimmi chi tu sei, dimmi con qual nome debbo invocarti...
— Ti piaccio? — domandò lei con un sorriso che mise un bagliore di neve
nella bocca rossa ed ardente.
— Sì, sì, assai! — esclamò lui fissandola estasiato nelle pupille.
— Ebbene, chiamami come vuoi tu, il piacere, la voluttà, l’amore, ed
ecco quel che sono ora per te.
— Sì, sì, il piacere, la voluttà — mormorò lui.
— Perchè non dici anche l’amore? Ami forse un’altra donna tu?
E nel fargli questa domanda, il labbro inferiore, un po’ più
pronunziato dell’altro, le tremava, gli occhi azzurrini che erano
così dolci nei baci, ebbero un lampo ferino, e la voce ne era aspra e
stridente.
— L’amore! — rispose lui allentando la stretta e ripiegando il capo
come sorpreso da un pensiero o da un ricordo. — No, no, nessuna donna
mi ha mai amato!
Sperò così di aver deluso la domanda per una certa diffidenza che pur
nell’ebbrezza lo teneva guardingo, ed anche perchè in quel subito
divampare del suo sangue, aveva ritegno di frammettere il nome e
l’immagine di una fanciulla come temesse di farle oltraggio. Poi
proseguì:
— Certo nella mia vita avventurosa a molte donne io piacqui, molte mi
piacquero, ma nessuna nessuna lasciò di sè memoria nell’anima mia.
Poi sopraffatto dall’ebbrezza, trasse a sè di nuovo quella donna che si
piegò e fissandolo con uno sguardo acuto da penetrargli nel fondo del
cuore, gli disse:
— Sì, sì, ma mi amerai sempre, per la vita e per la morte?
— Sì, sempre! — rispose lui anelante — per la vita e per la morte!
— Bada — continuò a dir lei dominandosi come se volesse anzi tutto
svelargli l’animo suo — bada: il mio amore è di quelli che uccidono o
è di quelli che esaltano fin dove l’ambizione di un uomo può giungere.
Esso è come il sole, o brucia o feconda: esso è come il torrente, o
devasta, o...
— Sia morte, sia vita, sia inferno, sia paradiso, che importa? —
esclamò lui.
— Così ti voglio, così ti ho sognato, così — rispose lei fremente!
Quante ore trascorsero? Non essi l’avrebbero potuto dire. Le ore che
conta l’ebbrezza sono istanti, quelle che conta il dolore son secoli!
Nel silenzio profondo si sentiva il delirio di quella giovinezza e di
quella beltà.
— Ho sete! — disse lui nel destarsi da quel delirio.
Egli si era sollevato sul gomito e la contemplava. Era una magnifica
statua calda e palpitante d’amore, con gli occhi languenti di dolcezza
e le labbra roride di voluttà.
— Hai sete? Non ho che lo squisito liquore di questa bottiglietta. Vino
da imperatori.... che tu hai bevuto ogni giorno.
— Se mi veniva da te, nettare degli Dei! — disse lui per continuare
nello scherzo.
Ella rispose seria e grave:
— No, sul serio, vino da imperatori... del Tokai. Mescine nel bicchiere.
Egli si rivolse, sturò la bottiglia e riempì il bicchiere che le porse.
— Bevi tu — disse lei.
— No, no, mia dolce signora...
— Bevi, così voglio! — esclamò con voce imperiosa.
— Non andare in collera, via. Vai presto in collera tu! — rispose
Riccardo un po’ sorpreso. — Ma bada, veh, che anche io vo in collera
talvolta, e in tal caso, so essere uomo, comprendi?
— Ah, sai esser uomo! — esclamò lei col viso sfavillante di gioia. —
Sì, sì, lo credo. Hai avuto un gesto superbo di orgoglio e un accento
reciso di dominatore. Perdona sai. Gli è che finora io ho vissuta fra
femminucce in calzoni. Sei un uomo tu! È vero, è vero: me ne accorgo
dal lampo che hai nello sguardo. Se avessi ubbidito alla mia voce, ti
avrei stimato meno. Sei bello, sei prode, e sai volere! Ah, se il re
che è fuggito fosse stato prode, e avesse avuto negli occhi quel tuo
sguardo di fiera volontà...
— Che importa del re a noi, in questa ora? — disse lui scrollando le
spalle.
— È vero che importa a noi del re che è fuggito vigliaccamente?...
— Via, non facciamo della politica: lasciamo in pace quel povero re,
pel quale ho pure sparso il mio sangue.
— E della Regina... non parli tu della Regina?
— Ne ho inteso dir tanto male, ma.. non importa, io sento che è una
grande anima, fiera, risoluta, imperterrita nell’odio come nell’amore,
tremenda nella lotta e superba anche nella disfatta.
— Proprio così, proprio così proruppe lei — e a cui finora mancò un
uomo!
— Ma insomma bevi se hai sete — disse il giovane porgendole il
bicchiere.
— No — fece lei raccogliendosi tutta in lui che la teneva stretta
con un braccio. — No... vedi, ora prego... bevi tu, bevi, mio bel
cavaliere. Sii docile al capriccio della tua donna...
— Così, berrei la morte — rispose lui galantemente.
Vuotò di un fiato il bicchiere, poi riempiendolo lo porse a lei.
Ella lo prese, vi bagnò le labbra, e cogliendo un istante in cui il
giovane si era ripiegato verso la sponda opposta, lasciò cadere il
bicchiere che si ruppe.
— La sgarbata che sono — disse lei.
Non gli diè tempo di rispondere e lo strinse fremente fra le braccia.