Ecco quanto era accaduto.
Condotto a termine il trattato di Presburgo, Napoleone aveva fatto
radunare un esercito a Bologna per scacciare i Borboni dal Reame di
Napoli, e aveva lanciato un proclama ai Napoletani firmato dal generale
Saint-Cyr, nel quale diceva: «La vostra Corte dopo aver conchiuso
un trattato di neutralità ha aperti i suoi Stati ai Russi ed agli
Inglesi: l’Imperatore Napoleone, la giustizia del quale è pari alla
possanza, vuol dare un grande esempio, voluto dall’onore della Corona,
dall’interesse dei suoi popoli dalla necessità di ristabilire in Europa
il rispetto che si deve alla fede pubblica. L’esercito che io comando
viene per punire questa perfidia, ma voi non avete di che temere: i
soldati francesi saranno vostri fratelli».
Il proclama portava la data del 25 di ottobre 1806 ed era giunto a
Napoli il 2 gennaio 1806 insieme colla notizia che l’esercito invasore
comandato dal Saint-Cyr e diviso in cinque corpi, cui si era aggiunto
quello di Massena, in tutto quarantacinquemila uomini, si era mosso
da Bologna, e che con lui veniva il fratello dell’Imperatore Giuseppe
Buonaparte, principe dell’impero e luogotenente generale. Era stato un
colpo di fulmine per la Corte di Napoli, un fulmine di quella tempesta
scoppiata addosso ai Russi ed agli Austriaci, che aveva avuto per epici
episodi la battaglia di Austerliz e la presa di Vienna e che si era
in parte sedata colla pace di Presburgo. Napoli ne rimase atterrita:
troppo recenti e sanguinanti ancora erano le piaghe della lunga guerra
civile degli ultimi anni del trascorso secolo cui avean tenuto dietro
le ferocie delle rappresaglie borboniche: non bene ristabilita,
specialmente nelle più lontane provincie, l’autorità regia: le
campagne corse dagli avanzi di quelle bande sanfediste che se avevano
riconquistato il trono al re legittimo, avevano anche apportato rovina
ovunque eran passate come lave devastatrici: le città divise in fazioni
l’una trionfante e prepotente, quella dei legittimisti, l’altra dei
repubblicani costretta a rodere il freno, ma anelante alla vendetta e
in trepida attesa di nuovi rivolgimenti. Ed ecco che una nuova tempesta
minacciava di scoppiare quando ancora sordamente rumoreggiava l’altra
non del tutto sedata!
Al primo annunzio di quella marcia, Inglesi, Russi ed Austriaci,
per favorire i quali i Borboni avevano rotto la neutralità promessa
all’imperatore Napoleone e che avevano occupato Teano, Venafro,
Mignano, ebbero ordine dai loro governi di ritirarsi! Il Lascy,
generale russo, fece sapere al generale napoletano che era impossibile
di difendere tutta la frontiera del Reame; e poichè gli eserciti
del suo Signore erano sbarcati nelle Due Sicilie come ausiliarî
dell’Austria, or che questa aveva cessato dalle ostilità, dovevano
rimbarcarsi, perciò la Russia tornava ad essere neutrale! Tale era
la ricompensa della mala fede, lo scherno aggiunto alla ruina! Re
Ferdinando si vide perduto: spedì non pertanto il cardinale Ruffo
al Massena per tentare un armistizio ed aver tempo d’indurre a più
miti consigli lo Imperatore, ma quando seppe che il Ruffo era stato
imprigionato a Ginevra, quando vide incerti i ministri convocati a
consiglio, concordi i generali nel ritenere inutile ogni difesa contro
l’invasore, elesse a Vicario generale il figlio Francesco e fuggì in
Sicilia.
Ma il Vicario non potè o non seppe fare altro che ripetere i tentativi
già falliti, onde disperò anche lui, e col fratello Leopoldo prese la
via delle Calabrie per poi ricoverarsi in Sicilia. Così il nembo che si
appressava, rumoreggiante ancor lontano, cacciava innanzi a sè coloro
cui incombeva di opporglisi: il Reame che a gran pena si era ricomposto
pochi anni innanzi, si sfasciava di nuovo per inettitudine dei suoi
reggitori.
Pure, mentre gli uomini disperavano, mentre il re fuggiva, mentre i
generali spezzavano la loro spada, una donna restava fiera, tenace,
impavida, deliberata ad inabissarsi col regno se tale era il decreto
dal fato... S. M. la Regina.
Era rimasta sola nella Reggia, ma bastava il saperla là vigile,
istancabile, risoluta a lottare, bastava perchè il popolo s’illudesse
che il pericolo potesse ancora scongiurarsi. Anche i più timidi, che
poco innanzi avevano consigliato il Re a fuggire, incominciavano quasi
a rincorarsi, a propendere per le risoluzioni ardite, a credere che
si potesse resistere, sia pure per salvar l’onore, ai Francesi che
sempre più si avanzavano. Per le scale della Reggia era un salire, un
discendere di gentiluomini e di popolani, tra i quali alcuni ceffi
che pochi anni innanzi si erano segnalati a capo dei lazzaroni; era
uno scalpitar di cavalli nell’ampia corte, montati da corrieri che
partivano curvi sugli arcioni o ne scendevano gettando le redini agli
accorsi palafrenieri.
Il popolo commentava la notizia per le vie formando dei capannelli
che presto si scioglievano, essendo pur sempre un pericolo l’occuparsi
degli affari dello Stato, e ben si ricordavano i giorni di terrore che
eran seguiti al ritorno della Corte e gli altri nei quali la città
era rimasta in balia delle orde capitanate dal Cardinale. Però se
coloro che aspettavano con impazienza l’esercito straniero per poter
insorgere, pur non osando far voti palesi, eran tenuti incerti dal
saper la Regina tuttora nella reggia; i più timidi, quelli che nei
trascorsi rivolgimenti non avevano parteggiato nè per la repubblica nè
per la monarchia, ma che avevano subito i danni della sanguinosa lotta
tra le due nazioni, eran disposti a credere esagerate le notizie che
correvano, e fidavano nella indomita energia dell’Austriaca che era
rimasta per tener fronte all’uragano. Essa l’unica forza, essa l’unica
volontà, essa infine l’unico uomo, come ebbe a dire Napoleone che
col suo esempio rendeva arditi i più timidi e con le parole sue e col
lenocinio della bellezza sapeva infondere fede nel trionfo anche ai più
esitanti. E l’effetto era questo, che la città si serbava tranquilla
in apparenza; e poichè già si era in Carnevale, gli spettacoli
non erano stati sospesi, anzi correva voce che la Regina sarebbe
intervenuta al veglione del S. Carlo e con essa sarebbero intervenute
tutte le più belle dame della Corte, quelle che eran famose non solo
per la bellezza, ma anche per gli amori e le avventure che loro si
attribuivano. Coloro però che temevano per sè i danni di una invasione
avevano ben altro pel capo che di divertirsi; ma le famiglie della
grassa borghesia si sarebbero guardate bene dal mancare quella sera per
non far credere che fossero ostili o avesser paura. Quarantacinque mila
francesi già quasi ai confini del regno non le rassicuravano, tanto era
il terrore che incuteva quella donna, l’unica che avesse accettato con
saldo animo la sfida dell’onnipotente Napoleone.
Chi dunque verso le prime ore della notte di quel giorno di gennaio
avesse visto la folla gaia e spensierata in apparenza che faceva
ressa innanzi alla porta del S. Carlo; chi alla luce delle torce
che i valletti sorreggevano mentre dai cocchi scendevano le dame
avvolte negli scialli fra le cui pieghe scintillavano le gemme
che ne ornavano il seno, i capelli, avesse visto le brigatelle di
maschere rumoreggianti su per le scale, e la folla variopinta salire
interminabilmente come se tutta la città fosse accorsa anelante, non
avrebbe punto creduto che il nemico si avanzasse apportatore di rovina.
Si sapeva che l’Austria aveva quasi imposto che quella sera la città
si divertisse, e la città pareva ben lieta di ubbidire, a giudicare dal
brio e dalla folla.
La vasta sala che non aveva ancora in Europa altra a sè simile,
fiammeggiava rumoreggiante di una folla di maschere che però ancora si
contenevano compostamente. I palchetti eran tutti gremiti: nella luce
degli specchi si centuplicavano gli smaglianti colori delle vesti, e
nello scintillìo delle gemme si delineavano le leggiadre figure delle
dame, alcune delle quali, anche esse in maschera di seta o di velluto.
Solo il palchetto reale era ancora vuoto, e tutti gli occhi vi si
fissavano impazienti, mentre l’ampia sala continuava a riempirsi
di maschere dai costumi bizzarri, taluni grotteschi, altri di una
ricchezza che faceva correre un mormorio di meraviglia. Nel rumore
confuso delle porte che sbatacchiavano, del fruscìo delle sete o del
velluto, del vocìo di quella gente quasi tutta mascherata sentivansi
gli accordi dei violini dell’orchestra in fondo al palcoscenico.
All’aprirsi di ogni palchetto, e al comparire in essi delle signore col
seno e con le spalle denudate, e delle maschere elegantissime che si
sporgevano per guardar nella sala, si mormoravano i nomi più cospicui
dell’Olimpo napolitano e della colonia forastiera.
Ma il vocio tacque quando si videro due valletti della Corte avanzarsi
nel palco reale e sciorinare un tappeto di broccato sul davanzale. Ciò
voleva dire che Sua Maestà la Regina si sarebbe degnata di intervenire
al veglione in segno di benevolenza pei suoi fedelissimi sudditi: ciò
voleva dire anche che il pericolo era ancora lontano se non del tutto
scongiurato, e che S. M. dava per la prima l’esempio d’animo sereno
e fidente. Ci era dunque dell’esagerazione in quel che si diceva? Del
resto poichè la Regina mostrava di non essere punto preoccupata, non
sarebbe stato meglio godersela quella notte di piacere? Parve che di
questo avviso fosse tutta quella folla rincorata dall’apparizione dei
due valletti che si ritrassero dopo aver spiegato il gran tappeto di
broccato che portava nel mezzo trapunto in oro lo stemma dei Borboni.
In fondo alla sala col gomito appoggiato alle pareti, la testa in alto
si teneva immobile un brigante calabrese che aveva di una maschera
nera coperto il viso, ma i cui occhi scintillavano attraverso i fori.
Il costume di velluto nero coi bottoni di argento giustificava il
lungo pugnale la cui elsa arabescata scintillava anche essa sopra
la larga fascia rossa che cingeva i fianchi dell’uomo mascherato, il
cui cappello a cono infettucciato posava un po’ a sghembo sulla lunga
nera capellatura, che, come era nell’uso del tempo, cadeva a riccioli
sul largo collare della bianca camicia ripiegata sulle spalle. Molte
maschere, la cui muliebre leggiadria era tradita dalle linee del corpo
nelle vesti bizzarre, e lo spirito ardente dal lampo dello sguardo
attraverso le mascherine, gli si erano fatte intorno guardandolo con
ammirativa curiosità che sarebbe stata più indiscreta e più rumorosa se
l’attesa dalla Regina non l’avesse tenuta a freno. Ma il giovane, che
tale era di sicuro a giudicare dalla gagliardia delle membra e dalla
sveltezza della figura, non pareva accorgersi della ammirazione che
destava, pur non potendo suporre che si parlasse d’altri che di lui.
— Un capobanda del cardinale Ruffo — disse una delle maschere che si
era fermata a contemplarlo.
— Il povero Ruffo è prigioniero a Ginevra — rispose una voce — almeno
così si dice.
— Non si parli di politica: l’ordine è di divertirsi. Abbiamo avuto
le forche, chi sa se avremo la farina, è certo che stasera abbiamo una
festa...
— Ma è proprio in maschera cotesto brigante? O che non abbia della
maschera solo quella del viso?
Ma colui del quale si parlava non prestava ascolto a tali voci: si
teneva tuttora immobile non distogliendo gli occhi dal palco reale. Sol
quando alcune mascherine a braccetto fingendo non vederlo l’investirono
così da farlo rimuover da quello atteggiamento, ebbe come un lampo
nello sguardo.
— Donnette mie, non è ancor l’ora. Venite più tardi a gittarvi fra
le mie braccia che sono abbastanza robuste per portarvi via tutte e
quattro.
Non aveva punto mutato tono di voce: le mascherine a quelle brutali
parole rimasero perplesse, poi soffocando uno scoppio di riso passarono
oltre.
— Capperi, è un brigante sul serio! — disse una di esse.
— Portarci via tutte e quattro? Sì, e poi?
— Oh, eccone un altro — esclamò una delle maschere.
In fatto avevan dato di petto in un altro brigante calabrese mascherato
anche esso, ma nella persona differiva dall’altro. Era tozzo,
massiccio, assai negletto nelle vesti che potevano dirsi povere. Alcune
ciocche grige gli cadevano sulle guance coperte dalla maschera, e
l’incedere un po’ incerto, l’evidente imbarazzo dei suoi atti facevano
supporre che ei fosse affatto nuovo a quel bailamme. Invero, urtato
dalle quattro mascherine non si fece da parte, ma alla sua volta diede
una spinta e con una spallata fece cader due del gruppo che si diedero
a gridare come gazze ferite.
— Mascalzone, villanaccio! — urlavano non più con le vocine in falsetto
le due mascherine che erano andate giù a gambe in aria.
Ad una di esse si era sciolta la maschera e coloro che le avevan fatto
cerchio intorno riconobbero nella caduta la più vezzosa delle ballerine
che aveva un nome molto noto fra i gaudenti, onde molti si affrettarono
a porgerle la mano per aiutarla a rimettersi in piedi.
— Che è accaduto, che è accaduto? — le si chiedeva premurosamente. — Vi
siete fatta male?
— No, no, nulla — rispose la ballerina accesa in volto per lo scorno e
cercando di ricomporre le vesti del suo costume di fioraia. — Gli è che
a certi facchinacci non si dovrebbe dar l’accesso ai luoghi in cui va
la gente come noi.
— Ha ragione, ha ragione — urlarono alcune voci. — Tutta una invasione
di sanfedisti stasera al S. Carlo! Ne ho contato almeno una dozzina.
— È una indecenza.
— Uno scandalo.
— Zitto — disse una voce — son gli amici della Regina.
— Son dunque briganti sul serio?
— Ma no, ma no, saran magari dei gentiluomini che per far la corte a
Sua Maestà...
— Quel villanaccio non è certo un gentiluomo! — disse uno dei più
ardenti corteggiatori della bella Coralia la ballerina.
E si diede a gridare:
— Alla porta il brigante, alla porta.
— Alla porta — gridarono alcuni altri che si erano fatti intorno alla
bella fioraia e col pretesto di ricomporle le vesti ne carezzavano le
spalle bianche e grassocce — alla porta.
A quelle grida la folla non sapendo l’accaduto si era riversata tutta
intorno al gruppo delle quattro mascherine, impedendo così a colui che
era stato causa del fermento di rompere il cerchio che si era fatto
intorno a lui. Se ne stava immobile sotto la maschera, volgendo qua e
là due occhietti grigi quasi incerto se proprio a lui si rivolgessero
quelle voci, ma non potè dubitarne quando un pulcinella alto e
robusto con un gran naso di cartapesta, con voce chiocciante gli gridò
all’orecchio:
— Hai inteso, hai inteso? Alla porta, facchinaccio.
— Ah, santo diavolo! — urlò l’ometto — dite proprio a me?
— A te, sì — risposero alcuni mostrando le pugna.
— A me per aver risposto all’urto di quella sguaiatella infarinata come
un pesce da friggere?
— Te lo do io in faccia il pesce da friggere — urlò il pulcinella che
fidava forse un po’ troppo sulla sua forza muscolare.
Ed alzò il braccio, ma di un tratto si intese sollevato di peso:
l’omiciattolo lo aveva abbrancato per le gambe e incurante dei pugni,
che l’altro gli faceva piovere sulla testa, lo sollevò sulle braccia
gridando alle maschere:
— Largo, largo, altrimenti ve lo scaravento addosso!
E senza visibile sforzo si aprì il passo tra la folla, che mutabile
come è sempre d’impressione, si diede a ridere e ad urlare dietro
al nano, che imperturbato portava sulle braccia quel gigante cui
accrescevano comicità le vesti di pulcinella. La musoneria per l’attesa
della Regina si era rotta di un tratto. La folla dei palchetti si
sporgeva per veder meglio, e le risate, le voci, i battimani si
confondevamo in un rumore assordante.
Ma la marcia trionfale dell’ometto fu arrestata di botto. Fendendo la
folla l’altro mascherato da sanfedista, che fin allora, forse perchè
assorto nell’attesa della Regina, non si era accorto di quel che era
avvenuto, giunto innanzi all’ometto gli mise una mano sulla spalla
dicendogli:
— Non fare il fanciullo, via, lascia andare cotesto pulcinella.
— Lo voglio mettere alla porta come voleva far di me lui.
— Lascialo andare, te lo impongo.
L’ometto rispose con una scrollata di spalle, esitò un istante, poi
aprì le braccia e il pulcinella cadde tra la folla che si diede di
nuovo a ridere e ad urlare.
— Ho fatto il piacer tuo — disse l’ometto al nuovo sopraggiunto — ora
andiamo via, andiamo via, perchè... tu mi conosci, se mi sale il sangue
agli occhi te ne scanno una dozzina. Io non son fatto per...
— Va ad aspettarmi fuori, dove sai — rispose l’altro sottovoce. — Verrò
presto a raggiungerti. Resti soltanto qui il Ghiro ed il Magaro che san
più contenersi...
— Contenersi, contenersi! — borbottò l’ometto seguendo l’altro che si
era diretto verso la porta sottostante al palco reale.
Ivi giunto sostò: volse lo sguardo per la folla e vide qua e là alcuni
mascherati nella sua foggia istessa i quali parevano guardassero verso
di lui. Egli fece un segno, e poco dopo li vide ad uno ad uno venire
alla sua volta. Nel passar loro d’accanto mormorò pur facendo sembiante
di non badare ad essi:
— Seguite Pietro il Toro... qui siamo in troppi.
Fece un segno ai due ultimi che si arrestarono.
— Voi restate, ma non mi perdete di vista.
Intanto per l’ampia sala era corso un mormorio che si era propagato pei
palchi: le teste si levavano in alto, e tutti gli sguardi convergevano
nel palco reale la cui porta in fondo si era aperta e lasciava vedere
una doppia fila di valletti che sostenevano dei candelabri d’argento i:
cui ceri accesi mandavano una vivissima luce. Di un tratto in quella
luce apparve la Regina. Quantunque nell’età in cui ogni altra donna
mostra in volto l’ingiuria del tempo, Carolina d’Austria era ancor
fiorente di bellezza alla quale cresceva fascino la naturale maestà
della persona. Si avanzò lasciando cadere il ricco mantello di bianca
pelliccia e agli sguardi ammirati tutta si offerse la stupenda persona
vestita di broccato trapunto d’oro che lasciava scoperto parte del seno
e delle spalle sulla cui lattea bianchezza spandevan vivide scintille
le gemme di una collana. Su la folta massa dei capelli incipriati
leggermente, sicchè ne traspariva l’aureo colore, fiammeggiava al lume
dei ceri la reale corona, ma vieppiù fiammeggiavano gli occhi grandi e
azzurri il cui sguardo superbamente sorridente scorreva per la folla.
Le labbra umide e accese mettevano come una macchia di sangue nel
viso di un ovale perfetto, il cui naso profilato e dritto, il mento
accentuato eran segno di volontà e di tenacità inflessibile.
La folla rimase per un istante in silenzio, come sopraffatta dal
fascino di quella regale bellezza che il tempo non aveva punto
alterato. Nè le tante sconcie dicerie che correvano intorno alle
sregolatezze di quella figlia di una imperatrice, nè il suo sanguinoso
passato, nè i lamenti delle tante vittime che per odio di lei
avevano asceso il patibolo, nè le crudeltà, nè i tradimenti che le
si attribuivano valevano ad attenuare l’ammirazione che ella destava
con la sua prepotente bellezza. Si sapeva che ella era fra le più
colte, se non la più colta donna d’Europa: che parlava e scriveva ben
quattro lingue; che era raffinata nello spirito cui non era estranea
nessuna delle più astruse discipline; che nei consigli della Corona
aveva portata la sua volontà adamantina la quale era stata costretta a
piegare innanzi alla molle inettitudine dei ministri e del Re; che era
stata lei, col suo fascino a decidere e coi suoi consigli a sorreggere
il cardinale Ruffo nella conquista del Regno; lei a tener schiavo
lord Nelson; lei a depurare della setta liberalesca le provincie;
lei a voler soffocata nel sangue la Repubblica Partenopea. E a tante
immagini di morte, di eccidii, di rovine fumanti su cui si ergeva
tragicamente superba quella donna, degna di lottar coi giganti, ma
costretta a vivere fra i pigmei, si univano, si confondevano con uno
strano contrasto, con una ben cruda antitesi, i suoi amanti più noti.
Gualengo, il duca di Regina, Caramanico, Rameski, Acton, Saint Cler; le
sue amiche, fra le quali quella Lady Hamilton, il cui nome era tutto
un miraggio di lascivie; e le debolezze, i capricci, le avventure
vere o false, le orge di una notte, gli amori di un istante. Di un
tal complesso di ombra e di luce, di oro e di fango, di maestà e di
abbiettezza, di capriccio e di volontà ferrea, di epiche imprese e di
intrighi volgari, di arditi progetti a cui poco mancò non assentisse
Napoleone e di dimestichezza, come attestano le sue lettere, coi più
feroci capibanda, era fatta quella donna, quella Regina, che al par di
sua madre che disse: Io sono il re Maria Teresa, avrebbe potuto dire:
Io sono il re Maria Carolina.
E tutto un tal complesso soggiogava la folla, stupita altresì di
quella bellezza giovanile e sfolgorante in una donna già sul declivio,
che quasi a sfida del destino, mentre un esercito marciava per
scacciarla dal trono, mentre il marito, i figli, i ministri, i grandi
dignitari del regno vinti dal terrore, eran fuggiti in Sicilia, sola,
imperturbabile si presentava in una notte di piacere alla folla, nelle
vesti regali, con la corona regale, fiera, imperiosa e pur sorridente
come assoluta signora e sovrana al cui cenno eran cadute tante teste,
al cui corrugar del ciglio aveva tenuta dietro tanta rovina.
E come vinta da tanta audacia, come vinta da tanto sfolgorar di
bellezza, un grido formidabile si elevò dalla folla che gremiva la sala
e i palchetti:
— Viva Sua Maestà la Regina!
Ella rimase dritta, immobile, senza che una piega del labbro o un lampo
dei grandi occhi cerulei tradisse gli interni moti dell’animo. Era la
sovrana che accoglie l’omaggio dovutole; era l’arbitra della vita e
della morte di tutti quei suoi sudditi che non doveva ad essi neanche
un segno di aggradimento. Solo allorchè gli evviva divennero vieppiù
insistenti, piegò il capo come infastidita, e sedette, volgendosi a
mezzo verso l’interno del palco a discorrere con un personaggio dalla
sfarzosa divisa di generale, col petto costellato di decorazioni che si
teneva in piedi, mentre alcuni ufficiali del seguito si eran ritratti
in fondo al palchetto.
La folla a poco a poco cessò dagli evviva, pure si conteneva tenuta
in soggezione dalla presenza della Regina quantunque non ne vedesse
che le spalle e il profilo della testa. Ma un’altra figura attrasse
l’attenzione di coloro che avevan fissi gli occhi nel reale palchetto:
era la stella presso al sole, la stella di una luce più mite, più
soave, più evanescente, che si affisa non tanto con meraviglia, quanto
con affettuosa, rapida compiacenza: un profilo di giovinetta, bionda
anche essa e bianca, che nella luce dei ceri onde sfolgorava il palco
reale delineavasi come una immagine radiosa. Nessuno sapeva chi fosse:
era la prima volta che anche i più assidui ai balli ed ai ricevimenti
della Corte vedevano quella gentile creatura che pareva una santa
discesa dall’altare. Dal modo come la Regina le rivolgeva la parola
chiaro appariva che molto l’amasse: ora Carolina d’Austria non aveva
fatto mai un mistero delle sue predilezioni, anche di quelle onde tanto
si parlava: chi era dunque la nuova favorita che mentre le altre tutte
allo appressarsi della tempesta eran fuggite abbandonando la Corte resa
famosa pei loro vizi come per le loro bellezze, appariva di un tratto
quale una nuova stella di una luce sì blanda e sì dolce?
Agli evviva ed al rumore che si eran destati all’apparir della Regina,
il giovane mascherato da bandito aveva lasciato di botto gli altri due
compagni ed era entrato nella sala facendosi largo a forza di gomito.
Giunto nel mezzo si rivolse, però indarno cercò di vedere in viso la
regal donna che continuava a discorrere volta a mezzo nello interno
del palco. Ma mentre lo sguardo di lui cercava il viso della Regina si
incontrò in quello di colei che le sedeva a fianco, un po’ discosta.
— Ah! — esclamò il giovane trasalendo — ho le traveggole al certo, ho
le traveggole!
Era rimasto immobile, incurante degli spintoni della folla, con gli
occhi che dardeggiavano attraverso la maschera e fissi nel palco reale.
— Vaneggio forse, vaneggio? — mormorava il giovane. — Alma qui, Alma,
nel palco della Regina! Non è possibile, non è possibile! Strana,
prodigiosa rassomiglianza però... Ma bisogna che sappia, bisogna che
vegga, dovessi anche arrischiare la vita...
In questo fu investito da un gruppo di maschere entrate allora allora
come un turbine: colto all’improvviso non resse all’urto e ne fu
travolto. In quello stesso istante la Regina si era alzata, aveva
fredda ed impassibile guardato per poco la folla, quindi si era avvolta
nel bianco mantello che uno dei personaggi del seguito teneva spiegato
dietro a lei e si era incamminata verso l’uscio del palchetto per
andar via. Quando il giovane potè liberarsi dalla folla delle maschere
e alzò il capo, la Regina era già uscita: però dietro a lei intravide
per un attimo quella che lo aveva fatto trasalire di stupore, ma non
ne intravide che il profilo e la figura sottile e l’aureo volume delle
chiome senza cipria. Poi il palco rimase vuoto quantunque continuasse a
sfavillare di luce.
La partenza della Regina fu il segnale del baccano che scoppiò di
un tratto. Le prime note di un ballo vibrarono nel chiasso sempre
crescente e si mescevano agli urli, alle risa, al calpestio delle
maschere delle quali i bizzarri costumi dagli sgargianti colori si
fondevano in una iridescenza che turbinava per la vasta sala al cui
schiamazzo si univa il vocio assordante che veniva dai palchi, dai
corridoi, dalle scale. Forse ben pochi di quella folla si conoscevano,
ma accomunati dall’ebbrezza, e dal proposito di darsi al piacere si
erano presi per la mano formando così una catena che riddava volgendo
nelle sue spire anche coloro che avrebbero avuto intenzione di starsene
in disparte. La maschera toglieva ad ognuno che ne aveva coperto il
viso la personalità che impone riguardi e gravità di modi, sicchè,
mentre le note della danza si spandevano fragorose sferzando al
piacere, la folla delirante si contorceva come ossessionata riddando in
una catena che si scioglieva, si aggrovigliava in una matta confusione,
nella quale le acute grida delle donne si mescevano agli urli degli
uomini.
Alcuni pochi però si erano garentiti dall’esser travolti tenendosi ben
saldi con le spalle alle pareti in fondo alla sala; fra questi i tre
dal costume brigantesco, che con le braccia conserte parevano del tutto
estranei a quel baccano infernale, e si tenevano impassibili mentre
alcune maschere staccatesi dalla folla cercavano di trarli a sè or con
moine, ora con ingiurie.
Parve intanto che uno dei tre fosse stanco perchè staccatosi dalla
parete si avvicinò a colui che poco anzi gli aveva imposto di restare.
— Ma insomma — gli disse — capitano Riccardo, che facciamo? Io non ne
posso più, mi par d’ammattire. Sapete che la pazienza non è fra le mie
virtù...
Colui che era stato chiamato capitan Riccardo rispose aspramente:
— Se ne ho io della pazienza, puoi averne ancora tu. L’appuntamento è
per questa notte al veglione del S. Carlo, ma l’ora non ci fu indicata.
Se andiamo via, come raccapezzarci poi, come ritrovarci?
— Ma io soffoco con questa maschera al viso, soffoco — borbottò l’altro
tornando ad appoggiarsi alla parete. — Se perderò la pazienza, ne farò
una delle mie con coteste sfacciate male femmine che mi vengono innanzi
per tentare il cane che dorme.
La ridda continuava vieppiù sfrenata nel baccano: delle donnette in
abito da _pierrots_, da postiglione, da pescivendole pressochè denudate
nell’arruffio della folla si lasciavano rincorrere da alcuni pulcinelli
che emettevano grida selvagge; nei palchetti non era meno chiassoso il
brio quantunque più composto. Era scoccata la mezzanotte e alle note
della musica, alle grida della folla, allo scalpiccìo dei ballerini si
univa l’acciottolìo dei piatti, il tintinnìo degli argenti chè già nei
palchetti incominciavano a servirsi le cene.
— Ma dunque, bel brigante — disse una delle pescivendole fermandosi
innanzi a colui che aveva risposto al nome di capitan Riccardo — non
balli, non urli, non ti muovi con cotesti tuoi compagni! A chi fai
la posta dunque? Vuoi che io ti sequestri con altre due amiche e ti
imponga il riscatto di una cena?
— Non me lo sarei fatto dire due volte — rispose capitan Riccardo — ma,
bella mascherina, aspetto qui una persona.
— Ah, una donna?
— Può anche essere.
— E cotesti tuoi compagni?
— Aspettano con me.
— Nulla da fare dunque?
— Nulla.
In questo il giovane si intese preso per le due braccia, si rivolse:
due donne mascherate di un ricco domino di seta e velluto, scarlatto
l’uno, azzurro l’altro, si stringevano a lui: l’azzurro dalla taglia
svelta e flessibile tremava senza profferir parola, l’altro dalla
persona magnifica di plastica bellezza pareva meno spaventato e gli si
rivolse dicendogli:
— Se siete giovane, se siete gentiluomo, se avete il coraggio che si
conviene all’abito che portate, accompagnateci fino alla porta per
garentirci da alcuni ubbriachi che ci perseguitano.
Egli intanto sentiva stretto alla sua persona tremante, convulsa
l’altro domino il cui mascherino di seta lasciava scoverto il mento di
una luminosa bianchezza e una bocca piccola e rosea come un fiore.
— Presto, presto — disse il domino scarlatto attirando il giovane verso
la porta.
Rimase per un istante irrisoluto. Era un tranello che gli si tendeva,
un tranello da veglione per scroccargli una cena? Ma la voce che
aveva parlato con uno spiccato accento straniero, pur pregando era
così imperiosa che il giovane non dubitò più oltre che un pericolo le
minacciasse, e che quelle due donne, l’una al certo assai più giovane
dell’altra, appartenessero alla nobiltà o per lo meno alla ricca
borghesia.
— Ve ne prego, ve ne prego, signore! — mormorò il domino azzurro
stringendoglisi vieppiù alla persona.
Egli allora si rivolse ai due suoi compagni e disse:
— Aspettatemi; se intanto viene colui che sapete, aspetti anche esso.
— Capperi! — borbottò l’uomo mascherato che aveva risposto al nome di
Magaro — il capitano se le porta via a due a due...
— O meglio, si lascia portar via...
— E noi che ci facciamo qui?
— Aspettiamo finchè verrà il messo, poi una di quelle pescivendole mi
ha stuzzicato un po’ troppo. Non piacerebbe anche a te di fare un po’
di carnevale?
— A me piacerebbe d’essere sui i nostri monti, con un buon fiasco di
vino innanzi, e una bella ragazza di Gimigliano sulle ginocchia.
Le femmine di Gimigliano, paesello della provincia di Catanzaro
godevano anche allora fama di essere le più belle e insieme le più
facili delle Calabrie.
Capitan Riccardo alla voce del domino azzurro che pregava con accento
così sommesso e così tremante, si era scosso come se non per la prima
volta sentisse quella voce, quasi l’eco lontano di una voce ben nota.
— Eran dunque queste le donne che aspettavi? — gridò la pescivendola
facendosi innanzi — Capperi, mamma e figlia! Non hai molti scrupoli tu,
da vero brigante!
Il domino che pel primo aveva rivolto la parola a capitan Riccardo si
fermò ed ebbe negli occhi un lampo di ira terribile che scoccò come un
baleno dai fori dalla maschera.
— Ah, ah! — urlò ridendo la pescivendola — pare che la mamma non voglia
che si scherzi sul vero. Te la raccomando, bel brigante, serbale le
bricciole, poveretta!
Intanto erano giunti presso la porta. Il domino scarlatto che pareva
più avanzato negli anni dell’altro si fermò, sicchè capitan Riccardo
ebbe l’agio di osservarlo. Dai lembi del cappuccio sbucavano fuori
alcune ciocche bionde che serbavano tracce di polvere di Cipro: il
mento e metà delle guance non coperte dalla maschera erano di una
scultoria purezza, quantunque il mento fosse fortemente pronunziato.
Se non era giovane molto, doveva essere assai bella quella donna di
cui sentiva le forme magnifiche aderenti talvolta alla persona, di cui
vedeva gli occhi limpidi e azzurri che avevano però una certa superba
espressione di durezza.
— Il pericolo è là, nel peristilio, ove essi ci attendono, dopo aver
perduto le nostre tracce.
— Essi? Chi? — disse lui che incominciava ad esser punto non solo dalla
curiosità, ma da un certo interessamento.
— Eravamo in un palco, per goder dello spettacolo che la mia compagna
non ha mai visto, quando alcuni signori, al certo ubbriachi, han
forzato l’uscio. Fra essi ci era anche un marinaio, in divisa da
ufficiale.
— In divisa? — chiese lui.
— In divisa: si son precipitati su noi perchè quel marinaio aveva
scommesso d’aver riconosciuto in me... non so quale signora di sua
conoscenza.
— E come siete sfuggite?
— Quei signori erano male in gambe: ne rovesciai due con una spinta,
e trascinando la mia compagna fui sull’uscio. Presero ad inseguirci
pei corridoi, finchè tra la folla ci perdettero di vista e noi potemmo
rifugiarci nelle sale ove non hanno osato di seguirci, ma ci aspettano
al certo nel peristilio.
— Ma può anche darsi che siano andati via...
— No, no: quel marinaio, quantunque ubbriaco, aveva scommesso e quando
un marinaio scommette... Eppoi aveva un altra motivo forse...
— Ma perchè proprio a me avete chiesto aiuto?
— Voi vestite un abito che indica un valoroso... Eran vestiti
così coloro che riconquistarono il regno al re legittimo — rispose
l’incognita alzando gli occhi per scrutare quelli del giovane. — Ma se
mi sono ingannata, se avete paura...
— Paura io? — esclamò il giovane scoppiando in una risata come se
avesse inteso la cosa più strana del mondo. — Sappiate, signora
che quesito per me non è un abito di maschera, è l’abito che
vesto ordinariamente, e che io fui con coloro che, come voi dite,
riconquistarono il regno al re legittimo.
— Siete calabrese dunque?
— Ho questo vanto...
— E come vi chiamate?
— Mi chiamo capitan Riccardo.
— E niente altro?
— E niente altro — rispose il giovane, il cui accento fino allora
tranquillo ebbe una inflessione di amarezza.
L’altro domino che in quel mentre si era tenuto in silenzio pur
guardandosi intorno come se temesse di veder da un istante all’altro
sopraggiungere coloro dai quali era sfuggito, fece un atto di
maraviglia e si distaccò dal giovane a cui fin allora si era tenuto
stretto.
— Pare dunque che aspettavate delle donne! — rispose il domino che fin
allora aveva parlato. — La vostra amante al certo...
— No — disse il giovane — non aspettavo un donna. Son giunto ieri
con alcuni compagni... Insomma, signora, ditemi fin dove dovrò
accompagnarvi chè io non posso di molto allontanarmi da questa sala.
— Ah! — fece il domino con un grido — capisco ora, capisco. Voi
aspettate un messo, un messo che vi dirà in qual luogo e in quale ora
vi si aspetta coi vostri antichi compagni.
— Che ne sapete voi, che ne sapete voi? — esclamò il giovane
trabalzando. E si chinò per guardar negli occhi l’incognita che chinò
il capo soffocando uno scoppio di riso.
— Andiamo, andiamo, mi son ben diretta, non ho nulla a temere con voi.
Non foste voi a dar pel primo la scalata al forte di Vigliena difeso
da centocinquanta dei vostri compaesani, bravi al par di voi, ma
che avevano la testa sconvolta dalle infamie rivoluzionarie? Eravate
sergente allora di una delle bande più valorose del... del Cardinale, e
foste fatto ufficiale.
— Si, sì, è vero, ma mi conoscete dunque, mi conoscete? — gridò il
giovane sbalordito.
— Guadagnaste il grado di sergente all’assalto di Cotrone, ove foste
ferito nel petto — continuò l’incognita.
— Ma ditemi chi siete, ditemi che siete! — gridò il giovane.
Il grido fu inteso da alcune maschere che si rivolsero:
— Oh, lo sciocco, oh lo scioccone! — esclamarono con uno scroscio di
riso — È una femmina che ti vuole scroccare una cena per sè e per la
compagna... Ah, ah, il cafone!
E prendendosi per la mano si diedero a riddare intorno al calabrese e
ai due domino.
— Usciamo, usciamo! — mormorò il domino che fin allora si era tenuto in
silenzio stringendosi al calabrese da cui si era un po' scostato.
— Bel pezzo di femmina, il domino scarlatto, come piacciono a me!
— disse un postiglione che facendosi largo, arrotondò il braccio
e chinandosi verso il domino scarlatto. — Venite meco, mascherina:
prendete il mio braccio e giuro sulla bellezza delle vostre spalle che
ce la godremo...
— A me piacciono le cosettine gentili — disse un turco — gli occhi di
stella nuotanti nel languore del tramonto, come scrisse un poeta.
E aveva già infilato il braccio in quello del domino azzurro che più
dell’altro pareva spaventato e convulso.
In questo il Calabrese che fin allora si era contenuto cercando di
trarre fuori le due sconosciute, si liberò da esse e slargando con
forza le braccia fece andare ruzzoloni il turco ed il pulcinella. Poi
strappandosi e gittando via la maschera si fece innanzi alla folla e
gridò:
— Ed ora che mi vedete qual sono in viso, se non ci lasciate libero il
passo vi spezzo il cuore come è vero Dio!
Era un bello e fiero viso dall’ampia fronte, dagli occhi neri e
lucenti, dai baffi neri e folti, un bello e fiero viso di soldato con
un’impronta di audacia che fece dare un passo indietro alla folla, la
quale comprese che il giovane diceva sul serio.
— Andiamo, signore, andiamo, chè questa canaglia non oserà più di
infastidirvi.
E prendendo col braccio le due donne si diresse verso la porta che
varcò senza che nessuno gli contrastasse il passo. Ma la folla appena
egli disparve coi due uomini si diede ad urlare, mentre il turco ed il
pulcinella erano trattenuti dagli amici.
— Ed ora permettere che rientri — disse il giovane appena furono in
istrada.
Questa volta fu il domino azzurro che si era tenuto silenzioso
quantunque apparisse più dell’altro preoccupato e tremante che gli si
strinse al braccio dicendo con voce soffocata:
— Eccoli, eccoli, li riconosco, son quelli che entrarono nel palco...
riconosco il marinaio!
Invero in fondo al portico, al riverbero della luce di una delle porte
un gruppo di uomini discorreva sotto voce.
A tali parole capitan Riccardo trasalì: quella voce non gli era nuova,
suscitava in lui certi antichi ricordi della prima giovinezza, che non
aveva punto obbliati ad onta della avventurosa sua vita.
— Oh! — disse arrestandosi a contemplare l’incognita che chinò il viso
stringendo con una manina piccioletta nel guanto che la copriva i lembi
del cappuccio.
— Non ci lasciate ora, non ci lasciate! — mormorò l’altro domino — essi
ci han visto... Si avanzano verso di noi...
— Rientriamo, rientriamo — fece la compagna.
— No, no, sarebbe peggio...
Poi voltasi al giovane:
— Se vi sta a cuore il vostro avvenire, continuate a difenderci...
Afferrate pel ciuffo la fortuna... occorre assai meno di coraggio di
quel che non mostraste all’assalto del forte di Vigliata.
— Sì, sì, ma, ve l’ho detto, aspetto un messo: appunto perchè ho
bisogno che la fortuna finalmente mi sorrida è necessario che il messo
mi trovi ove ha detto che sarebbe venuto.
— Quanti anni avete? — chiese di un tratto l’incognita.
— Ventisette, ventotto anni, non so bene. Ma... che importa a voi?
— Siete dunque nel fiore della giovinezza, siete soldato, un bel
soldato, avete un cuore da leone e... e non vi commovete alle preghiere
di due donne in pericolo che forse sono anche giovani e belle?
Non ebbe tempo di rispondere, il gruppo si era mosso, ma pareva ancora
incerto: il giovane si sentì trascinato dal domino il quale gli aveva
volto quel rimprovero e che aveva preso la via della piazza rasentando
il muro, quindi aveva voltato verso l’angolo del palazzo reale.
— Usate prudenza — mormorò il domino — fra pochi istanti saremo al
sicuro e potrete tornare nelle sale.
— Oh, sentite — disse il giovane — poichè mi ci avete messo in questo
ballo, ci resto. Se per mettervi al sicuro vi fa bisogno di poche
istanti, andate andate, ed io vi giuro che dovessi anche farmi uccidere
saprei impedire a chicchesia di seguirvi.
— Ne ero certa, ecco che vi rivelate qual siete, ed io...
Ma non potè proseguire: il gruppo che si era avanzato finallora
silenzioso, di un tratto si avventò su loro gridando:
— Non ci sfuggirai, adesso, non ci sfuggirai. Ti abbiamo riconosciuta,
vile, fedifraga, adultera! È il sangue delle tue vittime che ha dato il
colore al tuo domino?
Con un rapido atto, capitan Riccardo spinse dietro a sè le due donne in
modo da ricoprirle tutte col corpo e traendo il largo e lungo pugnale
che portava alla cintola per completare il costume, si rivolse al
gruppo mentre indietreggiava per giungere in un angolo ove aveva visto
una porticina che poteva garentirgli le spalle.
— Piano, piano — disse rivolgendosi al gruppo che era sostato vedendo
balenare l’arma nel pugno del giovane. — Che diavolo contate? Queste
qui son due ragazze che ho incontrate questa notte al veglione.
— Seguitemi, seguitemi — mormorava intanto dietro a lui il domino
scarlatto — giunte alla porticina siamo salve.
— Se è così — fece il marinaio che pareva il più risoluto degli altri
quattro — ignorate chi siano coteste due femmine! Vogliamo vederle,
e perciò vi consigliamo di andar via, di lasciar che noi facciamo i
nostri conti con una di esse.
— Questo poi no, cari signori — rispose il giovane che si manteneva
calmo e freddo — questo poi no. Del resto vi perdono perchè se, come
dite, conoscete una di queste mie amiche, non conoscete me. Io sono il
capitan Riccardo, ai vostri servigi.
— Un capitano! — disse una voce. — Ma è indegno di un soldato d’onore
difendere cotesta baldracca.
— Prudenza, prudenza! — mormorava l’incognita dietro al giovane che
nello indietreggiare rasente il muro era guidato dalla mano di lei —
altri dieci passi e siamo giunte.
— Ecco qui — disse il giovane nel cui accento già incominciava a
fremere l’ira — la mia amica mi raccomanda la prudenza e vedete bene,
cari signori, che son prudente ed anche gentile. Io poi non sono un
capitano dell’esercito: mi rimase un tal titolo da che feci parte delle
bande del Cardinale.
— Un sanfedista! — urlarono quei cinque — dovevamo comprenderlo. Uno di
quei briganti, di quei ladri, di quegli assassini...
Non avevano finito di dire che il giovane dando un balzo si slanciò sul
gruppo:
— Ah, per Gesù Cristo, ora poi mi avete seccato, bisogna che ve la dia
una buona lezione.
La zuffa si accese muta e feroce: già due del gruppo che il giovane
aveva colpito al capo con l’elsa del pugnale erano caduti; gli altri
tre avevan tratti gli stocchi e si stringevano intorno al giovane che
si teneva dritto parando i colpi e cercando di avvicinarsi sempre più
al muro per garentirsi le spalle, ma pur parando colpiva, benchè si
sentisse ferito in più parti.
— Tenete fermo, tenete fermo! — mormorava l’incognita che era salita
sul gradino di una porta cercando di aprirla. — Poco altro ancora...
Il giovane lottava con calma senza dir parola mentre i suoi avversari
imprecavano cercando di colpirlo al petto, stupiti della difesa che
il pugnale opponeva ai loro lunghi stocchi. Più acceso di tutti era il
marinaio che aveva già toccato una ferita alla gola.
— A questo ballo sì che so ballare! — diceva intanto capitan Riccardo
il cui accento si manteneva calmo ed ironico. — Ma non vi sta bene lo
stocco nelle mani...
La porta intanto si era aperta le due donne vi erano entrate e si
tenevano sull’uscio.
— Venite, venite — diceva il domino dall’accento straniero — avete
fatto abbastanza... Dio ve ne rimuneri!
— Salvatevi, ve ne scongiuro! — disse l’altro che si era tolta la
maschera.
Il giovane si rivolse e diede un grido. Nella penombra gli era parso di
riconoscere un volto, il volto bianco e soavissimo di una fanciulla, a
cui era caduto il cappuccio e le disciolte chiome bionde le facevano
come un aurea criniera. Ma era stato un lampo: quella figura si era
ritratta nel buio della porta ed egli più non vide che un’ombra.
— Alma — mormorò sussultando. — Alma! È il buon Dio che mi manda tale
celeste visione.
E conte se avesse attinto maggior forza, se non maggior coraggio,
poichè oramai le due donne erano al sicuro, si scagliò e trovando
innanzi a sè il marinaio vibrogli un colpo.
— Ve lo avevo detto che non vi sta bene in mano lo stocco? — disse
vedendolo cadere.
— Vediamo allora se mi sta bene un’altra arma — urlò uno dei due
rimasto in piedi e che si era tenuto discosto dalla mischia.
Rimbombò un colpo di pistola: il giovane si sentì ferito al petto, pure
con uno sforzo sovrumano si resse in piedi.
— Ah, vile, vile! — gridò.
Ed era già per dare un balzo quando si sentì venire meno e
sdrucciolando cadde dando col capo sul gradino della porta che le due
donne avevano testè aperto.
— Fuggiamo, fuggiamo! — disse uno dei due rimasti incolumi. — Accorrerà
della gente e non è prudenza farsi cogliere...
— Io vorrei assicurarmi se quel diavolo incarnato sia morto...
— Morto, arcimorto, te l’assicuro.
— E intanto lei ci è sfuggita?
— Ma... eri proprio sicuro che fosse lei?
— Il povero Ercole l’aveva vista in viso in un momento in cui le si era
rimossa la maschera...
— Povero Ercole, aveva giurato sulla sacra memoria del suo ammiraglio
Caracciolo di uccidere quell’infame e questa notte pareva proprio
destinata a tale giusta vendetta. Assicuriamoci almeno se Ercole e se
gli altri abbiano bisogno di soccorso.
— Fuggiamo, fuggiamo: quantunque il rumore che abbiamo fatto non sia
stato avvertito nel chiasso del veglione, temo che il colpo di pistola
richiami qui della gente. Certo... son corsi ad avvertire le guardie
nel teatro... È meglio battersela...
E i due presero il largo, lasciando distesi sul lastrico i loro amici e
il Calabrese in un lago di sangue col capo al gradino della porta.
Lo spiazzo rimase deserto; si udiva il chiasso della folla e le note
vivaci dell’orchestra, pure nessun dubbio che il colpo di pistola fosse
stato inteso, con le voci e il rumore della mischia, quantunque di
breve durata; ma chi avrebbe osato di avventurarsi al buio in un’epoca
in cui si era avvezzi alle scene di sangue e la notte si assassinava
e si derubava impunemente anche nelle principali vie della città? Già
i caduti, riavutisi alquanto, gemevano pel dolore delle ferite, ma
lo spiazzo continuava ad esser deserto, mentre vibravano per l’aria
tenebrosa le note musicali che si elevavano sul confuso vocio della
folla data al piacere.
Capitan Riccardo nel rinvenire tentò di alzarsi, ma comprese che mal si
sarebbe tenuto in gambe. Perdeva sangue da più ferite, però solo quella
del petto gli pareva gravissima e per la quale era necessario un pronto
soccorso. Pure sol per un istante il pensiero fermossi a considerane
il suo stato e l’imbroglio in cui lo aveva messo quell’avventura,
che ai suoi occhi, velati dallo sfinimento, si presentava l’immagine
intravista nella penombra fra la porta socchiusa innanzi alla quale era
caduto.
Era lei, proprio lei, Alma?
Quella voce che l’aveva fatto trasalire era la sua? La personcina
che vagamente si delineava nelle larghe pieghe del domino di seta
era proprio quella di colei da tanti anni nei suoi sogni che a lui
pareva di contemplar da lontano, così lontano come una di quelle
nuvole bianche che nei rosati tramonti van pel cielo e si dissolvono
appena scende la notte? Ma era possibile, era possibile? Lei, la gemma
più pura e più fulgida di una superba casa ducale custodita con cura
gelosa come se anche il raggio del sole potesse affuscarne il limpido
splendore; lei in un veglione tra la folla sfrenata, in una notte di
piacere, nell’arruffio di un ballo in cui la follìa di un’ora faceva
lecito ogni rilasciatezza; lei che aveva sol visto intorno a sè i
vassalli in ginocchio i quali non osavano neanche baciarle il lembo
della veste? Lei, così lontana, nel suo castello sui monti, in mezzo a
un bosco; lei il cui nome di fanciulla egli mormorava sottovoce, tanto
a lui pareva irreverente il non farlo precedere dal pomposo titolo che
gli avi di quella nivea creatura avevano portato dalla Spagna?
No, no, non era possibile: era stata una allucinazione la sua, dovuta
forse al supremo pericolo a cui si era esposto: il suo cuore l’aveva
invocata come aveva fatto tante volte nella mischia, e ai suoi
occhi era parso di vederla come tante altre volte l’avevano vista
nell’affrontare la morte. Questa volta però la visione era stata più
sensibile, più evidente da confondersi con la realtà. Ma la realtà vera
era lui ferito, lui che aveva bisogno di un pronto soccorso, lui senza
amici, senza conoscenti in quell’immensa città, che non sapeva neanche
come dar notizia di sè ai compagni che l’avevan seguito dal fondo della
Calabria e che stanchi di aspettarlo nel teatro e nel luogo che aveva
loro indicato sarebbero andati via!
Ed il messo al quale doveva affidarsi, il messo dal quale sperava
un po’ di fortuna? Certo aveva trovato i due compagni; ma come, come
fargli sapere che lui era là ferito, a pochi passi dal teatro, che lui
aveva bisogno di soccorso?
— Chi pensa a venir qui? — mormorò guardandosi intorno. — Senti che
chiasso, senti che musica! Ma perchè mi lasciai indurre da quelle due
donne? Ben mi sta adesso, ben mi sta! Pare che i miei avversari non
stiano meglio di me: gemono come tortore ferite. Via, non facciamo
imprudenze, che questa volta ne ha fatto già tante. Se mi veggono vivo,
chi sa non mi vengano addosso tutte e tre per finirmi! Ho perduto
anche il pugnale... dove diavolo è caduto? L’avventura è curiosa,
come piacciono a me, pur rimettendoci l’unica mia speranza! Ma chi
era quella donna contro la quale scagliavano tante ingiurie! In cinque
contro una donna, vigliacchi! Ma l’altra, l’altra?...
Stette un istante pensoso:
— Si vede che invecchio: ne ho sparso tanto del sangue altravolta,
eppure non ho avuto mai le traveggole! Come credere che lei, a
quest’ora dormente nel suo palazzo custodito da cinquanta armigeri,
si fosse esposta mascherata in un ballo pubblico?... Che vuol dir
questo?... — gridò sorpreso.
Aveva visto aprirsi la porticina ed uscirne due uomini vestiti di nero,
uno dei quali dopo essersi guardato intorno si avvicinò a lui, chinossi
e sommessamente gli chiese:
— Siete voi il capitano Riccardo?
— Sì sono io — rispose il giovane. — Se siete venuti per soccorrermi,
davvero fate cosa opportuna perchè mi sento venir meno... Credo non mi
sia rimasta neanche una goccia di sangue nelle vene.
La voce gli si affiochiva sempreppiù, tentò di alzarsi, ma ricadde
pesantemente.
— Meglio così — disse uno dei due uomini. — È svenuto, ma a giudicare
del sangue sparso deve aver l’anima bene avviticchiata al corpo.
— Silenzio — fece l’altro.
Si chinarono entrambi, presero fra le braccia il giovane e sollevandolo
entrarono nella porticina che rinchiusero.
Gli altri feriti gemevano sommessi. Il veglione continuava a
rumoreggiare sordamente e le note allegre e vivaci dell’orchestra
vibravano per l’aria tenebrosa.