CAPITOLO X.

_Continuazione:_ PROVE DI FATTO DELLA ORIGINE ANIMALE DELL’UOMO.

Caratteri rudimentali. — Caratteri anormali. — Avanzi umani

antichi. — Caratteri embriologici. Sviluppo extrauterino. —

Considerazioni finali.

Se l’uomo appartiene alla classe dei mammiferi, e se si ammette la

teoria della trasformazione delle specie, la discendenza del genere

umano da un altro organismo ne è necessaria conseguenza, un semplice

corollario. Tutta la struttura dell’uomo, così concordante con quella

degli animali che lo circondano e adattata alle condizioni di vita

nelle quali si trova, è una prova eloquente dell’idea su esposta. Ma

il Bianconi[418] la pensa diversamente; egli ritiene che l’uomo sia

una creazione diretta e spiega la perfezione dei suoi organi colla

necessità meccanica. Il Creatore, sapiente com’è, non avrebbe potuto

dare all’uomo una struttura diversa da quella che ha, perchè essa sola

corrisponde alle leggi della meccanica. Il Bianconi scrisse un libro

di oltre 300 pagine, per provare che gli organi degli animali, tali

quali esistono, sono ben costruiti, secondo le regole della meccanica,

e lo dimostra sopra la mano dell’uomo, il piede del cane, l’ala del

pipistrello e la pinna della foca. Ma egli dimostra ciò che nessuno

nega e tutti sanno, ed omette di dimostrare ciò che precisamente doveva

dimostrarsi. Infatti noi sappiamo che la mano dell’uomo, il piede

anteriore del cane, l’ala del pipistrello, ecc. sono organi omologhi e

costruiti in modo in ogni dettaglio da essere sufficienti alla funzione

che compiono; ma la questione è questa: Tale uniformità di tipo e tale

perfezione di struttura devonsi attribuire ad una mente suprema, che

agisce direttamente sulla natura, — oppure sono gli effetti di una

comune discendenza e della elezione naturale? Ambedue sono ipotesi; la

prima è mistica, la seconda scientifica; la prima lascia molti quesiti

insoluti che la seconda risolve; la prima, che generalmente ricorre ai

cataclismi, è contraddetta dalla geologia e dalla paleontologia, la

seconda è confermata da queste scienze; la scelta, a quanto pare, non

dovrebbe essere dubbia.

Ma noi non vogliamo accontentarci di queste considerazioni generali,

ed esamineremo parecchie serie di fatti, i quali tutti concorrono a

dimostrare l’origine naturale dell’uomo.

Caratteri rudimentali.

Gli organi rudimentali, che non si rinvengono raramente nei regni

animale e vegetale, costituiscono pei naturalisti del passato

altrettanti enigmi. Considerando ogni singola specie creata

direttamente, non si comprende com’essa abbia degli organi così

ridotti che non funzionano e sono interamente inutili; questo fatto

è in evidente contrasto colla sapienza del Creatore e colla legge

di economia che domina in natura. La teoria dell’evoluzione spiega

la presenza di tali organi in modo plausibile, considerandoli come

organi che erano bene sviluppati negli antenati, e che ora sono in via

di regressione. Gli organi rudimentali, dice il Darwin, potrebbero

paragonarsi alle lettere di una parola, che si conservano nel

compitare, ma non vengono pronunciate, le quali tuttavia ci guidano

nella ricerca della sua etimologia. Anche nell’uomo rinvengonsi degli

organi rudimentali, e ne citerò alcuni, non senza osservare ch’io fui

il primo, od almeno fra i primi naturalisti[419], che li studiò di

proposito, ciò che i nostri biologi, infatuati soverchiamente degli

autori esteri, troppo sovente mostrano di ignorare.

Recentemente il professore Kleinenberg[420] ha cercato di dare agli

organi rudimentali un valore diverso di quello che loro ha attribuito

il Darwin. E non senza ragione, poichè alcuni organi, che appariscono

rudimentali ed inutili nelle forme adulte, possono avere avuto una

grande importanza nella vita fetale, durante la quale agirono come

organi mediatori (Vermittlungs-organe) e vennero poscia collocati a

riposo, dopo avere compiuto il loro mandato. Ma mentre, da un lato, la

presenza di organi mediatori durante la sola vita fetale accenna alla

discendenza da forme, nelle quali questi organi persistevano durante

tutta la vita; dall’altra parte non tutti gli organi rudimentali

possono essere interpretati in questa guisa.

1º _Piega semilunare_. — Nei vertebrati, oltre alle due palpebre, ne

troviamo una terza, che può essere distesa sopra l’occhio con rapido

movimento; è questa la membrana _nictitans_. Nei pesci (Selaci) e negli

anfibii essa rappresenta un organo svolto dalla palpebra inferiore poco

sviluppata, mentre ne’ saurii, nei coccodrilli, nelle testuggini, e più

ancora negli uccelli, costituisce un organo speciale ed indipendente,

che trovasi inserto all’angolo interno dell’occhio. Nei mammiferi, la

medesima subisce una notevole riduzione[421]; nei cetacei carnivori,

e più ancora nelle scimie, non è che una semplice piega, della quale

nell’uomo non rimane che una leggera traccia, che porta il nome di

_plica semilunaris_.

Qualche autore volle scorgere un rapporto inverso tra lo sviluppo della

piega semilunare e quello della mano. Chauveau[422] dice: «L’usage du

corps clignotant est d’entretenir la netteté de la surface de l’œil

en enlevant les corpuscules que les paupières ont pu laisser arriver

jusqu’à lui; et ce qui démontre parfaitement cet usage, c’est le

rapport inverse qui existe constamment entre le développement de ce

corps et la facilité qu’ont les animaux de se frotter l’œil avec le

membre antérieur. C’est ainsi que, dans le cheval et le bœuf, dont le

membre thoracique ne peut servir à cet usage, le corps clignotant est

très développé; qu’il devient plus petit dans le chien, qui peut déjà

un peu se servir de sa patte pour le remplacer, plus petit ancore dans

le chat, et rudimentaire dans le singe et dans l’homme, dont la main

est parfaite».

Sia che si voglia ammettere quest’opinione o meno, noi scorgiamo nella

piega semilunare dell’uomo un organo rudimentale, che non è di alcuna

importanza per la specie.

2º _Appendice vermiforme del cieco_. — Nell’uomo l’intestino cieco

porta un’appendice chiamata ciecale o vermiforme, appendice della

grossezza del tubo di una penna da scrivere, lunga due a otto

centimetri circa, ripiegata su di se stessa e fissata per mezzo di

un particolare ripiegamento del peritoneo su i lati dello stretto

superiore del bacino; le sue pareti racchiudono una quantità di

follicoli mucosi[423]. Essa è soggetta a molte variazioni; talora

manca, come l’attestano Meckel e Morgagni, mentre l’Autenrieth in

un’ernia inguinale la trovò grossa come il colon. Inoltre Oehl[424]

osservò una parziale ed innata occlusione della medesima. Ecco le

parole del professore Oehl: «Le opere di anatomia e gli anatomici da

noi consultati nè accennano, nè sanno accennarsi ad una particolare

e non infrequente anomalia, in conseguenza della quale l’appendice

vermiforme, pervia soltanto per un certo tratto di sua lunghezza dalla

sua foce nel cieco, presenterebbe in una più o meno lunga porzione

della sua libera estremità un solido cordone lungo, nel cui asse ogni

traccia di cavità mancherebbe. Di una tale anomalia osservansi nei

vari cadaveri graduati passaggi. Nel mentre infatti per alcuni di essi

spingendo nel lume dell’appendice vermiforme uno specillo, troviamo

fra la introdotta estremità di quest’ultimo e quella dell’appendice

interposto uno spazio, che rappresenta lo spessore delle sue pareti,

non quivi gran fatto dissimile da quello di ogni altro punto delle

medesime; osserviamo per altri arrestarsi talmente lo specillo che fra

esso e l’estremità dell’appendice interceda uno spazio quivi accennante

ad uno spessore multiplo di quello, che le pareti dell’appendice

presentano in altre parti di loro periferia. Avviene generalmente in

questi casi che l’appendice vermiforme anzichè assottigliata e quasi

appuntata termini in una oblunga ed appianata e solida espansione

simile per forma e dimensione ad una piccola fava. Sparando in allora

l’appendice vermiforme in tutta la sua lunghezza, possiamo convincerci

colla diretta osservazione, aver fine realmente la cavità tubulare

di essa laddove arriva lo specillo esploratore; possiamo inoltre

convincerci aver pur fine quivi la membrana mucosa che tappezza

internamente l’appendice, e l’eccedente spazio, che fra la prima e

l’estremità terminale di quest’ultima intercede, essere dalla muscolare

e sierosa tonaca intieramente occupato. Dalle quali due tonache però,

mantenendo la seconda il suo spessore normale, ne deriva che alla

tonaca muscolare soltanto si debba in questi casi la soda ed appianata

espansione terminale dell’appendice vermiforme. Di questa primordiale

anomalia si osservano nei cadaveri le diverse gradazioni fino al punto

che una metà od una terza parte soltanto dell’appendice vermiforme

mostrisi pervia allo specillo esploratore, assumendo invece l’altra

metà o gli altri due terzi il carattere di un solido cordone a più o

meno appuntata od espansa estremità».

La mancanza osservata dell’appendice vermiforme, lo straordinario

sviluppo che questa talora assume e la sua parziale occlusione notata

da Oehl, accennano alla lieve o nessuna importanza che ha per la vita

umana quest’organo, la cui presenza non può essere spiegata che col

principio della eredità. L’appendice vermiforme tende ad allargare

l’interna superficie dell’intestino cieco, il cui sviluppo va soggetto

a molte variazioni tra i mammiferi. L’appendice ciecale esiste

nell’organo, dove dal Broca fu trovata lunga cent. 3-1/2 ed in un altro

esemplare da Fed. Cuvier cent. 10; essa esiste anche nel chimpanzè,

nel quale il Cavanna[425] la trovò lunga 16 centimetri. Il cieco,

negli onnivori, è di sviluppo ragguardevole, e sviluppatissimo negli

erbivori; lo si vede notevolmente allungato nei marsupiali frugivori,

nei solipedi, nei pachidermi (Elephas, Rhinoceros) ed in alcuni

roditori; qualche rosicante ed i manati posseggono parecchi ciechi.

Per cui l’appendice vermiforme dell’uomo può essere riguardata siccome

un carattere ereditato da un lontano progenitore animale, che andava

fornito di uno o di più ciechi sviluppatissimi.

L’appendice predetta non solo è inutile, ma talvolta causa di morte. Il

Martin e l’Haeckel citano dei casi, in cui la morte fu prodotta da ciò

che alcuni piccoli corpi duri, come sarebbero semi, entrati nel canale,

cagionarono l’infiammazione[426].

3º Muscoli auricolari. — Se tra i mammiferi posti sotto ai Primati

prendiamo ad esempio il cavallo, troviamo dei muscoli auricolari

bene sviluppati, poichè sei sono i muscoli auricolari estrinseci che

muovono la conca dell’orecchio. Il muscolo zigomatico-auricolare tira

il padiglione in avanti; i temporo-auricolari esterno ed interno sono

adduttori della conca; lo scuto-auricolare esterno dirige l’apertura

del padiglione in avanti ed ha per antagonista lo scuto-auricolare

interno; il cervico-auricolare superiore tira la conca in dietro ed

in basso, mentre il cervico-auricolare mediano ed inferiore dànno

al padiglione dei movimenti di rotazione; il parotideo-auricolare è

abduttore del padiglione ed il mastoido-auricolare raccorcia la conca.

Gli animali che devono continuamente origliare, per accorgersi in

tempo opportuno dei pericoli che li minacciano, possono eseguire dei

movimenti estesi del padiglione dell’orecchio, ed hanno a tal uopo dei

muscoli auricolari numerosi e robusti.

Se l’uomo discende da uno stipite animale, egli dovrà aver posseduti

per eredità siffatti muscoli, ma alcuni di questi potranno pel

non-uso essere in istato rudimentale, altri potranno perfino essere

scomparsi. E ciò è quanto osserviamo, poichè alcuni dei sopra

riferiti muscoli auricolari mancano affatto nell’uomo, mentre altri

ravvisansi debolissimi; tali sono il temporo-auricolare ed il

zigomatico-auricolare. In seguito a tale conformazione i movimenti

della conca sono nulli o limitatissimi, e ciò dovea avvenire quale

risultato dello stato sociale, in cui l’uomo vive tranquillo da tempo

remotissimo.

Come il non-uso rese quei muscoli rudimentali e ci fece perdere il

dominio sui medesimi, così l’uso e l’esercizio potranno renderli

nuovamente più robusti e ristabilire in parte il nostro impero su essi,

come risulta dalla seguente asserzione dell’Hyrtl: «A torto s’incolpa

la nostra educazione del poco potere che abbiamo sui movimenti delle

nostre orecchie. Le strette cuffie usate ai fanciulli non ne sono certo

la colpa, giacchè nè eziandio i barbari possono muovere le orecchie,

a modo dei cavalli ombrosi. Ma che non si raggiunge egli con l’uso e

la pazienza? Così s’è visto persone, dopo lungo esercizio, riuscire

anche al dominio di questi esili muscoli, e tal fu l’illustre anatomico

di Leyda, il quale, messa giù la parrucca, era solito darne saggio e

spettacolo ai suoi uditori. _Et capillamento seposito auditoribus fidem

fecit, quid in movendis auribus valeret_»[427].

4º _La coda_. — La porzione codale della colonna vertebrale è affatto

rudimentale nell’uomo, essendo formata di tre a cinque piccole ossa

che articolano insieme e delle quali il primo si fonde spesso col

sacro. Negli altri mammiferi invece, il numero delle vertebre codali

è assai variabile e talora straordinariamente grande; così nel genere

_Manis_ troviamo persino 46 vertebre codali costituenti una coda tre

volte più lunga della rimanente colonna vertebrale. Evidentemente la

coda rudimentale, non appariscente dell’uomo, è un organo inutile

e che esiste perchè ereditato da uno stipite antico, e non ancora

eliminato dall’elezione naturale. Tale idea viene confermata da due

fatti. Il primo si è che il coccige è proporzionatamente assai lungo

nell’embrione, in guisa che, come dice il Blandin, raffigura una

specie di coda analoga a quella di certi animali; sembra anzi che a

quell’epoca ci si trovino più pezzi che nel coccige dell’adulto, e che

alcuni di essi scompariscano poi in seguito per atrofia. Il secondo

si è che in casi anormali la coda assume uno sviluppo ragguardevole.

Passiamo sotto silenzio le asserzioni del conte di Castelnau, del

Ducouret, del Rocher d’Héricourt e del D’Abbadie per notare solo

l’osservazione del dott. Hupch e le notizie raccolte da Isidoro

Geoffroy Saint-Hilaire. Hupch dice di aver veduto nell’ospedale di

Costantinopoli una donna nera antropofaga fornita di una breve coda,

ed un uomo nero pure colla coda esternamente visibile. Il principe

Mohammed-abd-el-Gellich, venuto a Parigi, dichiarò a Geoffroy

Saint-Hilaire di aver veduto in casa sua una schiava di suo padre,

nera, che avea una piccola coda a un dipresso fatta come il dito

mignolo, ma un tantino più lunga. Quel principe soggiunse di aver

veduto nei suoi viaggi a Bournou parecchi altri individui della stessa

razza, e disse notissima la cosa nell’Africa centrale. Due altri

fatti di tal natura si conoscono. Un sottotenente dei _turcos_ ebbe

nel suo reggimento, nel 1860, un Niam-Niam, fornito di una coda lunga

da sei ad otto centimetri, flessibile, molle e coperta di una lieve

peluria. Un generale di divisione dell’armata d’Africa disse a Geoffroy

Saint-Hilaire di aver veduto a Tunisi, parecchi anni or sono, una donna

colla coda. Il Morselli[428], in un interessante articolo, ha raccolto

i casi di code libere che sembrano bene constatati, e ne cita venti; di

code esattamente descritte, possiamo citare soltanto quella osservata

dal Virchow, la quale, al dire di questo anatomico, era formata nel

centro di un tessuto proveniente dal mesoderma dell’embrione, ossia da

quel foglietto, in cui si sviluppano il tessuto fibroso ed il tessuto

osseo, ciò che milita contro l’opinione di Bartels, che in questo

fenomeno non sa vedere un’influenza atavica.

Nella presenza costante di una coda rudimentale nell’uomo, nella

maggior lunghezza che questa ha nell’embrione e nello sviluppo

ragguardevole ch’essa in casi eccezionali può assumere nell’adulto, io

vedo una nuova prova in favore della opinione, che fa discendere l’uomo

da uno stipite animale.

5º _Il pelo_. — Il pelo, nella specie umana, può essere considerato

come un carattere rudimentale, perchè, mentre è lungo e sparso su tutto

il corpo negli animali, nell’uomo è breve, e solamente in alcune parti

si rende lunghissimo. Il pelo corto e fino sugli arti, sul ventre, sul

petto e sul dorso dell’uomo, non può recare alcun vantaggio, e quindi

dobbiamo considerarlo come una semplice eredità. In appoggio di questa

idea possiamo citare due fatti: e cioè il pelo sottilissimo e lanoso, o

la così detta lanuggine, che ricopre fittamente il feto umano nel sesto

mese; ed i casi, più volte osservati, di ipertricosi. Relativamente al

primo punto, il Darwin[429] dice: «Tutta la superficie, compreso la

fronte e le orecchie, è fittamente ricoperta di pelo; ma è un fatto

significante quello che le palme delle mani e le piante dei piedi

siano al tutto nude, come la superficie di tutte le quattro estremità

nella maggior parte degli animali sottostanti. Siccome questa non può

guari essere una coincidenza accidentale, noi dobbiamo considerare

l’invoglio villoso del feto come il rappresentante rudimentale del

primitivo pelame permanente che si vede in quei mammiferi che sono nati

pelosi». Quanto all’ipertricosi, un caso fu descritto dal prof. Cesare

Lombroso[430]. Trattasi di certa Teresa Gambardella, di anni 12, nata

su quel di Salerno da montanari sani, robusti, poco sviluppati nel

pelo, nella barba, e di cute bianchissima; ha fratelli poco barbuti. Ha

cute oscura, e coperta di peli neri, disposti simmetricamente, d’una

lunghezza di 15 millimetri agli arti, all’addome, più lunghi al dorso,

e più folti agli arti superiori che agli inferiori; lunghissimi e folti

al pudendo, folti pure alla faccia, come in un giovanotto sedicenne. Ma

quello che più monta è lo impianto del capello, nerissimo e abbondante,

non solo sul resto del capo, ma in tutta la regione frontale, sicchè si

viene a confondere colle sopracciglia, da cui non si distingue se non

per la direzione diversa impressa ai peli dal muscolo sopraccigliare. A

sostegno dell’opinione su esposta sta anche il fatto che i peli fini,

corti e di colore sbiadito che stanno sulle membra e sopra altre parti

del corpo si sviluppano talvolta in peli fitti, lunghi e piuttosto

grossi e scuri, quando vengono anormalmente nudriti vicino a superficie

lungamente infiammate[431]. In questi giorni (gennajo 1887) si parla di

una certa _Krao_, che si fa vedere a Milano come una forma intermedia

fra l’uomo e le scimie. Io non la vidi, ma non posso prestare fede a

queste forme intermedie oggi viventi; ciò che sembra risultare dalle

relazioni dei giornali si è, che la _Krao_ è affetta di ipertricosi.

6º _Organi sessuali rudimentali_. — Questi rudimenti costituiscono una

categoria speciale, perchè si riferiscono al sistema riproduttivo, e

la loro presenza non può essere spiegata come quella dei rudimenti

finora studiati. Qui non si tratta di un vestigio di una parte che non

appartiene alla specie in uno stato efficiente; ma di una parte che

è sempre presente e bene sviluppata in un sesso, mentre nell’altro è

rappresentata da un semplice rudimento. A questo gruppo appartengono

le mammelle del maschio che sono rudimentali e non funzionano quasi

mai. Non meno interessante è la presenza nei mammiferi di un utero

maschile (_uterus masculinus_), il quale, come ognuno di leggieri

comprende, è un organo affatto inutile e superfluo. L’utero maschile

fu scoperto dal Weber nel 1846; nei roditori (lepre, castoro, ecc.)

esso sbocca nel seno urogenitale e corrisponde all’utero ed alla

vagina delle femmine; il Wiedersheim[432] ha proposto, per ragioni

embriologiche, di chiamarlo _vagina masculina_. La sua forma, in alcune

specie, concorda con quella dell’utero femminile della stessa specie;

esso è, ad esempio, bicorne nel caprone, nel castoro, nel cavallo, e

nella lontra, e vedesi nel delfino diviso in due porzioni col mezzo di

un setto. Nel cane e nel coniglio il medesimo si distingue dall’utero

femminile per la mancanza di corna. In molti altri mammiferi esso è

ridotto ad una semplice vescica, immersa nella sostanza della prostata,

ed era conosciuto nell’uomo già dal Morgagni sotto il nome di _vesicula

prostatica_. Nelle femmine rinvengonsi dei caratteri maschili allo

stato rudimentale. Noi possiamo spiegare questi fatti colle leggi della

ereditarietà. Quantunque cioè uno solo tra i due genitori trasmetta

ad un determinato discendente i suoi organi sessuali essenziali, pure

l’altro genitore non è affatto privo di azione; ma i caratteri di

questo restano nel discendente rudimentali di fronte al predominante

sviluppo dei caratteri dell’altro sesso. Per noi la presenza di tali

rudimenti è l’effetto di una legge naturale; ma i nostri avversari

difficilmente comprenderanno, come il Creatore possa permettere che

si sviluppino organi affatto inutili, come le mammelle e l’utero del

maschio. Si potrà domandare, come avvenga che l’elezione naturale non

abbia ancora eliminato siffatti organi; ma ognuno comprende ch’essa fa

il meglio che può, e non necessariamente il bene assoluto[433].

Caratteri anormali.

Avviene talvolta che un organo od una parte qualsiasi del corpo umano

devii dalla sua struttura normale. Allora succede di frequente che tale

deviazione si compie in guisa da rappresentare lo stato normale di

altri Vertebrati. Ciò non può attribuirsi al semplice caso, nè possiamo

considerare questi fenomeni come giuochi della natura; per spiegarli è

d’uopo ammettere un legame tra l’uomo e gli animali a lui sottoposti

nella scala zoologica. Questo legame non può essere determinato che dai

rapporti di parentela. Veniamo ai dettagli.

1º _Persistenza dell’osso intermascellare_. — Le ossa incisive si

saldano nell’uomo colle ossa mascellari superiori già nei primi mesi

della vita intrauterina, in guisa che il neonato non ne presenta

nemmeno la traccia. Negli altri mammiferi invece queste ossa restano

separate lungamente od anche durante tutta la vita, e raggiungono

talvolta un notevole sviluppo. Ora il Mantegazza[434] ha trovato nei

Neo-Zelandesi un’eccezione a questa regola, per la quale il loro cranio

si accosta a quello degli altri mammiferi. Studiando tre cranii di

Maori, egli notò in tutti ben distinta la sutura, che riuniva un tempo

l’osso inframascellare al mascellare superiore. Più distinta è nel

cranio femminile adulto, un po’ meno negli altri due. Non può dirsi

questa una sutura completa, che possa costituire un vero e proprio

osso incisivo, ma è un chiaro accenno all’antica divisione embrionale

o atavica. È un fatto degno di nota che la sutura anzidetta fu trovata

in tre cranii di una stessa località. Come ho detto nel cap. VIII, la

sutura che indica la separazione dell’osso incisivo dai mascellari

superiori, è negli adulti assai più frequente di quello che finora si

è creduto, poichè la rinvenni nel 60 per 100 dei cranii trentini e la

trovai non raramente anche in altri cranii[435].

2º _Foro olecranico_. — Cuvier parlando della Venere ottentota,

diceva, che «la lame qui sépare la fossette cubitale antérieure et

la postérieure de l’humérus n’était pas ossifiée: il existe, egli

dice, un trou à cet endroit comme dans l’humérus de plusieurs singes,

des chiens et de quelques autres carnassiers». Bory de Saint-Vincent

et Desmoulins attribuirono a questo carattere tanta importanza, che

lo credettero buono per la distinzione delle razze umane, ma ben

tosto, in seguito a numerose osservazioni, si conobbe che la fossa

olecranica può essere perforata tanto nei Negri come negli Europei;

che tale foro offre numerosissime gradazioni e che esso talora esiste

in un braccio mentre manca nell’altro. Hollard[436], nel 1855, ha

cercato d’indagare il vero significato di tale anomalia e giunse al

risultato, che il foro olecranico è una conseguenza dello sviluppo

della fossa olecranica e risulta dall’assottigliamento estremo nella

parete che separa la suddetta fossa dalla coronoide; il foro indicato

dunque è, per così dire, il termine estremo, ma non necessario, di

una tendenza o di una progressione, e non va posto nel numero delle

aperture che rappresentano le traccie di una congiunzione avvenuta

di parecchi centri d’ossificazione. Siccome si ha motivo di credere,

che la perforazione della estremità dell’omero sia in alcune razze

più frequente che in altre e ch’essa dipenda da certe modificazioni

generali dell’articolazione omero-cubitale, così si è indotti ad

attribuire all’anomalia sopra descritta una grande importanza.

L’anomalia ora descritta riceve un interesse maggiore se si riflette,

che essa è più frequente negli scheletri antichi che nei recenti.

Infatti il Broca osservò questo forame in 4-1/2, per 100 delle ossa

delle braccia raccolte nel cimitero del sud a Parigi; e nella grotta

di Orrony, il cui contenuto è attribuito al periodo del bronzo,

erano perforati fino otto omeri sopra trentadue. Il Dupont trovò 30

per 100 di ossa perforate nelle caverne della Valle della Lesse,

appartenenti al periodo del renne; il Leguay, in una sorta di _dolmen_

ad Argenteuil, osservò che il 25 per 100 delle ossa erano forate; e

Pruner-bey ne trovò 26 per 100 nella stessa condizione nelle ossa prese

da Vauréal. «È interessante il fatto, soggiunge il Darwin[437], che

le razze antiche, in questo ed in molti altri casi, presentano più

frequentemente strutture che somigliano più a quelle degli animali

sottostanti, che non le razze moderne. Sembra che la ragione principale

di ciò sia che le razze antiche erano in certo modo più vicine che non

le moderne nella lunga linea genealogica ai loro remoti progenitori

simili agli animali». Il prof. Pellegrino Strobel ha espresso questo

stesso concetto, dicendo che le forme recenti distano più delle antiche

dal punto di indifferenza morfologica[438].

3º _Foro sopracondiloideo_. — Fu il Darwin[439] che rivolse

l’attenzione dei naturalisti su questo foro che si trova in alcuni

bassi quadrumani (lemuri, ecc.), e specialmente nei carnivori, e pel

quale passa il grande nervo del membro anteriore e sovente anche la

grande arteria. Nell’omero dell’uomo si scorge in generale una sola

traccia di questo passaggio, ma talora è benissimo sviluppato. Il

professore Turner calcola, che questo fatto si presenta una volta

per cento negli scheletri recenti. Il Darwin non attribuisce grande

importanza a questa anomalia, dacchè il forame non è regolarmente

presente nei quadrumani superiori; ma l’interesse è tanto maggiore per

quelli che sostengono la discendenza dell’uomo e delle scimie da un

comune progenitore.

4º _Fossa occipitale mediana_. — È al prof. Cesare Lombroso che

dobbiamo questa scoperta, fatta sul cranio di certo Villella, di

Motta Santa Lucia, d’anni sessantanove, figlio di ladri ed ozioso e

ladro egli stesso. Esaminando il cranio del Villella, il Lombroso,

aiutato dal prof. Zoja, trovò la seguente anomalia. La cresta

occipitale interna manca. Dalle braccia orizzontali della spina

crociata dell’occipite, ai lati della protuberanza occipitale interna,

partono due rilevatezze ossee, che decorrono dapprima parallele,

poi triangolari, e si disperdono al segmento posteriore del foro

occipitale, dopo avervi, alla distanza di 8 mill., formato un piccolo

promontorio osseo, triangolare. Lo spazio occupato ordinariamente dalla

cresta occipitale è convertito in una cavità lunga 34 mm., profonda 11

mm. Il Lombroso ha buone ragioni per ritenere, che questa infossatura

servisse al ricetto di un lobo sopranumerario del cervelletto. In

quest’uomo eravi dunque un vero cervelletto mediano, come si nota

appena negli ultimi lemuridi, ad esempio nel _Lemur albifrons_[440]. E

noi non possiamo spiegare quest’anomalia altrimenti che considerandola

come un fenomeno atavico.

5º _Anomalie dell’osso malare_. — Quest’osso è nell’uomo generalmente

semplice, ma in alcuni casi fu osservato, che il medesimo era

diviso mediante una sutura in due pezzi disuguali. Tale anomalia fu

osservata da molti autori, e cioè da Sandifort, Laurillard, Breschet,

Garbiglietti, Nicolucci, De Lorenzi, Calori, Mantegazza, Morselli,

ecc. La maggior parte di essi la spiegò considerandola come un

fenomeno atavico, ritenendo la suddetta divisione un fatto normale

in alcuni animali, e ritenendo ancora che il malare nel feto umano

si svolga da due nuclei ossei. Ma dopo gli studi del Baraldi[441] su

quest’argomento è prudente attendere che sieno fatte ulteriori e più

esatte osservazioni sull’osso malare dei mammiferi e sulla di lui

genesi nell’uomo, prima di imprendere una spiegazione dell’anomalia

sopra descritta.

L’osso malare offre ancora delle altre anomalie, ed è una osservazione

ben importante, che queste anomalie sono tali da avere un riscontro

nello stato normale di animali inferiori all’uomo. Che ciò avvenga

sempre accidentalmente? Non lo credo; anzi trovo in questi fatti

una nuova prova della discendenza della specie umana da uno stipite

animale. Che le accennate anomalie esistano, è noto già da qualche

tempo e ce lo disse recentemente anche il Garbiglietti[442], che così

si esprime: «Le varie anomalie, cui nell’uomo va soggetto l’osso

zigomatico, trovano tutte il loro riscontro nello stato normale

degli animali a vertebre; così la deficienza totale di quest’osso,

che qualche rara volta fu osservata nell’uomo, viene rappresentata

dallo stato normale dei pangolini (Manis Lin.), i quali ne sono

onninamente privi; medesimamente, il _trovarsi_ il malare nell’uomo

ridotto a estreme proporzioni ed affatto rudimentale, connesso

solamente coll’estremità posteriore dell’osso mascellare superiore,

nè raggiungendo mai l’apofisi zigomatica del temporale, ella è tale

disposizione anatomica che collima perfettamente con quella propria

dei formichieri, dei musaragni, dei centeni, degli echinopi o di altri

pochi mammati».

6º _Sutura frontale_. — Il frontale dell’uomo adulto è generalmente

formato di un unico osso; ma talvolta i frontali sono due, e tra di

essi scorgesi una sutura più o meno distinta. Per comprendere il

significato di quest’anomalia, fa d’uopo riflettere, che nei pesci

troviamo 5-6 frontali, cioè due anteriori, due medii, talora fusi

assieme in un unico osso, e due posteriori[443], o, come direbbe

l’Owen, osserviamo oltre i due frontali, due prefrontali e due

postfrontali[444]. Già nei rettili vediamo scemare il numero di queste

ossa, osservando che spesso i frontali medii si riuniscono in un

unico osso, il frontale principale (nel coccodrillo e nei saurii); e

che i posteriori talora mancano (in alcuni serpenti). Negli uccelli

e nei mammiferi vediamo maggiormente ridursi il numero dei frontali,

i quali nei mammiferi sono rappresentati da due ossa e nell’uomo da

un osso unico. Siccome l’osso frontale si sviluppa per due punti

ossei, così dobbiamo scorgere nell’anomalia sopra citata in individui

adulti una persistenza di caratteri giovanili; e poichè lo svolgimento

dell’individuo è analogo a quello della specie, ne dobbiamo inferire,

che l’antico stipite umano possedesse normalmente due frontali come gli

altri mammiferi[445].

7º _Sutura temporo-frontale_. — In alcuni cranii umani si è

osservato che la squama temporale si congiunge coll’osso frontale

sia direttamente, sia mediante un processo, per cui la sutura

temporo-frontale ora è mediata ed ora immediata. Quest’anomalia può

dirsi rara; Allen la trovò 23 volte in 1100 cranii, Gruber 60 volte

in 4000 cranii, Calori 8 volte in 1013 cranii[446]. Siccome la sutura

anzidetta è frequente nei mammiferi, in alcuni dei quali costituisce

la regola, così noi possiamo considerare la di lei presenza anomala

nell’uomo come un fenomeno atavico, che è quanto dire come una prova

della discendenza dell’uomo da uno stipite animale.

8º _Denti sopranumerari_. — Oltre gli esempi citati da Sömmering e

Mummery, il Langen pubblicò nel 1870 il caso di un cranio di Negro, in

cui si trovavano cinque denti sopranumerari. In amendue le mascelle,

invece di tre grossi molari, se ne trovano quattro, e gli ultimi, cioè

gli anormali, erano alquanto più piccoli degli altri. Il quinto dente

sopranumerario era un piccolo molare. Due altri casi furono descritti

dal Mantegazza[447]. Il primo si riferisce ad un Negro che possedeva in

ciascuna mascella quattro grossi molari; il secondo ad un Fiorentino,

che aveva nella mascella superiore quattro grossi molari. Noi abbiamo

qui un carattere anormale che rappresenta lo stato normale di alcune

scimie, e cioè delle scimie del Mondo Nuovo.

9º _Muscolo ischio-pubico_. — Sull’àmbito superiore-interno della

branca ischio-pubica, esiste talora un muscolo ora più ed ora meno

sviluppato, scoperto dal prof. G. P. Vlacovich[448], e denominato dai

suoi punti d’inserzione muscolo ischio-pubico. Esso giace, giusta

l’indicazione dataci dall’autore, sotto ai fasci anteriori più

interni dell’elevatore dell’ano, ed è sovrapposto ad un lembo estremo

dell’otturatore interno, e della fascia che lo ricopre. Il muscolo è

talora sostituito da un legamento, il quale affatto gli corrisponde per

forma ed inserzioni e che perciò chiamasi legamento ischio-pubico.

Il Vlacovich esaminò in proposito 70 individui, cioè 40 maschi, tra cui

20 adulti e 20 bambini, e 30 femmine, tra cui 15 adulte e 15 bambine.

Tra i 20 maschi adulti, 11 non offrivano alcuna traccia del muscolo, ma

in soli 3, tra questi 11, scorgevasi appena la traccia del legamento di

sostituzione. Tra i 20 bambini, 10 presentavano il muscolo più o meno

sviluppato in ambo i lati; nelle 15 femmine adulte invece, una sola era

fornita del muscolo, e tre possedevano il legamento di sostituzione;

tra le 15 bambine, una sola offriva il muscolo tanto a destra quanto a

sinistra.

Ora, a quale scopo fu dato questo muscolo all’uomo? È questa una

domanda che dobbiamo dirigere ai fautori della diretta creazione della

specie umana. A questa domanda risponde il Vlacovich, il quale dice:

«Questo muscolo anomalo non ha probabilmente nell’uomo alcun uso.....

Dichiarare che questo muscoletto non ha probabilmente alcun uso,

equivale al dire che esso manca di ogni fisiologica utilità».

Dal nostro punto di vista, la presenza di questo muscolo trova una

spiegazione nel fatto, che parecchi mammiferi lo possiedono, giacchè

il muscolo dell’Houston, che gli corrisponde, fu trovato nel cane,

nel gatto e nella puzzola, ne’ quali mammiferi compie l’uffizio di

comprimere la vena dorsale della verga.

10º _Muscolo tiroideo interno_. — Anche questo muscolo fu scoperto dal

prof. C. P. Vlacovich[449]. Esso trovasi alla faccia interna della

cartilagine tiroidea, ed il suo nome ne indica la sede e le inserzioni.

È addossato immediatamente alla faccia interna della cartilagine

scutiforme, ove i suoi fasci discendono obliquamente all’innanzi, lungo

la parte inferiore della medesima. Esso s’espande a ventaglio fra

l’uno e l’altro dei suoi punti d’inserzione, presentando la forma di

un triangolo alquanto oblungo. La sua base un po’ convessa è rivolta

in dietro e in alto; gli altri due margini discendono convergendo

all’innanzi, e si uniscono in punta al margine inferiore della

cartilagine tiroidea. Questo muscolo anomalo è assai variabile nelle

sue dimensioni, e non compie, per quanto si sa, alcun uffizio. Esso

trova riscontro in un muscolo rinvenuto da Eschricht nella laringe

dell’_Hylobates albifron_s e denominato dallo stesso autore _musculus

cricothyroideus internus_. Il Vlacovich dice: «Fra il cricotiroideo

interno dell’_Hylobates albifrons_ e il muscolo tiroideo interno

anomalo dell’uomo, apparisce manifesta la relazione di omologia, ma

di omologia incompleta; ad integrare la quale, sarebbe necessario

d’associare a quest’ultimo suo muscolo la porzione interna del muscolo

cricotiroideo». Lo stesso autore chiude la sua memoria colle seguenti

parole: «Ammesse le accennate omologie, si vedrebbe cresciuto anche

per ciò che concerne la laringe, il rapporto incontestabile d’affinità

morfologica tra il nostro organismo e quello dei quadrumani. A quanti

caldeggiano le dottrine genealogiche del Darwin, tornerà probabilmente

gradito che venga tratto alla luce un altro fatto, dal quale sieno

viepiù confermate cotali attinenze».

11º _Prominenza anomala sull’orecchio_. — Il celebre scultore Woolner

scoperse sull’elice dell’orecchio una prominenza, di cui tratta

diffusamente il Darwin[450]. Eccone la sua spiegazione. Evidentemente

l’elice si compone del margine estremo dell’orecchio ripiegato in

dentro; e questa ripiegatura sembra avere in certo modo relazione col

fatto che l’orecchio esterno viene permanentemente spinto indietro.

In molte scimie, collocate non tanto in alto nell’ordine, come i

babbuini ed alcune specie di macachi, la parte superiore dell’orecchio

è lievemente puntuta, ed il margine non è punto ripiegato in dentro;

ma se questo margine fosse ripiegato in tal modo, si vedrebbe senza

dubbio sporgere in dentro e forse un po’ in fuori un leggero punto.

Nelle scimie antropomorfe la prominenza è piuttosto frequente secondo

il prof. Hartmann[451], specialmente nell’orango e nel gorilla; la si

riscontra anche nel feto di orango illustrato dal prof. Trinchese[452].

Il Meyer ha cercato di dimostrare, ch’essa è dovuta ad un arresto di

sviluppo del bordo auricolare; ma il Darwin ha fatto conoscere dei

casi, ai quali questa spiegazione non s’attaglia[453]. La prominenza

anomala sull’elice dell’uomo devesi quindi considerare come un vestigio

di orecchie primieramente puntute.

12º _Lacuna nel setto dei ventricoli del cuore_. — Mentre i pesci

non hanno che un cuore semplicemente venoso, negli anfibi, nei

rettili, negli uccelli e nei mammiferi troviamo un cuore doppio,

cioè venoso ed arterioso. Inoltre negli anfibi e nei rettili, ad

eccezione del coccodrillo, i due ventricoli comunicano tra loro,

in guisa che ha luogo una mescolanza delle due qualità di sangue.

Il cuore dei mammiferi offre qualche cosa di analogo, poichè nella

sostanza muscolare del setto dei due ventricoli riscontrasi qualche

volta una lacuna, ora più ed ora meno sviluppata e di varia forma;

così l’Albini[454] la riscontrò in tutti i mammiferi domestici, ad

eccezione del cavallo, egli la vide nel cane, nel gatto, nel coniglio,

nel topo comune e di campagna, nel maiale, nel porcellino d’india ed

inoltre nella talpa, nella donnola, nel riccio e nella scimia. In

questi animali manca nella parte superiore del setto, sopra uno spazio

ben circoscritto, il tessuto muscolare, e la parete risulta in questo

spazio formata dalle due laminette dell’endocardio, cioè da porzione

dell’endocardio del ventricolo sinistro e da porzione dell’endocardio

del ventricolo destro del cuore. Fra queste porzioni dell’endocardio,

havvi uno strato aponeurotico, nel quale vanno a terminare le singole

fibre muscolari del setto. Nei ruminanti giovani (vitello, agnello,

capretto), in luogo del tendine trovasi una cartilagine, che ossifica

negli animali adulti. Una tale lacuna nella sostanza muscolare del

setto de’ ventricoli osservasi anche nell’uomo.

Albini indica il metodo più semplice e sicuro di preparare il cuore,

per iscoprire questa lacuna e riconoscere i rapporti di essa colle

parti adiacenti. Dopo di aver asportati cautamente gli atrii, si aprano

i due ventricoli con un taglio praticato nella loro parete posteriore,

parallelamente al solco longitudinale posteriore, e si continui il

taglio del ventricolo sinistro anche nell’aorta, in modo da tagliare

per mezzo o dividere la valvola semilunare posteriore. Si rovescino

poscia, oppure si levino le pareti dei ventricoli e si osservi il setto

attraverso la luce, tenendo con una mano l’aorta aperta verso sè stesso

e tirando in basso coll’altra mano il setto dei ventricoli. Allora non

si avrà difficoltà di vedere nell’angolo formato dalle convessità della

valvola semilunare destra e posteriore, una parte semitrasparente del

setto, la qual parte è, a destra, coperta da un lembo della valvola

tricuspidale, col quale è in parte concresciuta. Lo stesso Albini

osservò poi in un embrione umano di circa cinque mesi, quasi nel centro

della lacuna, un foro di comunicazione tra un ventricolo e l’altro,

di che si convinse introducendovi cautamente una sonda ottusa d’osso

di balena; ed è probabile che nei due casi di rottura del setto dei

ventricoli, descritti l’uno dal prof. Hauska, l’altro dal prof. Buhl,

non si trattasse veramente di una rottura in seguito ad endocardite,

come vogliono questi autori, ma piuttosto di un’anomalia di sviluppo,

quale fu riscontrata nel suddetto embrione dall’Albini, tanto più che

gli individui, di cui parlano Hauska e Buhl, erano giovani (di 13 a 14

anni) ed avevano offerto fino dalla nascita quei sintomi morbosi che

devono accompagnare siffatta anomalia, cioè batticuore, difficoltà di

respiro e cianosi del volto e della parte superiore del corpo. Io non

saprei spiegare quest’anomalia in modo generale, che risguardandola

siccome un caso di riversione ai caratteri di antichissimi progenitori.

12º _Anomalie dell’utero_. — Se facciamo una rivista delle varie forme

che presenta l’utero nella classe dei mammiferi troviamo quanto segue:

a) L’utero è talora doppio (_uterus duplex_); in tal caso ciascun

ovidotto termina in un utero, ma quello di un lato s’avvicina a quello

dell’altro lato in guisa da costituire un unico organo; amendue gli

uteri però sboccano ciascuno con un proprio orifizio nella vagina.

Esempi di questa conformazione ci offrono i marsupiali, i rosicanti,

per es., _Lepus, Sciurus_, ecc.

b) Altre volte le corna dell’utero sono inferiormente riunite insieme

e sboccano con un unico orifizio nella vagina; esiste però tra le

medesime un setto che si estende fino quasi all’orifizio. È questo

l’utero bipartito (_uterus bipartitus_), che osservasi in alcuni

rosicanti, per es., nel genere _Cavia_.

c) In altri casi l’utero è bicorne (_uterus bicornis_), così chiamato,

perchè le parti terminali degli uteri si fondono in un unico organo

portante due corna. Esempi ci offrono i cetacei, i perissodattili, gli

artiodattili, i carnivori, gli insettivori, ecc.

d) In fine hannovi degli uteri semplici, in cui è scomparsa ogni

traccia di corna e ne’ quali la muscolatura è sviluppatissima, tale

conformazione troviamo nelle scimie e nell’uomo[455].

Ora dobbiamo tener conto di due fatti: il primo si è che in origine

l’utero della donna è bicorne, come quello di alcuni mammiferi, e

che solo col progressivo sviluppo la forma bicorne scomparisce, ed

in fine cessa del tutto; il secondo si è che nella specie umana gli

uteri anormali sono spesso bicorni per tutto il tempo della vita. Del

resto, questo vizio di conformazione, che riproduce esattissimamente

uno stato che è normale ne’ primi tempi della vita, presenta parecchi

gradi; ora la bifidità interessa tutto il corpo dell’utero e si arresta

soltanto al collo del medesimo; ora non è divisa che la parte più alta

di quest’organo.

Chi sostiene l’origine divina dell’umanità, deve scorgere nelle

anomalie dell’utero sopra citate altrettanti enigmi; mentre la dottrina

della discendenza animale dell’uomo può facilmente spiegare questi

fatti coi principii della trasmissione dei caratteri ad una età

corrispondente e della riversione ai caratteri di un progenitore antico.

13º _Mancanza del corpo calloso_. — Si conoscono ormai parecchi esempi

di mancanza del corpo calloso nell’uomo; per brevità ne citiamo

due. Un caso fu illustrato dal Gaddi[456] nel 1867. Trattasi di un

idiota modenese, il cui cervello non pesava che 985 grammi. Il Gaddi

così scrive: «Il fatto più riflessibile che offrirono gli emisferi

cerebrali, e che mi recò grande sorpresa, si fu quello che ravvisai

quando presi ad esaminarli nelle loro superficie interne, cioè nelle

faccie colle quali si guardano. In tale circostanza ebbi a notare il

caso raro assai della mancanza del corpo calloso, cioè della grande

commessura interlobare». Questo individuo non possedeva che alcune

facoltà istintive, ma nessuna facoltà riferibile ai sentimenti ed

all’intelligenza; sapeva tuttavia balbettare alcune parole per sola

imitazione dei suoni. Un altro caso fu riscontrato dal Calori[457] in

certo Enea Gardini di Bologna, nel quale mancavano onninamente il corpo

calloso ed il setto lucido. Questo individuo possedeva una intelligenza

comune.

Queste anomalie sono per noi di molto interesse, perchè ci

rappresentano lo stato normale non già di mammiferi vicini all’uomo, ma

di quelli da lui assai discosti. È noto che il corpo calloso manca, tra

i mammiferi, solamente nei marsupiali e nei monotremi.

14º _Microcefalia_. — Nei microcefali il cervello ha subìto una

notevole e singolare deviazione dal suo tipo. Carlo Vogt[458] dice:

«La microcéphalie est une formation atavique partielle, qui se produit

dans les parties voûtées du cerveau et qui entraine, comme conséquence,

un développement embryonnaire dévié, lequel ramène, par ses caractères

essentiels, vers le souche depuis laquelle le genre humain s’est élevé».

C. Vogt studiò esattamente molti microcefali, ed in seguito a numerose

ed esatte misurazioni giunse a questi risultati:

1º Il cervelletto del microcefalo è perfettamente umano, per cui il

Vogt dice: «Le microcéphale est homme par le cervelet, comme il est

homme par son corps».

2º La superficie del lobo occipitale, confrontata con quella

dell’intero emisfero, offre lo stesso valore nella scimia, nel

microcefalo e nell’uomo bianco normale.

3º Il lobo temporale è relativamente assai più grande nel microcefalo

che nel bianco, mentre il Negro, per tale rapporto, s’accosta al

microcefalo.

4º Il lobo parietale offre una superficie assai ridotta nel

microcefalo, una maggiore nel Negro, una massima nell’uomo bianco.

5º Dicasi la stessa cosa del lobo frontale, il quale ci permette di

stabilire la seguente serie ascendente: microcefalo, Negro, giovine

chimpanzè, uomo bianco.

Il risultato complessivo dunque si è, che le parti inferiori del

cervello dei microcefali (cervelletto, lobo temporale) seguono la

legge dello sviluppo umano, mentre le parti superiori (lobo parietale

e frontale, alquanto meno l’occipitale) obbediscono alla legge dello

sviluppo scimiano.

Il lobo parietale che appartiene esclusivamente alla vôlta, è il più

maltrattato; il lobo frontale, che riposando colla sua faccia inferiore

sulle orbite e sull’etmoide, occupa una certa parte della base del

cranio, ne soffre un po’ meno; il lobo occipitale soffre meno ancora

per la sua posizione in addietro; il lobo temporale in fine ed il

cervelletto, sono umani. In concordanza con quest’anomalia del cervello

anche il cranio subisce una degradazione.

Trattando delle circonvoluzioni, Vogt arriva al seguente risultato:

«Nous pouvons dire, en résumé, qu’autant pour le volume et la surface,

que pour l’arrangement de ses plis simples, pour la production d’un bec

éthmoïdal, pour la formation de la scissure de Sylvius, le lobe frontal

des microcéphales est en moyenne entièrement simien, que, pour certains

de ses rapports, le lobe frontal de microcéphales moins dotés se

rapproche des singes inférieurs, mais que même les mieux dotés restent

encore dans les limites tracées pour les singes anthropomorphes».

Importante nella questione che ci occupa, è la scissura di Silvio.

Nell’uomo normale questa è un’unica fessura, che ascende dietro gli

strati medio ed inferiore del lobo frontale ed innanzi la parte

inferiore della prima circonvoluzione temporale; quindi la fessura

si divide in due rami, abbracciando le due circonvoluzioni centrali,

l’anteriore e la posteriore; queste essendo fra loro separate per

mezzo della scissura di Rolando. La scissura di Silvio rassomiglia,

nell’uomo normale, ad un Y, poichè la prima circonvoluzione temporale,

ossia la piega marginale del Gratiolet e la circonvoluzione prima

temporale, si toccano fra loro per un breve tratto. Nella scimia la

cosa è diversa. In questa le due circonvoluzioni centrali scendono in

basso fino alla base degli emisferi e la scissura di Silvio rappresenta

un V. Ora è della massima importanza il fatto osservato da Vogt, che

cioè il cervello del microcefalo rassomiglia perfettamente a quello dei

quadrumani in ordine alla scissura di Silvio.

Le precedenti osservazioni provano chiaramente, che anche il cervello

ha le sue anomalie, le quali lo accostano al tipo scimiano. Come

vuolsi spiegare questo fatto, se si nega ogni nesso prodotto da comune

discendenza tra l’uomo ed i quadrumani?

Dopo il Vogt, molti altri autori fecero degli studi sopra i

microcefali. Così il Lombroso[459] studiò la donna microcefala, affetta

di ipertricosi, di cui sopra abbiamo parlato. Il Mantegazza[460]

esaminò il cranio di una donna microcefala e quello di una donna

imbecille; il primo aveva una capacità di soli 470 cent. cub.,

mentre nel gorilla tale capacità può salire a 512 cent. cub. Anche

il secondo cranio, che ha una capacità di 1100 cent. cub., presenta

molti caratteri, i quali, al dire del Mantegazza, «lo abbassano al

livello dei teschi più scimieschi». Altri studi sui microcefali furono

fatti dal Lombroso[461]. Un caso interessante di microcefalia venne

pubblicato dal dott. Roberto Adriani[462]. Trattasi di certa Grandoni

Antonia, detta la _Bertuccia_, la cui capacità craniale è di 370 cent.

cub., ed il cui cervello pesa soli 289 grammi. Gli emisferi cerebrali

sono sì poco sviluppati che lasciano in parte scoperto il cervelletto.

Il prof. Giovanni Zoja[463] descrisse un teschio boliviano microcefalo,

notevole per straordinaria piccolezza. «Questo teschio, dice l’autore,

che a prima vista, se non avesse la faccia, non si saprebbe se fosse

dell’uomo _sapiens_ o di un quadrumano, apparteneva ad un giovane del

centro della Bolivia, morto nell’età di 17 anni, nel 1851». Il teschio

medesimo ha una capacità di 270 cent. cub., ed un angolo facciale di

Camper di 60 gradi.

Un caso singolare di microcefalia fu illustrato dal dott. Gaspare

Virgilio[464]. L’autore dice che l’idiota da lui illustrato aveva

nella sua conformazione più del bruto che dell’uomo, era basso di

statura, col collo breve, gli omeri larghi, la testa piccolissima,

gli arti superiori più lunghi che d’ordinario, fisionomia incerta,

occhio strabico, mal coordinati i movimenti. Tendeva di preferenza

ad arrampicarsi come le scimie, non mostrava nè affetti, nè volontà,

nè desiderii. Sentiva appena gl’istinti fondamentali. Non parlava;

emetteva grida acute stridule, nè fu mai udito a pronunciare parole

articolate. Il cranio ha una circonferenza orizzontale di 333 millim.,

una capacità di 350 cent. cub., un angolo del Camper di gradi 55, ed

un angolo sfenoidale di 140 gradi. Il rapporto della circonferenza del

gran foro occipitale colla capacità del cranio è 23,71.

Un lavoro notevole è stato pubblicato dai dottori Morselli e

Tamburini[465] sugli idioti, in cui questi autori dimostrano con fatti

numerosi, che l’idiotismo è dovuto in parte ad un arresto di sviluppo,

ed in parte a deviazione di sviluppo. Allato a caratteri spiegabili

colla prima di queste cause ve ne sono moltissimi, che all’età fetale

non corrispondono, e soltanto si riscontrano in animali inferiori od

in razze umane molto basse. Alcuni caratteri inoltre si riferiscono a

condizioni patologiche. Risultati analoghi furono ottenuti da altri

autori; citiamo o mo’ di esempio il Pozzi[466], il Sander[467], ed il

Mierzejewski[468].

Avanzi umani antichi.

Se l’uomo discende da uno stipite animale, i suoi avanzi fossili

devono presentare gli stadi intermedi, pei quali è passato prima di

raggiungere l’attuale sua perfezione. Ora fa d’uopo confessare, che gli

avanzi umani antichi finora rinvenuti non ci offrono tutti gli anelli

richiesti dalla nostra teoria, locchè però non toglie che ulteriori

ricerche giungano a scoprirli.

Ma d’altra parte è anche innegabile, che i più antichi avanzi umani

portino in sè l’impronta di una degradazione, quale oggidì o non si

rinviene in alcuno scheletro umano, o si riscontra solamente nelle

infime razze. Passiamo alle prove di fatto.

1º _Cranio del Neanderthal_[469]. — Nel Neanderthal esiste in una

parete quasi verticale una piccola caverna, sessanta piedi sopra il

fondo della valle, cento piedi sotto un altipiano, e dai cento ai

centodieci piedi discosta dal torrente Düssel. Essa guarda verso Nord;

a lei dinanzi incontrasi uno stretto terrazzo; la medesima è congiunta

coll’altipiano sovrastante per mezzo di una fessura obliqua. Sul fondo

si vede uno strato marnoso sino al livello del piano riferito, strato

perfettamente analogo al deposito della potenza dai dieci fino ai

dodici piedi che in prossimità del Neanderthal copre la formazione

calcarea e ne riempie le fessure. Siccome questo deposito è diluviale,

anche quello strato marnoso delle caverne ha questa età[470].

Alcuni lavoratori che stavano scavando il deposito marnoso della

suddetta caverna chiamata _Kleine Feldhofer Grotte_, trovarono nel

medesimo delle ossa, dapprima riguardate come appartenenti all’orso

speleo, ma più tardi riconosciute dal prof. C. Fuhlrott come umane: le

quali costituiscono quei preziosi avanzi di cui dobbiamo occuparci.

Fin d’ora però avvertiamo che non si tratta di uno scheletro umano,

sibbene d’un frammento di cranio, di due femori, dell’omero destro col

suo radio, dell’omero sinistro frammentario, dell’ulna sinistra, d’un

frammento della scapula destra, della clavicola destra quasi intera, di

un frammento di bacino e di cinque coste frammentarie.

L’avanzo più importante, nella predetta caverna, è certamente il

cranio, del quale Lyell dice: «Quand le crâne et les autres parties du

squelette furent pour la première fois produites devant une assemblée

des savants à Bonn, en 1857, plusieurs naturalistes émirent le doute

que ce pouvait bien ne pas réellement être un squelette humain»[471].

Gli studi fatti intorno al predetto cranio hanno messo fuor di dubbio,

trattarsi di un cranio umano. Parecchi anatomici se ne occuparono

di proposito e ci diedero interessanti ragguagli intorno a questo

fossile. Il cranio in discorso è di tipo dolicocefalo, giacchè la sua

massima lunghezza ascende a mill. 144. Le arcate sopracigliari sono

sviluppatissime, si toccano nella linea mediana e sono causa che il

frontale, dietro ad esse, offre una marcata depressione trasversale.

La fronte è stretta, bassa, appianata e fuggente: la sutura sagittale

corta (di soli 112 mill.); tutte le ossa sono estremamente grosse. Di

molta importanza è l’occipite, il quale si scosta da quello delle razze

umane più elevate, perchè è appianato e scorre obliquamente da alto in

basso e da dietro in avanti. L’angolo facciale, secondo Schaaffhausen,

è di 56°, secondo Busk di 64° a 67°. La cavità del cranio contiene

1033,24 centimetri cubici di acqua.

I caratteri più salienti del cranio in discorso sono riposti nelle

arcate sopracigliari e nell’occipite. Rispetto al primo dei citati

caratteri, lo Schaaffhausen crede, che non vi sia motivo per

considerare lo sviluppo insolito dei seni frontali come una individuale

o patologica deformità.

Questo carattere, dice lo stesso autore, è, senza alcun dubbio, un

carattere tipico di razza, ed è fisiologicamente connesso con la

grossezza non comune delle altre ossa dello scheletro, che sorpassano

di circa metà le proporzioni ordinarie. Lo sviluppo dei seni frontali,

che sono appendici delle vie aeree, indica del pari una forza ed una

potenza eccezionale dei movimenti del corpo, quale anche può dedursi

dal volume di tutte le creste ed apofisi destinate all’inserzione dei

muscoli o all’articolazione delle ossa. In appoggio di tale opinione si

può citare il cavallo selvaggio, il quale si distingue dal domestico

pel maggiore sviluppo dei seni frontali: si può anche citare l’orso

fossile delle caverne, che per tale carattere è distinto da qualunque

specie di orso recente; un’analoga differenza riscontrasi tra il

cignale ed il maiale, non meno che fra il camoscio e la capra.

Sopra il secondo dei su citati caratteri l’Huxley[472], più che

ogni altro autore, ha cercato di rivolgere la nostra attenzione.

Per l’occhio dell’anatomico, dice il medesimo, la parte posteriore

del cranio è anche più sorprendente dell’anteriore. La protuberanza

occipitale occupa la estremità posteriore del cranio, quando si mette

sopra un piano orizzontale la linea glabello-occipitale, e si estende

notevolmente al di là di qualunque parte della regione occipitale;

questa regione del cranio va obliqua da alto in basso e da dietro in

avanti, in guisa che la sutura lambdoidea è situata sulla superficie

del cranio. Nel tempo stesso, e malgrado la grande lunghezza del

cranio, la sutura sagittale è notevolmente corta (112 mill.), e la

sutura squamosa è dirittissima.

Anche la capacità craniana è una prova della degradazione del cranio di

cui ci occupiamo. Essa fu calcolata di 1033,24 cent. cub.; se il cranio

fosse intiero, potrebbe valutarsi a 1230 cent. cub., che è la capacità

media riscontrata da Morton nei cranii degli Ottentoti e degli abitanti

la Polinesia. Negli Australiani la capacità anzidetta è poco superiore

a 1200 c. c., e talvolta raggiunge appena i 1100 c. c.

In conclusione, noi dobbiamo ammettere colla maggioranza degli

anatomici, che il cranio neanderthalese ci presenti un tipo degradato,

sia per la depressione in senso verticale, sia per l’enorme sviluppo

delle arcate sopracigliari, sia ancora per l’occipite obliquo e per

le suture squamose lunghe e diritte. Il Davis, appoggiato allo stato

delle suture, dichiarò bensì questo cranio deforme, patologico; ma

noi sappiamo oggi che altri cranii antichi gli si avvicinano, e siamo

autorizzati a ritenere che esso ci rappresenti il tipo di un’intera

razza umana ora estinta[473]. Così i caratteri scimieschi del cranio

di Neanderthal trovansi pure in quello di Eguisheim presso Colmar;

anche in quest’ultimo cranio antichissimo la fronte è depressa e le

arcate sopracigliari sono assai pronunciate[474]. Un cranio, che

nella conformazione della fronte sta perfino al disotto di quello

di Neanderthal, fu recentemente illustrato dal Broca[475]; ha la

fronte assai fuggente e le arcate sopracigliari pronunciatissime. Vi

sono ragioni per ritenere ch’esso sia stato raccolto nella grotta di

Meyrueis (Lozère), e si riferisca ai tempi dell’_Ursus spelaeus_.

2º _Cranio di Engis_. — Un altro cranio interessante fu trovato nella

caverna di Engis presso Liegi. Questa caverna ha l’ingresso su d’una

parete quasi verticale, e Schmerling co’ suoi compagni dovette calarsi

col mezzo di una corda per entrarvi. Vi si trovò un cranio in mezzo ad

ossa di mammouth, rinoceronte ticorino, iena spelea, orso speleo, e

d’altri animali. Eravi pure il cranio d’un giovane individuo, ma esso

andò in minuti frammenti quando Schmerling lo volle levare da terra.

Il cranio d’Engis è di tipo dolicocefalo, poichè è lungo 192 mill. e

largo 131 mill., per cui l’indice cefalico è uguale a 68,2; la sua

altezza è di mill. 118. Esso è rimarchevole per la piccola capacità

frontale e per la grande occipitale. La fronte è bassa, fuggente

indietro, stretta e poco convessa. Le orbite sono molto grandi con

leggiera concavità del margine orbitario. Le arcate sopracigliari sono

ben sviluppate, ma non straordinariamente.

Schmerling credette di dover riferire questo cranio alla razza

etiopica, da cui però si distingue, perchè dietro le orbite non esiste

un profondo infossamento, cosicchè la fossa temporale è poco marcata.

Quantunque questo cranio sia più perfetto che quello di Neanderthal,

pure non lo si può considerare come appartenente ad un individuo

molto intelligente. Per mio conto ritengo per dimostrato, dice

Schmerling, che questo cranio ha appartenuto a un individuo, di cui

le facoltà intellettuali sono state poco sviluppate, e ne concludo

perciò che proviene da un uomo, il cui grado di civilizzazione non

doveva essere che poco avanzato; deduzione di cui possiamo renderci

conto confrontando la capacità della regione frontale con quella

occipitale[476].

Il prof. Spring caratterizza l’uomo di Engis nel modo seguente:

«L’uomo di Engis deve essere considerato come una razza particolare

e trogloditica, avente per caratteri distintivi, oltre la giacitura

geologica, la forma dolicocefala ed ortognata del capo, e di presentare

una piccola capacità frontale ed una grande capacità occipitale:

di avere le orbite larghe, le arcate sopracigliari separate, poco

prominenti ed alquanto concave; di possedere denti incisivi grandissimi

ed una statura mediocre. Questa razza era contemporanea dei grandi

mammiferi estinti e adoperava per armi e per utensili gli strumenti di

pietra, che non sapeva dirozzare»[477].

3º _Cranii di Borreby_. — Fra i cranii antichi vanno citati i danesi,

provenienti dai tumuli di Borreby, perchè presentano una degradazione

non molto minore del cranio di Neanderthal. «Il cranio di Borreby, dice

Huxley[478], rassomiglia più di qualunque cranio australiano a quello

di Neanderthal, per la molto più rapida inclinazione indietro della

fronte». Il suo occipitale è altrettanto retratto quanto è fuggevole;

le arcate sopracigliari sono assai prominenti, e lo intero cranio è

molto basso.

4º _Cranio preistorico del Liri_. — Esso fu descritto ed illustrato

dal Nicolucci[479], ed appartiene ad una delle più antiche epoche

dell’umanità, cioè «all’ultimo o penultimo periodo quaternario, quando

i fiumi attuali, innanzi di prendere le esigue proporzioni odierne,

scorrevano ancora lussureggianti di acque pe’ loro grandi alvei

diluviali»[480]. Il cranio del Liri ha una capacità di 1306 cent.

cub., ed il cervello avea un peso netto di 1156 grammi. Davanti a tale

risultato il Nicolucci domanda: «Chi non si avvede, che il cervello

contenuto nel cranio virile preistorico che noi descriviamo, non

ostante l’esterno volume del teschio che accenna a mezzanità, è piccolo

fra i piccoli, e raggiunge appena il peso medio del cervello della

donna italiana di oggidì?» E parlando in generale dei cranii italiani

dell’epoca della pietra, questo illustre antropologo soggiunge: «A me

duole non poter mettere a riscontro della capacità cubica del nostro

cranio quella del teschio dell’Olmo, di Mezzana Corti e di Orvieto,

e quella di cinque cranii meno antichi (dell’epoca neolitica) delle

cripte di Cantalupo Mandela, i soli che si conoscano fin qui, in

Italia, appartenenti all’età della pietra. I tre primi sono troppo

imperfetti per potersene ottenere precise misurazioni, e degli ultimi,

l’uno perchè ridotto a pochi frammenti, e due per deformità morbosa cui

soggiacquero durante la vita, non possono servire ad alcun confronto;

ma gli altri due, rispetto alla loro capacità interna, benchè non

misurati, non sembrano essere guari superiori al nostro, o almeno la

differenza non può esserne molto notevole, come a me pare di poter

giudicare dietro le misure che ne ho preso, e i disegni che, per

cortesia del cav. M. S. de Rossi, potei farne ritrarre. Tutto ciò ho

voluto dire per dedurre che, in generale, la capacità interna dei

cranii dell’età della pietra rinvenuti in Italia è inferiore a quella

de’ cranii italici delle epoche posteriori»[481].

5º _Cranio antico di Gibilterra_. — Trattasi di un cranio antichissimo,

senza che si possa esattamente stabilire l’epoca a cui rimonta. Esso

presenta parecchi caratteri degni della nostra attenzione. Sono i

seguenti:

1º Il cranio è fortemente dolicocefalo.

2º Esso è poco voluminoso.

3º Le pareti sono grosse; lo spessore dei parietali, ad esempio, si

eleva a 9-1/2 millimetri.

4º Le arcate sopracigliari sono assai sporgenti.

5º La fronte è piccola e fuggente. Il Broca[482] dice: «Ce front est

extrêmement bas, et il est tellement petit dans toutes ses dimensions,

surtout lorsqu’on le compare à la face, qu’il rappelle celui des

singes».

6º L’arcata dentaria si restringe verso l’indietro, assumendo la forma

di un ferro da cavallo.

7º Manca la fossa canina, che è rimpiazzata da una superficie convessa,

carattere che Huxley chiama decisamente scimiesco.

L’insieme di questi caratteri sopra un cranio di alta antichità viene

ad appoggiare le idee evoluzioniste fin qui esposte.

6º _Cranii di Eyzies_. — Lartet padre e figlio studiarono con molta

diligenza le caverne del Périgord, e più particolarmente quelle di

Eyzies, dove rinvennero degli scheletri umani dell’epoca del mammouth.

I teschi, i quali furono studiati dal Broca[483], presentano un insieme

singolare di caratteri. Broca dice: «Il grande volume del cervello,

lo sviluppo della regione frontale, la bella forma ellittica della

porzione anteriore del profilo del cranio, la disposizione ortognata

della regione facciale superiore che determina un considerevole angolo

facciale del Camper, sono caratteri incontestabili di superiorità che

siamo abituati a non riscontrare che presso le nazioni civili. D’altra

parte, la grande larghezza della faccia, il prognatismo alveolare,

l’enorme sviluppo della branca ascendente della mandibola, l’estensione

e la rugosità delle faccie che dànno inserzione a muscoli, e

specialmente a quelli della masticazione, fanno nascere immediatamente

l’idea di una razza violenta e brutale.... Notiamo ancora la semplicità

delle suture e la loro chiusura probabilmente precoce, procedente

dall’avanti all’indietro, come presso i popoli barbari; aggiungiamo

che la conformazione atletica delle ossa, e più particolarmente il

risalto straordinario della linea aspra del femore accennano a grande

sviluppo muscolare; ed in fine consideriamo che tre caratteri, e

cioè la larghezza eccessiva della branca mandibolare, la curvatura

sottocoronoidea del cubito, la cui cavità sigmoide è poco profonda, e

sopratutto l’appiattimento della tibia, sono più o meno manifestamente

scimieschi: e noi avremo così completato il quadro di una razza, la

quale, in alcuni suoi tratti, raggiunge il grado più elevato della

morfologia umana, ed in altri discende perfino al disotto dei tipi

antropologici i più bassi dell’epoca attuale».

7º _Cranii del Tennessee e della Florida_. — Il prof. Wyman ha

di recente esaminato parecchi cranii preistorici provenienti dai

Kiökkenmöddings del Tennessee e della Florida, e vi ha riscontrato tali

caratteri che meritano di essere qui esposti. Egli trovò che in quelli

del Tennessee il gran foro occipitale era posto di un pollice circa più

in addietro sulla base del cranio che nei cranii attuali, carattere

che avvicina questi cranii a quelli delle scimie superiori. Nel cranio

della Florida l’autore medesimo osservò che le creste temporali erano

considerevolmente avvicinate l’una all’altra, di guisa che non erano

separate tra di loro che da uno spazio della larghezza di mezzo

pollice. Anche quest’ultimo carattere è evidentemente scimiesco[484].

8º _Mascella inferiore della Naulette_. — La mascella inferiore

scoperta dal Dupont[485] in una caverna del Belgio, detta _Trou de la

Naulette_, è uno degli avanzi antichi umani più interessanti. Essa

risale, al dire dei più autorevoli geologi, all’epoca del mammouth.

Per poter dare un giudizio su questa mandibola, vogliamo esaminare i

caratteri, ne’ quali il corpo della mandibola delle scimie antropomorfe

differisce da quello della mandibola umana. I caratteri sono i

seguenti: 1º Nelle scimie antropomorfe il corpo della mandibola non ha

la protuberanza mentale; la regione mentale, vista di profilo, invece

di portarsi in avanti, descrive una curva che fugge rapidamente in

dietro. 2º Mancano le apofisi geniane; al loro posto trovasi un foro,

in fondo al quale s’inseriscono i muscoli genio-glossi. 3º Il corpo

ha una grossezza assai considerevole, in proporzione dell’altezza. 4º

L’arcata alveolare è ellittica; le due branche non sono divergenti

come nell’uomo, ma convergono in addietro, per cui l’ultimo molare è

più vicino alla linea mediana che non il primo molare. 5º Il dente

canino è grande, e profondo l’alveolo. 6º Il primo molare è meno grosso

del secondo, ed il secondo meno del terzo, per cui essi crescono in

grossezza dall’avanti all’indietro, mentre nell’uomo avviene l’opposto.

Tutti questi caratteri scimieschi rinvengonsi nella mandibola umana

scoperta alla Naulette. Infatti, la protuberanza mentale è sostituita

da una curva fuggente; al posto delle apofisi geniane trovasi un foro

infundibuliforme; il corpo della mandibola è assai grosso; le due

branche della medesima sono divergenti; l’alveolo del dente canino

è molto largo e profondo; ed i grossi molari, a giudicare dai loro

alveoli, crescevano di volume dall’avanti verso l’indietro. A ciò

aggiungasi che il terzo grosso molare aveva cinque radici, carattere

anche questo di inferiorità[486].

Altre ossa di questa stessa antichissima razza di Canstadt dimostrano,

che quegli uomini avevano una statura fra m. 1,68 e 1,73; cranio

dolicocefalo, con un indice fra 72 e 75; orbite enormi e quasi

circolari; fronte bassa e fuggente; naso saliente con larghe narici. Il

Quatrefages[487] crede di poterli avvicinare agli attuali Australiani e

Boschimani.

Nella grotta d’Arcy il marchese de Vibraye ha trovato un’altra

mandibola, pure dell’epoca del mammouth, la quale ne’ suoi caratteri

sta circa nel mezzo fra la mandibola umana e quella del chimpanzè.

9º _Mascella inferiore di Moulin-Quignon_. — In questa località si

è scoperta nel 1863 una mandibola umana, la quale deve riferirsi

ad un’antichità remotissima, essendo stata rinvenuta entro strati

diluviali non rimaneggiati dalle acque[488].

Questa mascella offre alcuni importanti caratteri, i quali in parte si

riscontrano anche nelle razze più perfette, ma solo in via anormale,

ed in parte si ripetono solo nelle razze umane più degradate. Cito i

caratteri seguenti:

1º L’angolo formato dalla branca orizzontale e dalla branca ascendente

è estremamente aperto. Quatrefages trovò un angolo simile nella

mascella inferiore di un Eschimese.

2º Il quarto dente molare, l’unico che presenti in posto la mascella in

discorso, è inclinato in avanti. Quatrefages ritiene questo carattere

accidentale e di nessuna importanza, tanto più che gli alveoli degli

incisivi ci rivelano, essere stato ortognato l’individuo, cui la

mascella inferiore apparteneva.

3º Il margine dell’angolo della mascella e la porzione posteriore del

margine inferiore della branca orizzontale, invece di essere verticali,

si piegano leggermente in dentro. La faccia interna dell’osso presenta,

sotto la linea obliqua, un canale a larga doccia, che si estende fino

in prossimità del mento. Il primo di questi caratteri si riscontra

rarissimamente ne’ cranii attuali, ed in ogni caso lo si vede appena

accennato; all’incontro lo si osserva più di frequente in cranii

antichi, come per es. nelle mummie egiziane. Il secondo carattere è

bensì, come dice il Quatrefages, una esagerazione di ciò che esiste

normalmente, ma è sempre un fatto degno di attenzione.

4º Il margine inferiore interno del condilo è poco pronunciato. Ammetto

volentieri con Quatrefages, che il predetto condilo offra molte

variazioni di forma entro una medesima razza, come egli potè constatare

nei Tahitiani e Neo-Caledonesi; ma fa d’uopo anche ammettere, che

l’insieme di tutti questi caratteri in una sola mascella non sia senza

alcun significato.

10º _Avanzi umani di Maastricht_. — Nel 1860 il professore Spring ha

potuto esaminare alcuni antichissimi avanzi umani scavati nel loess

nei dintorni di Maestricht. Le notizie che abbiamo intorno a questi

avanzi sono scarse, ma sufficienti per dimostrare che appartennero a

uomini barbari e di organizzazione degradata. Il prof. Spring dice

quanto segue: «Essi appartenevano ad una razza dolicocefala. Le arcate

sopracigliari erano assai robuste e tra loro ravvicinate nella linea

mediana. Le orbite erano grandi, ovali ed oblique; la fronte bassa e

diritta; la sutura coronale posta parecchi centimetri più in dietro

del consueto. La faccia si presentava sviluppatissima e la mascella

inferiore circoscriveva uno spazio assai largo. Il mento era foggiato a

punta triangolare ed i denti incisivi s’inserivano obliquamente»[489].

Molti altri esempi di cranii antichi potrebbero qui citarsi,

i quali tutti conducono al medesimo risultato. Il solo cranio

dell’Olmo, descritto dal Cocchi[490], sebbene sembri appartenere

all’epoca pliocenica[491], non ha corrisposto pienamente alle nostre

aspettazioni. Devesi peraltro osservare che di esso noi abbiamo la sola

calotta, dove non tutti i caratteri di inferiorità sono riposti; e che

nella calotta le bozze frontali sono nettamente espresse, carattere

questo femminile od infantile, il quale nel maschio accenna ad una

certa inferiorità, alla quale alludono anche le ossa molto grosse del

cranio medesimo, la fronte bassa e posteriormente alquanto depressa,

il grande sviluppo della regione occipitale e la potenza della spina

occipitale e degli spigoli della nuca con gli attacchi muscolari di

tutta la regione inferiore.

Tutte le volte che noi abbiamo davanti agli occhi un cranio di

alta antichità, possiamo aspettarci di rinvenirvi dei caratteri

di inferiorità, i quali caratteri confermano la nostra dottrina

dell’evoluzione. Ma perfino nei cranii, la cui antichità non risale

che a pochi secoli, troviamo con esatte misure ed osservazioni

siffatti caratteri. Il Broca[492], ad esempio, ha misurato la capacità

craniana di 115 cranii del secolo XII, e la trovò in media di 1425

c. c., mentre 125 cranii del secolo presente hanno dato in media una

capacità craniana di 1461 c. c. Sette secoli sono poca cosa nella vita

della specie umana, e nondimeno le esatte ricerche fanno vedere un

ingrandimento del cranio!

Da ciò possiamo inferire, che in un’epoca assai remota, l’uomo

doveva essere tanto diverso dall’attuale da non meritare il nome

di _Homo sapiens_, laonde il Mortillet[493] gli diede quello di

_Anthropopithecus_. «Noi siamo condotti necessariamente ad ammettere,

dice quest’autore, col mezzo della logica, basata sulla diretta

osservazione dei fatti, che gli animali intelligenti, che sapevano fare

il fuoco e tagliare le pietre durante l’epoca terziaria, non erano

uomini nel senso geologico e paleontologico della parola, ma animali di

un altro genere, precursore dell’uomo nella scala degli esseri, cui ho

dato il nome di _Anthropopithecus_». L’autore, dopo di avere istituito

questo genere problematico va più oltre e sostiene che l’antropopiteco

aquitaniano doveva essere di specie diversa da quello di Cantal, che

è tortoniano. La conferma di queste vedute deve attendersi dalle

scoperte dell’avvenire; giova nondimeno osservare che il Mortillet,

sostenuto dall’Hovelacque, distingue tre specie di quel genere, cioè

_A. Bourgeoisii, A. Ramesii_ e _A. Ribeiroii_.

Caratteri embriologici.

L’embriologia è di grandissima importanza, ogni volta che si tratta

di giudicare intorno alla posizione sistematica di un organismo. Ciò

risulta da un principio esposto in un capitolo precedente, secondo cui

l’ontogenesi non sarebbe che una filogenesi accorciata e modificata.

Passiamo in rivista l’ontogenesi dell’uomo nei tratti essenziali.

L’uovo umano si forma entro l’ovario, da cui in una determinata epoca

si stacca, per passare col mezzo delle trombe falloppiane nell’utero.

Questo uovo è un sacco, il quale contiene una certa quantità di

materia nutritiva, il tuorlo, dentro cui sta chiuso un secondo e più

delicato sacchetto sferoidale, la vescichetta germinativa. In questa,

finalmente, s’incontra un corpo più arrotondato, più solido, che ha il

nome di macchia germinativa.

1º _Segmentazione_. — La formazione dell’embrione nell’uovo incomincia

con un fenomeno che chiamasi di segmentazione o solcamento. Esso

consiste in ciò che, dopo la scomparsa della vescichetta germinativa

e l’apparsa di due nuclei, il tuorlo si divide dapprima in due

sfere, ciascuna di queste in due altre, e così via via fino alla

trasformazione del tuorlo in una grande quantità di piccole sfere,

di cui ciascuna contiene un nucleo e riceve in seguito una propria

membrana. In tale modo, come dice Huxley, la natura raggiunge lo

stesso risultato, al quale arriva un artefice nelle sue operazioni per

fabbricare dei mattoni. Essa prende la informe materia plastica del

tuorlo e la divide in masse dello stesso volume, atte a fabbricare ogni

parte dell’edifizio vivente.

Fin qui l’uomo non diversifica punto dagli altri animali; in tutti lo

sviluppo dell’uovo prende le mosse dalla segmentazione del tuorlo.

Si è bensì cercato di stabilire una differenza tra uova oloblastiche

e meroblastiche, fondata sopra il solcamento totale o parziale

del tuorlo; ma Gegenbaur e De Filippi hanno dimostrato, che tale

distinzione è priva di importanza e atta solo a fornire dei caratteri

del tutto secondari.

Nè deve sfuggire alla nostra attenzione il fatto, che l’uovo su

descritto ha tutti i caratteri di una cellula. Infatti, la vescichetta

germinativa ci rappresenta il nucleo della cellula, e la macchia

germinativa il nucleolo. Il tuorlo non è che il protoplasma contenuto

nella cellula, e la zona pellucida o l’involucro dell’uovo è la

membrana cellulare. Haeckel[494] stabilisce quindi il principio

seguente: «Dalla condizione unicellulare dell’uovo umano e dell’uovo

degli altri animali scaturisce immediatamente, secondo la legge

biogenetica, la conclusione, che cioè tutti gli animali, incluso

l’uomo, discendono originariamente da un organismo unicellulare».

2º _Gronda primitiva e posizione del cotiledone_. — Dopo che si è

compiuto il processo di solcamento, il tuorlo risulta scomposto in

una grande quantità di sfere, la cui porzione periferica si condensa

in membrana e le quali, ricevendo anche un nucleo, si trasformano in

cellule. Ben tosto avviene un altro fenomeno, che è la formazione

del blastoderma. Le predette cellule si ritirano verso la periferia,

accostandosi alla faccia interna della membrana vitellina, si

accumulano le une presso le altre, si rendon poliedriche per effetto

della pressione, e costituiscono un secondo involucro dell’uovo che

chiamasi blastoderma. Poco dopo una porzione circolare del blastoderma

si rende più oscura, per maggiore accumulazione di cellule, questa

porzione così oscurata è la macchia embrionale od aia germinativa, la

quale in appresso, da circolare che era, si fa ellittica e chiara lungo

la linea mediana. Lungo questa apparisce dunque un solco o gronda, che

dicesi gronda primitiva e che rappresenta i primi lineamenti dell’asse

cerebro-spinale.

Con tale carattere l’embrione umano si stacca da quello della massima

parte degli invertebrati, e si manifesta per un uovo di ascidia o di

vertebrato. Ma ad esso se ne associa un altro, che è desunto dalla

posizione rispettiva dell’embrione e del cotiledone.

I rudimenti dell’embrione appariscono e si disegnano sempre più

chiaramente al disopra della massa vitellina o cotiledonare, restando

questa in rapporto colla faccia ventrale dell’embrione stesso. De

Filippi ha fatto notare giustamente l’importanza di tale carattere.

«È un vecchio assioma in zoologia, egli dice, che lo sviluppo

dell’embrione incomincia da quella parte, alla quale corrisponde

la principale massa nervosa, mentre il cotiledone tende a portarsi

alla parte opposta: da ciò l’antagonismo tanto chiaro e costante

fra gli articolati ed i vertebrati. Van Beneden ha innalzato questo

carattere a dominatore delle classificazioni zoologiche; e, seguendo

l’esempio delle classificazioni botaniche, ha diviso gli animali in

tre categorie: _ipocotiledonei, epicotiledonei, allocotiledonei_. I

primi sono i vertebrati, ne’ quali la massa cotiledonare è ventrale; i

secondi sono gli articolati, ne’ quali la massa cotiledonare è dorsale;

gli ultimi sono i molluschi ed i raggiati, ai quali non rimane altro

che il carattere negativo di non appartenere nè all’una nè all’altra

delle due prime categorie»[495].

De Filippi, meglio sviluppando il carattere impiegato dal Van Beneden,

ha proposto la seguente classificazione:

_Ipocotiledonei_ Vertebrati

_Epicotiledonei_ Articolati

_Procotiledonei_ Cefalopodi

_Metacotiledonei_ Molluschi

_Mesocotiledonei_ Vermi

{ Molluscoidi?

{ Echinodermi

_Acotiledonei_ { Celenterati

{ Protozoi

Non discuteremo qui la bontà dell’esposto sistema che può dirsi

abbandonato; ci basta constatare che la posizione del cotiledone è

di grande importanza, e che coll’apparsa di questo, e colla di lui

posizione l’embrione umano si schiera tra gli animali vertebrati.

3º _Amnio ed allantoide_. — Dopo che si è formata la macchia

embrionale, si vede che in essa e dintorni il blastoderma si complica,

ricevendo una seconda membrana, che dalla predetta macchia si estende

all’intero blastoderma. In tal guisa la membrana blastodermica viene

a comporsi di due distinti foglietti, l’uno esterno e più vecchio,

che chiamasi sieroso od animale; l’altro interno e di formazione più

recente, che dicesi mucoso o vegetativo.

Mentre la porzione centrale del foglio sieroso si sviluppa in embrione,

la periferica dello stesso foglietto incomincia a sollevarsi a mo’ di

piega incominciando alle due estremità dell’embrione, la cefalica cioè

e la codale.

I lembi di questa piega crescono in basso e fuori, e quindi in alto,

colla tendenza di riunirsi al dorso. Quando tale unione è compiuta,

l’embrione risulta racchiuso da un sacco, detto amnio, entro cui si

deposita un liquido (acqua dell’amnio) nel quale il feto nuota. La

porzione del foglietto medesimo che non è impiegata nella formazione

del sacco amniotico, si separa sempre più dal foglietto interno, si

addossa alla faccia interna della membrana vitellina, sostituisce

completamente tale membrana e riceve il nome di corion.

Mentre il foglietto esterno del blastoderma dà luogo alla formazione

dell’amnio, il foglietto interno si separa sempre più dall’esterno

e finisce col racchiudere una vescichetta distinta (vescichetta

ombelicale), la quale dapprima comunica largamente coll’intestino del

feto e si isola in appresso sempre più, per cui infine la comunicazione

si fa per uno stretto canale o picciuolo.

A queste produzioni se ne aggiunge ben tosto una terza, la quale nasce

in forma di vescica dalla porzione posteriore dell’intestino. Tale

vescica è dapprima rotonda, poi piriforme e riccamente vascolare; essa

dicesi allantoide ed ha una grande importanza per la vita dell’embrione.

A questo punto di sviluppo l’embrione umano non somiglia più a quello

di ogni altro vertebrato. La presenza dell’amnio e dell’allantoide

ci attestano nel modo più assoluto, che il feto appartiene, tra i

vertebrati, ad un animale delle tre classi superiori, sia rettile, sia

uccello o mammifero.

L’apparsa di queste due produzioni embrionali è di tale e tanta

importanza che su essa riposa la classificazione generale dei

vertebrati, i quali si suddividono nel modo seguente:

La teoria dell'evoluzione · 第 36 / 52 题