Mammiferi Anfibi
Uccelli Pesci
Rettili
In tale stadio dunque l’embrione umano, mentre è ben diverso da quello
di un pesce od anfibio, concorda essenzialmente con quello di ciascun
rettile, uccello o mammifero; ma tale somiglianza non dura che breve
tempo ed è ben tosto distrutta dall’ulteriore sviluppo.
Recentemente la classificazione dei vertebrati è stata modificata,
distinguendo alcuni autori gli _Acranii_ ed i _Craniati_, e
suddividendo questi ultimi in Ictiopsidi, Sauropsidi e Mammiferi
(Teriopsidi); nondimeno la classificazione basata sullo sviluppo
dell’embrione non cessa di avere un alto significato.
4º _Placenta_. — Lo scopo finale dell’allantoide è la formazione
della placenta, la quale si compone di due parti diverse, che sono
la uterina e la fetale. L’utero, durante la gestazione, entra in una
vita speciale; la sua mucosa si sviluppa straordinariamente, si fa
ipertrofica e costituisce la membrana caduca, così denominata per la
esistenza temporanea. La porzione uterina della placenta non è che la
stessa membrana caduca, la quale colle sue lamine e trabecole fibroidi,
colle sue cellule e villi, co’ suoi vasi numerosissimi, e quel che è
più, con le sporgenti glandole utricolari costituisce il nesso organico
per parte dell’utero con la placenta fetale. D’altra parte il corion
si riveste alla faccia esterna di villi ramificati e l’allantoide
s’ingrandisce, si avvicina e da ultimo s’immargina alla faccia interna
del corion, mentre i suoi vasi ombelicali s’immedesimano variamente ne’
villi di questo. Le predette due parti s’incastrano nei loro seni e
sporgimenti rispettivi e costituiscono un corpo spongioso e carnoso che
è la placenta.
Coll’apparsa della placenta l’uomo si schiera tra i mammiferi
placentari, poichè in questa classe possiamo distinguere due gruppi,
cioè gli aplacentari ed i placentari. Nel primo gruppo l’allantoide
rimane piccola e non raggiunge il corion; solo nel secondo ciò avviene,
e formasi una placenta.
Un carattere importante del feto umano è riposto nella forma della
placenta. Si osserva che questa nei mammiferi offre forme diverse.
Quando l’allantoide non raggiunge che un determinato punto del corion,
vi si spiega circolarmente e porta i suoi vasi solo su questo spazio
circoscritto, la placenta che si forma è discoidale, come si vede
appunto nell’uomo ed inoltre nei quadrumani, chirotteri, insettivori
e roditori. Se invece l’allantoide manda i suoi vasi sopra un intero
circuito del corion e si forma una placenta a guisa di cingolo, questa
chiamasi zonata, come nei carnivori, pinnipedi. Se l’allantoide manda
i suoi vasi uniformemente su tutta la superficie del corion, lasciando
liberi i soli poli, formasi la placenta diffusa: infine havvi una
placenta cotiledonata, che si forma quando i vasi dell’allantoide si
spandono qua e là sopra determinati punti del corion.
Il feto umano adunque, quando ha ricevuto la placenta discoidale, si
è reso distinto dai feti di tutti gli altri animali, ad eccezione
di quelli che appartengono alle specie dei più elevati ordini dei
mammiferi.
Solo negli ultimi stadi di sviluppo l’uomo si stacca anche da questi
più elevati ordini ed assume i distintivi che lo contrassegnano di
fronte agli altri mammiferi.
«È unicamente negli ultimi stadi di sviluppo, dice Huxley, che la
giovane creatura umana presenta distinte differenze dalla giovane
scimia, mentre questa si allontana tanto dal cane relativamente al suo
sviluppo, quanto se ne allontana l’uomo stesso. Per sorprendente che
apparir possa quest’ultima asserzione, se ne può però dimostrare la
verità; e questo fatto solo mi sembra sufficiente a stabilire fuori
di ogni dubbio la conformità di struttura dell’uomo col resto del
mondo animale, e più particolarmente e più strettamente ancora colle
scimie»[496].
Questa stessa idea è espressa da un avversario della teoria intorno
alla trasformazione delle specie, il professore Longet, il quale dice:
«Il y a similitude, à des périodes successives du développement,
entre les organisations embryonnaires des divers embranchements,
classes, ordres, genres du règne animal, similitude qui va toujours
s’affaiblissant, se morcelant, pour ainsi dire, à mesure que ces formes
organiques divergent vers la réalisation définitive du type qu’elles
doivent reconstituer»[497].
Ora noi possiamo domandare agli avversari della teoria evoluzionista,
perchè l’uomo si sviluppi. Non sarebbe meglio, se egli apparisse di
primo acchito con tutte le sue parti perfettamente organizzate, così
che in seguito non avesse che ad aumentare nelle sue dimensioni? Di
più, perchè l’uomo, mentre dapprima somiglia ad esseri infimi, come
sono gli animali unicellulari, concorda nello sviluppo sì lungamente
cogli animali più elevati, e solo da ultimo si stacca da quelli che nel
sistema gli stanno da vicino? La teoria delle creazioni separate non ha
ancora trovato una risposta a queste domande; mentre noi rispondiamo:
L’ontogenesi è una filogenesi accorciata e modificata, ossia lo
sviluppo dell’individuo recapitola, sebbene in modo incompleto, lo
sviluppo della specie.
Se noi esaminiamo lo sviluppo di un qualsiasi sistema organico
dell’uomo, noi vediamo che, prima di raggiungere la finale sua
struttura, esso attraversa parecchi stadi che corrispondono ad
altrettante forme permanenti del sistema medesimo in animali più bassi.
Per illustrare qnest’asserzione con un esempio, vogliamo ora vedere,
quale sviluppo percorra il cuore umano.
Il cuore, ne’ suoi primordi, non è che un ispessimento della parete
ventrale dell’intestino cefalico; più tardi si forma una cavità
nell’interno di questo ingrossamento, così che viene a costituirsi
un sacco che mediante una strozzatura riesce distinto dall’organo da
cui trasse origine. Poi questo sacco si curva a guisa di S, si torce
a spira intorno ad un asse ideale, e due leggeri strangolamenti lo
dividono in tre porzioni, una anteriore e ventrale, una mediana, e la
terza posteriore e dorsale. Il cuore in questo momento ha percorso lo
stadio di ascidia, nella quale quest’organo è un semplice sacco ed
è giunto a quello dei pesci. Infatti, delle tre porzioni su citate,
l’anteriore o ventrale corrisponde al bulbo arterioso; quella di
mezzo al ventricolo, e la posteriore o dorsale all’orecchietta.
La corrispondenza, oltrechè alla struttura, si estende anche alla
posizione; imperocchè il cuore umano, in questo stadio embrionale, è
posto molto in avanti, al lato inferiore del capo, posizione che nei
pesci occupa durante tutta la vita.
Ora vediamo, come il cuore di pesce, posseduto dall’embrione umano,
diventi un cuore di anfibio e gradatamente si tramuti in un cuore di
mammifero. Entro il sacco ricurvo e diviso in tre porzioni, di cui
sopra abbiamo parlato, apparisce un setto longitudinale, il quale
dapprima è incompleto, e poi si fa completo, dividendo ogni porzione
in una metà destra ed una metà sinistra. L’orecchietta riceve così due
atrii, de’ quali il destro accoglie la vena cava superiore e la cava
inferiore, ed il sinistro le vene polmonali. Il setto interventricolare
scinde il ventricolo in una camera destra o venosa, ed un’altra
sinistra od arteriosa. Anche il bulbo arterioso è diviso in due parti,
ossia nel tronco delle arterie polmonali che nasce dal ventricolo
destro, e nel tronco aortico che nasce dal ventricolo sinistro. Il
cuore, posto dapprima molto in avanti, come sopra fu detto, si ritira
in dietro, a mano a mano che si viluppano il collo ed il petto, e si
colloca in fine nella cavità toracica fra i due polmoni. Ma anche qui
esso giace dapprima nella linea mediana, ed il suo asse longitudinale
combacia coll’asse longitudinale del corpo, com’è nella maggior parte
dei mammiferi durante tutta la vita; poi assume la posizione che è
propria del cuore dei Primati, curvandosi l’asse e spostandosi verso
sinistra la punta del cuore medesimo. Noi possiamo quindi dire che
il cuore umano, nel suo sviluppo, percorre quegli stadi che sono
permanenti nel cuore dell’ascidia, dei pesci, degli anfibi e dei
mammiferi inferiori; solo da ultimo esso diventa cuore di Primate.
Sviluppo estrauterino.
Le nostre considerazioni non si arrestano a questo punto. Si potrebbe
credere che almeno il neonato sia uomo perfetto, ma così non è, come
ha fatto osservare il dott. Gustavo Jäger[498]. Egli dice: «Al suo
ingresso nel mondo l’uomo ha decisamente la costruzione di un animale
quadrupede». Infatti, le braccia e le gambe sono di lunghezza quasi
eguale, queste ultime essendo appena più lunghe delle prime. Inoltre
il braccio e la coscia formano coll’asse del tronco un angolo acuto,
convergendo verso l’ombellico; questo fatto è nell’uomo e negli animali
quadrupedi determinato dalla posizione del feto entro l’utero, ma
nel primo il fenomeno è passeggiero, nei secondi permanente. Se noi
cerchiamo forzatamente di dare alla gamba del neonato quella posizione
ch’essa occupa nell’adulto, troviamo una simile difficoltà come in un
eguale tentativo fatto sul cane. Del pari le braccia non si lasciano
distendere in modo da allontanarsi orizzontalmente dal tronco, nè
si elevano in senso verticale; nel primo caso si oppone il muscolo
gran pettorale che è troppo breve, nel secondo caso il movimento è
reso difficile dalla brevità del gran pettorale e del larghissimo del
dorso. Inoltre la colonna vertebrale è curvata come ne’ quadrupedi,
ossia essa forma un arco colla concavità rivolta al ventre; mentre
nell’adulto la sola porzione toracica ha questa forma, e la porzione
lombare ha una curvatura inversa. Aggiungasi ancora che il bacino è
diversamente inclinato verso l’asse del tronco, così che il pube è
più ravvicinato allo sterno che non nell’adulto. Finalmente il petto
è piatto, ma leggermente rilevato nel mezzo. Per questi caratteri
il neonato conserva ancora qualche affinità cogli animali affini, e
diventa veramente uomo solo in seguito allo sviluppo estrauterino, nel
quale impara a servirsi degli arti inferiori come organi di incesso, e
dei superiori come organi prensili e tattili, ed apprende di giovarsi
degli uni indipendentemente dagli altri. Imperocchè nei primi mesi di
vita estrauterina l’individuo non sa muovere le braccia senza muovere
insieme le gambe, e noi lo vediamo agitare contemporaneamente le une e
le altre, come un quadrupede che corre.
Lo sviluppo continua anche dopo la nascita, ed i cambiamenti che si
producono sono in parte determinati dalla giacitura abituale supina del
bambino, in seguito a cui la porzione lombare della colonna vertebrale
perde la sua concavità verso il lato ventrale, si fa rettilinea
dapprima e dipoi concava verso il lato dorsale; le gambe si distendono,
le braccia si staccano nettamente ed il petto si appiattisce. A
produrre gli effetti suddetti sulla porzione lombare della colonna
vertebrale e sugli arti inferiori contribuisce anche il peso del ventre
che nei bambini è voluminoso. Il bambino deve anche imparare a stare
sui piedi, stazione che non gli è dapprima concessa, perchè il tarso
è debole ed il solo metatarso esterno tocca il suolo col suo apice.
A raggiungere questo scopo contribuisce efficacemente la mano; il
bambino, tenendosi colle mani agli oggetti che lo circondano, prova
e riprova a camminare, e questo esercizio lo conduce a grado a grado
alla stazione eretta. Egli è però evidente che l’esercizio non potrebbe
avere un successo, se nell’arto inferiore non vi fosse una struttura
adattata per quel cambiamento, ereditata dai genitori.
Considerazioni finali intorno all’origine dell’uomo.
Nelle righe che precedono, la teoria generale dell’evoluzione e più
particolarmente l’ipotesi sull’origine animale dell’uomo, furono
sostenute con buon numero di fatti. E non sembra possibile che possano
concorrere tanti e così svariati argomenti a dare ad un errore tutta
l’apparenza della verità; se così fosse, converrebbe dire che la natura
è congiurata contro la nostra mente.
Per ciò che riguarda l’uomo, l’importante si fu di stabilire ch’esso è
strettamente collegato in ogni suo carattere cogli altri animali, di
modo che non sarebbe giusto sottrarlo alle leggi della evoluzione ed
ammettere per lui una creazione separata.
Ora sorge un’altra e più speciale questione: quale è lo stipite preciso
della specie umana? Al presente noi non possiamo rispondere con una
certa sicurezza a tale domanda. Le ipotesi sono due: ma io credo
che si debbano attendere nuove osservazioni prima che si possa dare
all’una o all’altra una decisa preferenza. La prima ipotesi, sostenuta
da Huxley[499], Haeckel[500], Darwin[501], ed altri, fa discendere
l’uomo da una specie estinta del gruppo delle Catarrine, e riposa
principalmente sull’idea, che la differenza tra l’uomo e le scimie più
elevate sia minore di quella che passa fra le scimie superiori e le
inferiori.
La questione assume un aspetto alquanto diverso, se si accetta la
proposta di Haeckel[502], seguita oggi da molti Zoologi[503], di
staccare i Lemuridi (Prosimiae) dai quadrumani, per farne un ordine
separato fra i mammiferi placentari deciduati. Chi ritiene che tra
l’uomo e le scimie catarrine corra maggior divario di quello che separa
queste ultime dalle platirrine, deve anche dei Bimani fare un ordine
distinto.
La seconda ipotesi fa discendere l’uomo e le scimie da uno stipite
comune. Essa fu sostenuta da me nel 1866, e dipoi vi recarono qualche
appoggio il Vogt nella sua _Memoria sui microcefali_, il Lombroso nella
sua _Nota sulla fossetta occipitale mediana_ e l’Hartmann nella sua
opera _Les singes antropoïdes_ (Paris 1866); questa ipotesi guadagna
terreno di continuo, perchè può essere appoggiata con buone ragioni.
Così militano in di lei favore i caratteri zoologici dell’uomo, pe’
quali abbiamo elevato questa specie al rango di ordine; inoltre le
osservazioni del Vogt sullo sviluppo del cervello nell’uomo, ne’
microcefali e nelle scimie[504]; come anche il fatto, ammesso dagli
autori, che nell’esame di un feto di Primate siamo dapprima in grado di
decidere se sia di uomo o di scimia, e solo più tardi possiamo dire, se
sia di una scimia del gruppo delle Catarrine, o delle Platirrine. In
questo luogo, dove è trattata la teoria dell’evoluzione da un punto di
vista generale, non sembra opportuno di entrare in ulteriori dettagli
intorno all’accennato quesito affatto speciale, tanto più che al
presente non possiamo risolverlo in modo soddisfacente; giova adunque
attendere altre scoperte e nuove osservazioni. Mi limito soltanto a
riferire testualmente le parole, colle quali esposi questa ipotesi
nel 1866[505]: «La questione, a mio credere, va risolta da un altro
punto di vista. _L’uomo non discende già dalle scimie, sibbene da uno
stipite comune con queste_. Lo stipite dei mammiferi diede origine a
due serie di animali, ai mammiferi aplacentari ed ai placentari. Dalla
specie originaria di questi ultimi si svilupparono due altre serie, i
placentari inferiori ed i placentari superiori ossia Primati. Dalla
specie originaria dei Primati si svolsero due ordini di animali, i
quadrumani ed i bimani».
Alcuni autori hanno cercato di indagare, quali caratteri possedesse la
specie estinta, da cui discendiamo. Tale tentativo fu fatto da Haeckel,
Darwin[506], mad. Royer[507] e più recentemente da Hovelacque[508] e da
Mortillet[509]; ma siccome tali caratteri sono desunti dai rudimenti
attuali dell’uomo e dai fenomeni di atavismo, non possiamo ritenerli
tutti uniti in una sola specie, ma dobbiamo attribuirli all’intera
serie de’ nostri antichi antenati. Ciò che, al dire del Mortillet,
sembra risultare dalle selci lavorate di Thenay, si è che i precursori
dell’uomo (gli antropopiteci) avevano una statura più piccola di quella
dell’uomo attuale; ma anche quest’opinione deve, almeno ora, essere
accolta con riserva.
Riassunto generale.
L’elezione artificiale avviene di continuo sotto ai nostri occhi, di
modo che nessuno può negarne l’esistenza e gli effetti, e si è soltanto
obbiettato che essa non prova la possibilità della trasformazione di
una specie in un’altra. Conviene però ammettere almeno questo, ch’essa
scuote grandemente l’antico concetto della specie come forma rigida
ed invariabile, poichè quando vedo da un medesimo stipite discendere
due esseri così diversi come sono il colombo pavone ed il colombo
messaggiere, oppure il corsiere inglese ed il cavallo da tiro del
Mecklemburg; allora non sembra più possibile di assegnare dei limiti
precisi alla variabilità della specie, e la nostra mente, abbandonata
l’idea della creazione di ogni singola forma, è indotta a meditare
intorno all’origine degli organismi.
L’elezione artificiale avrebbe raggiunto il suo apice, quando, dati
i due genitori, potesse prevedere i caratteri del figlio con quella
esattezza, colla quale il matematico con due cognite trova il valore di
una incognita; ma non è probabile che l’allevatore giunga mai a tale
altezza, perchè gli animali superiori racchiudono nella loro complicata
struttura troppi fattori incerti perchè sia possibile di pronosticare
con sicurezza il risultato di un accoppiamento. Nondimeno, riguardo ad
alcuni animali (p. e. i piccioni), l’arte ha fatto grandi progressi,
e coll’aiuto dell’esperienza e della biologia ne farà certamente dei
maggiori in avvenire.
L’elezione sessuale è sembrata a molti la parte più vulnerabile della
teoria darwiniana, e sebbene nessuna obbiezione sia tale da indurci
ad abbandonarla, nondimeno possonsi citare tanti fatti di difficile
spiegazione da far sorgere il dubbio intorno alla di lei bontà. Ma,
d’altra parte, è certo che esistono dei caratteri sessuali secondari,
il cui numero cresce col progredire delle nostre cognizioni intorno
agli animali finora poco studiati, e nessuna ipotesi, migliore di
quella del Darwin, è sorta a spiegare in maniera più plausibile le
differenze sessuali anzidette. Forse il Darwin ha attribuito soverchia
importanza alla lotta sessuale, e non ha considerato che nella
produzione dei caratteri sessuali secondari l’elezione sessuale e la
elezione naturale possono avere agito di concerto, tanto più che la
lotta pel possesso della femmina si converte sovente in una lotta per
l’esistenza. Nè devesi perdere di vista, che alcuni caratteri possono
essere semplicemente morfologici, e quindi indipendenti da qualsiasi
scelta, nella stessa guisa che i minerali hanno dei distintivi
dipendenti dal colore, dalla durezza, dalla forma cristallina, ecc.
Il perno della teoria darwiniana deve cercarsi nell’elezione naturale,
e quindi si comprende perchè gli avversari dell’evoluzionismo abbiano
diretto contro di essa i loro strali più avvelenati. La rapidità
della riproduzione degli organismi è cosa nota, ed oggi meno che mai
potrebbe negarsi, dopo che la batteriologia, per gli infimi protisti,
ce ne ha fornito le prove più splendide e più convincenti. È quindi
logica la conclusione, che non tutti gli esseri che vengono generati,
possano sopravvivere fino all’epoca della maturità, perchè nel mondo
non troverebbero nè posto, nè modo di soddisfare i più urgenti loro
bisogni. Da che scaturisce la domanda, quali saranno i preservati
dall’eccidio, i sopravviventi, quelli che quindi giungeranno a
riprodursi ed a trasmettere ai discendenti i propri caratteri. La
risposta più spontanea sembra questa, che sopravviveranno coloro che
per qualsivoglia carattere potranno sfuggire alle numerose cause di
distruzione e che quindi saranno meglio adattati all’ambiente di vita
in cui si trovano. Da queste considerazioni scaturisce la sopravvivenza
del più adatto, la quale con un termine metaforico è stata chiamata
elezione naturale.
È stato presunto, che gli individui di una stessa specie differiscano
fra di loro in alcune particolarità; ma questa è tale presunzione da
non potersi condannare da chi in un ramo qualsiasi della biologia
abbia fatto degli studi speciali. Questa variabilità è bene accertata,
quantunque le cause di essa siano in gran parte sconosciute. Taluno,
come il Lamarck, dà grande peso alle cause esterne di clima, di vitto,
ecc., come ancora alle abitudini; altri, auspice il Darwin, alle
condizioni biologiche, ossia ai rapporti, molte volte assai complessi,
che esistono fra gli organismi che abitano in un medesimo distretto;
altri ancora, come ha fatto recentemente il Kleinenberg[510], alle
intime modalità embriologiche: ed infatti queste ed altre cause possono
determinare la variabilità delle specie, sebbene, in ultima analisi,
mi sembri necessario di dare il maggior peso alle cause esterne che
generano le altre come cause secondarie. Non vi è organo, per quanto in
apparenza insignificante, che non presenti delle variazioni; basta, a
modo di esempio, consultare i lavori del dott. E. Adolph[511] sulle ali
degli imenotteri e dei ditteri per averne una prova recente, se mai ne
facesse d’uopo.
La variabilità delle specie è un fatto indiscutibile; ma alcuni autori
vanno più oltre e ammettono che gli organismi possiedano una tendenza
intima e speciale alla variazione, concetto che il Darwin non volle
accettare. È vero che non ci si sente soddisfatti nell’abbandono della
variabilità e conseguentemente del progresso degli esseri viventi
al puro e semplice caso; ma d’altra parte non si saprebbe dire,
d’onde potesse venire e come svilupparsi una tendenza particolare ed
indipendente alle variazioni. Queste appariscono nondimeno con tale
frequenza e con tanta spontaneità, come se fossero prodotte da una
legge naturale peculiare, perchè gli organismi, prescindendo dagli
inferiori nei quali la variabilità è minima, sono assai complicati
e non nascono nè crescono mai in condizioni di vita perfettamente
eguali. Di più, quando queste condizioni rimangono inalterate in una
determinata regione, le variazioni che sorgono non possono apportare
grande vantaggio, anzi potranno essere perfino superflue, quando domina
il principio dell’adattamento conservativo. Se invece le condizioni di
vita mutano in un dato distretto, questo mutamento sarà rimedio a sè
stesso, agendo da causa produttrice di variazioni e quindi da fautore
di adattamento degli organismi alle nuove condizioni vitali.
È anche presunto, che i caratteri sieno ereditari; ed è un canone dei
più importanti della biologia, che il mondo organico è tale quale oggi
lo osserviamo, per l’azione antagonista della variabilità della specie
e della ereditarietà dei caratteri. Quest’ultima non ha incontrato
opposizione; soltanto il Weismann ha negato in un libro recente
la trasmissione dai genitori ai figli dei caratteri acquisiti. Ma
l’opinione di questo autore è soggetta a molte obbiezioni e non credo
che oggi possa essere accettata dagli evoluzionisti.
Le ricerche e le osservazioni fatte intorno alla ereditarietà hanno
condotto a stabilire alcuni modi della esplicazione di essa, e si è
perfino tentato di esprimere la sua azione con formole matematiche.
Gli studi si sono mostrati particolarmente fecondi in quella parte
che riguarda l’atavismo, col mezzo del quale siamo posti in grado di
spiegare, almeno in maniera generica, tutte quelle anomalie che non
sono prodotte dall’opera diretta di cause meccaniche. Queste anomalie
sogliono rappresentare lo stato normale di animali inferiori e possono
quindi spiegarsi come fenomeni di riversione, ossia di ritorno ai
caratteri degli avi più o meno remoti. La teoria della creazione deve
invece ritenerle semplici giuochi della natura, precisamente come
un tempo considerava i fossili effetti del caso, imitazioni senza
significato veruno. Quei tempi sono passati e sembrano prossimi anche
quelli, nei quali nessuno oserà affermare, che le anomalie si producano
a caso.
Ma le leggi della ereditarietà dei caratteri spiegano un altro
fenomeno che finora era incompreso, quello dello sviluppo. Il perchè
dello sviluppo diretto, della metamorfosi e della metagenesi era
un’incognita, prima che l’evoluzionismo ne rivelasse le ragioni e le
esprimesse nella formola che l’ontogenesi è una filogenesi abbreviata e
più o meno modificata dall’elezione naturale, la quale estende i suoi
effetti non soltanto alle forme perfette, ma eziandio alle giovanili ed
embrionali e perfino alle uova.
Questo nuovo indirizzo non fu senza influenza sulla Zoologia
sistematica; infatti la teoria della _Gastrula_ di Haeckel deve
condurre almeno a separare i Protozoi agastrulati dai gastrulati, i
quali ultimi dagli autori più recenti sono ascritti ai Celenterati. Se
questa classificazione sia buona o meno, non importa qui di discutere;
certo si è che la teoria della Gastrula è una delle più belle
scoperte dell’Haeckel, che che ne dica il Kleinenberg, la cui critica
(_Entstehung des Annelids_, p. 2) non sembra nè sobria, nè imparziale.
La teoria darwiniana ha mosso i naturalisti alla ricerca delle
forme intermedie fra gli organismi viventi e fra i fossili, e
queste forme non tardarono di rispondere all’appello. Per parlare
dei soli vertebrati viventi, l’ornitorinco unisce i mammiferi agli
uccelli, la lepidosirena gli anfibi ai pesci, e molti altri esempi
potrebbero citarsi. Quanto alle forme intermediarie fossili, nessun
paleontologo ignora i lavori del Gaudry, questi ed altri splendidamente
riassunti dal Gasco nella sua prelezione letta all’Università di Roma
nell’autunno 1886.
Per raccogliere sotto un unico punto di vista tutti i molteplici
fenomeni, che si riferiscono alla ereditarietà dei caratteri, sono
sorte molte teorie, a cominciare dalla pangenesi del Darwin, alle altre
più o meno affini di Haeckel, di mad. Royer, di Nägeli, di Weismann,
ecc.; ma tutte hanno incontrato serie obbiezioni, e, sebbene ingegnose,
possono dirsi piuttosto parti di menti filosofiche che ipotesi basate
su argomenti positivi.
Coll’argomento della ereditarietà si collega strettamente quello dei
caratteri rudimentali, i quali dimostrano e gli effetti del non-uso e
la tenacità, colla quale i caratteri sono trasmessi durante numerose
generazioni.
Il Kleinenberg fa le maraviglie che alcuni organi rudimentali si
ripresentino costantemente tanto nell’uomo, come in altri animali,
mentre pure l’elezione naturale ha agito durante un tempo sì lungo che
poteva essere sufficiente per eliminarli del tutto. Ma è necessario
considerare, che l’elezione naturale ha scartato certamente, nella
serie genealogica di ciascuna specie, molti caratteri rudimentali,
dei quali non abbiamo avuto sempre contezza; così essa ha soppresso
nel cavallo odierno le due dita laterali che erano poco sviluppate
nell’Hipparion: e d’altra parte, lo stesso Kleinenberg ha fatto
giustamente osservare, che un organo, che è rudimentale in una
forma adulta, può avere una grande importanza embriologica, ciò che
ritarderebbe la sua soppressione nell’organismo maturo.
Contro la teoria del Darwin sono state fatte innumerevoli obbiezioni,
ma non credo che alcuna abbia potuto atterrarne il principio
fondamentale. Molti autori non ammettono che le variazioni ed il
conseguente progresso della natura organica siano effetti casuali o
dell’accidente, obbiezione, sulla quale ha insistito anche recentemente
il Simoncelli in un libro (_L’uomo ed il bruto_. Verona-Padova 1881)
che si allontana assai dall’indirizzo attuale delle scienze positive;
ma tutti sanno che il caso altro non è che una parola destinata a
coprire la nostra ignoranza. Ciò che noi neghiamo è l’esistenza di
una legge speciale, insita negli organismi, che determini e regoli
le variazioni; ma non escludiamo che queste avvengano quali effetti
necessari di cause che agiscono nella natura. Se oggi piove, possiamo
attribuirlo al caso, perchè la meteorologia, nonostante le molte
tabelle che pubblica giornalmente, non è sempre in grado di predire il
tempo che farà; eppure tutti sono persuasi, che le vicende atmosferiche
sono effetti necessari di una moltitudine di cause terrestri e
cosmiche, strettamente fra loro collegate, che in ogni caso concreto
non possiamo indicare nemmeno in via approssimativa. Alcunchè di simile
avviene nella variabilità, a produrre la quale contribuiscono diverse
cause molto complesse. Non ultima si è la grande complicazione degli
organismi superiori e la reciproca dipendenza delle loro parti, da
che segue che una variazione manifestatasi in un organo ne trae seco
delle altre in organi correlativi e può così, per quanto sia leggera,
dar luogo ad effetti inaspettati. Lo stato dei genitori è quasi
sempre diverso ad ogni generazione, sulla quale non possono essere
senza influenza l’età, lo stato fisico e lo stato morale del padre
e della madre. Negli animali ermafroditi, e fra gli unisessuali nei
multipari, avranno una certa importanza la posizione dell’uovo negli
ovari o loro dipendenze ed il momento della sua fecondazione; nel caso
di fecondazione esterna, non sarà indifferente, dove e quando essa
sarà avvenuta. Nè devonsi trascurare le cause più generali, le quali
compariscono bensì lentamente, ma producono nel corso dei millennii
degli effetti grandiosi, tanto da cambiar completamente l’aspetto delle
faune e delle flore, perchè il mutamento delle condizioni esterne, cioè
di clima, di pressione atmosferica, di stato igrometrico dell’aria, di
salsedine delle acque, ecc., non può non avere, traverso ai genitori,
un’influenza sui nuovi esseri che vengono generati. In tale guisa, la
variabilità degli organismi cessa di essere casuale o fatale, sebbene
nella singolarità dei casi torni difficile od anche impossibile di
spiegarla in maniera soddisfacente.
Si obbiettò che non si conoscono le forme intermediarie o di passaggio
che richiede la teoria; ma ho già detto più sopra, che delle forme di
passaggio ne conoscono tanto la zoologia che la paleontologia, e che
se ne scopriranno certamente delle altre in seguito ai progressi di
queste scienze. Si disse che ammessa per vera la teoria darwiniana, le
forme della vita dovrebbero costituire un caos inestricabile; ma come
l’elezione artificiale tende a produrre razze distinte, perchè gli
allevatori amano le forme estreme, così l’elezione naturale non accorda
lunga durata alle forme intermediarie, perchè fra esseri molto affini
la lotta per la vita è più accanita che tra organismi di struttura e di
abitudini diverse, da che scaturiscono la divergenza dei caratteri e la
mancanza del caos predetto. Si è anche asserito, che il tempo passato è
insufficiente per spiegare l’apparsa di organi così perfetti, come ad
es. lo è l’occhio umano, mediante l’elezione naturale; ma la geologia
ha dimostrato che dall’alba della vita ad oggi sono passati molti
milioni di anni: d’altra parte se si fa risalire l’origine della vita
a 6000 anni, ammettendo la creazione, questo lasso di tempo apparisce
eccessivo, perchè un creatore onnipotente deve fare le sue cose
perfette e durature di primo acchito, senza bisogno di tempo veruno.
Se vi fosse stata una creazione per opera di un ente supremo, il mondo
dei viventi sarebbe apparso in un solo attimo e dotato di assoluta
perfezione, e quindi imperfettibile.
Molte altre obbiezioni sono state mosse contro l’evoluzionismo, ma
esso resiste da quasi quarant’anni agli attacchi più violenti dei suoi
avversari. Fra le altre cose, esso ha il merito di sostenere concetti
netti, chiari, accessibili ad ogni persona colta.
Vedasi invece quello che dicono gli avversari. A caso mi capita sotto
gli occhi un libro di Zecchini, pubblicato nel 1884, dove leggo questo
passo: «Si disse: Dio non potè creare la materia, perchè _ex nihilo
nihil fit_; e noi rispondemmo: Egli non l’ha creata dal nulla, poichè
la fece emergere da se stesso...... Dov’è Dio si chiedeva? Al centro,
all’intorno dell’universo, ovverossia penetra in ogni senso e parte
la materia? E la nostra risposta fu: Ei risiede dalla _eternità_
nell’_infinito_». Tre incognite in una sola equazione. Mi sembra che
con queste parole, vuote di senso, non si faccia punto progredire la
scienza.
L’antichità dell’uomo è stata molto discussa, ma non credo che
arriveremo sì tosto ad una conclusione attendibile, perchè le specie
sorgono come le razze domestiche, a poco a poco, lentamente, così
che torna quasi impossibile di stabilire il momento della loro
apparsa. Nondimeno si sono fatti dei tentativi per esprimere con
cifre quell’antichità, e fra i diversi cito il seguente di Mortillet,
pubblicato nel 1883. Se si suddivide l’epoca quaternaria in 100 unità,
se ne possono attribuire
al _Chelleano_ 35
al _Mousteriano_ 45
al _Solutreano_ 5
al _Magdaleniano_ 15
———
100
Sapendosi che il Mousteriano ha durato 100,000 anni ne segue che
dobbiamo attribuire in proporzione
al _Chelleano_, anni 78,000
al _Mousteriano_, come si disse 100,000
al _Solutreano_ 11,000
al _Magdaleniano_ 33,000
———————
222,000
Aggiungendovi 6000 anni dei tempi storici ed alcune migliaia di anni
trascorsi fra i tempi geologici e quelli della civiltà egiziana,
arriviamo a stabilire, in cifra approssimativa e rotonda, un’antichità
di 230,000 a 240,000 anni.
Quali caratteri avesse l’uomo prima di costituire l’attuale specie, non
siamo in grado di dire con sicurezza; ciò che l’evoluzionismo afferma,
si è che l’uomo non fa un’eccezione nella natura, ossia ch’egli pure si
è sviluppato nel corso dei secoli ed ha dietro di sè una lunga serie
di avi, ai caratteri dei quali talora ritorna colle sue anomalie ed in
maniera costante e regolare, sebbene non sempre manifesta, nella sua
ontogenesi.