_Continuazione:_ POSIZIONE SISTEMATICA DELLA SPECIE UMANA.
Caratteri zoologici. — Valore dei caratteri predetti.
Caratteri zoologici dell’uomo.
I caratteri zoologici dell’uomo devono cercarsi nell’apparato
mascellare-dentario, e nelle estremità[392]. L’apparato predetto delle
scimie è distinto da quello dell’uomo pei seguenti caratteri:
1º I canini sono robusti e sporgenti sopra il livello degli altri
denti, i superiori lo sono più che gli inferiori.
2º I canini sono collocati in alveoli profondi, circostanza che rende
possibile una forte resistenza.
3º Le arcate zigomatiche sono larghe, per dar passaggio ai robusti
muscoli motori della mascella inferiore.
4º Esistono delle creste ossee più o meno sviluppate al capo, per dare
inserzione ai suddetti muscoli.
5º Osservasi una robusta aponeurosi occipito-cervicale, per dare la
debita resistenza al punto di attacco della testa colle vertebre
cervicali.
All’incontro osserviamo che nell’uomo:
1º I canini non sporgono sopra gli altri denti,
2º nè sono collocati in alveoli profondi.
3º Le arcate zigomatiche sono strette,
4º e non esistono creste al capo.
5º Infine il nesso tra la testa ed il tronco è debole.
Niuno di questi caratteri può essere isolato; tutti insieme
costituiscono un sistema, e pel loro complesso la scimia assume la
natura di fiera, l’uomo quella di un essere inerme.
Questo carattere fu profondamente sviluppato dal Bianconi[393], il
quale conclude in questa guisa: «Il dente canino pertanto nelle
scimie antropomorfe non è soltanto un dente, come dicesi, un poco
più allungato, un poco più sviluppato, ma essendo legato, com’esso è
coll’apparecchio testè accennato, costituisce un istromento apposito ed
un carattere speciale; ed è il carattere del leone e della tigre, ecc.
Il gorilla, l’orang-outang, e consorti, sono dunque fiere, e l’uomo che
ne manca è _inermis_, secondo la definizione giustissima di Blumenbach».
Per far vedere la natura ferina delle scimie potrà servire il seguente
passo che traduco dall’opera più volte citata del Brehm[394]: «Non
tutte le scimie fuggono davanti ai nemici; le più robuste si oppongono
persino ai carnivori più terribili ed all’uomo, mettendosi in una lotta
per lo meno dubbia per l’aggressore. Le scimie maggiori, specialmente
i babbuini, posseggono nei loro denti un’arma sì terribile che ponno
benissimo misurarsi con un nemico, specialmente se questo, come succede
comunemente, lotta da solo, mentre essi si difendono in masse, con
fedeltà ed energia. Le femmine non si mischiano nella pugna se non
quando si tratta di difender se stesse od i loro giovani; in questo
caso esse dimostrano non minore coraggio dei maschi. Quasi tutte le
scimie lottano colle mani e coi denti, graffiano e mordono; molti
assicurano che alcune specie si difendono con bastoni e specialmente
con rami d’alberi; è poi certo che gettano sassi, frutta, pezzi di
legno ed altri oggetti sul loro nemico. Gli indigeni non attaccano
nemmeno il babbuino, specialmente se non sono muniti d’armi da fuoco.
L’orang-outang ed il gorilla sono sì forti e pericolosi, che l’uomo,
in una lotta con essi, non si giova dell’arma da fuoco che in sua
propria difesa, mai per aggredire l’animale. Il furore indicibile delle
scimie, aumentato dalla forza, è sempre da temersi, e la destrezza che
posseggono rende spesso impossibile al loro nemico di fare un colpo
decisivo».
Du Chaillu, nella relazione de’ suoi viaggi nell’Africa equatoriale,
attribuisce al gorilla una forza prodigiosa, dicendo che quattro uomini
robusti non sono sufficienti per tener fermo un individuo di due anni
e mezzo; gli adulti sarebbero capaci colle loro mascelle di render
piatta una canna da schioppo, e di rompere colle mani degli alberi del
diametro di quattro a sei pollici.
Dei caratteri su citati ha trattato anche il Mivart[395]; esso fa
osservare che solo in alcune forme infime di scimie (ad esempio
nell’_Hapalemur_) la sporgenza dei canini si fa meno evidente. Ai
caratteri suddetti potrebbe aggiungersi la presenza di un _diastema_
nelle scimie, e la di lui mancanza nell’uomo, ma questo carattere ci
viene meno in alcune forme inferiori.
Passiamo ora alle estremità. Alcuni vogliono sostenere che l’uomo
sia quadrumano, perchè i suoi arti posteriori coll’esercizio possono
acquistare la facoltà di afferrare. Si conoscono degli esempi che
appoggiano questa idea. I Charmas, tribù indiana dell’America
meridionale, forti cavalcatori, usano in luogo di staffa un semplice
anello, nel quale impegnano il solo pollice dei piedi, tenendovisi
strettamente; gli Indiani dell’Orenoco, quelli del Jucatan, i Negri
d’Australia, possono colle dita dei piedi raccoglier monete dal
terreno, afferrare sassi e lanciarli; i Bengalesi sanno servirsi anche
dei piedi per menare il remo. Gli Ottentoti avrebbero, secondo Bory
de Saint-Vincent, un dito grosso opponibile alle altre dita, ed anche
i raccoglitori di resina nella Francia meridionale avrebbero, a detta
dello stesso autore, un grosso dito del piede opponibile acquisito,
per l’arrampicarsi sugli alti e snelli tronchi del Pinus maritima. Gli
abitatori della Nigrizia, i Malesi, i Polinesiaci, gli Indiani, ecc.,
si servono sovente dei piedi per arrampicarsi sulle palme, ed il loro
piede, secondo il prof. Hartmann, non è molto diverso da quello delle
scimie, poichè il dito grosso s’allontana alquanto dalle altre dita e
conserva questa posizione anche allo stato di riposo[396]. Gli isolani
del Pacifico, quantunque osservati, riescono ad effettuare dei furti,
prendendo gli oggetti coi piedi e trasmettendoli ai loro compagni
(Chamisso). I magnani e falegnami delle Indie orientali si giovano dei
loro piedi per tenere ed adoperare i loro arnesi (Stöhr).
Nel 1863 il prof. Huxley ha svolto un’opinione diversa, cercando
di dimostrare che l’uomo è bipede, e che anche gli arti posteriori
delle scimie sono terminati da due piedi. Per riuscire nel suo
intento l’anatomico inglese ha stabilito delle esatte differenze
tra la mano ed il piede, riposte nell’apparato osseo e muscolare.
Il piede differisce osteologicamente dalla mano per la disposizione
delle ossa del tarso, che è diversa da quella che offrono le ossa del
carpo; specialmente notevole è la sporgenza del calcagno, il quale
colla sua larga appendice ossea forma il tallone. Non minori sono le
differenze miologiche. Nel piede vi sono bensì, come nella mano, tre
principali muscoli flessori dei diti, e tre principali estensori; ma
un estensore ed un flessore sono muscoli brevi, vale a dire, che le
loro parti carnose non sono situate nella gamba, ma nel dorso o nella
pianta del piede. Di più, i tendini dei lunghi flessori delle dita
dei piedi e del lungo flessore del dito grosso, quando arrivano alla
pianta del piede, non restano distinti l’uno dall’altro, come fanno i
flessori della palma della mano, ma si riuniscono e si mescolano in
una curiosissima maniera, mentre i loro tendini così uniti ricevono
un muscolo accessorio, che è connesso all’osso del calcagno[397]. Ma
forse il carattere assolutamente più distintivo, circa i muscoli del
piede, è l’esistenza di quel muscolo che si chiama lungo peroneo, che è
un lungo muscolo fissato all’osso esterno della gamba, e che manda il
suo tendine all’esterno della fiocca, alla quale passa indietro ed in
basso, e quindi attraversa il piede obliquamente per attaccarsi alla
base del dito grosso. Nessun muscolo nella mano corrisponde esattamente
a questo che è eminentemente un muscolo del piede.
Il piede differisce dunque dalla mano anatomicamente: 1º per la
disposizione delle ossa del tarso; 2º per avere un corto muscolo
flessore, ed un corto muscolo estensore delle dita; 3º per possedere
il muscolo lungo peroneo. Per sapere con precisione, se la parte
terminale di una estremità debbasi chiamare piede o mano, fa d’uopo,
secondo l’Huxley, tener conto dei distintivi accennati, ma non
delle proporzioni o della maggiore o minore mobilità del pollice e
dell’alluce, perchè questi caratteri variano all’infinito, senza
alterare la struttura fondamentale.
Se esaminiamo le estremità del gorilla, troviamo che le anteriori sono
terminate da mani; ogni osso, ogni muscolo è collocato esattamente come
nella mano dell’uomo, o meglio, le differenze sono sì leggiere come
notansi tra le varietà della specie umana. La mano del gorilla è più
grossolana, più tozza, ed il pollice è proporzionatamente più corto che
nell’uomo; ma nessuno ha mai dubitato che sia una vera mano.
A prima vista sembra, che anche le estremità posteriori del gorilla
siano terminate da mani, ma l’esame anatomico prova che tale
somiglianza non è che superficiale. Le ossa del tarso, pel loro
numero, per la disposizione e per la forma, non differiscono da quelle
dell’uomo, e osservansi un corto flessore e corto estensore delle dita,
nonchè un lungo peroneo. Le estremità posteriori del gorilla, giudicate
secondo i suddetti criteri, sarebbero dunque terminate da veri piedi.
Contro le idee sopra esposte sono insorti il Bianconi ed il Gaddi,
cercando di dimostrare, come le quattro estremità delle scimie e le
anteriori dell’uomo siano terminate da mani, le posteriori di questo
invece da veri piedi. Il Bianconi, dopo avere esaminato la struttura
del piede umano, deduce: 1º che le forme di un piede per la stazione ed
ambulazione bipede, non possono essere che quelle le quali soddisfanno
alle condizioni volute dalla statica, e che trovansi applicate nel
piede umano; 2º che ristrettivamente al piede dell’uomo, il pollice
insieme colle sue ossa del metatarso e del tarso, costituisce la
linea primaria di robustezza e di forza del piede, talchè per esso
principalmente il piede è fatto base acconcia per la stazione eretta
del corpo, e all’ambulazione con l’alternare del passo; 3º che tutte
le parti sono calcolate secondo le leggi di meccanica per guisa,
che senza tale assestamento non sarebbe piede atto nè alla stazione
nè all’ambulazione; 4º che il pollice col suo metatarso è il primo
fra le dita per importanza d’ufficio nel piede, come è massimo per
robustezza, ed irremovibile per ubicazione. A riscontro del piede
umano quello delle scimie non sarebbe un piede, essendo invertiti i
rapporti delle parti di maggior forza: le tre dita di mezzo hanno le
maggiori dimensioni, ed il pollice è il più piccolo di tutti; ne segue,
che dato anche, che la pianta dell’orang-outang o del gorilla potesse
stendersi sul terreno, mancherebbe nel lato interno, ove è la massima
esigenza di base per causa della eccedenza del peso sovrapposto, una
linea rigida o di forza. A questo lato havvi un pollice cortissimo
e debole, incapace di presentare l’asse principale del piede. Poi
il pollice stesso giammai può mettersi nella direzione necessaria.
Organizzato per opporsi alle quattro dita e per abbracciare con esse i
rami degli alberi, e separato profondamente dalla pianta pel nascere
indietro sino alla regione del tarso, il pollice si getta infuori e
lontano dalle altre dita. Per tale costruzione il _maximum_ di forza,
che è rappresentato dalle quattro dita, si ha nel luogo ove minore
è il bisogno; e mentre nel piede di uno di tali quadrumani sono
parti robuste ove esse non occorrono, per l’altra mancano ove esse
occorrerebbero per costituire un piede di animale bipede che alterna
il passo. Questa estremità pertanto non è piede per la stazione bipede
con alternanza di passo; non lo è, perchè non è nè punto nè poco
conformata secondo le leggi indeclinabili della meccanica; non lo è
conseguentemente quanto all’uso, perchè la sua conformazione si rifiuta
a permettere che essa posi piana sul suolo e sorregga il corpo. Non
è dunque comparabile col piede umano, e se per piede di un bipede si
deve intendere quell’organo che serve a mutare il passo, quello dei
quadrumani non è più piede, ma è una mano prensile[398].
Ad analoghe conclusioni giunse il Gaddi. Il piede, egli dice,
anatomicamente studiato nell’uomo, si palesa per vera base di
sostentazione. Consta di 26 ossa assai più grosse e più robuste di
quelle della mano. Esse costituiscono un tripode, quindi sono disposte
in guisa che tutto il peso del corpo per la via di tre punti assai
sporgenti in basso, si trasmette al sottostante piano, ed è di tale
maniera che la stazione si rende ferma su due piedi, od anche sopra la
pianta di un piede solo. Quanto al piede della scimia, per quello che
risguarda l’allontanamento maggiore possibile dell’alluce dagli altri
diti, esso si avvicina più alla mano dell’uomo, che la stessa di lei
mano[399].
Noi ci troviamo davanti a tre opinioni diverse. Alcuni vogliono far
quadrumano l’uomo; altri sostengono che tanto l’uomo quanto le scimie
sono bipedi; altri ancora mantengono le opinioni fin qui professate,
che cioè l’uomo sia bipede e la scimia quadrumana. Tutti questi partiti
però sono concordi nell’ammettere, che le estremità anteriori nei due
ordini di Primati sono terminate da mani.
Che la mano dell’uomo sia ancor più perfetta che quella della scimia,
è quasi inutile il dirlo, e fu recentemente dimostrato dal Gaddi,
il quale crede con ragione che la perfezione della mano umana stia
nella sua brevità, nella sua larghezza, nella lunghezza del pollice
e nel grande allontanamento che questo può aver dalle altre dita.
L’allontanamento gli è concesso ampiamente dalla configurazione
dell’articolazione metacarpo-falangea, e dalla lassezza de’ suoi
legamenti, dall’energia de’ suoi tre muscoli estensori lungo e breve,
e lungo abduttore, datigli dall’antibraccio, e dall’abduttore corto
fornitogli dall’eminenza tenare. Non gli è impedito dal muscolo
adduttore, il quale, quando il pollice si allontana dalle altre dita,
si lascia opportunamente distendere, per ricondurlo poscia al suo
posto. Nella scimia, invece, il pollice non può allontanarsi che ben
poco dall’asse della mano; esso non ha che un solo e debole muscolo
estensore lungo, mancando del corto estensore, e del grande abduttore,
e per soprappiù, ha il muscolo adduttore corto e robusto, pel che
si lascia ben poco distendere nei movimenti d’allontanamento. A ciò
aggiungasi la brevità del pollice nella scimia, che lo tiene coll’apice
suo tanto lontano dall’apice degli altri diti; circostanza questa
che rende alla scimia difficile e stentato il movimento stesso di
opposizione a segno, che fu da tanti negato. Nell’uomo al contrario,
il movimento di opposizione del pollice è tanto esteso, che il pollice
stesso corre a volere dell’uomo, sulla faccia dorsale e palmare delle
dita, non che sulle loro faccie laterali.
Mentre dunque le scimie hanno talvolta una mano incompleta, priva
di pollice ed atta solamente alla prensione, altre volte l’hanno
completa, munita di pollice ed atta anche alla digitazione. L’uomo
l’ha sempre completa e più perfetta che la scimia. Tale perfezione è
fondata principalmente sul dito pollice, a petto del quale quello delle
scimie antropomorfe è detto da Eustachio e Buffon _pollex ridiculus_.
La perfezione e l’importanza del pollice umano furono riconosciute in
ogni tempo, come Hyrtl l’ha dimostrato. Il pollice è così detto da
_pollere_. Ch. Bell dice: perduto il pollice, tutta la mano è perduta.
I soldati romani, feriti al pollice, venivano licenziati dal servizio
militare; gli Ateniesi amputavano il pollice agli Egineti fatti
captivi, a renderli inabili al maneggio dei remi. L’importanza del
pollice pel remigare ne viene attestata anche dai barcaiuoli inglesi
del Tamigi, dei quali è detto comune: _I pledge my thumb_, scommetto il
mio pollice. Augusto mandò a confiscare i beni a un cavaliere romano,
il quale per affrancare i suoi figli dal servizio militare aveva loro
fatto troncare il pollice coll’accetta, laonde _pollice truncus_,
poltrone. Era uso degli antichi Tedeschi, cel narra Tacito, nello
stringere leghe ed alleanze, di legare insieme i pollici tanto che
inturgidissero di sangue; il popolo romano poteva nell’arena con un
movimento del pollice decidere sulla morte o sulla vita.
I bimani ed i quadrumani concordano dunque tra loro in ciò che le
estremità anteriori sono munite di mani; la differenza che passa tra le
mani degli uni e degli altri è ragguardevole, ma solo di grado. Inoltre
notasi una serie progressiva dalla mano incompleta di alcune scimie,
alla completa ma lunga e stretta di altre, da questa a quella della
razza etiopica, ed in fine alla mano corta e larga delle razze umane
più elevate.
Le divergenze tra i diversi autori si riferiscono agli arti posteriori
dei Primati; ma io credo che la discordanza non sia così grande, come
potrebbe sembrare a tutta prima.
L’opinione, che gli arti posteriori dell’uomo siano terminati da mani,
non merita un’ulteriore discussione; quanto dissero in proposito
Huxley, Bianconi e Gaddi, racchiude una completa confutazione.
Così pure non mi associo all’opinione dell’Huxley, il quale dichiara
bipedi tanto l’uomo che le scimie. Il lungo ragionamento sopra
riportato fa vedere la differenza che passa fra gli arti toracici e
addominali dei Primati, e dimostra anche che tra la mano posteriore
delle scimie ed il piede dell’uomo esiste una stretta omologia; ma noi
non siamo per questo autorizzati a chiamare piede la parte terminale
dell’arto posteriore delle scimie. L’ala dell’uccello e la pinna
pettorale del pesce sono organi omologhi al braccio umano; eppure
nessuno chiamerà l’ala o la pinna un braccio. L’Huxley ha provato
anatomicamente l’unità di tipo negli arti addominali dei Primati;
ma nulla più. Il termine di mano ha un significato fisiologico. Ora
l’anatomia comparata c’insegna che organi diversissimi possono essere
analoghi, ossia compiere la medesima funzione, così che una mano
potrebbe perfino non essere parte di un arto e trovarsi in animali
di serie diversa, per es. negli aracnidi o crostacei. In un senso
più largo si è chiamata mano la proboscide dello elefante colla sua
appendice digitiforme, e la coda della scimia fu detta una quinta
mano. Ma prescindendo da questo significato più largo e non rigoroso,
noi possiamo attenerci alla definizione della mano data dal Bianconi
e dal Gaddi. Se cogli autori predetti, cui si associano l’Owen ed il
Mivart[400], noi chiamiamo piede «quella estremità, in cui l’alluce
costituisce il sostegno (_fulcrum_) durante la stazione ed il cammino»
e che serve a mutare il passo, l’uomo ha due piedi, e le scimie ne
mancano; e se chiamiamo mano quella estremità, in cui il pollice può
allontanarsi dalle altre dita in seguito ad una particolare struttura,
ed opporsi alle medesime allo scopo di prensione, l’uomo ha due mani e
le scimie ne hanno quattro[401].
Questo stesso modo di vedere è diviso dal Macalister[402], il quale,
a proposito dell’uomo asserisce che «fore-limbs are suited solely for
prehension, and the hinder solely for progression, the hallux and its
metatarsal being nearly parallel to the other toes»; mentre alle scimie
attribuisce un pollice ed un alluce generalmente opponibili alle altre
dita. Nè opinione diversa è espressa dal Claus[403] nel suo _Trattato
di Zoologia_.
In istretto nesso colla differenza sopra esposta stanno nell’uomo i
seguenti caratteri:
1º La cortezza e debolezza degli arti anteriori, i quali invece
sono lunghi e robusti nel gorilla, e più ancora nelle altre scimie
antropomorfe. Questi arti nell’uomo sono meschini e deboli, confrontati
coi posteriori. Se l’uomo volesse camminare su tutte e quattro le
estremità, egli batterebbe col ginocchio il terreno, e pel calibro
delle arterie carotidi, che portano il sangue al capo, sarebbe in grave
pericolo di perire per apoplessia.
2º L’ossatura e la muscolatura della gamba. Forse in nessun animale
gli arti posteriori sono sì robusti come nell’uomo, confrontati colla
massa del restante del corpo, e ciò perchè essi hanno l’incarico di
portare da soli il corpo umano. Nelle scimie la cosa è diversa; vivendo
esse principalmente sugli alberi ed essendo perciò chiamati gli arti
anteriori a compiere un ufficio più grave dei posteriori, vediamo
quelli di ossatura e di muscolatura più robusta che questi.
3º La conformazione del bacino, il quale è atto a portare gli organi
della cavità addominale. Mentre nell’uomo assume la forma indicata
dal nome stesso, nella scimia è lungo e stretto; serve poco pel
sostentamento delle intestina ed ha lo scopo principale di dare
inserzione alle estremità posteriori.
4º La posizione del grande foro occipitale, collocato molto in avanti
ed in guisa che nella stazione eretta del corpo il capo sta in bilico
sulla colonna vertebrale. Al contrario osserviamo che nelle scimie il
foro occipitale è posto molto indietro, e poichè la testa non è in
bilico sulla colonna vertebrale, vediamo svilupparsi ampiamente le
apofisi spinose delle vertebre dorsali ed il ligamento cervicale.
Colle precedenti osservazioni credo di avere dimostrato che la
scimia differisce dall’uomo per la natura di fiera che si manifesta
nell’apparato mascellare-dentario, e per la presenza di due mani
negli arti posteriori, le quali, mentre la rendono inetta all’incesso
eretto e poco agile perfino nel camminare sul terreno con tutte e
quattro le estremità, le recano una speciale attitudine alla vita sugli
alberi. Per cui se la scimia può essere chiamata un mammifero fiero
e rampicante, l’uomo deve essere detto un mammifero inerme e mite ad
incesso eretto.
Il Mivart[404], nel confronto che fa dell’uomo colle scimie, cita altri
caratteri differenziali oltre i sopra esposti; ma la maggior parte di
essi sono troppo soggetti ad eccezioni perchè qui se ne faccia cenno.
Una lunga discussione intorno a questo soggetto trovasi nel libro di
Huxley[405] più volte citato; ma questo illustre anatomico non ha
dato peso all’aspetto complessivo dell’apparato mascellare dentario,
ed ha interpretato in modo non esatto i termini di piede e di mano.
L’Haeckel[406] ha seguìto esattamente l’Huxley in questa questione.
Valore dei caratteri predetti.
Ora che abbiamo esposto le differenze che passano tra l’uomo e la
scimia, vogliamo valutarne l’importanza dal punto di vista zoologico.
Prima di tutto faremo osservare che non è possibile di staccare l’uomo
dalla classe dei mammiferi, coi quali ha comune e la viviparità e
l’allattamento della prole col mezzo di mammelle. Di più è certo
che l’uomo appartiene ai mammiferi monodelfi (_Placentalia_ o
_Monodelphia_), perchè la nutrizione del feto avviene col mezzo di una
placenta; non può nemmeno dubitarsi che appartenga ai _Deciduati_,
poichè fra la parte materna e fetale della placenta si sviluppa la
così detta membrana caduca o decidua; infine è certo eziandio che deve
classificarsi fra i _Discoplacentari_ (_Discoplacentalia_), perchè la
placenta ha forma di disco.
Ma ora incomincia il dissenso. Le opinioni estreme sono quelle di
Linneo e di Pruner-Bey. Il primo disse nella prefazione alla _Fauna
suecica_: «Nullum characterem adhuc eruere potui, unde homo a simia
internoscatur». Il secondo, nella seduta della Società antropologica
di Parigi del 18 novembre 1869, sostenne che «l’homme ne constitue pas
un règne, il représente un monde à part». Oggi ben pochi naturalisti
accoglieranno il metodo di Linneo che pose l’uomo in uno stesso genere
colle scimie, o le idee del Pruner-Bey, che dell’uomo fa un mondo a
parte. Più accreditata è l’opinione che l’uomo debba costituire un
regno separato, il regno umano.
Tale idea fa presso di noi propugnata dal De Filippi; discutiamo
intorno a due delle principali ragioni, su cui egli si appoggia. Il
De Filippi dice: «In uno strato di sabbia, in uno strato di argilla,
insieme ad ossa di elefanti o di rinoceronti, nel centro della dotta
Europa, il naturalista rinviene qualche frammento di carbone, qualche
ciottolo scheggioso, qualche osso scalfito, e non esita un istante ad
esclamare: ecco traccie dell’uomo primitivo; e non gli è mai passata
per la mente l’idea di attribuire queste semplicissime fatture ad
una scimia. Perchè la scimia sia capace di accendere un ramo secco,
di percuotere un sasso contro un altro, bisogna che diventi uomo».
Queste idee sono esatte, ma non possiamo vederci altro che un tacito
riconoscimento della supremazia intellettuale dell’uomo, supremazia che
non fu, nè può essere negata da alcuno.
Il De Filippi dice inoltre: «Come la virtualità decida sola sul posto
di un essere vivente nella natura, io lo posso dimostrare cogli stessi
procedimenti incontrastati della filosofia naturale. I due regni
vegetale e animale formano, partendo, ciascuno per sè, dalle forme
superiori e più complicate alle inferiori e più semplici, due serie
convergenti e così immedesimate che i naturalisti disputano ora più che
mai sul loro preciso limite. Anche qui i caratteri differenziali che
sembravano per lo addietro così netti e precisi, fra animali e piante,
coi progressi della scienza vennero l’uno dopo l’altro a sparire
precisamente come fra gli animali e l’uomo. Il naturalista trova
sovente, sotto il microscopio, minuti semplicissimi esseri viventi,
ai quali non sa quale natura attribuire. Colla medesima precisa
composizione, coi medesimi precisi movimenti, l’uno assorbe l’acqua,
acido carbonico ed ammoniaca prodotti della decomposizione continua
di sostanze organiche e sarà un vegetale; l’altro invece introduce
nel suo corpicino sostanze organiche indecomposte, insomma mangia, e
sarà per questo solo un animale. Ecco due potenze virtuali affatto
distinte, in due semplicissimi organismi affatto simili. Della natura
di questi organismi non possiamo capire nulla, finchè la virtualità o
potenzialità propria di ciascuno non sia tradotta in azione. La forza
della logica ci obbliga a continuare le conseguenze del principio di
Darwin fino ad un’origine comune agli animali ed alle piante; eppure
la distinzione dei due regni animale e vegetale è mantenuta. A nessuno
è mai venuto in pensiero di toglierla, e per ciò solo non è difficile,
ed anzi praticamente in alcuni casi impossibile, separare con un taglio
netto organismi inferiori de’ due regni».
Mi sembra che il confronto non sia perfettamente esatto. È oggidì
affatto impossibile l’addurre dei caratteri per distinguere le piante
dagli animali ed anche il distintivo sopra accennato dal De Filippi
non è utile che nei casi, in cui si tratta di distinguere un vegetale
da un animale fornito di bocca. Al contrario tra l’uomo e gli ordini
affini esistono delle differenze abbastanza precise che abbiamo sopra
esposte e, per quanto sappia, i naturalisti non furono mai lungamente
nell’incertezza, per non sapere se un avanzo organico debbasi riferire
all’uomo oppure alla scimia.
Che in certi casi la sola virtualità decida sul posto di un organismo,
è idea ammissibile; ma come essa può indurci a separare un regno da
un altro, così in altri casi servirà solo a separare tra loro due
ordini; per cui se concediamo che la virtualità fornisca dei distintivi
dell’uomo e della scimia, nulla con ciò è stabilito in ordine al rango
che debbasi concedere a questi gruppi.
Ma un’altra cosa devo notare, molto importante. Noi vediamo che
le piante e gli animali formano due regni, due serie di organismi
convergenti in modo, che le infime piante non sono discernibili dagli
infimi animali. Se l’uomo costituisse pure un regno convergente col
regno animale, gli infimi animali e gli infimi uomini dovrebbero essere
tra loro molto affini, ciò che non è; gli infimi uomini s’accostano
solo, fino ad un certo punto, ai più elevati membri dell’ordine dei
quadrumani, fatto che tende a dimostrare che anche l’uomo costituisce
un ordine e nulla più.
Anche il Quatrefages[407] ha sostenuto recentemente che l’uomo debba
costituire un regno separato, i cui caratteri sono raccolti nella
seguente tabella.