I sentimenti e la loro espressione.

Osserviamo dapprima i selvaggi. «Il matrimonio, dice Lubbock[348], e

i rapporti di parentela di un figlio con suo padre e con sua madre

ci paiono tanto naturali e tanto evidenti, che siamo disposti a

considerarli come parti essenziali e originali della razza umana. La

cosa, tuttavia, è ben lungi dall’esser tale. Le razze inferiori non

hanno la istituzione del matrimonio; il vero amore è quasi sconosciuto

fra loro, e il matrimonio, nelle sue fasi più basse, non è in modo

alcuno un affare d’affetto e di relazioni di compagnia». Gli Ottentoti

sono tanto freddi ed indifferenti gli uni verso gli altri, che quasi

si è tratti a pensare che l’amore non esista fra loro. Lichtenstein

afferma che fra i Koussa Kaffir non entra nel matrimonio alcun

sentimento d’amore. Alcuni selvaggi non hanno parole per esprimere

_caro_ o _amatissimo_. Il dott. Mitchell asserisce che nè fra gli

Osage, nè fra i Cherokee, si potrebbe trovare un solo sentimento

poetico o musicale fondato sopra una tenera passione fra i due sessi.

Nello Yariba (Africa centrale) il matrimonio è celebrato dagli indigeni

colla maggiore indifferenza possibile; l’affetto è al tutto estraneo a

tale questione. Fra i Mandingos il matrimonio non è altro che una forma

sistematizzata di schiavitù. Le tribù delle colline del Chittagong,

nell’India, considerano il matrimonio come una semplice unione

animale e conveniente; esse non hanno alcuna idea di tenerezza nè di

nobile devozione. Fra i Gayucuru del Paraguay i legami del matrimonio

sono tanto leggeri che, quando le due parti non si convengono più

reciprocamente, si separano senz’altra cerimonia. Nell’Australia le

donne sono tenute come schiave, e vengono percosse e trafitte a colpi

di lancia nelle gambe alla più piccola provocazione.

A proposito di questi selvaggi, l’Hellwald ed altri autori affermano,

che la vita sociale presso di essi è ridotta a quella della famiglia,

nella quale l’uomo è il padrone assoluto, la donna la sua schiava

ed il suo animale da soma. Di un amore poetico, non ne hanno alcun

concetto, tanto è vero che gli Australiani non conoscono il bacio. Fra

persone non sposate i rapporti sessuali non sono in alcuna maniera

limitati; l’infedeltà però della donna maritata è punita colla morte.

Consenziente il marito, le donne possono darsi alla prostituzione,

e sono volontieri prestate agli amici ed ai celibi; ad Adelaide

vengono perfino costrette, verso prezzo meschino, ad abbandonarsi agli

stranieri. Quando due tribù hanno stanza l’una vicina all’altra, si fa

il cambio delle mogli.

L’infanticidio è frequente presso i selvaggi. Così presso gl’Indiani

della America del Nord. Anche presso gli Ottentoti è comunissimo e

non viene considerato come delitto. Le fanciulle ne sono le vittime

più ordinarie, e quando una donna dà alla luce due gemelli, quello

che è peggio conformato tra i due viene quasi sempre sotterrato vivo.

Questo si fa col consenso di tutto il Kraal, il quale generalmente lo

tollera senza curarsi di considerare la cosa molto da vicino. Presso

gli Arfaki le donne non si fanno scrupolo di uccidere i loro bambini

quando vengano al mondo non desiderati. Di solito ne lasciano vivere

due soli e si sbarazzano degli altri, ciò che spiega il decrescimento

della popolazione in quelle contrade. Anche tra i Maori, come fra

altri Polinesii, era comune l’infanticidio. Parlando dei tumuli della

Bretagna, il Lubbock dice: «Sembra probabile, quando si considerano

i casi numerosi in cui lo scheletro di una donna è accompagnato da

quello di un bambino, che, quando una donna moriva nel dare alla

luce un figlio, o mentre essa lo nutriva ancora, il bambino veniva

sotterrato vivo con essa, cosa che si fa ancora presso qualche tribù

di Eschimesi». Presso gli Indiani del Paraguay l’infanticidio, in

molte delle loro tribù piuttosto che un’eccezione, costituiva la

regola; le donne non allevavano che un figlio ciascuna, e siccome

non risparmiavano che quello che esse supponevano dover essere

l’ultimo, capitava frequentemente che rimanessero senza figli. Il

Lubbock[349] ci dice, ed il Peschel[350] lo conferma, che a Tahiti un

numero considerevole di persone della classe elevata dei due sessi

aveva formata una numerosa associazione chiamata gli _Arreoy_. Tutti

i membri erano considerati come maritati gli uni cogli altri. Se

una delle donne della Società aveva un figlio, questo veniva quasi

invariabilmente posto a morte; ma quando era lasciato vivere, il

padre e la madre venivano considerati come uniti l’uno all’altro e

scacciati dall’associazione; la donna era, d’allora in poi, conosciuta

col nome di _portatrice di figli_, qualificazione che tra quel popolo

straordinario era un epiteto ingiurioso.

Quanto all’amore dei figli verso i genitori, citiamo alcuni pochi

fatti. Presso gli Ottentoti, appena un individuo, uomo o donna, è

posto per l’età nella impossibilità di lavorare, e non può più rendere

nessuna sorta di servizi, viene bandito dalla società dei suoi simili,

e relegato in una capanna solitaria, ad una considerevole distanza dal

Kraal con una piccola provvista di viveri vicino a lui, ma senza che

nessuno gli venga in soccorso, finchè muoia di vecchiezza, di fame, o

sotto le zanne delle belve. Fra i Figiani il parricidio non è delitto,

ma uso. I genitori vengono ordinariamente uccisi dai figli. Talora i

vecchi si persuadono che è giunto il tempo di morire; talora sono i

figli che avvisano i genitori che essi sono loro a carico[351].

Ho esposto questi fatti, perchè si veda quanta differenza passi tra

l’uomo selvaggio e l’uomo incivilito. L’amore coniugale, materno e

figliale sono nobilissimi ed insieme naturali sentimenti dell’uomo

civile; ma per tale riguardo molti uomini stanno al disotto degli

animali[352]. Mettiamo al confronto quanto esperti osservatori dicono

delle scimie.

Il Perty[353] così si esprime: «Accanto alle loro cattive qualità noi

ne troviamo di buone: il contegno ameno, la compassione per animali

deboli e malati della loro specie, grande amore per i figli, e non solo

da parte della femmina, ma anche del maschio. Si racconta che le scimie

mettano a nudo le ferite dei loro compagni e le coprano con foglie per

arrestare l’emorragia..... L’amore delle scimie è proverbiale; tutti

gli osservatori parlano della tenerezza delle femmine pei loro figli.

Esse dànno loro il latte, li accarezzano, li puliscono ed osservano

con compiacenza i loro giuochi; ma sanno anche batterli quando fanno

delle maligne azioni...... Un _Cercopithecus griseoviridis_ maschio,

posseduto dal Brehm, aveva l’abitudine delle scimie di nutrire animali

giovani, e adottava ogni piccolo animale che aveva bisogno del suo

aiuto, lo nutriva con premura e lo difendeva con tutte le forze.....

Una scimia femmina si sottraeva ogni buon boccone per darlo al suo

piccino».

Ed il Brehm dice: «Le scimie sono grandi in un rapporto: nell’amore

verso i loro figli, nella compassione che hanno per i deboli ed i

giovani non solo della loro specie e famiglia, ma perfino degli altri

ordini e classi del regno animale. La scimia è un mostro nel suo amore

sessuale, ma nel suo amore morale può essere per l’uomo un modello!

La scimia ha dunque pure una virtù, peccato che la esageri in modo da

farcela apparire ridicola!»[354].

Quanto il selvaggio possa trovarsi ad un basso livello nell’amore

verso il prossimo, ce lo prova il cannibalismo che fu praticato in

tempi andati ed è praticato anche oggidì da parecchie barbare tribù.

Strabone dice che ancora ai suoi tempi gl’Irlandesi erano cannibali

e consideravano come un atto lodevole il mangiare i propri parenti.

Bodino dice la stessa cosa dei Traci. Giovenale racconta un fatto di

antropofagia nella città egiziana di Teutira. San Girolamo ci racconta,

che gli Scoti od Attacoti, sebbene avessero a loro disposizione dei

porci e dei bovi, tuttavia mangiavano carne umana, preferendo ad

ogni altra parte le natiche dei fanciulli e le mammelle delle donne

(_abscindere puerorum nates et feminarum papillas_). Altrettanto

facevano gli uomini dell’êra della renna, come risulta dagli studi

fatti dal prof. Spring intorno ad un deposito di ossa scoperto a

Chauvaux[355]; ed il cannibalismo era in tempi remoti esercitato anche

in Italia, come ce lo attestano alcune caverne della Liguria coi loro

avanzi organici.

Anche oggidì l’antropofagia è molto estesa[356]. Il cannibalismo è

inveterato tra i Figiani, e non è la mancanza di altro cibo che li

renda tali. Essi amano tanto fortemente la carne umana che non possono

fare un maggior elogio di un manicaretto che dicendo che è tenero come

un uomo morto. Inoltre, la delicatezza del loro gusto è tanta, che

sdegnano la carne dei Bianchi, preferendo quella delle donne a quella

dell’uomo, e considerano l’avambraccio e la coscia come i pezzi più

gustosi; e ne sono tanto ghiotti che serbano la carne umana pei soli

uomini, giacchè, secondo loro, le donne non sono degne di pascersene.

Quando il re dà un banchetto, uno dei piatti è sempre composto di

questo cibo, e quantunque i corpi dei nemici uccisi sul campo di

battaglia vengano sempre mangiati, non sono punto sufficienti, e si

ingrassano schiavi per venderli sul mercato. Talora li fanno arrostire

ancor vivi per mangiarli immediatamente. Gli indigeni della Terra del

Fuoco sono pure cannibali; quasi sempre in guerra colle tribù vicine,

è raro che si incontrino senza che ne risulti una battaglia, e i

vinti, se non sono già morti, vengono uccisi e mangiati dai vincitori.

Le donne divorano le braccia e il petto, gli uomini si cibano delle

gambe, il resto vien gettato in mare. Negli inverni rigidi, quando non

hanno altri alimenti, prendono la più vecchia donna della schiera, la

strangolano sopra una nube di fumo e la divorano. Interrogati perchè

non uccidessero piuttosto i cani, rispondevano che i cani si rendevano

utili col prendere lontre[357]. Anche i Neo-Guineani sono antropofagi.

Un fatto crudele ci è raccontato dal dott. Zimmermann[358]. Nel

1857 il bastimento Saint-Paul naufragò presso l’isola di Rossell,

dove cercarono rifugio i naufraghi che erano parecchie centinaia di

persone; ma ben tosto furono assaliti dagli indigeni cannibali. I

pochi che poterono salvarsi raccontarono che alcuni dei loro compagni

erano stati divorati immediatamente dopo la lotta, di altri non fu

mangiato che il cervello, ad altri ancora erano stati aperti i vasi

del collo per succhiarne il sangue, ed altri erano stati nutriti per

parecchi giorni, e venivano trucidati poco per volta, per avere così

carne sempre fresca. La carne dei vecchi veniva battuta con clave allo

scopo di renderla morbida. Gli Anzichi dell’Africa sono di incredibile

ferocia, poichè si mangiano l’un l’altro, non risparmiando nè amici,

nè parenti. Le loro botteghe di macellaio sono piene di carne umana,

in luogo di bovi o di pecore, perchè mangiano i nemici che prendono in

guerra. Ingrassano, uccidono e divorano anche i loro schiavi. Mentre

in generale i cannibali si limitano a mangiare i loro nemici, questi

mangiano anco i propri parenti[359]. Se si riflette intorno ai fatti

sopra citati, il cui numero potrebbe essere aumentato, si arriva alla

conclusione che i più nobili sentimenti sono o affatto sconosciuti

nell’uomo selvaggio, o grandemente abbrutiti. Per tale rapporto, la

differenza tra l’uomo barbaro ed il civile è assai maggiore di quella

che passa tra l’animale e l’uomo selvaggio. E noi di certo non possiamo

essere orgogliosi nel chiamare fratelli gli stupidi Boschimani e gli

antropofagi Neo-Guineani.

Il cannibalismo è praticato dai selvaggi per ragioni assai diverse,

come risulta da un recente riassunto di Enrico Ferri[360]. E cioè:

_A._ Per bisogno, come nelle isole del Pacifico e nell’Australia,

dove i mammiferi commestibili sono od erano molto rari. Gli

Australiani affamati uccidono le donne per mangiarle e giungono fino

a dissotterrare i cadaveri. L’antropofagia è diffusa in tutta la

Melanesia.

_B._ Per religione. Il cannibalismo è stato consacrato dalle primitive

religioni; esempi di questa forma si riscontrano nella Nuova Zelanda, a

Tahiti e più ancora nel Messico.

_C._ Per pregiudizio. Alcuni selvaggi credono, ad esempio, che il

cuore trasmetta coraggio, l’occhio perspicacia, gli organi genitali la

virilità; nell’Africa, nell’Australia e nella Polinesia il cuore è il

boccone privilegiato dei capi e dei sacerdoti; nella Nuova Zelanda si

preferisce mangiare l’orecchio sinistro, che è ritenuto sede dell’anima.

_D._ Per pietà filiale. Questo sentimento è causa di cannibalismo,

per l’idea di migliorare la condizione dei genitori nella vita

ultramondana; così fra i Batta di Sumatra, ai tempi di Marco Polo, nel

regno di Angrinam nell’India ed ai tempi di Erodoto fra i Messageti

nell’Europa orientale.

_E._ In guerra. È questa la forma più comune e più feroce di

cannibalismo; anzi sovente i selvaggi fanno la guerra ad una tribù

vicina all’unico scopo di procurarsi carne umana.

_F._ Per ghiottoneria, la carne umana costituendo presso molti selvaggi

una leccornia, che non può mancare in un lauto banchetto.

_G._ Cannibalismo giuridico, ossia l’antropofagia per vendetta di

sangue o di delitti commessi. Così presso i Batta l’adultera, il ladro

notturno, quelli che avevano assalito proditoriamente una città, un

villaggio od un particolare, erano condannati ad essere mangiati dal

popolo. All’isola di Bow, nella Melanesia, si divorano gli assassini,

mezzo molto semplice per non popolare le carceri.

L’espressione dei sentimenti si compie nell’uomo e negli animali in

maniera analoga, come ha dimostrato il Darwin[361] con molti dettagli

in un’opera estesa ed interessante. I tre principii stabiliti dal

Darwin possono applicarsi tanto all’uomo, come a molti altri animali;

daremo alcuni esempi a sostegno di quest’asserzione.

Il primo principio è quello delle abitudini associate, di cui una

chiama l’altra, anche se questa non fosse più utile. Se un uomo

vede un fatto che desta orrore, chiude gli occhi e volge altrove la

faccia; nel rammemorare quel fatto, anche se si trova all’oscuro,

eseguisce i medesimi movimenti che di certo non sono più utili. Chi

vuole richiamarsi alla memoria un nome, guarda talvolta verso gli

angoli della camera in cui si trova, quantunque colà il nome non siavi

scritto. Quando un animale vuole accovacciarsi, gira attorno a se

stesso per farsi un letto; altrettanto si vede fare talvolta il cane

sopra un terrazzo, dove questo movimento è inutile. Un cane che si

apparecchia al salto, solleva una delle gambe anteriori; davanti ad

una cosa che desta la sua attenzione, esso fa altrettanto, sebbene non

abbia l’intenzione di assalire. I cani e gatti gettano terra sui propri

escrementi colle gambe posteriori; ma essi fanno gli stessi movimenti

colle gambe posteriori, anche dove non v’ha una briccia di terra.

Il secondo principio è quello dell’antitesi; ossia per sentimenti

opposti eseguiamo movimenti opposti. Nella gioia il corpo è portato

eretto, alta la testa ed aperti gli occhi; il muscolo frontale si

contrae alquanto e le sopracciglia si rendono liscie; tutta questa

espressione è l’opposto di quella di un uomo che si trovi sotto il peso

d’una preoccupazione grave o di una amarezza. Il sì ed il no sono da

noi espressi con movimenti affatto diversi. Un cane in atto ostile ha

il capo leggermente sollevato, la coda eretta e rigida, i peli pure

eretti sopratutto sul collo e sul dorso, le orecchie diritte in avanti

e lo sguardo rigido. All’incontro un cane in atto benevolo abbassa il

corpo e lo piega a destra ed a sinistra, il pelo nel medesimo è liscio,

le orecchie sono pendenti, e la coda è dimenata; inoltre l’occhio

cambia alquanto di forma e perde la sua rigidità. Un gatto che si

atteggia al combattimento tiene disteso il corpo, la sua coda si muove

in senso orizzontale, il pelo non è eretto, le orecchie sono gettate in

dietro, la bocca s’apre, si sollevano le labbra per mostrare i denti

ed una zampa si porta in avanti colle unghie sguainate. All’incontro

il gatto, che nutre sentimenti benevoli, inarca leggermente il dorso,

per cui il suo pelo apparisce sollevato ma non rigido; la coda e le

orecchie sono erette, la bocca è chiusa, le unghie ritratte.

Il terzo principio riposa sull’azione diretta del sistema nervoso,

indipendentemente dalla volontà ed in parte anche dall’abitudine. Tanto

l’uomo che gli animali tremano dallo spavento; nel dolore e nel timore

la pelle dell’uomo si copre di abbondante sudore, ed altrettanto fu

osservato in alcuni animali (nei cavalli, nello ippopotamo, ecc.). Il

battere dei denti venne osservato in alcuni animali sotto l’azione di

un forte dolore.

Non entreremo qui in maggiori dettagli intorno all’espressione dei

sentimenti, nè discuteremo la bontà dei principii su esposti. Molti

autori fecero degli appunti alle vedute del Darwin; così il Dumont[362]

accetta il primo ed il terzo principio e non il secondo, ritenendo che

i fatti si spiegano egualmente cogli altri due principii e rilevando

la difficoltà di trovare l’antitesi di qualche sentimento, ad esempio

della speranza. Fra noi il Mantegazza[363] trova oscure le idee del

Darwin, e più recentemente il Tebaldi[364] le trova insufficienti.

Comunque sia, quello che qui c’interessa, si è il sapere che nell’uomo

e negli animali sorgono sentimenti analoghi, e sono espressi in maniera

analoga.

La moralità.

Il Quatrefages[365] ha sostenuto che la moralità è un carattere

esclusivo dell’uomo. Noi esamineremo ora la verità di quest’asserzione.

L’autore predetto ha cercato di dimostrare che le idee del bene e

del male, della proprietà e dell’onore, come ancora il pudore, si

rinvengono in tutti gli uomini, e fanno difetto in tutti gli animali.

Il Lubbock[366] dice: «Sul principio dei miei studi intorno alla vita

selvaggia, io credeva che nessuna razza umana fosse al tutto sprovvista

di senso morale, e non fu che gradatamente e con stento che fui

obbligato ad adottare una opinione contraria. Tuttavia fui costretto

a venire a questa conclusione non solo dalla testimonianza diretta di

viaggiatori, ma anche dal tenore generale delle loro osservazioni, e

specialmente dalla mancanza di pentimento e di rimorso fra le razze

umane inferiori». Il Quatrefages non accetta questa conclusione, ma non

seppe giustificare tale rifiuto.

Passiamo in rivista i selvaggi moderni colla scorta dell’opera più

volte citata del Lubbock. Gli abitatori delle isole Andaman, a quanto

sembra, non hanno nessun sentimento di pudore, e molte delle loro

abitudini sono simili a quelle dei bruti. Il Dove asserisce che i

Tasmaniani sono al tutto sprovveduti di idee e di sentimenti morali.

L’assassinio, dice Williams[367], lungi dall’essere a Figi un fatto

accidentale, è abituale, sistematico, e conta fra gli avvenimenti

ordinari della vita. Un Figiano non si crede mai sicuro quando ha

dietro di sè uno sconosciuto; e l’arrivare ad essere un assassino

riconosciuto è la cosa più ambita da un Figiano. Nell’isola di Vanna

Levu vi erano ben pochi abitanti, tanto uomini che donne, che non

avessero commesso un assassinio; colà una delle prime lezioni che si

dànno ad un fanciullo si è di insegnargli a percuotere sua madre. I

Tahitiani non hanno nè leggi, nè Corti di giustizia; e poca importanza

hanno fra loro la sicurezza personale e i diritti della proprietà

privata. Essi sono assolutamente privi di ogni idea di decenza. Nel

valutare il carattere morale dei selvaggi, dice il Lubbock, convien

ricordarsi non solo che fra loro la regola del bene e del male era,

ed è ancora in molti casi, molto lontana dalla nostra, ma anche che,

secondo le informazioni dei viaggiatori, molti di loro possono appena

venire considerati come esseri responsabili, e non posseggono nessuna

nozione, anche difettosa e vaga, della rettitudine morale.

Parecchie notizie su questo soggetto furono raccolte dal professore

Cesare Lombroso[368]. Nei Tonga l’idea del buono è espressa con quella

del robusto. Un giorno un convertito Dacota presentavasi ai missionari

chiedendo il battesimo, ma fu respinto perchè poligamo. Alcuni mesi

dopo ritornava, dicendo che non aveva più mogli, e quindi era in piena

regola colla Chiesa. «E che ne avvenne delle tue donne?», gli domandava

il missionario. »Io le ho mangiate», rispose il neofito. Un selvaggio

australiano, richiesto da un Europeo che cosa fosse il bene ed il male,

rispose: «Bene è mangiare il proprio nemico, male è esserne mangiato».

Assai analogamente sentenziava a Baker il re Commor: «Buono vuol dire

esser forte». Un Rongatura (Australe), colto in furto e domandato da un

viaggiatore se non temesse di esserne punito dagli Dei: «Oh! no, disse

quando gli Dei erano in terra facevano altrettanto, e i genitori amano

essere imitati dai figli»[369]. Nell’Africa orientale, dice Barton, non

si capisce che cosa sia il rimorso; il ladro è un uomo rispettabile,

l’assassino è un eroe. Nell’Africa australe, presso i Bechuana, quando

si vuol prendere un leone di quelli che han fame di uomo, gli si mette

per esca nella fossa un bambino od una donna, vivi, che naturalmente

riescono le prime sue vittime.

Intorno all’amor proprio dell’uomo barbaro riferirò un aneddoto,

raccontato dal Darwin[370]. Egli dice: «Io era sopra un traghetto con

un Negro di una stupidaggine veramente insolita. Cercando di farmi

capire, io parlava forte, gesticolava violentemente, e ciò facendo

gli sfiorai il volto colla mano. Egli, suppongo, credette ch’io fossi

in collera, che volessi batterlo; perchè sul momento, con aspetto

sgomentato e gli occhi semichiusi, lasciò penzolare le mani. Non

dimenticherò mai il senso di sorpresa, di disgusto e di vergogna che

provai, vedendo un uomo alto e robusto atterrito dalla sola minaccia

di un colpo diretto, secondo lui, al suo volto. Quell’uomo era stato

ridotto ad una degradazione inferiore a quella della schiavitù del più

inerme animale».

L’asserzione di qualche filosofo che il pudore sia comune a tutte le

razze umane non è difficile di smentire coi fatti. Ad esempio gli

Australiani non ne mostrano traccia alcuna. Gli abitanti di quelle

regioni più calde vanno affatto nudi, gli altri si coprono di pelli di

animali, a. e. dell’opossum, riunite con cuciture a rabeschi talvolta

eleganti, ma al solo scopo di difendersi dalle intemperie e non già

per ragione di decenza. I missionari hanno fatto del loro meglio per

abituarli ai vestiti, ma non vi sono riusciti che in modo incompleto

ed hanno dato origine a delle scene piuttosto comiche. Avendo donato

a quei selvaggi dei calzoni, dei panciotti, delle marsine e delle

camicie, li videro comparire coi panciotti abbottonati sulla schiena,

oppure coi calzoni tagliati in due e nella linea di mezzo disgiunti, o

con sola marsina senz’altro indumento, ed altrimenti vestiti in modo da

far sorridere e da far comprendere che sono lontanissimi dall’idea che

non è lecito di esporre alla vista del pubblico certe parti del corpo.

Il bel sesso, a questo riguardo, non è punto migliore del sesso forte.

Presso i Boschimani il sentimento del pudore è quasi nullo, giacchè

gli uomini coprono appena la regione del pube con un pezzo di pelle di

sciacallo, e le femmine portano pure una cintura di pelle; altrettanto

dicasi degli Ottentoti. Alcune tribù negre, al dire di Hellwald, vanno

interamente nude e respingono qualunque indumento anche soltanto atto a

coprire gli organi genitali[371].

Il Langsdorff descrive il ricevimento che ebbe a Nukahiva dagli

indigeni; la sua descrizione merita di essere riportata, perchè ci

dà un’idea della moralità di quella gente. Egli scrive: «Dapprima

scorgemmo da notevole distanza un grande numero di teste nere che

emergevano dalle acque; ma poco dopo ebbimo il raro spettacolo di

vedere alcune centinaia di uomini, donne e ragazze, tutte nude, che

nuotavano intorno alla nostra nave ed offrivano in vendita noci di

cocco, banane e frutti dell’albero del pane. Il gridare, ridere e

tumultuare di quella gente sempre allegra era indescrivibile, e faceva

sopra tutti un singolare effetto. Il rumore era maggiore che sui nostri

mercati più frequentati, e tale che alla nostra mensa non potevamo

udire le parole dei vicini. Le giovani ragazze e le donne, che si

erano raccolte in buon numero ed affatto nude al pari degli uomini,

alzavano la voce in modo straordinario, erano divenute assai loquaci e

molto sfacciate secondo il concetto europeo. Ad ogni nostro movimento,

ad ogni nostra azione, scoppiavano in un riso sgangherato, e siccome

non capivamo un’acca di tutte le belle cose che ci raccontavano,

cercavano ben tosto di farsi comprendere colle gesta e colla pantomina,

offrendoci, con modi indecorosi ed impudenti, le loro bellezze. Gli

uomini, che nuotavano appresso, non si mostravano per nulla gelosi;

chè anzi sembrava che il marito decantasse i vezzi della moglie, il

fratello quelli della sorella, il padre quelli della figlia, e l’amante

quelli della sua amata».

È stato asserito da taluno che i selvaggi sieno nudi unicamente perchè

abitano regioni calde, ma la patria dei Boschimani ha un clima rigido,

e nondimeno questi uomini vanno interamente nudi[372], perchè loro fa

difetto il sentimento del pudore, risultato di progredita coltura.

Vediamo ora ciò che scrive il Vogt[373] relativamente agli animali.

Egli dice: «La notion du bien et du mal se développe donc des besoins

de la société, des rapports réciproques des individus; et si cela

est vrai, il est certain que la notion du bien et du mal est aussi

développée dans les sociétés d’animaux, et en rapport avec leur degré

de sociabilité, que dans les sociétés humaines. Le premier degré des

sociétés est la famille; chez l’enfant la notion du bien et du mal se

résume dans l’obéissance envers ses parents, dans l’accomplissement des

devoirs qui lui sont imposés, et dans les leçons, punition ou caresses

qui lui reviennent. Qu’on observe une famille de chats ou d’ours, la

manière d’être des petits, leur éducation par les parents, n’a-t-on pas

là l’image de la famille humaine, avec toutes les manifestations de la

notion du bien et du mal qu’on peut désirer? C’est, il faut l’avouer,

de la morale de chat, de la morale d’ours, qui est imposée et enseignée

aux jeunes animaux, mais c’est toujours pourtant une morale, et le

jeune chat qui n’arrive pas à l’appel de sa mère, l’ourson de deux ans

qui ne soigne pas convenablement ses frères cadets, seront aussi bien

grondés et suffletés que le sont les enfants des hommes, lorsqu’ils

méconnaissent la première notion de la morale humaine et chrétienne,

l’obéissance».

Un barlume dell’idea del diritto sembrano avere anche gli animali.

A Costantinopoli ogni contrada ha i suoi cani; se un cane di una

contrada entra in un’altra, corre pericolo di essere assalito e

malmenato da quelli che vi hanno stanza legittima. Se mettiamo dei

cani da caccia in fila e diamo loro dei tozzi di pane successivamente

e per turno, gli ultimi attendono che venga la loro volta e non

tentano di cogliere i bocconi destinati ad altri, ma guai a quel

cane che infrangesse l’ordine. Francesco Pietropaolo da Tropea[374]

attribuisce questi effetti all’abitudine ed alle punizioni sofferte

dai cani che infransero l’ordine; ma ciò non esclude lo sviluppo di

un’idea, sia pure vaga ed incompleta, dei propri diritti e doveri,

perchè anche nell’uomo la pedagogia e la giustizia punitiva ricorrono

alla punizione, per imprimere nella mente dei cittadini quelle idee

di moralità che non sono innate e che nondimeno sono necessarie al

benessere sociale. I principali mammiferi domestici, dice Houzeau[375],

sanno quando fanno bene e quando fanno male, prova ne sia che si

nascondono tutte le volte che disobbediscono. Lo stesso autore cita i

seguenti due esempi. Il chimpanzè calvo (_Troglodytes calvus_), preso

in Africa dal Du Chaillu, divenne un gran ladro; ma rubava solamente

quando tutti erano usciti di casa. Il Bennett aveva un giovane gibbone

(_Hylobates syndactylus_) che era stato più volte punito per furti

commessi. Un giorno quella scimia gli rubò un pezzo di sapone, di che

il Bennett finse di non accorgersi. La scimia stava per andarsene,

quando il padrone le rivolse alcune parole; ed essa, vedendosi

scoperta, riportò subito il sapone al posto dove prima si trovava.

È facile fare analoghe osservazioni. Io aveva un gatto che rubava

sempre i lucignoli dalle lucerne, e non ostante la sorveglianza dei

domestici vi riusciva spesso, perchè esso fingeva di dormire finchè

era sorvegliato, ma appena si trovava solo od inosservato, eseguiva in

fretta il furto e tosto fuggiva.

Gli animali, ne’ quali meglio si sviluppa un’idea di morale, sono i

sociali. Non si può leggere la descrizione che dà il Brehm della vita

di alcuni animali sociali, senza concepire almeno il sospetto che anche

in essi domini una moralità, quantunque oscura e poco elevata. Udiamo

ciò che egli dice delle scimie[376]: «Il maschio più capace della banda

è il conduttore. Questa dignità non gli viene conferita per suffragio

universale, ma non gli è concessa che dopo accanita lotta cogli altri

competitori che sono tutti i maschi vecchi della banda. Sono i denti

più lunghi e le braccia più robuste che decidono della lotta. Chi non

si vuole sottomettere volontariamente, viene trattato con morsicate e

busse finchè fa giudizio. La corona appartiene al più forte, nei suoi

denti sta la sapienza. E si comprende che la cosa debba essere così,

poichè le scimie più forti sono generalmente le più vecchie e sta bene

che ad esse debbano obbedire le giovani ed inesperte. Il capo esige e

riceve obbedienza assoluta in ogni rapporto. La galanteria cavalleresca

verso il bel sesso non è suo mestiere; solo nella lotta egli riporta

il premio dell’amore. Il _jus primae noctis_ è ancor oggi in vigore.

Egli diventa lo stipite di un popolo, e la sua razza aumenta, non

altrimenti che quella di Abramo e d’Isacco e di Giacobbe, come la

sabbia del mare. Nessuna femmina della banda può fare all’amore con

altro maschio azzimato; i suoi occhi sono acuti, la sua disciplina è

severa; in affari d’amore non comprende lo scherzo. Le femmine che

l’obliassero sono bussate e pelate in modo che passa loro certamente la

voglia di avere dei rapporti cogli altri eroi della banda; lo scimiotto

poi che violando la legge dell’harem offende il sultano superbo del

suo diritto, resta ancor maggiormente malconcio..... Del resto il capo

esercita il suo uffizio con molta dignità. La stima che egli gode, dà

al suo contegno una certa sicurezza ed indipendenza che mancano ai suoi

sudditi; questi inoltre l’accarezzano in ogni guisa. Si vede per es.

che le femmine gli prodigano i più alti favori che una scimia possa

dare o ricevere; esse cioè sono premurose nel liberarlo dai molesti

parassiti, cure che si lascia prodigare col contegno di un pascià, cui

la schiava favorita gratta i piedi. In cambio egli pensa alla sicurezza

dei suoi sudditi ed è perciò sempre in maggiore apprensione di questi.

Egli volge lo sguardo per ogni dove, non si fida di alcuno e riesce

quasi sempre ad accorgersi del pericolo che minaccia la banda».

L’idea del bene, al suo infimo grado, si identifica con quella

dell’utile individuale e momentaneo; il bene, disse il selvaggio, è

mangiare i propri nemici, il male l’esserne mangiato. Ma per poco che

la memoria e la riflessione agiscano, l’idea del bene si eleva a quella

dell’utile individuale complessivo, e quindi è ritenuta per cattiva

un’azione che trae seco delle conseguenze dannose. Negli animali

sociali l’idea del bene si allarga ancora, ed abbraccia l’utile della

società cui l’individuo appartiene. La moralità, nei primi due gradini,

la troviamo tanto negli animali che conducono una vita isolata come

nell’uomo selvaggio; al terzo gradino sviluppasi negli animali sociali

e nell’uomo civilizzato. Infatti l’ape che punge ed in conseguenza

muore, si sacrifica per la propria colonia; i lupi e molte scimie

vanno alla caccia a stormi, ed ogni individuo all’occorrenza difende i

suoi compagni; le scimie ed altri animali furono visti prendere sotto

la loro custodia gli orfani della propria specie ed anche di specie

diverse.

Un animale che soddisfa un momentaneo desiderio, agendo contro il

proprio complessivo interesse, sente il timore ed il rimorso; noi

abbiamo qui la coscienza ne’ primi rudimenti. Un cane che dopo aver

commesso un furto scappa, sa di aver fatto male; la scimia, di cui

sopra abbiamo parlato, che riportò il sapone rubato al posto di prima,

sentiva rimorso. Non si può negare che la moralità sia in diretto

rapporto coll’intelligenza. L’uomo civile che supera gli animali di

gran lunga in quest’ultima, deve superarli egualmente nella prima. Ma

siccome una certa intelligenza esiste anche negli animali, specialmente

nei sociali, così non dobbiamo sorprenderci se vi rinveniamo gli

elementi della moralità. La quale per conseguenza non può dirsi un

carattere esclusivo dell’uomo, nè in lui innata; ma solo un carattere

nell’uomo assai più sviluppato, ed acquisito coll’educazione.

Il De Filippi, nella sua lezione sull’uomo e le scimie, ha espresso

un’opinione singolare. Egli dice: «La legittimità del regno umano non

può essere contrastata. Chi la acconsente e chi la rifiuta concorre

egualmente a dimostrarla; poichè di tanti assoluti distintivi morali

dell’uomo, di tanti suoi attributi esclusivi, due sono certissimi:

quello di mettere se stesso in questione, e l’altro di porsi in lotta

coi suoi propri sentimenti. Chi non vuol riconoscere, come appannaggio

esclusivo dell’uomo, il dubbio filosofico, il sentimento morale, il

religioso, dovrà vedere nel fondo del calice delle miserie umane,

queste affatto caratteristiche e proprie che sono il maligno sospetto,

la menzogna, il suicidio».

Quest’opinione non può essere accettata, perchè il sospetto e la

finzione riscontransi anche negli animali. Oltre ciò dobbiamo qui

fare una domanda. Chi sostiene la creazione diretta dell’uomo potrà

mai accettare l’opinione del De Filippi? Potrà egli ammettere che il

Creatore abbia posto nel cuore dell’uomo, come carattere essenziale, il

sospetto, la menzogna e la tendenza al suicidio? Pare di no; e quindi

quell’idea non accontenta nè gli evoluzionisti, nè i loro avversari.

Quanto al suicidio, si è veramente ritenuto fino al presente, che

il regno animale, prescindendo dall’uomo, non ne offra esempi.

Recentemente però tale opinione venne posta in dubbio; così il

Vion[377] riferisce che il Manley vide un serpente a sonagli mordere sè

stesso e morire in meno di cinque minuti.

La religiosità.

Anche qui noi dobbiamo innanzi tutto rivolgerci ai selvaggi. Gli

abitatori delle isole Andaman non hanno idea nè di un essere supremo,

nè religione, nè credenza ad una vita futura[378]. Gli Australiani

non hanno una religione sistematica, nè culto, nè preci; ma molti di

essi credono negli spiriti maligni, e tutti hanno un gran terrore del

buio e delle stregonerie. I Figiani considerano gli Dei come esseri

animati dalle stesse passioni di loro. La principale divinità dei

Neo-Zelandesi era Atoua, un feroce cannibale. Secondo il Crantz, gli

Eschimesi della Groenlandia non hanno religione, nè culto idolatrico,

e non si nota tra loro alcuna cerimonia che sia rivolta a questo. Tale

asserto è confermato da molti altri osservatori. Hearne asserisce che

gl’Indiani della America del Nord non hanno religione; anche le celebri

Cinque Nazioni del Canadà, secondo il Colden, non hanno religione, come

neppure una parola che significhi Dio. Il Burnet non ha mai trovato

ombra di culto fra i Comanche. Gli Indiani del Paraguay, secondo Azara,

non avevano idee religiose. Secondo i missionari, nè i Patagoni, nè

gli Araucani, non hanno alcuna idea di preghiera, e nessuna traccia di

culto religioso. Adolfo Decker dice che gli abitanti della Terra del

Fuoco non hanno la minima traccia di religione. Schweinfurt ci racconta

che i Niam-Niam, questo popolo nano dell’interno dell’Africa, non hanno

alcun vocabolo per designare la divinità, e molti esempi consimili

furono recentemente raccolti da Moritz Wagner[379]. I Tasmaniani, al

dire del Giglioli[380], non avevano alcuna traccia di religione, nessun

culto, nè alcuna idea di un Dio.

Mentre alcuni popoli selvaggi o barbari non hanno alcuna religione,

altri adorano quegli oggetti che colpiscono la loro immaginazione; essi

hanno Dei feticci, cui domandano la soddisfazione de’ propri desiderii,

e che maltrattano e percuotono se non ottengono ciò che vogliono. Senza

entrare in numerosi dettagli su questo soggetto, citiamo un brano del

Lubbock[381]. Esso scrive: «Nella Cina, il popolino, se dopo aver

lungamente pregato le immagini, non ottiene ciò che desidera, come

segue spesso, si rivolta contro gli Dei impotenti; alcuni si comportano

in modo molto biasimevole, coprendoli di ingiurie, e talvolta di

colpi. Come, cane di uno spirito, dicono essi, ti diamo uno splendido

alloggio in un bellissimo tempio, ti indoriamo e dipingiamo bene, ti

diamo bene da mangiare, ti offriamo incenso; e tuttavia, malgrado

queste cure, sei tanto ingrato da rifiutarci quello che ti domandiamo!

Allora legano l’immagine con corde, l’atterrano, la trascinano per le

strade, in mezzo al fango ed alle sozzure, per punirla delle spese di

profumi che hanno sprecato per essa. Se nel frattempo accade che ciò

che desiderano sia ottenuto, allora, con grande cerimonia, rialzano

l’idolo, lo lavano, lo ripuliscono, lo rimettono nella sua nicchia; poi

s’inginocchiano, e gli domandano scusa di ciò che hanno fatto. Davvero,

dicono essi, siamo stati troppo pronti, come tu sei stato un po’

lento nell’accordarci quello di cui avevamo bisogno. Perchè ti sei tu

attirato questo maltrattamento da parte nostra? Ma quello che è fatto,

non si può disfare; non pensiamo più al passato. Se tu dimentichi

l’offesa ricevuta, torneremo a dorarti ed inargentarti». Alcunchè di

simile osservasi a Napoli, dove gli abitanti meno colti imprecano a S.

Gennaro, se non ottengono una grazia domandata, salvo a riconciliarsi

con lui non appena il loro desiderio sia soddisfatto. Le imprecazioni

al Santo risultano dai seguenti versi riferiti da Angelo Brofferio.

Santo d’inferno — va ’n fuoco eterno!

Tu lo colore — tieni abbrunzito,

Hai la figura — del babbuino,

Si no spersicchio — figlio malnato

No te n’adduone — che screanzato

Tutti te chiamano — pe sta cetà?

Tu si squamuso — si brutto muso

Si sgraziato — si disperato

Va ’n fuoco eterno — santo d’inferno!

Se si tiene conto di queste notizie e di molte altre consimili che

potrebbero citarsi, è facile persuadersi, che il sentimento religioso

non è innato nell’uomo, nè è un carattere distintivo della specie

umana. Io non credo ch’esso sia qualche cosa di patologico, come vuole

il Sergi[382]; nè che alla fede non corrisponda realtà veruna, come

asserisce il Trezza[383]. Sono invece convinto che la credenza in

uno o più esseri superiori sia una conseguenza necessaria del nostro

meccanismo psicologico, il quale per il fenomeno dell’astrazione

raccoglie e personifica tutte le cause ignote di effetti visibili in

una o più divinità. È un fenomeno dunque naturale e fisiologico, ed

una realtà vi corrisponde, sebbene non quella designata dalla fede. La

religione è una illusione psicologica, paragonabile, in certo modo,

all’illusione ottica che ci fa vedere il tramonto del sole.

Vediamo ora se negli animali nulla esista che possa considerarsi

come un pallido segno della esistenza di quel sentimento. Sembra che

negli animali esista talvolta una vaga idea di un essere superiore

incompreso. Carlo Vogt[384] dice in proposito quanto segue: «Presso gli

animali trovasi almeno il germe della credenza ad esseri misteriosi

di natura superiore, che bisogna temere. Il cane ha certamente paura

dei fantasmi non meno che un Bretone od un Basco; — ogni fenomeno

sorprendente, di cui il suo naso non gli dà precisa cognizione,

determina anche nel cane il più coraggioso un sentimento di terrore il

più insensato. Io conobbi una foresta, in cui i contadini del vicinato

tenevano di notte un fantasma di fuoco, e in prova di ciò segnalavano

il fatto che i cani provavano di notte un forte spavento, e quando una

volta vi si erano trovati all’oscuro, non era possibile il ricondurli

nemmeno a colpi di bastone. Questo fantasma, cui un cane per solito

coraggioso, appartenente a mio padre, non osava accostarsi, non era che

un tronco d’albero fracido e per conseguenza fosforescente e luminoso

nell’oscurità. La credenza nel sopranaturale, nell’incognito, è il

germe di tutte le idee religiose, e questa credenza si trova e in alto

grado sviluppata nei nostri animali domestici intelligenti, nel cane

e nel cavallo. Il germe di queste idee, come di altre, fu sviluppato

dall’uomo e convertito in sistema, in fede».

Il Burns[385] dice che l’uomo è il Dio del cane. «Guardate, ei

soggiunge, come lo adora, con quale rispetto si pone a’ suoi piedi, con

quale venerazione lo guarda, con quale delizia lo accarezza e con quale

gioia gli obbedisce!» Houzeau[386] non trova punto esagerate queste

espressioni, e dice: «Guardiamo il selvaggio davanti a’ suoi idoli, o

l’uomo barbaro sul gomito od in ginocchio davanti al suo sultano, e noi

comprenderemo, come non vi sia una essenziale differenza fra i segni di

rispetto dell’uomo inferiore verso i suoi imperatori o Dei, e quelli

che il cane manifesta per l’uomo».

Dove vi sono idee, dove si compie la riflessione, rimanendo ignote

molte cause di fenomeni ovvii o rari, si costituisce un’idea

complessiva dell’ignoto che ora incute spavento ed ora inspira fiducia.

Questo è il germe della religione. Negli animali e nell’uomo selvaggio

di scarsi concetti e di povera e lenta riflessione, quest’idea rimane

incerta ed oscura, nell’uomo civile si svolge a sistema di fede,

nel pensatore si risolve ne’ suoi elementi ed apparisce come un

risultato psicologico della nostra ignoranza. Per non essere frainteso

soggiungerò, che quanto più la coltura s’avanza, tanto più si restringe

quell’idea dell’ignoto, e tanto meno torna necessario ricorrere alla

divinità per spiegare i fenomeni naturali. L’ab. Antonio Ferretti[387],

in un suo lavoro, sostiene pure che il primo culto fu tributato alla

«ignota forza», alla divinità.

Il Quatrefages[388] non accetta per vere le notizie dei viaggiatori

sui popoli atei; egli ritiene che tutti questi viaggiatori sieno male

informati, e che tutti i popoli abbiano qualche concetto di uno o più

Dei e di una vita futura. Ma non sarebbe giusto anteporre l’autorità

di un uomo a quella di molti, sopratutto quando il primo ha già dato

prove di non saper sempre essere imparziale[389]. Se anche si volesse

ammettere che nessun popolo sia ateo, ciò non distruggerebbe le nostre

conclusioni, sia perchè non accettiamo il noto asserto: _de quo omnium

natura consentit, id verum esse necesse est_; sia ancora perchè un

indizio di religione può trovarsi anche negli animali. Oltre ciò il

Quatrefages[390] ammette delle eccezioni, poichè dice: «Je ne l’ai

(l’athéisme) rencontré nulle part, si ce n’est à l’état individuel ou à

celui d’écoles plus ou moins restreintes, comme on l’a vu en Europe au

siècle dernier, comme on l’y voit encore aujourd’hui». Queste eccezioni

bastano per provare che la religiosità non è un carattere essenziale

dell’uomo[391].

La teoria dell'evoluzione · 第 26 / 52 题