Indice cefalorbitale

Ourang giovane 9,7631

Donna microcefala (n. 21) 11,4634».

Il Broca[302] ha studiato l’indice orbitale, ossia il rapporto dei due

diametri dell’orbita, orizzontale e verticale, tanto nell’uomo che

nelle scimie; ma nemmeno per questa via si giunge a scoprire delle

notevoli differenze. Le scimie antropomorfe sono bensì megaseme, avendo

l’orango un medio indice orbitale di 113,38, il chimpanzè di 99,66 ed

il gorilla di 98,65; ma nei gibboni discende a 94,76 e quindi sotto al

massimo rinvenuto nella specie umana che è per serie totali di 95,40.

Sembra inutile trattare più lungamente di simili caratteri; sarebbe

sfondare porte aperte, perchè ognuno è oggi persuaso che su tale via

non è possibile di stabilire un abisso tra l’uomo e gli animali che gli

sono affini. Volgiamo ora la nostra attenzione ad un altro ordine di

caratteri, ed innanzi tutto alla favella.

La favella.

Noi troviamo su questo argomento delle preziose notizie nelle opere del

Darwin, del Lubbock e dell’Houzeau, e ne trarremo ampiamente profitto.

Egli è certo che nella favella sta uno dei caratteri principali

dell’uomo, il quale può dirsi l’animale parlante; ma qui trattasi

di vedere, se tale carattere costituisca veramente una differenza

qualitativa, o solo quantitativa.

Innanzi tutto dobbiamo constatare che il linguaggio dei selvaggi è

spesso assai limitato. Gli Ho dell’India centrale non hanno vocaboli

affettuosi. L’idioma algonchino, uno dei più ricchi dell’America del

Nord, non ha il verbo amare, e gli Indiani Tinné dell’altro versante

delle Montagne Rocciose, non hanno l’equivalente di _caro_ o _amato_.

I Calmucchi ed alcuni isolani del Mare del Sud non hanno, da quanto si

dice, una parola che equivalga a _grazie_. L’idioma dei Veddah (Ceilan)

contiene solo quelle certe frasi necessarie per descrivere gli oggetti

naturali più evidenti e quelli che s’incontrano nella vita giornaliera

delle persone medesime. Il loro dialetto è tanto primitivo e rozzo,

che gli oggetti più comuni sono descritti e le azioni della vita sono

narrate colle più singolari perifrasi. I Fuegiani non hanno termini

astratti. I Tasmaniani non hanno un vocabolo generico per significare

un albero, sebbene abbiano nomi per ogni specie particolare; non

possono neppure esprimere qualità, come duro, morbido, caldo, freddo,

lungo, breve, rotondo, ecc. Fra i Coroado (Brasile) si cercano invano

i vocaboli che esprimono le idee astratte di pianta, animale, ed ancor

meno le nozioni più astratte di colore, tuono, sesso, specie, ecc. I

Boschimani non contano al di là di due, ed altrettanto dicasi degli

Indiani del Brasile. Nessun Australiano può contare fino a quattro;

il termine che esprime cinque significa semplicemente un numero

grande[303]. I Dammara non contano al di là di tre, e non hanno i

comparativi, per cui non possono esprimere i concetti di più grande,

più piccolo, più lontano, e simili. Quando vogliono esprimere quattro

fanno uso delle dita, e se debbono contare oltre cinque si smarriscono,

perchè allora non hanno più una mano libera per tener ferme le dita

che servono come unità. Gli Indiani Zamuca e Muysca per cinque dicono

_mano finita_[304]. Secondo il Perty e l’Hellwald, gli Arfaki od

abitatori dell’interno della Nuova Guinea non sanno contare oltre il

cinque o sei, eccettuati pochi, i genii matematici di quelle contrade,

i quali coll’aiuto delle dita delle mani e dei piedi arrivano con un

supremo sforzo mentale fino al venti. Per la maggior parte _netat_

significa uno, _nees_ due, _neesa-netat_ tre, _neesa-neesa_ quattro,

_neesa-neesa-netat_ cinque, _neesa-neesa-neesa_ sei. Più in là ripetono

il neesa rapidamente più volte, per significare la moltitudine.

Se noi misuriamo la distanza che passa fra l’uomo civile e gli animali

in ordine al linguaggio, la troviamo di certo grandissima, ma è grande

pure quella distanza che separa un grande oratore da un Dammara o da un

altro qualunque dei su citati selvaggi.

Si possono addurre molti esempi per dimostrare che gli animali

comprendono in parte il linguaggio dell’uomo. Come i fanciulli, così

anche gli animali, imparano a conoscere dapprima il proprio nome. I

cani lo intendono in mezzo ad una lunga serie di vocaboli, anche se non

è pronunciato con particolare accento. Hearne aveva dei castori che

venivano quand’erano chiamati col loro nome; il renne, i pappagalli

ed altri animali si mettono in attenzione quando odono il loro nome.

Ma gli animali intendono anche delle parole. Il bracco capisce il

significato delle espressioni: _cerca! porta!_ ecc. Gli animali

ammaestrati, come i cavalli, i cani, gli elefanti, ecc., capiscono

molte parole che esprimono altrettanti ordini. D’altra parte, l’uomo

comprende spesso i suoni che emettono gli animali; così il cacciatore

conosce bene il significato delle varie voci dei suoi cani, e distingue

il suono dell’affetto da quello della collera, del dolore, ecc.

Gli individui di una medesima specie si capiscono pure tra di

loro. «Non posso rifiutarmi, dice il Lussana[305], dal credere a

quel linguaggio, per mezzo del quale, a mo’ d’esempio, la chioccia

spaventata, con un grido di particolare e ben compresa intonazione, dà

il segno d’allarmi alla sua famiglia per avvisarla del nibbio, con un

altro grido convoca i pulcini sotto le ali, con un altro li chiama a

mangiare, con un altro al pollaio. In uno stormo di uccelli osserviamo

che un dato grido li fa tutti precipitare alla fuga, un altro li

rauna, un altro li fa accovacciare, un altro li para al combattere od

al difendersi. Il linguaggio dei volatili assume anche una maggior

estensione di significati distinti al tempo dell’amore, della covatura,

dello allevamento dei figli. Premure affettuose del maschio, riserve

miste a vezzi della femmina, rifiuti simulati, ire, gelosie, paci,

espresse nell’azione di questi esseri gentili, ci dimostrano che non

è affatto iperbolica la gentilissima anacreontica del Vittorelli».

Molti animali che vivono in stormi, pongono delle sentinelle, le quali

all’avvicinarsi di qualche pericolo dànno un segnale che è compreso

da tutti gli individui della società. Quando le marmotte vanno alla

pastura, mettono un individuo sopra un luogo elevato che fa la guardia;

il simile dicasi della marmotta americana (_Arctomys marmotta_). È noto

che i corvi, le cornacchie ed i fiamminghi (_Phoenicopterus_) hanno le

loro guardie. Il grido d’allarme della rondine mette in fuga tutte le

sue compagne.

Non solo gli individui di una medesima specie s’intendono fra

loro, ma anche gli individui di specie diverse. Quando la gallina

chiocciando invita i pulcini ad un lauto alimento, se ne accorgono e vi

s’avvicinano anche gli altri uccelli, ed il grido monitore del gallo,

che vede un uccello rapace, è segno di fuga non solo per le galline,

ma per altri volatili ancora. Il pettirosso (_Silvia rubecula_), dice

Houzeau[306], vedendo un uccello rapace, emette un suono particolare,

in seguito a cui si nascondono anche gli altri uccelli. Egli cita

ancora altri esempi, e conclude col dire: «Il est donc manifeste que

quelques oiseaux au moins comprennent certaines expressions des langues

étrangères, des langues qui sont propres à des espèces différentes de

la leur».

Gli animali non sanno in generale articolare le parole, e quindi non

hanno una favella od un linguaggio nel vero senso della parola. La

ragione può dirsi ancora sconosciuta. Il Lemoigne[307] spiega il fatto

nel modo seguente: «La loro lingua poco agile, poco pieghevole, troppo

lunga e stretta, è troppo legata all’apparecchio osseo e rigido che le

serve di base; troppo lungo è pure in generale il velo palatino; lenti

e pesanti i moti della mandibola; la bocca troppo fessa; le labbra

poco sostenute, poco carnose; i denti ineguali in volume e lunghezza,

e in certi punti assai distanti fra loro, non formano, come nell’uomo,

una regolare e solida barriera, contro cui l’aria si rompa, e contro

cui le labbra e la lingua trovino un punto di appoggio adattato».

Questa spiegazione però, che è molto complessa, non soddisfa, ed è più

probabile che la ragione risieda in organi più reconditi, cui, solo in

via secondaria, possono associarsi le cause su esposte. Sembra che la

vera causa sia nascosta in condizioni speciali e non appariscenti del

sistema nervoso, e siamo confermati in quest’idea dal vedere, come i

muti spesso non presentano alcuna differenza nell’apparato vocale.

Tuttavia non si può sostenere che gli animali non possano assolutamente

articolare la parola. Alcuni possono essere ammaestrati a proferire

delle voci articolate, così i pappagalli, gli storni, la gazza comune

(_Garrulus glandarius_), la gazza marina (_Pica caudata_), il merlo

(_Merula vulgaris_), ed altri. Alcuni cani sanno pronunciare delle

parole, e dicasi altrettanto delle foche. Queste sono voci imparate;

ma anche le naturali di qualche specie sono articolate. Già Fabrizio

d’Acquapendente disse, parlando della gallina: «unde facto tali quodam

articulo _kik_, pullos ad fugam excitavit, qui audito hoc articulo

statim omnes stipatim fugam arripuerunt: se ipsam autem interim

opposuit cani ad pugnam. Porro cane confestim discedente, ipsa denuo

alio articulo, ut puta _glo glo_, pullos ad se subito convocavit». Il

Lemoigne[308] asserisce che nel gatto «si osserva qualche abbozzato

tentativo di favella». Alcuni rettili della famiglia _Ascalobotae_

gridano _geko_, altri rettili gracidano _tukay_. Che molti uccelli

emettano dei suoni articolati, è provato dal fatto che può scriversi il

loro canto, il quale si compone di consonanti e di vocali. Si pensi,

ad esempio, al canto del cuculo o del gufo o dell’oriolo (_Oriolus

galbula_) o dell’usignuolo. Il canto di quest’ultimo, come è scritto

dal Bechstein, costituisce un lungo periodo. Una specie di linguaggio,

benchè assai grossolano, pure s’intravvede nel grido delle scimie; così

l’hooloch grida _woh woh_ per segno di affetto, il gibbone _ra ra_ per

segno di dolore e _hem_ per segno di piacere[309].

Noi possiamo quindi distinguere due gruppi di animali parlanti:

quelli cioè che articolano i suoni naturalmente, ed in tale caso non

vi annettono un concetto preciso, ma bensì un sentimento vago ed

indefinito; e quelli che articolano le voci solo artificialmente.

Questi ultimi non comprendono in generale ciò che dicono.

Perciò sono vere le parole di Jäger: «La favella articolata dei

pappagalli, degli stornelli, ecc., è assai diversa da quella del suo

maestro, l’uomo, non tanto per la forma che è esattamente imitata,

quanto pel fatto che l’animale riguarda la parola come semplice

suono, in quella guisa con cui allo stato di libertà imita il canto

di altri uccelli, oppure in domesticità, il canto del padrone o i

battiti dell’orologio.... L’animale tratta la parola come suono di

sentimento. Mentre il pappagallo non ammaestrato grida nelle ore del

mattino, quand’è ammaestrato si diverte, proferendo delle parole con

quelle modulazioni, colle quali allo stato selvaggio emetteva i suoni

naturali».

Sembra però che talvolta l’animale comprenda il significato della frase

che pronuncia. Lo stesso Jäger ci racconta che un pappagallo, cadendo

dalla finestra, gridò per la prima volta: ACH HERR JESES, avendo udite

queste parole dalla serva in segno di terrore. E Brehm non esita a

dire, che i pappagalli non ciarlano, ma parlano, sapendo che cosa

esprimono colle parole[310].

L’animale che meglio parla è il _Psyttacus erithacus_, e le notizie

che Brehm ci fornisce del Jako sono veramente sorprendenti. Questo

pappagallo conosceva una settantina di frasi, tra cui alcune molto

lunghe, e mostrava di conoscere il significato adoperandole a debito

tempo. Egli diceva per es. di mattino: _Guten Morgen_, e solo di sera

_Gute Nacht_; e se voleva che il padrone gli si avvicinasse, gridava:

_Papà, komm her!_ quando il padrone apriva la porta per andarsene, lo

salutava dicendo: _Bfiet Gott!_; se le persone che partivano erano

parecchie, diceva: _Bfiet Ihnen Gott!_

Se teniamo conto della nostra ignoranza sulla origine delle lingue,

origine che potrebbe recarci degli interessanti ammaestramenti; se

riflettiamo che anche oggidì le popolazioni selvaggie hanno una favella

rozza e quasi esclusivamente composta di interiezioni; se in fine

pensiamo che gli animali hanno pure una favella, che sanno articolare

dei suoni, e che talvolta sembrano conoscere perfino il significato

della parola, saremo indotti ad inferire che la favella articolata

non costituisce un carattere qualitativo dell’uomo, ma solamente una

differenza di grado.

A questa differenza, sebbene solo quantitativa, noi dobbiamo attribuire

tutta quella importanza che merita, tanto più che da essa scaturiscono

le tradizioni e la scrittura.

Recentemente ha scritto un opuscolo contro l’evoluzionismo Francesco

Pietropaolo da Tropea[311], il quale ha avuto la cortesia di occuparsi

dei miei lavori oltre il loro merito. L’autore ritiene che la favella

costituisca una differenza essenziale, e non soltanto quantitativa,

fra l’uomo e gli animali, poichè «se i selvaggi per le condizioni

atmosferiche, climatologiche ed educative, hanno un linguaggio limitato

ed imperfetto, una moralità meno sviluppata ed una religiosità diversa

dalla nostra, non è questa una ragione a pro della tesi del prof.

Canestrini. Bisogna vedere, di che potrebbero essere suscettibili

quei selvaggi, se fossero educati come noi». Se i selvaggi fossero

posti nelle identiche nostre condizioni, ritengo che, coll’andare del

tempo, diverrebbero uomini come noi, perchè anche i nostri avi furono

rozzi selvaggi. Ma prendendo l’uomo o gli animali quali sono oggidì

effettivamente, visto che s’intendono gli uni e gli altri con voci

ora più ed ora meno articolate e composte, non so vedere dove stia la

differenza essenziale sostenuta dall’autore precitato, tanto più che

l’anatomia, che non ha trascurato le più minute ricerche, non ha saputo

trovare nell’uomo nessun centro nervoso, deputato alla favella, che

manchi onninamente negli affini animali sottostanti.

Quanto alla tradizione, essa è spesso assai imperfetta nei selvaggi.

Se consideriamo lo stato dei selvaggi di Borneo, come li descrisse

il Dalton, abbiamo ragione di credere che presso questi selvaggi

non esistesse alcuna tradizione. Il Dalton[312] dice: «Essi vivono

assolutamente allo stato di natura; non hanno nè agricoltura, nè case;

non si uniscono in società gli uni cogli altri, ma vanno errando nei

boschi come fiere selvagge; l’uomo rapisce una donna e poscia si

accoppiano nella foresta. Quando i fanciulli sono abbastanza grandi

per trovare da soli il cibo, uomini e donne si separano ordinariamente

senza mai più pensare l’uno all’altro. Passano la notte sotto un

albero fronzuto e di cui i rami scendono fino a terra; attaccano i

fanciulli a questi rami in una specie di rete, e accendono un gran

fuoco intorno all’albero per allontanare le fiere e i serpenti. Si

coprono con un pezzo di scorza, di cui si servono anche per avvolgere

i loro fanciulli; questa scorza è dolce e calda, ma lascia passare la

pioggia. Gli altri Dajachi considerano queste disgraziate creature

come animali selvatici e li trattano in conseguenza». In altri casi la

tradizione è limitatissima. L’Indiano conosce la sua genealogia appena

fino al bisavo. Il cap. Dixon, parlando degli indigeni della costa

nord-ovest dell’America; dice: «Essi contano il tempo a lune, e si

ricordano abbastanza bene gli avvenimenti notevoli di una generazione,

ma si può dubitare che vadano più in là». Il Lubbock ci dice, sulla

fede dei viaggiatori, che nel 1770 gli abitanti della Nuova Zelanda

non si ricordavano più della visita di Tasman. Tuttavia questa visita

era avvenuta nel 1643, meno di 130 anni prima, e doveva essere stata

per loro d’importanza e di interesse particolarissimi. Così pure tra

gli Indiani dell’America del Nord si perdette ben presto la tradizione

della spedizione di Soto, la quale era tuttavia molto atta, pei suoi

incidenti straordinari, a colpire lo spirito degli Indiani. Quanto

le relazioni di avvenimenti, anche da poco successi, vengano falsate

dai selvaggi, lo provano le notizie che ci dà il Mackenzie, il quale

dice che gli Eschimesi gli descrivevano gli Inglesi come giganti,

forniti di ali, che possono uccidere con un occhiata e inghiottire un

intero orso in un boccone. Il Lubbock[313] dice quindi con ragione:

«Quantunque le tradizioni e i miti siano di grande importanza e gettino

indirettamente molta luce sulla condizione dell’uomo nei tempi antichi,

non dobbiamo aspettarci di imparare da loro grandi cose. In ogni caso,

riguardo all’età della pietra in Europa, tace tanto la storia quanto la

tradizione; e in Inghilterra, come in ogni altro paese da lungo tempo

incivilito, le armi e le teste di freccia vengono considerate come

fulmini o attribuite agli _Elfi_».

A fronte di queste tradizioni imperfette dell’uomo selvaggio dobbiamo

porre quella specie di tradizione che esiste negli animali, e che, col

mezzo dell’esempio, è trasmessa di padre in figlio. Molti animali non

temono l’uomo per istinto. Un esempio ci raccontò il dott. Eimer[314].

Sopra uno dei Faraglioni presso l’isola di Capri vive una lucertola

(_Lacerta muralis caerulea_) che non teme l’uomo, per cui si lascia

prendere senza alcuna difficoltà. Nelle città le passere si avvicinano

a noi senza paura; ma nell’aperta campagna sono assai timide. Essendo

state più volte spaventate dai colpi di fucile, le passere vecchie

fuggono all’apparire dell’uomo; le giovani ne imitano l’esempio, ed

alla loro volta dànno l’esempio ai propri figli, così che in tal modo

va estendendosi l’esempio a lontane generazioni. La rondine ritorna

in primavera al proprio nido, seguìta dalle più giovani; queste

nidificano, poi emigrano, ed anch’esse ritornano al luogo natìo; è

anche questa una specie di tradizione che riposa sull’esempio. Un

fatto interessante è riferito dall’Houzeau[315], ed è il seguente. Se

in vicinanza di un apiario trovasi una località adatta per stabilire

nuove colonie, ad esempio un muro od una roccia con molti fori, le api,

all’epoca della sciamatura, si dirigono verso quel luogo. Se si turano

i fori, le api continuano nondimeno a ritornarvi per parecchi anni,

quantunque non viva più alcun individuo che abbia visto quei muri o

quella roccia forata. E l’Houzeau[316] soggiunge: «Se il nuovo sciame

visita quel distretto, ciò non succede perchè alcuno de’ suoi membri

l’abbia conosciuto come una situazione favorevole, ma unicamente per

tradizione, essendo stato visitato questo luogo dai suoi antenati».

Quanto infine alla scrittura, l’uomo solamente la conosce e non si può

dubitare che il progresso rapido, compiuto dall’umanità, sia dovuto in

parte a lei. Ma essa non è una qualità insita nell’organismo umano,

è invece un’arte che ognuno deve imparare e che si è a grado a grado

perfezionata. I popoli antichi non la conoscevano. «Probabilmente,

dice il Lubbock[317], nessuna razza di uomini dell’età della pietra

aveva raggiunto l’arte di comunicare i fatti mediante l’aiuto delle

pietre, come neppure col più rozzo sistema di geroglifici; e quello

che oggi sorprende maggiormente i selvaggi si è il vedere che gli

Europei possono comunicare gli uni cogli altri mercè qualche linea

nera tracciata sopra un pezzo di carta». I Minataru dell’America

settentrionale vedendo Catlin leggere attentamente un giornale, non

sapevano che pensarne, e conclusero finalmente ch’esso era un talismano

per le malattie d’occhi, e uno di loro lo comperò a caro prezzo.

Quanto sia incomprensibile a certi selvaggi la scrittura, lo prova il

seguente aneddoto. Un missionario mandò un selvaggio ad uno dei suoi

colleghi per portargli alcuni pani e gli diede anche una lettera che

indicava il numero di quei pani. Il messo consegnò una parte del pane,

ed il suo furto venne scoperto. Un’altra volta fu incaricato di portare

quattro pani, e ne mangiò due; ma mentre lo faceva, nascose sotto una

pietra la lettera che doveva consegnare, ritenendo che in tale modo il

suo furto non sarebbe stato scoperto, perchè la lettera non lo aveva

veduto nel compimento della contravvenzione.

La scrittura è un’arte, come il disegno, la scoltura e la pittura, che

l’uomo solo sa esercitare. Esse provano che l’uomo supera ogni altro

animale per intelligenza e fantasia; ma la questione non è questa. Si

tratta invece di vedere, se tra l’uomo e gli animali, in ordine ai

caratteri psichici, vi sia una differenza essenziale o di sostanza, di

che ci occuperemo nel prossimo paragrafo.

Caratteri intellettuali dell’uomo e degli animali.

Gli autori che sostengono un regno umano, si fondano principalmente

sui caratteri psichici dell’uomo, che considerano come essenzialmente

diversi da quelli che presenta ogni altro animale.

Le nostre cognizioni sulle facoltà psichiche degli animali saranno

sempre scarse e problematiche. Noi non possiamo osservare direttamente

le funzioni psichiche che in noi stessi; di quanto avviene negli

altri animali giudichiamo soltanto per analogia dai segni esterni.

Ma l’analogia è tanto più ingannevole, quanto più ci scostiamo dagli

uomini che continuamente ci circondano; diventa mal sicura nelle razze

diverse dalla nostra, e tanto più incerta quanto più discendiamo nella

scala zoologica.

Fra i primi ad abbandonare la idea Cartesiana della _Bête machine_

fu Leroy[318], che attribuiva agli animali non solo la memoria, ma

anche l’intelligenza diversamente sviluppata nei vari ordini. Su

questa medesima via camminarono anche G. F. Meier[319], Flemming[320],

Wundt[321], Agassiz[322] ed altri. Flemming sostiene che l’anima

degli animali ha le stesse qualità che ha l’umana, che quest’ultima

ha solo le qualità della animale in grado più elevato; che solamente

a questo grado ed alla organizzazione più perfetta devesi la maggiore

perfettibilità dell’uomo. Nemmeno Wundt ammette una differenza

essenziale tra l’anima animale e l’umana, e cerca di spiegare molte

cose attribuite all’istinto per mezzo dell’intelligenza.

Più tardi scrisse su quest’argomento M. Perty[323], accennando alle

rassomiglianze ed alle differenze che esistono tra l’uomo e gli

animali in ordine alle facoltà intellettuali. Tra le altre cose, egli

dice quanto segue: «È noto un grande numero di fatti bene constatati

che provano l’esistenza della intelligenza negli animali»[324]. Ed

in un altro luogo dice: «L’animale sente gioia e dolore, amore ed

odio; dimostra gratitudine, generosità, ira, avarizia, superbia, ed

è perciò accessibile ai medesimi affetti, alle medesime passioni

come l’uomo. Wetzel crede che l’amore elevi e nobiliti la vita

degli animali, che l’amore non sia un semplice istinto, che gli

animali siano impressionabili dalla bellezza e dalle buone qualità

dell’animo; che per l’amore i loro sentimenti diventino più delicati

e si faccia maggiore l’intelligenza; aggiunge che ogni animale ha il

proprio ideale di bellezza, che in alcune specie le femmine mostrano

sostenutezza e civetteria; che in molti animali si nota gelosia, e

che l’amore non corrisposto conduce spesso a terribili conseguenze, e

perfino al suicidio»[325]. È ben possibile che in questo brano vi sia

dell’esagerazione, ma è probabile che vi sia pure molto di vero.

Rivolgiamo la nostra attenzione più particolarmente all’intelligenza,

e prendiamo in esame i selvaggi. Parlando di una tribù di Boschimani

il Burchell osserva che «questi individui non hanno mai mostrato

se sono o no capaci di riflettere». Il Dove descrive i Tasmaniani

come particolarmente distinti «per una totale mancanza di idee e

di impressioni morali. Pare che non esista nel loro cuore una idea

qualsiasi intorno alla nostra origine ed al nostro destino come esseri

ragionevoli». Noi abbiamo sopra riferito altre prove della scarsa

intelligenza dei selvaggi, ed il Lubbock[326] dice che sarebbe facile

riempire un volume intero con tali prove. I selvaggi e gli animali

superiori sono così avvicinati tra di loro. Gli elefanti rompono rami e

se ne servono come di ventagli; le scimie adoperano clave e scagliano

bastoni e frutti spinosi, o pietre contro i loro nemici, e impiegano

pietre rotonde per rompere i gusci di noce; lo schimpanzè si fabbrica

una capanna o un riparo che non la cede guari a quello di certi

selvaggi. Il Darwin vide un orango mettere un bastone in una fessura

e adoperarlo come una leva. Le scimie, dice Bates, conducono una vita

simile a quella degli Indiani Pararanate. Nè i selvaggi antichi erano

più intelligenti degli odierni, poichè sappiamo che vivevano nelle

caverne; possedevano utensili di pietra e di osso, o di corno di

cervo, ma non conoscevano i metalli; per quanto ci consta, non aveano

alcuna scrittura, nemmeno geroglifica; ed «è ben poco probabile, dice

il Lubbock[327], che i nostri avi primitivi sapessero contare fino a

dieci, visto che tante delle razze che esistono attualmente non possono

andare oltre a quattro». Ed il Dupont[328], parlando degli uomini della

Francia durante l’epoca della pietra, dice: «Qui noi abbiamo veramente

l’uomo allo stato di natura. Profittando dei ricoveri che offrono le

roccie come gli animali selvaggi, vivendo dei prodotti della caccia

da un giorno all’altro, gl’indigeni avevano un collocamento così

miserabile, e degli utensili così informi, che i dotti osservatori

scavarono lungamente nelle loro abitazioni, senza accorgersi ch’esse

avevano servito di rifugio all’uomo, e che le loro selci ed ossa di

animali erano l’opera o gli avanzi del pasto di esseri umani».

Nel 1869 scrisse, tra noi, su questo argomento il Vignoli[329]. «Se

l’intelligenza, egli dice, è la spontanea e cosciente coordinazione

di mezzi ad un fine, e questo è innegabile in quanto all’uomo, perchè

egli ha coscienza di questa interna forma della sua attività psichica,

non meno certa ella è generalizzata al regno animale; poichè è egli

possibile negare la spontaneità al bruto, negargli la coscienza diretta

degli atti che presentemente compie, la coscienza cioè immediata, di

momento in momento, non riflessa: negargli la facoltà di coordinazione

dei mezzi al fine che si propone? Chi negasse tutto ciò, negherebbe

l’evidenza stessa, e basta osservare il semplice atto di un bruto,

perchè quella forma compaia lucida e manifesta a chi ha fior di

senno. Quindi l’essenza stessa della intelligenza umana, in quanto è

coordinazione cosciente di mezzi ad un fine, esiste pure nell’animale

bruto, ed esiste come forma sostanziale in tutti egualmente, dagli

infimi ai supremi. Mentre la forma intima dell’intelligenza è, nei

suoi caratteri essenziali, identica per tutta la serie animale, non

in tutti certamente si attua con eguale pienezza di facoltà, od

eguale discernimento di modi, con eguale potenza di esecuzione, con

eguale copia di strumenti. Dal polipo che coordina spontaneamente i

suoi tentacoli ad afferrare una preda avventizia, e con coordinati

movimenti se l’appropria e la inghiotte per nutrirsi, adattando tutte

le sue forze e membra limitatissime a questo scopo; dal polipo, che

non è che uno stomaco sensitivo con braccia, sino al cavallo, al

cane, all’elefante, alle scimie, di cui le maravigliose e complicate

operazioni di intelligenza sorprendono tutti e a ciascuno sono note;

in tutti questi, comechè intercedano gradi infiniti di potenza e

varietà, la forma essenziale della intelligenza sfavilla; ella è

sempre una spontanea e cosciente coordinazione di mezzi ad un fine.

Dalla forma essenziale passando alle singole facoltà, si può pervenire

a comparare facoltà con facoltà, e scorgere come esse sorgano, si

avvalorino, si complichino, sino a che nell’uomo appariscono più

compiute, riepilogando egli quasi il valore della intelligenza e del

senso di tutta la serie. Ed all’uomo fermandosi, si potrà allora

fornire lo studio della psicologia speciale sua propria, e notare in

che egli s’identifichi psicologicamente; ed in che si distingua, e

perchè, da tutti gli altri animali; studio massimo, poichè attestandoci

l’identità della forma della intelligenza e quella delle altre facoltà

concomitanti con quella, e quelle della serie animale, ci prova e ci

persuade che egli altro non è che una evoluzione del regno animale, a

questo consustanziale per ragioni anatomiche e fisiologiche non solo,

come ora è ben dimostrato dalle scienze biologiche, ma sì per ragioni

psicologiche, ciò che è importantissimo e nuovo».

La diretta osservazione degli animali conduce alla convinzione che

anche in essi vi sia della intelligenza. Interroghiamo gli uomini

che si trovano assai di frequente in mezzo ad animali, ad esempio un

cacciatore, ed egli porterà al cielo l’intelligenza de’ suoi cani;

od un amatore di cavalli, ed egli riderà intorno al nostro dubbio.

Si legga un libro di apicoltura, e vi si troveranno prove calzanti

della intelligenza delle api. Huber, padre, ha fatto una interessante

osservazione. Egli constatò che nel 1806 la sfinge testa di morto

abbondava, e che, ghiotta di miele, entrava nelle arnie e rompeva i

favi, traendo dappertutto il suo corpo che è assai più grande di quello

delle api. Queste, spaventate, non sapevano che fare, non essendosi mai

trovate in faccia ad un tale nemico. Dopo molte esitazioni, ecco quello

che fecero. Un forte bastione di cera si elevò all’entrata di tutte le

arnie del paese; un piccolo foro non lasciava passare che un’ape alla

volta. Le sfingi, sprovviste di organi taglienti, volavano fremendo

contro l’ostacolo, ma non potevano entrare. Un altro fatto del pari

istruttivo ci è raccontato, se la memoria non m’inganna, nelle Lettere

zoologiche del Vogt. Per impedire alle formiche l’accesso sopra un

albero carico di frutti, egli aveva circondato il tronco, ad una certa

altezza sopra terra, con del vischio. Molte formiche vi perirono, ed

altre dovettero retrocedere appena giunte a quella zona di vischio.

Ma un giorno il Vogt vide le formiche incamminarsi in grande numero

verso quell’ostacolo, ciascuna con una bricciola di terra in bocca, e

deporre questa bricciola sul vischio. Non andò a lungo, e le formiche

oltrepassavano l’ostacolo impunemente sopra i sentieri di terra

costruiti sul vischio predetto.

È difficile, negli esempi su citati, spiegare l’accaduto col mezzo

dell’istinto. E giova anche riflettere che non è utile far entrare

una incognita nella spiegazione di un fenomeno; infatti l’istinto, al

dire del Büchner[330], è un _asylum ignorantiae_ ed un termine che fu

più nocivo che utile al progresso della scienza. In alcuni casi ciò

che noi chiamiamo istinto, è intelligenza. «Io non dubito, dice il

Lindsay[331], che molti atti che noi negli animali chiamiamo istinto,

debbansi attribuire alla ragione (_reason_)».

Anche gli animali domestici forniscono buone prove della loro

intelligenza. Udiamo il parere di un psicologo, il Vignoli. Egli dice:

«Quando castighiamo con la fame, la prigionia, le percosse, gli atti

a noi dannosi, che negli animali sono naturali allo stato silvestre,

modifichiamo la loro indole; quando con arte saggia associamo nel

loro cervello la nostra voce, i nostri gesti, i nostri sguardi od

atti qualunque a quelle opere che essi devono effettuare, allora

noi modifichiamo la loro intelligenza, e li rendiamo istruiti ed

abili. E poichè gli istinti sono un automatismo fatale specifico, non

sono dessi che noi rendiamo docili ed istruiti, ma l’intelligenza

libera e l’indole dell’animale, quella che è indipendente affatto

dalla efficacia automatica. Che se le belve feline e feroci non si

addimesticano nel senso tecnico della parola, pure si mansuefanno. Ora

a mansuefarsi è necessario in esse un radicale mutamento d’indole e

d’intelligenza, poichè nelle nuove condizioni si trovano in circostanze

affatto dissimili e contrarie a quelle della loro vita libera e

selvaggia. Ed esse pure imparano a conoscere la voce, il gesto, lo

sguardo dell’educatore e domatore, a conformare a questi i loro atti,

a conoscere luoghi, distinguere persone, e ad attendere ore, e ad

abituarsi con consapevolezza a tutta quella moltiplicità di eventi e di

fatti che rinnovano quasi affatto la loro vita. Or l’istinto non avendo

nulla a che fare con queste inaspettate circostanze di esistenza, è

evidente che l’indole e intelligenza sono quelle facoltà che vengono

modificate e migliorate. Adunque anche il fatto della dimesticazione

e mansuefazione di molti animali, prova e testimonia la intelligenza

libera, cioè indipendente dall’automatismo istintivo dei medesimi in

generale»[332].

Perfino negli istinti noi troviamo le prove della intelligenza degli

animali. Nel 1870 io scrissi intorno a questo oscuro soggetto[333]

quanto segue: «La volontà animale risiede in determinate condizioni

del sistema nervoso. Queste condizioni ponno essere innate o tali

che necessariamente si manifestano in una precisa epoca della vita;

oppure possono essere temporanee, direi quasi casuali, tali cioè che

si manifestano solo per le impressioni ricevute dagli oggetti esterni

col mezzo degli organi dei sensi nel corso della vita individuale.

La volontà, che deriva dalle condizioni nervose del primo genere, è

l’istinto; la volontà, che scaturisce dalle condizioni nervose della

seconda specie, è la così detta libera volontà. L’istinto, per così

dire, è la volontà costante ed ereditaria della specie, di fronte

agli atti volitivi variabili e temporanei dell’individuo. Si vuol

identificare l’istinto coll’abitudine; ma quello si riferisce alla

specie, questo all’individuo. Esiste tanta differenza tra il primo e

la seconda, quanta ne esiste tra la specie e la varietà. Gli istinti

sono sempre vaghi ed indeterminati; la loro soddisfazione è affidata

alla intelligenza. Prova ne sia la nidificazione degli uccelli. Questi

animali hanno la tendenza istintiva della riproduzione; ma tale

tendenza è vaga ed indeterminata. Vi si associa l’intelligenza, ed

è questa che insegna all’animale il luogo più sicuro per fabbricare

il nido, che gli suggerisce il sito dove può raccogliere i materiali

necessari, che gli consiglia di abbandonare il nido già costrutto,

quando questo sia stato scoperto da’ suoi nemici. E così anche negli

animali superiori manifestasi l’istinto della propagazione della

specie, ma l’intelligenza vi s’ingerisce fornendo loro i mezzi più

acconci per attuarlo».

Molti osservatori sono oggi concordi nell’attribuire agli animali

un’intelligenza più o meno elevata. Livingstone l’ammirava negli

animali selvaggi, cui poteva avvicinarsi mentre era inerme ed i quali

fuggivano spaventati quando lo vedevano armato di fucile. Anche il

Blanchard attribuisce agli animali memoria ed intelligenza, odio

e simpatia, non meno che idee del bello e dell’utile[334]. Ed il

Trögel[335] scrive: «Quanto più si osserva da sè, e quanto più si

penetra con occhio critico ne’ più minuti dettagli o ne’ fenomeni

sempre nuovi e maravigliosi della vita animale, tanto più ci si

persuade della verità che gli animali pensano, vogliono e sentono,

come l’uomo. Se dallo studio psicologico dell’uomo si passa a quello

degli animali, si è sorpresi nel trovare negli animali tutto ciò che

fu scoperto nei più reconditi nascondigli del cuore e della mente

dell’uomo». E soggiunge poi che nel vasto mare della vita degli

animali noi troviamo «una fedele immagine dell’intera nostra vita

sociale, industriale, artistica, scientifica e politica», idee che il

Büchner[336] non trova punto esagerate.

Nel 1872 quest’argomento fu discusso a fondo dall’Houzeau[337]; e non

sarà inutile di entrare qui in qualche dettaglio. Gli animali non solo

hanno idee, ma queste sono anche di una certa persistenza. Il bestiame

bovino cerca tutti i giorni di penetrare in un prato, rompendo la

siepe, finchè nel prato si trova l’erba in abbondanza. Barrow parla di

un leone che ha passato 24 ore al piede di un albero, su cui si era

rifugiato un Ottentoto, e che più tardi fece ritorno all’albero per

cercare il suo nemico. Non è difficile provare che gli animali sanno

stare attenti; basta guardare un cane che si trova sulla porta della

propria casa per convincersene. Alcuni animali sono perfino curiosi, e

noi li vediamo avvicinarsi lentamente, con diffidenza, e con tutti gli

organi dei sensi pronti all’azione, verso un oggetto che non conoscono.

Gmelin, nel suo viaggio in Siberia, vide le volpi esaminare lui ed i

suoi compagni con quell’attenzione e curiosità, con cui si guardano gli

oggetti nuovi. Un orang-outang del Giardino delle Piante di Parigi fu

un giorno visitato da Flourens e da Geoffroy Saint-Hilaire. La scimia

continuava a guardare quest’ultimo con grande curiosità, e prima che

partissero prese un bastone, e curvandosi come un vecchio si mise ad

imitare il suo illustre visitatore, provando in tal modo «che sapeva

osservare»[338]. Molti animali sono ottime guardie, appunto perchè sono

attenti; è nota la vigilanza dei cani e delle oche. Le Vaillant dice

che il bawian (_Cercopithecus Kees_), che l’accompagnava in Africa, era

il suo migliore guardiano; tanto di giorno che di notte esso segnalava

il più piccolo pericolo, prima ancora che i cani lo scorgessero.

Anche gli animali vengono ammaestrati dall’esperienza. Così essi

imparano ben presto a conoscere ed a temere l’uomo. L’oca canadese

(_Anser canadensis_) che una volta si lasciava facilmente avvicinare,

è oggi assai timida e si tiene ad una certa distanza dall’uomo[339].

Ancora verso la fine del secolo scorso i cervi, fra la Trinità e

il Colorado, non fuggivano l’uomo, e gli uccelli, al dire del De

Pages[340], venivano a mettersi sul dorso dei muli. Altri fatti sono

citati dal Darwin[341] nel suo lavoro postumo sull’istinto. Parecchi

osservatori sono convinti, che gli animali conoscano l’uso del

fucile. Gli uccelli imparano perfino a conoscere, a quanto pare, gli

effetti micidiali dell’urto contro i fili telegrafici. Quando in una

regione s’introduce il filo telegrafico, molti uccelli rimangono in

sulle prime vittima della scossa elettrica, urtando contro di esso o

posandovisi sopra; ma ben tosto il numero delle vittime diminuisce

e si riduce quasi allo zero[342]. Non si può osservare un mulo che

cammini nei difficili sentieri di una montagna, senza convincersi che

una lunga esperienza lo abbia ammaestrato ad evitare i pericoli. I

cani da caccia che vanno la prima volta sulla neve, camminano al passo

o trottano con grande stento; ben tosto essi s’accorgono che così

fanno gran fatica e percorrono poca strada, per cui in seguito, se

la neve è molle e profonda, si mettono subito al galoppo. Il Rengger

asserisce che avendo dato alle sue scimie delle uova, esse dapprima le

rompevano senza cautele e perdevano gran parte del contenuto; ma poi

battevano un’estremità dell’uovo contro un oggetto duro e allontanavano

cautamente i pezzi di guscio colle dita. Egli dava loro anche dello

zucchero ravvolto in una carta; ma avendovi messo una volta invece

dello zucchero una vespa, da cui furono punte, in seguito, prima di

aprire la carta, la portavano alle orecchie per udire se dentro si

movesse la vespa. Come l’uomo è soggetto all’errore così gli animali

talvolta s’ingannano. Un bisonte, al Giardino delle Piante di Parigi,

non riconobbe un giorno il suo guardiano che aveva cambiato vestito;

e due pecore (_Ovis tragelaphus_), che per lo innanzi erano vissute

in pace, appena tosate, incominciarono a lottare insieme. Io non ho

mai visto un imbarazzo maggiore di quello, in cui si trovò un giorno

un mio cane da caccia. Io prestai ad un forestiere i miei calzoni, ed

il cane gli si avvicinava facendo feste, ma poi, annasandolo meglio e

guardandolo, s’accorgeva che non era il suo padrone; eppure i calzoni

mandavano il mio odore. Il cane restò per qualche tempo incerto e

perplesso, poi, a quanto pare, s’accorse del suo errore.

Parecchi animali imitano le azioni dell’uomo, ciò che prova ch’essi

sanno osservare. Il Buffon ci dice, che il suo chimpanzè prendeva il

cibo a modo delle persone; si serviva del cucchiaio e della forchetta,

adoperava la salvietta, e si versava il vino. Quando era portato il

thè, prendeva la tazza e la sottocoppa, metteva lo zucchero, versava

il thè, ed attendeva che fosse raffreddato. Lo stesso animale sapeva

adoperare la chiave, e se non la trovava nella toppa, si metteva a

cercarla.

È inutile dimostrare che gli animali hanno memoria, poichè ognuno ne

ha delle prove evidenti tutti i giorni. Nessuno ignora che il cane ed

il cavallo riconoscono il loro padrone anche dopo una separazione di

parecchi anni. Se un segugio trova un lepre in un cespuglio, e noi ci

rechiamo col segugio medesimo alla caccia nella stessa località dopo

parecchie settimane o mesi, il cane ritorna a quel cespuglio per vedere

se vi trova il lepre nuovamente. Il cavallo riconosce una casa, dove ha

passato una notte, anche dopo molti anni. Ma quello che più interessa

si è che alcuni animali sembrano avere un’idea del tempo trascorso. Il

gallo canta tutti i giorni circa alla medesima ora. Il cane sa quanto

tempo il suo padrone suol riposare in una data località, trascorso il

quale è impaziente ed invita il padrone a proseguire il lavoro. Io

tengo un grande cane mastino, il quale ogni domenica si reca dalla mia

casa di campagna nel vicino villaggio, senza che alcuno ve lo mandi;

qualche volta però s’inganna, e vi si reca il sabato. È noto del pari

che gli animali hanno immaginazione; prova ne sia il fatto che essi

sognano, ad esempio i cani.

Negli atti di un animale non è facile di separare nettamente ciò

che è un effetto dell’abitudine e dell’istinto da ciò che può dirsi

riflessione; tuttavia difficilmente si potrà negare che quest’ultima

vi entri con una parte maggiore o minore. Molti sono gli aneddoti che

si potrebbero raccontare, e ne’ quali talvolta v’ha dell’esagerazione.

Noi abbiamo più sopra parlato della sfinge testa di morto e delle

formiche; di queste ultime ha trattato diffusamente il Büchner[343].

Ogni libro di apicoltura parla con entusiasmo del talento delle api.

Ma le migliori prove noi le dobbiamo trarre dagli animali domestici,

e l’Houzeau[344] dice con ragione: «Se si vorrà studiare i nostri

animali domestici, ben tosto ci si convincerà che in essi esiste la

riflessione».

Fu asserito, ma sembra a torto, che le specie o razze animali non

progrediscano intellettualmente. Che l’animale come individuo

progredisca, è cosa che nessuno vorrà revocare in dubbio; tutti i

cacciatori sanno che le volpi e le lepri vecchie sono più astute delle

giovani; ma si può osservare inoltre che i vecchi educano i giovani,

per cui questi, arrivati in breve tempo alla altezza intellettuale

dei genitori, possono progredire. Chi non sa che i gattini vengono

ammaestrati dalle madri alla caccia dei topi? A chi non è noto che il

giovane segugio, per diventare maestro nel suo mestiere, deve essere

alcune volte condotto alla caccia in compagnia di esperti cani della

sua razza? Il progresso però della razza o specie non sarà evidente

che in quei casi in cui è accelerato dall’intervento dell’uomo; solo

in questo caso noi possiamo render conto della grande differenza

intellettuale che passa tra i cani selvaggi e i domestici. Quanto

agli animali selvaggi, devesi fare la seguente riflessione. Essendo

il progresso intellettuale degli animali assai lento, questo nel

tempo storico non potrà essere apprezzabile, o lo sarà appena. Ma

supponiamo per un momento che l’uomo sia osservatore della natura da un

tempo lunghissimo. Anche in questo caso sarebbe difficile accorgersi

di tale progresso, poichè insieme coll’intelletto progredisce anche

l’organizzazione. Ammettiamo che il progresso intellettuale sia

diventato ragguardevole, è certo che in questo caso la struttura

organica sarà cambiata in modo da farci annoverare l’animale progredito

ad una specie diversa da quella meno perfetta da cui venne; così ci

potrà sembrare che la specie animale non progredisca intellettualmente.

Come non possiamo osservare direttamente la lenta trasformazione

dell’organismo delle specie, così ci rimane celato anche il lento

progredire delle facoltà mentali. Ma che un perfezionamento di queste,

quantunque lento, vi sia, risulta dalla riflessione che il progresso

dell’organismo ha per conseguenza il progresso intellettuale; e

dalla osservazione che gli animali, i quali più si accostano ai più

intelligenti d’oggidì, comparvero nelle epoche geologiche più recenti.

Sarà bene citare qui le parole di un naturalista, il Quatrefages, che

non ammette la teoria dell’evoluzione, e tuttavia dice: «L’animal a

sa part d’intelligence, ses facultés fondamentales, pour être moins

développées que chez nous, n’en sont pas moins les mêmes au fond.

L’animal sent, veut, se souvient, raisonne, et l’exactitude, la sûreté

des ses jugements, ont parfois quelque chose de merveilleux, en même

temps que les erreurs qu’on lui voit commettre démontrent que ces

jugements ne sont pas le résultat d’une force aveugle et fatale». E

altrove[345] dice: «Plus je réfléchis, plus je me confirme dans la

conviction que l’homme et l’animal pensent et raisonnent en vertu d’une

faculté qui leur est commune et qui est seulement énormément plus

développée dans le premier que dans le second».

Finalmente può sostenersi che l’animale ha la coscienza dei suoi atti.

Si osservi un gatto mentre caccia in aperta campagna; esso s’avvicina

alla sua preda cautamente, e per non essere visto si nasconde dietro

ogni fascio d’erba che trova. I giovani cani o gatti giuocano a lungo

tra di loro senza che l’uno ferisca l’altro co’ denti o colle unghie.

I cani si fingono talvolta irati, si gettano con violenza sul padrone,

e prendono il suo braccio o la sua mano tra’ loro denti; eppure

non serrano con forza la bocca e quindi non feriscono. Essi fanno

semplicemente la commedia, dice il Quatrefages[346], si mostrano irati

mentre in realtà non lo sono, e restano padroni dei loro movimenti[347].

La teoria dell'evoluzione · 第 25 / 52 题