ORIGINE DELLA SPECIE UMANA.

Caratteri anatomici dell’uomo. — La favella. — Caratteri

intellettuali dell’uomo e degli animali. — I sentimenti e la loro

espressione. — La moralità. — La religiosità.

Noi dobbiamo ora occuparci di un delicatissimo argomento, della origine

della specie umana. Le conclusioni, cui condusse la nostra teoria,

hanno suscitato una vera tempesta, ed oltre a qualche naturalista,

anche i filosofi ed i poeti vennero in difesa dell’umanità che

supposero oltraggiata dalle dottrine evoluzioniste. Si è perfino detto

che le nostre idee sconvolgono la morale. Ma la verità non può condurre

a tristi conseguenze. Se noi abbiamo torto, l’errore ha il passo breve,

e la opposta dottrina rifulgerà, dopo la discussione, di luce più pura;

se siamo nel vero, perchè contrastarci il cammino?

Noi esporremo qui con calma ed imparzialità le ragioni, per le quali

riteniamo che l’uomo non sia il risultato di un atto creativo speciale,

ma discenda per lenta e graduata trasformazione, e su vie affatto

naturali, da una specie organica estinta. La specie umana, secondo noi,

fu soggetta, al pari di ogni altra, alle leggi della evoluzione.

L’intera dottrina della trasformazione delle specie ha incontrato molti

nemici per la sola ragione che conduceva a negare la diretta creazione

dell’uomo. Io debbo qui ripetere quanto dissi altra volta[285]: «Si

comprende troppo bene, come l’accettazione della predetta teoria

impedisca l’esclusione dell’uomo dalla legge generale. Si è dunque

per non vedersi in nesso genetico con organismi di altri ordini,

che l’uomo inclina a respingere le recenti dottrine sulla genesi

della specie. L’uomo crede di dover esigere per sè solo un atto

creativo, ed è anzi da stupire, come l’ambizione non lo spinga più

oltre e non lo conduca ad ammettere più che una eccezione, facendolo

considerare i protagonisti di tutte le maggiori epopee come creati con

altrettanti atti speciali. L’esigenza di un atto creativo speciale

per l’uomo è tanto forte, che questo cerca di illudersi anche a costo

di continue inconseguenze. Egli ammette volontieri una parentela fra

due persone che tra loro si somigliano, e riconosce spesso, senza

precedente presentazione, il figlio o fratello di un suo conoscente;

ma ogni qualvolta la somiglianza si fa minore, invece di ammettere

una parentela più lontana ed una più ampia variazione, operatasi nel

corso di migliaia di secoli, ricorre ad un atto creativo, appogiandosi

all’antico canone, che ogni specie abbia un limite di variazione,

limite che nessuno ha finora potuto segnare. Ma con tale metodo si

taglia il nodo gordiano, ma non si scioglie».

Caratteri anatomici dell’uomo[286].

È l’uomo organicamente distinto dagli altri animali e specialmente dai

più affini, le scimie? Ecco la domanda alla quale dobbiamo rispondere.

È cosa indubitata, che l’uomo differisce da ogni altro mammifero ed

anche dai quadrumani; ma la grande difficoltà sta nell’apprezzare le

differenze che esistono.

Escludiamo dapprima l’idea che nell’uomo si mostrino organi affatto

nuovi, non esistenti negli altri mammiferi. Owen ha creduto di trovare

un organo proprio dell’uomo in una prominenza che si trova nel

prolungamento posteriore dei ventricoli laterali degli emisferi, in

quella prominenza che gli anatomici chiamano piccolo piede d’ippocampo:

eppure Cuvier l’aveva già data come caratteristica dell’uomo e delle

scimie in comune, e Tiedemann almeno come propria di alcune delle

scimie antropoidi. L’asserzione della grande e legittima autorità di

Owen ha mosso altri anatomici inglesi alla caccia del piccolo piede

d’ippocampo; ed il piccolo piede d’ippocampo fu trovato anche nel

chimpanzè, ed anche, sebbene ridotto, in altre scimie[287].

Escludiamo inoltre l’idea che nell’uomo manchi qualche cosa che si

trovi negli altri mammiferi. Fu detto che nel solo uomo mancano gli

ossi incisivi. Riferisco in proposito un passo del De Filippi: «Galeno,

astretto dai pregiudizi del suo tempo a studiar anatomia sulle scimie,

li aveva già conosciuti, e Silvio, notandone la mancanza nella specie

umana, incappava in una strana opinione che non viene mal a proposito

oggi, allorquando diceva che l’uomo li avesse perduti per l’effeminato

e pervertito suo modo di vivere. Sul finire del secolo scorso una

scoperta, dovuta al genio di Goethe, dell’autore dell’_Ifigenia_ e del

_Faust_, segna un’epoca nella scienza, imprimendo una nuova spinta

alla filosofia anatomica; la scoperta, voglio dire, degli ossicini

intermascellari anche nell’uomo, ma nell’uomo nei primordi della sua

vita, prima che veda la luce del sole; saldandosi questi ossicini

prestissimo coi mascellari corrispondenti. E d’altra parte questi

ossi intermascellari od incisivi si trovano nelle medesime precise

condizioni di fugace esistenza nel chimpanzè, nella scimia che pe’

caratteri del cranio primeggia sulle altre. Nell’orang-outang e nel

gorilla invece gli ossi intermascellari persistono distinti fin molto

avanti nella vita, e non si saldano co’ mascellari se non nella tarda

età, quando cioè si pronuncia la tendenza alla scomparsa di tutte le

suture»[288].

Nella stessa specie umana si conservano talvolta fino a tarda età

le traccie dell’osso incisivo. Nel 1880 io ho studiato le anomalie

del cranio trentino, ed ho trovato che vi esiste sovente una sutura

intermascellare, la quale partendo dietro i denti incisivi esterni va

trasversalmente al foro incisivo. Questa sutura è la traccia della

fenditura, che divide la porzione anteriore del mascellare dalle

posteriori nel feto di tre mesi, formando un vero osso intermascellare

od incisivo a somiglianza di quanto avviene negli animali. Nella

maggior parte dei casi questa sutura è evidente soltanto presso il foro

incisivo e percorre trasversalmente un tratto più o meno esteso del

palato, non raggiungendo il margine alveolare che in pochi casi. La

sutura anzidetta più o meno pronunciata trovasi in 60 cranii trentini

sopra 100; intorno alla sua frequenza in altri cranii non ho fatto

osservazioni[289].

Si parla sovente dell’angolo facciale del Camper, ma gli studi del

Topinard hanno tolto ogni valore a questo carattere; di più sappiamo

che esso nelle razze umane oscilla in via normale tra due estremi

che sono 64° e 85°; anche nei microcefali è talvolta assai piccolo,

avendolo trovato il Vogt di 64° in Federico figlio, e di 65-1/2 nel

microcefalo di Iena. Nelle scimie troviamo un massimo poco discosto

dal minimo umano; nel giovane orang-outang, in cui la prima dentizione

non sia ancora compiuta, l’angolo facciale è di 60°[290]. Quest’angolo

cresce tanto più, quanto più dalle scimie inferiori ci accostiamo

alle razze umane più elevate. Al contrario l’angolo sfenoidale del

Welcker decresce ascendendo da quelle verso queste, e sta in rapporto

inverso della intelligenza; esso è maggiore nella scimia che nel

ragazzo, in questo maggiore che nella donna e minimo nel maschio

adulto[291]. Recentemente il Broca[292] ha fatto conoscere l’angolo

orbito-occipitale, ossia l’angolo che misura l’inclinazione del piano

del grande foro occipitale sul piano biorbitario. Quest’angolo è nelle

scimie di almeno 17 gradi più elevato che nell’uomo, ciò che sta in

rapporto colla posizione eretta di quest’ultimo. Questi angoli ci dànno

delle differenze tra l’uomo e la scimia, ma delle differenze leggere,

di grado solamente, con numerosi passaggi tra gli estremi.

Devo far qui cenno di una obbiezione del Bianconi, il quale dice:

«Non sarebbe che un errore di logica il volere fermarsi ad istituire

comparazione fra il teschio dell’orang-outang, nel solo stato di

gioventù, col teschio umano. Imperocchè le forme del primo sono

transitorie e quelle del cranio umano adulto sono già stabili e

ferme. Conviene paragonare cose allo stato fermo, in condizioni cioè

comparabili, altrimenti, se i termini del confronto non sono della

stessa natura, ogni ravvicinamento ed ogni induzione è possibile, ma

spesso anche fallace»[293].

Il Bianconi dovrà ammettere che nella specie sono compresi tutti gli

individui, forniti di dati caratteri, in qualunque stadio di sviluppo

si trovino, sì i maschi che le femmine ed i neutri, se ve ne sono; sì

i giovani come gli adulti. Per cui quando si tratta di far vedere le

minime differenze che esistono tra due specie, è lecito e necessario di

ricorrere a quegli individui, che meno differiscono tra loro, nel caso

nostro ai giovani della scimia ed agli adulti dell’uomo.

Di maggiore importanza è l’assoluta capacità del cranio, la

quale, come ha dimostrato il Broca[294], sta in un certo rapporto

coll’intelligenza. Nell’uomo noi vediamo salire questa capacità a

oltre 1800 cent. cub.; così quella di Cuvier fu di 1829 cent. cub.,

quella di lord Byron di 1807 cent. cub., e sembra che quella di

Schiller superasse i 2000 cent. cub. In generale però i cranii non

hanno una capacità maggiore di 1600 cent. cub.: la media negli Europei

oscilla tra 1400 e 1500. Negli Indiani, Negri, Cinesi, Malesi ed altri

popoli di bassa capacità craniana è di circa 1300 cent. cub., e negli

Australiani, Ottentoti, Polinesiaci ed altri popoli barbari, discende

fino a 1200 cent. cub. Il cranio umano meno grande, quantunque non

appartenente ad un idiota, ha offerto una capacità di 1021 cent. cub.;

per cui entro il genere umano vediamo variare questa tra vasti limiti,

ed offrire la differenza di oltre 800 cent. cub. Il più grande cranio

di gorilla ha offerto la capacità di 500 cent cub., per cui tra il più

piccolo normale umano ed il più grande scimiano, havvi una differenza

di 521 cent. cub.

Per tale riguardo è innegabile, che vi sia una differenza tra l’uomo e

le scimie; ma non devonsi qui perdere di vista due cose. Risulta cioè

dalle osservazioni esposte, che la differenza di capacità è maggiore

tra uomo ed uomo, che non tra l’uomo e i più elevati quadrumani; a ciò

si aggiunga, che la lacuna esistente tra i due ordini scomparisce in

parte in seguito ai risultati ottenuti colle misurazioni dei cranii

umani microcefalici, nei quali il Vogt ha osservato la capacità di 622

centimetri cub. nel Racke, di 555 cent. cub. nel Moehre, e di 460 cent.

cub. nel Federico figlio[295].

Il cervello stesso nulla offre che potesse giustificare una profonda

separazione dell’uomo dalle scimie. Secondo Gratiolet il cervello

dell’uomo e quello delle scimie sono foggiati secondo un tipo speciale,

diverso da quello che osservasi negli altri ordini dei mammiferi,

per cui chi cercasse nel solo cervello delle grandi differenze tra i

bimani ed i quadrumani, arriverebbe a persuadersi che vi sono delle

buone ragioni per ristabilire l’ordine dei Primati. Il cervello

dell’uomo e quello della scimia sono distinti per alcuni caratteri

loro propri, che sono: il lobo olfattorio rudimentale, il lobo

posteriore che ricopre completamente il cervelletto, la scissura del

Silvio ben distinta, il corno posteriore racchiudente il piccolo piede

d’ippocampo nel ventricolo laterale, ed infine la così detta isola o

il lobo centrale. Questi caratteri, dice Gratiolet, non si trovano

insieme che nell’uomo e nelle scimie. In tutti gli altri animali il

cervelletto è scoperto, havvi inoltre un grande lobo olfattorio,

perfino nell’elefante, e manca il lobo centrale. Esiste dunque un tipo

di cervello proprio delle scimie e dell’uomo, ed in pari tempo la

distribuzione delle pieghe o circonvoluzioni cerebrali segue in essi un

piano caratteristico diverso da quello delle altre grandi divisioni de’

mammali. «Havvi, dice il Gratiolet, una forma di cervello propria alle

scimie e all’uomo; ed havvi eziandio nelle pieghe cerebrali, quando

appariscono, un ordine generale, una disposizione, il cui tipo è comune

a tutti questi esseri. Cosiffatta uniformità nella disposizione delle

pieghe cerebrali nell’uomo e nelle scimie è degna, al più alto grado,

dell’attenzione dei filosofi. Altrettanto havvi un tipo particolare

delle circonvoluzioni cerebrali nei makis, negli orsi, nei felini,

nei cani, ecc., e finalmente in tutte le famiglie di animali. Cadauna

di queste ha il suo carattere, la sua norma; ed in ciascuno di questi

gruppi le specie possono venire facilmente assembrate in riguardo alla

sola considerazione delle pieghe cerebrali»[296].

Nè diversi furono i risultati, cui giunsero due eminenti fisiologi,

di certo non sospetti di voler favorire la teoria evoluzionista, il

Lussana ed il Lemoigne. Essi dicono[297]: «Il tipo anatomico delle

circonvoluzioni delle scimie, e tanto più quello dell’ourang-outang,

è analogo al tipo delle circonvoluzioni umane». E più oltre essi

confermano che «le circonvoluzioni dell’uomo hanno un tipo generico

analogo a quello delle scimie».

Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire ha notato che in nessun animale il pelo

è distribuito sulla superficie del corpo tanto disugualmente come

nell’uomo, nel quale la maggior parte del corpo è nuda o fornita di

pelo finissimo, mentre osservasi, specialmente nelle femmine, una fitta

capigliatura. Ma tale distintivo non è che di grado. L’orang-outang ha

il pelo molto diradato, specialmente alla faccia, alle parti anteriori

del tronco, e nell’interno delle coscie; ed alla regione posteriore

del vertice il pelo più lungo e disposto a rosa attorno di un centro,

accenna già ad una disposizione analoga a quella che si osserva nella

capigliatura umana. Se si esamina la pelle propriamente detta, si vede

che l’uomo e la scimia sono ravvicinati tra loro ed insieme discosti

dagli altri animali, poichè la pelle dei primi offre due caratteri che

non riscontransi negli altri animali: la scabrezza sotto l’azione del

freddo conosciuta col nome di pelle d’oca, e la ricchezza di papille

largamente munite di nervi sulla palma della mano e sulla pianta del

piede.

Consultiamo i risultati di recente ottenuti dalle delicate e pazienti

ricerche degli antropologi. Il Broca ha fatto degli accurati studi

comparativi sull’angolo occipitale del Daubenton, ed ecco la sua

conclusione: «Il minimo degli antropomorfi adulti discende al disotto

del massimo umano. La direzione del foro occipitale non stabilisce

dunque una distinzione assoluta fra l’uomo e gli antropomorfi». Se poi,

oltre gli adulti, esaminiamo anche gli individui giovani, rileviamo

dalle tabelle del Broca, che l’angolo del Daubenton nel chimpanzè può

discendere a 5 gradi, che è pure l’angolo dei Cinesi, degli Arabi e di

altre popolazioni[298].

Il Mantegazza[299] ha studiato in modo comparativo il rapporto fra la

capacità del cranio e la circonferenza del foro occipitale, e conclude

che una cifra che oscilla fra il 5 e 7, e che rappresenta questo

rapporto, è uno dei caratteri umani più costanti che si conoscano,

e che separa l’uomo dalle scimie antropomorfe e tanto più poi dagli

altri mammiferi. Ma se consultiamo le sue tabelle, vediamo espresso

questo rapporto nel delfino colla cifra 6,64, ed è identico a quello

di un pirata cinese, e poco discosto da quello di un Toscano moderno

che è di 6,48. Inoltre il dott. Gaspare Virgilio[300] ha trovato in un

microcefalo un rapporto affatto simile a quello dei quadrumani, ossia

eguale a 23,71. Più importante sembra l’indice cefalospinale, ossia il

rapporto decimale o centesimale fra l’area del foro occipitale e la

capacità del cranio. Questo indice oscilla nelle scimie antropomorfe

tra 4 ed 8, nell’uomo fra 13 e 25; dunque vi è, per tale riguardo,

maggiore differenza tra uomo ed uomo che non tra scimia ed uomo.

Il Mantegazza[301] ha anche studiato comparativamente l’indice

cefalorbitale, ovvero il rapporto centesimale fra la capacità delle

due orbite e la capacità del cranio. Sulle scimie antropomorfe egli

non ha potuto fare che poche osservazioni, da cui risulta che l’indice

predetto oscilla tra le cifre 4,0 e 9,7. Nell’uomo invece quest’indice

sta fra le cifre 20,8 e 37,3 (lasciando da parte i fanciulli che

l’hanno altissimo); dunque anche qui la differenza è maggiore tra

uomo ed uomo (essendo quasi di 17) che non tra scimia ed uomo (che è

di 11,1). Di più il Mantegazza dice: «L’uomo microcefalo si ravvicina

assai all’ourang per rapporto dell’indice cefalorbitale, come appare da

queste cifre:

La teoria dell'evoluzione · 第 24 / 52 题