più presto, per volare addirittura, per far quei venti chilometri in un
lampo...
51.
Seduta al pianoforte Mimì suona. È pianista accurata, piena di
sentimento, senza maestria. Accanto a lei, rapito a guardarla
e intento a volgerle le pagine, è lui, Ardea... Due, tre volte
Pierotto è entrato, con un pretesto o con l'altro... Due, tre volte
Mimì s'è sentito addosso un muto rimprovero, un tormentoso sospetto
dell'ex-attendente...
Ora Mimì e Ardea sono usciti su la terrazza a mare. È il crepuscolo.
Una grande nave tutta bianca, già risplendente da tutti i suoi lumi,
richiama l'attenzione di Mimì. Escita dal porto, traversa adesso il
mare. E Mimì indica la nave:
— Partì una sera, così...
Ma Ardea interrompe l'elegia e, presale una mano, esclama:
— Non ricordare... Ora sono io, sono io accanto a te...
Libera, Mimì, la sua mano e si allontana un poco da Filippo. Parole
ardenti e contatti le sembrano ancora sacrilegio. E i suoi occhi si
fissan laggiù, sul mare, dove lo vide partire, donde non vedrà più il
suo ritorno...
E non vede che più in là, appoggiato al loro stesso parapetto, anche
Pierotto, schiantato senza il suo padrone, guarda il cielo, guarda il
mare e, nell'ingenuità buona della sua anima, si dice cento volte al
minuto:
— Potesse un giorno, per miracolo, ritornare...
52.
Alla Residenza di Sua Maestà Britannica, la sera istessa, luminarie,
feste, musiche, danze, notte lunga sott'il cielo stellato di primavera.
Fiorvante passeggia al braccio di Maud, per il giardino tutto fiori e
tutto luce. Rivede ancora, Maud, il miracoloso modo di rintracciarlo,
di salvarlo, la lotta corpo a corpo, sostenuta per istrapparlo alle
sue catene e ai suoi carnefici, lo stato lacrimevole dei suoi vestiti
e del suo volto tutto coperto di lunga barba... E la miracolosa fuga
a cavallo — lei e Fiorvante sul medesimo cavallo — mentre la lotta
fra servi cinesi e _boxers_ ferocemente continuava. E il ritorno alla
Residenza, e la gioia di tutti, e l'incontro col Residente che non
crede ai suoi occhi, e il modulo di telegramma chiesto per avvertire
tutti, sùbito, in Europa, e sopratutto la moglie, la moglie che lo
piange per morto e non attende mai, mai, mai, questo suo incredibile,
inverosimile ritorno...
E Maud, mentre vanno fra canti e suoni, ritrova la sua impressione
dolorosa, lo spasimo acuto del suo cuore sentito nel momento in
cui Fiorvante chiedeva quel modulo per telegrafare a sua moglie,
un'ora dopo appena, un'ora dopo ch'ella, con un manipolo di servi,
aveva lietamente, eroicamente e follemente arrischiato la vita per
istrapparlo ai _boxers_ di cui era prigioniero...
Giusto, giusto ch'egli abbia sùbito voluto telegrafare alla moglie...
Ma quanta ingiustizia nella giustizia del cuore umano! E non poteva
egli, poichè la moglie lo credeva morto, lasciarsi credere tale un
giorno di più e dare a lei, per ventiquattr'ore almeno, l'illusione
d'averlo salvato non per gli altri ma per sè?
Andando sempre avanti a loro sono usciti, dal cerchio di luce delle
illuminazioni. Son fuori, adesso, lungi dalla Residenza, di fronte a
un cielo di perla su cui splende, bassa, a fil d'orizzonte, ed enorme,
una luna arancione. I canti cinesi e le musiche primitive che li
accompagnano, stridule, discordanti, grattate, più che suonate, su le
corde dure degli strumenti, non sono più che echi lontani portati loro
bel vento fresco dalla zona illuminata che lasciano dietro le loro
spalle. Dice Fiorvante la sua gratitudine:
— Mi avete, Maud, ridato la vita!
Maud ripensa alla donna lontana, al telegramma partito il giorno stesso:
— Vorrei che voi foste in grado di accettare il dono di tutta la mia!
Stretti l'uno all'altra son lì, come se tutto il rimanente mondo
fosse abolito e l'universo altro non fosse che quel cielo di perla
con quell'enorme luna arancione che sembra sempre più grossa, sempre
più gonfia e dilatata, luna idropica d'Estremo Oriente, luna di
caricatura cinese su una scatola di lacca, tra quei due alberelli vuoti
come scheletri che la chiudono e l'incorniciano su l'orizzonte. Luna
d'incubo. Ardor di primavera. Notte d'amore. E le loro bocche son per
unirsi. Ma Fiorvante si ritrae e stacca Maud da sè:
— No... No... Non posso... Non devo...
E solo bacia la piccola mano fredda della fanciulla che s'abbandona a
piangere su la sua spalla, di fronte all'enorme e goffa luna arancione
che sembra piantata come un disco, quasi impiccata, su le punte aguzze,
su l'esile forca dei due alberelli.
53.
La vanno ancora a trovare, quasi ogni giorno, anche nel tempo del suo
lutto, anzi più che mai nel tempo del suo lutto, gli ufficiali, gli
antichi amici, i «cari ragazzi». Eccoli lì. Son tutti intorno a lei. Di
lassù, sott'il chiosco, in cima all'invisibile scaletta, sotto quella
cupola d'edera che par fiorita su dal mare, ella li vede qua e là,
uniformi bianche tra il verde, passeggiare, fumando, ridendo, al sole,
nel suo giardino. Accanto a lei, lassù, c'è Ardea, solo, Ardea che
ancora le parla del suo amore rinato con irresistibile violenza, del
suo amore non interrotto mai:
— Ti amo... Ti amo... E tu amavi me prima di lui. E l'equivoco è
nato... Io non ho mai cessato un'ora d'amarti... Ah, quali errori,
anche amando, l'orgoglio consiglia...
E Mimì lo ascolta, gli occhi smarriti, l'affanno nel petto... È così
sola, è così triste, Mimì, e ha amato tanto Ardea... Ma non vuole, non
deve... Vuol rimanere fedele al suo morto... Potrà?... Vorrà sempre?...
Già la sua parola, nell'ansia, tradisce il più profondo pensiero, il
pensiero neppure a sè stessa confessato:
— No, non dirmi che mi ami... Non dirmi ancora, Filippo, che mi ami...
Il cuore avverte il pericolo assai prima della coscienza. Il cuore
conosce sè stesso. E il semplice cuore di Mimì, che adorava Ardea, che
s'è creduto offeso e abbandonato da Ardea, che ha chiesto e ottenuto
da Fiorvante la consolazione e la rinascita, che è stato consolato,
rifiorito e felice per tre mesi nella libertà dell'amore e per altri
tre mesi nella gioia della casa, il semplice cuore di Mimì sente che
non può stare solo, che non può essere vuoto... Ma deve, deve ancora
star solo... Terra ancora umida, Madama Lu! Terra che continuerà forse
sempre ad essere umida poichè tu, Mimì, sempre la bagni con le tue
lacrime...
— Padrona!
Mimì e Filippo si volgono con un sussulto, come fossero stati sorpresi.
La voce dura e sorda di Pierotto, che scoppia sempre d'improvviso
accanto a loro e sempre alle spalle, riesce ogni volta a sgomentarli...
E quello sguardo duro, indagatore, di quel marinaio che non parla,
ma guarda e osserva e tutto dice con gli occhi, e tutto nel suo cupo
silenzio rimprovera...
Pierotto ha portato un telegramma. Mimì l'apre con indifferenza. Chi
mai nel mondo può, oramai, interessarla? Ma dà un grido, agita in
aria le braccia, chiama, chiama tutti attorno a sè e corre lei stessa
incontro a tutti, giù per la scaletta:
— È vivo! È vivo! È vivo!
Tutti sono accorsi, nella confusione, nel tumulto, attorno a Mimì che
per la commozione è quasi svenuta fra le braccia degli ufficiali mentre
il telegramma di Fiorvante circola di mano in mano:
«Prigioniero dei _boxers_, miracolosamente salvato, tornerò con la
prima nave in partenza».
Poichè tutti sperano nei miracoli ma nessuno ci crede quando qualche
cosa che ha l'aria del miracolo avviene la gente l'accoglie con un'aria
d'intontimento in cui c'è ancora anche contro l'evidenza, un'ultima
incredulità.
Quando ritorna in sè Mimì tutta s'illumina nel volto con un sorriso
vedendo dinanzi a sè, il telegramma in una mano, il berretto agitato
nell'altra, saltare, come impazzito di gioia, sul suo piede rotto e
abbracciar tutto e tutti, alberi e ufficiali, e anche lei, anche lei,
— sì, anche lei, Mimì... — il marinaio fedele, il cane da guardia...
Solo uno Pierotto non ha abbracciato e non ha voluto abbracciare,
consapevole e logico anche nell'ebrezza della gioia: Ardea, che è lì,
solo, silenzioso, in un angolo...
54.
Fuori i cancelli di legno della Residenza i cavalli aspettano per
Fiorvante e per la sua scorta. Il suo bagaglio è già partito, sui dorsi
dei muli. Il Residente è andato a prepararsi per accompagnar Fiorvante
a cavallo per un tratto di strada. I servi cinesi son già tutti venuti
a inchinarsi all'ospite che se ne va. Fiorvante e Maud sono soli. E
tende Maud un'ultima volta le mani a Fiorvante:
— Addio... Addio... Non potrò mai... mai dimenticarvi...
Profondamente commosso, legato a lei da così grande riconoscenza,
preso d'amore per lei fino al grado d'una tentazione cui è possibile
resistere, ancora una volta Fiorvante le bacia le mani. Ed ella dice,
ancora:
— Nulla... Nulla ho più nella vita, poichè voi partite e poichè questo
mio grande sogno è impossibile...
E quando Fiorvante, chiamato esce per partire, ancora la voce commossa
di lei gli dice:
— Non potrò mai dimenticarvi... Lontana migliaia e migliaia di leghe
sempre vostra rimarrò nel sogno... poichè questa gioia, nella realtà,
non mi fu data...
E quando i cavalli partono Fiorvante vede ancora — e sempre vedrà —
il fazzolettino bianco che lo saluta e, di laggiù, un attimo, prima di
svoltare, prima di scomparire, la bianca figurina dell'innamorata che
si rovescia a terra fra i servi che accorrono...
55.
Mentre con la nave del ritorno Fiorvante, diviso il cuore e il pensiero
fra due continenti, traversa in lunghe ed eguali giornate gli eguali
oceani, Mimì, nella casa ove l'aspetta, dice ad Ardea, che ancora tenta
di stringerle una mano e di riprenderle il cuore:
— No... Lasciami... Tutto deve essere finito...
56.
Ma, ritornato Fiorvante, tutto non è finito.
È trascorso già un mese dal giorno che è ritornato e che si è ripresa
Mimì fra le braccia dopo d'averla per sempre perduta, dopo d'essere
stato pensato da lei perduto per sempre.. Gioia, gioia grande di
ritrovarsi, sempre inferiore tuttavia al dolore di quando ci siamo
lasciati... Poichè il dolore ha intensità che la gioia non conosce e
che non può conoscere se non diventando, nello spasimo, dolore a sua
volta...
Il Comandante e Ardea sono stati a colazione da loro. Il Comandante
adesso si congeda, bacia la mano di Mimì... Di Mimì che sorride e dice:
— Si rammenta, Comandante, quel terribile giorno?...
E Fiorvante lo riaccompagna, fuori, nel giardino.
Rimasto solo con Mimì, Ardea cinge la vita di lei e le parla
all'orecchio. Son tutt'e due frementi, convulsi...
— Voglio... devo parlarti... l'ultima volta...
Mimì negando, tentando di svincolarsi. Ardea insiste e la tiene stretta
con un braccio di ferro che la schianta. Pierotto, entrato in punta di
piedi a recare la posta, è, non veduto, dietro di loro.
— Parlarti... l'ultima volta...
E, disperata, perduta, sgomenta, Mimì concede...
— Alle cinque. Al Padiglione di Villa Rosa.
Pierotto avanza con un volto tragico, deformato, cui non badano. Al
rumore del passo sùbito Mimì e Ardea si sono sciolti, ricomposti...
Come li guarda, Pierotto, come li guarda... dopo che ha deposto il
corriere su la tavola di Fiorvante... e mentre si allontana... Ma non
ci badano... Lo conoscono. È quello il suo modo di essere, il suo modo
di fare.
E Fiorvante rientra.
57.
Sono le cinque. Lente ore d'una quieta giornata nella serena intimità
della casa felice... Mimì è di là, nelle sue stanze... Fiorvante è alla
sua scrivania, intento a leggere.
Piano piano, la porta s'è aperta... È Pierotto che porta il caffè.
Viene avanti, in punta di piedi, talchè Fiorvante lo avverte solo
quando l'ha vicino... Come Pierotto gli versa il caffè, e smuove lo
zucchero, e lo guarda bere... Ora Fiorvante ha preso una sigaretta
e chiede a Pierotto un fiammifero. Pronto, devoto, Pierotto lo serve
sorridendo coi gesti teneri e timidi d'una madre schiava del suo figlio
re. E Fiorvante lo guarda sorridendo e gli soffia il fumo negli occhi,
per ridere, per farlo tossire, così, così... Poi gli mette una mano su
la spalla battendovela sopra in segno d'affetto e lo congeda:
— Va, caro, va...
E si rimette a leggere, in serenità.
58.
Al Padiglione di Villa Rosa Mimì è giunta prima di Ardea. Avvolta in
un gran mantello nero è entrata di corsa nella serra come se fosse
inseguita. E, infatti, è inseguita: inseguita dalla paura e dal
rimorso...
Gira qua e là, senza pace, di sgabello in sgabello. E tanta, tanta è
la sua angoscia, tanta è la sua paura che quando Ardea sopravviene ella
gli si getta d'impeto nelle braccia, come per cercarvi scampo, come per
rifugiarvisi...
E si volgono, d'un tratto. Che cos'è questo rumore? Chi è passato nella
serra, tra le foglie?... Sembrava che qualcuno strisciasse per terra...
Ma non c'è nulla... nessuno... Ardea rassicura Mimì:
— Il vento che entra da quel finestrone aperto...
Fuori della serra, volando sul suo piede zoppo, il cane da guardia
corre verso la casa.
59.
... verso la casa dove Fiorvante continua a leggere in serenità. Poichè
nulla minaccia la sua ora felice.
Pierotto è dietro di lui... ancora affannato per la corsa dalla serra
alla casa... Ma Fiorvante non l'ha sentito. Pierotto leva una gamba, vi
appoggia sopra un foglietto di carta tolto di tasca e con una matita vi
scrive sopra in grossi caratteri elementari:
«Morto ho difeso la tua memoria. Vivo difendo il tuo onore, padrone.
Ardea non è tuo amico. E la signora tua non ha peccato. Ma tu devi a
tempo salvarla».
Combattimento supremo tra il suo dovere e la pietà per quella pace
serena del suo padrone felice che legge, che ora l'ha sentito dietro
di sè e che, voltando pagina, solleva un momento gli occhi e volge il
capo per guardarlo, per sorridergli... Del biglietto, intanto, Pierotto
ha fatto una pallottolina e, quando nel combattimento è vittorioso
il dovere e Fiorvante ha ripiegato il viso su la sua lettura,
Pierotto lancia la pallottolina da dietro le spalle del padrone. E
la pallottolina cade lì, sotto gli occhi di Fiorvante, su le pagine
aperte.
Dopo un primo movimento di stupore e uno sguardo a Pierotto che è lì,
dietro di lui, impietrito, sgomento, una mano nell'altra, tutto scosso
dentro da un fremito ch'è la paura di ciò che istintivamente ha fatto,
Fiorvante apre la pallottolina e legge il biglietto. D'un balzo è in
piedi con un grido ch'è un ruggito. E si slancia su Pierotto caduto
a terra, bianco di paura, con le mani tremanti e supplici, ma con gli
occhi pieni di volontà, d'energia, di odio per coloro che tradiscono...
— Che cosa hai scritto, qui? Vuoi che ti strozzi?
E la mano è alla gola di Pierotto. Ma questi non protesta, non fugge,
non si libera dalla stretta... Solo con gli occhi parla, grida, urla
e con la mano convulsa indica là, là, fuori della porta, oltre il
giardino, oltre il muro di cinta, oltre i cipressi, indica, laggiù,
laggiù, la serra di Villa Rosa...
60.
— Bisogna aver la forza di resistere... di rinunziare... Così ha detto
Mimì svincolandosi dalle braccia di Ardea che l'avvolgono, che la
stringono. Ma Ardea la ghermisce di nuovo:
— L'hai tu?
E di nuovo la stringe, l'attira a sè, petto contro petto, respiro
contro respiro... Mimì si getta indietro, disperata, nell'ultima
lotta: ma come son forti le braccia di Ardea, come formano un cerchio
sempre più stretto, che l'avvicina a lui sempre più, che quasi unisce
i respiri, gli affanni e le bocche...
— Tu! Tu!
E, d'un balzo, Fiorvante è su Mimì e, afferratala per le braccia,
la scuote, la getta lontano. Poi Fiorvante si volge. Ardea s'è fatto
indietro, le braccia conserte, aspettando l'inevitabile. E Fiorvante
lentamente avanza su lui, lo fissa terribile negli occhi che Ardea
abbassa al suolo.
Nella spinta Mimì è caduta a terra. Vedendo i due uomini di fronte,
pronti a colpire, vicini alla tragedia, Mimì si trascina a terra
per giungere fino a Fiorvante e prendergli le gambe con le braccia
avvinghiandosi tutta a lui, per allontanarlo da Ardea, per richiamar su
di sè tutta la sua collera...
— No... No... Non ho peccato... Te lo giuro... Il passato è
ritornato... Ma l'ho respinto... Lo scacceremo insieme... Sarò tua,
tutta tua, come prima, per sempre...
E, forte lei adesso d'una forza che la disperazione le dà, si stringe
sempre più a Fiorvante, sempre più l'allontana da Ardea immobile, e
lo trascina, lo trascina, finchè, inciampando e sentendosi mancare,
Fiorvante cade su la panchina e nasconde nelle mani il suo pianto
disperato, soffocato...
Raggomitolato a terra, senza neppur respirare, Pierotto guarda...
Vorrebbe ora, vedendo piangere così il suo padrone, tornare indietro...
Vorrebbe... ma non è più possibile. Tutto è già avvenuto. E Mimì è ai
piedi di suo marito.
E Pierotto, gomitolo buio in un angolo, si fa sempre più piccino,
sopraffatto dalla tragedia, per non esser sentito, per non esser
veduto...
61.
È notte. Fiorvante è nel suo studio appena illuminato da una lampada su
la scrivania. Il marinaio, muto, immobile, è accovacciato a terra, cane
sul tappeto, ai piedi del padrone, attento a ogni gesto del padrone...
Il padrone è li — da quanto tempo? — nel cerchio di luce della
lampada gialla, un gomito su la tavola, il volto nella mano, gli occhi
fissi laggiù nell'ombra, aperti, spalancati su la rovina. Finalmente
Fiorvante si leva per andare alla biblioteca, in fondo, e prendervi un
piccolo libro col quale ritorna alla sua scrivania e risiede, gomito su
la tavola come prima, volto nella mano come prima. E il libro non l'ha
aperto.
Dietro la vetrata del giardino c'è un'ombra bianca, che guarda, apre
la porta e viene avanti piano, leggera. È Mimì, dolore errante per la
casa, da ore, senza parola, senza riposo. Fiorvante non l'ha udita.
L'ha veduta, però, il marinaio e, dalla sua cuccia, le fa cenno
silenziosamente col braccio affinchè vada da Fiorvante e si getti ai
suoi piedi.
— Avanti! Avanti!
Ma invece di venire avanti Mimì va indietro, sempre più indietro
e, ombra, fantasma, senza neppure essere entrata nel cerchio della
lampada, si allontana, scompare. Il cuore vorrebbe. Ma coraggio non
ha...
E Fiorvante ha aperto il libro, a una pagina segnata, dove il suo
occhio sùbito ritrova le parole cognite...
SEGUITO DEL RACCONTO CINESE CHE PUÒ SERVIRE DA CONCLUSIONE.
_Madama Lu amava il cinesino che l'adorava. E tuttavia ell'era fedele
al suo giuramento e resisteva. Fedele, sì, al suo giuramento; ma è
duro, è assai duro rimaner fedeli ai viventi e ai vicini. Più duro
ancora è, in Cina ed altrove, rimaner fedeli ai lontani ed ai morti, ai
morti due volte lontani._
_Quante volte l'elegante cinesino, durante le loro passeggiate fra
le peonie dei bei giardini cinta la vita di Madama Lu, tenta di darle
un bacio... Ma, per fortuna, Madama Lu ha sempre con sè il suo grande
ventaglio bianco che, aperto a tempo, fra bocca e bocca, fa scudo...
uno scudo di piume... alla sua virtù..._
_Duro esser fedeli ai lontani ed ai morti, ai morti due volte lontani.
E più duro ancora, e più triste, dover rinunziare all'amore quando
s'è giovani e tutto intorno, nei fiori e negli uccelli, nel chiaror
dei cieli e nel tepor dell'aria, nei corsi d'acqua e nei fili d'erba,
tutto, tutto, tutto è rinascita, tutto è amore, tutto è primavera..._
_ — Addio! Addio! A domani._
_E Madama Lu, nel giardino in fiore si separa con indicibile strazio
dal bel cinesino e rientra triste, sola, nella sua casa vuota, senza
calore e senz'amore. Ma ella aveva giurato di non baciare altro uomo
prima che la terra fosse asciutta su la sepoltura del suo amatissimo
marito, il signor Tao..._
_E continuan così a vedersi ogni giorno su le due sepolture contigue.
Quante volte il cinesino ha raccolto nella mano un po' di terra, quante
volte l'ha raccolta nella piccola mano Madama Lu, umida ancora!... Ma
se la terra tarda ad asciugarsi i due innamorati, poverini, languono
d'amore.... E un giorno, finalmente, non reggendo più al triplice
invito dell'amore, della giovinezza e della primavera, Madama Lu,
raccolta ancora su la sepoltura la terra ancora bagnata, apre il suo
grande ventaglio bianco e comincia a far vento affinchè la terra su la
tomba di suo marito possa asciugarsi più presto!_
62.
E Fiorvante chiude il libro. La _Storia della Dama dal ventaglio
bianco_ è finita. E sul piccolo racconto filosofico Fiorvante si ferma
a meditare...
63.
Un'ora è trascorsa. Al lume della lampada Fiorvante rilegge la lettera
scritta per Mimì, lettera che poi depone lì, su la scrivania, sotto un
cristallo, affinchè ella la trovi domattina... È una lettera d'addio,
senza rimproveri. Il torto è sempre dei lontani, degli assenti. E chi è
morto non deve ritornare a disturbare la vita di quelli che continuano
a vivere non ostante i giuramenti fatti ai morti. Non c'è posto, fra
gli uomini, nel loro continuo andirivieni, pei fantasmi che ritornano
troppo tardi quando la vita, oltre la morte, è ricominciata...
Una valigia è pronta, lì accanto, col cappello di Fiorvante. Questi fa
cenno al marinaio di prenderla.
— Andiamo!
E vanno, piano, per non destare nessuno, per andarsene così, senza
saluti, senza pianti, così, scomparendo... Giunti su la soglia tra
casa e giardino Fiorvante si volge un'ultima volta a guardare in quelle
quattro pareti il nido distrutto della felicità, le care cognite cose
tanto amate...
— Addio per sempre, casa del sogno d'una vita felice!
E, mentre chiude gli occhi su quel caro mondo che lascia, su quella
felicità sognata e spezzata, un'altra felicità gli appare, lontana ma
raggiungibile: Maud fra le sue donne, seduta a terra su le stuoie della
Residenza, così assorta nel ricordo lontano, nel sogno cui s'è promessa
per tutta la vita, che ad ogni colpo di _tam-tam_ ella sobbalza, quasi
dal sogno felice tornasse, d'improvviso, nel chiuso cerchio della
realtà in cui le ali urtano e si spezzano...
64.
E, fuori, nella luna, d'innanzi alla bianca casetta addormentata fra
stelle ed edera, appoggiato a un albero, mentre aspetta che Pierotto
carichi i bagagli su la vettura che è laggiù, alla voltata, perchè
nessuno possa udirne il nome, Fiorvante ascolta il sogno che muore e
che gli parla:
— Sogno d'eterna e serena felicità io esco, amico, dalla tua vita. E
tu ti trovi solo, adesso, più solo di quando io ti ho incontrato. Ma
c'è una legge suprema che viene a separarci: questa legge si chiama
tempo, questa legge si chiama lontananza, questa legge si chiama
assenza. Non sono io, sogno tuo, nato dall'assenza d'un altro? E non
sono io, sogno tuo, morto nella tua assenza? La volontà della vita
è assoluta: poichè non vuol posti vuoti, fa dell'attesa una vana
parola e un'inutile promessa, fa del ritorno un'inutile speranza e una
folle illusione. Non si ritorna mai a quello che s'è lasciato. Mai si
riallaccia, mai si riannoda quello che s'è interrotto. Se la vita perde
una maglia tutto è da ricominciare. E tu sognasti l'amore, una sera,
una sera di plenilunio come questa, davanti a questo stesso mare, tu
sognasti l'amore e tu fosti forte, per ottenerlo, contro un assente. Ma
l'assente è ritornato. La vita è ricominciata, diversa. E quello che
è ritornato, per riottenere l'amore, è stato a sua volta forte contro
te assente. E ora, poichè il posto è suo, non c'è più posto per te. Io
esco dal tuo cuore. E tu te ne vai. La strada è nemica al destino degli
uomini, è nemica del sogno di felicità poichè ad ogni passo è l'ignoto,
poichè ogni giorno seppellisce nella polvere rossa della sua aurora il
giorno che l'ha preceduto. E, per il cuore, è sempre domani...
Ma un'altra voce parla a Fiorvante, un'altra voce che è quella d'un
sogno nuovo: