Tutto il giorno e tutta la vita vi ho attesa. Altre volte una donna

è entrata, così, nella mia casa e nel mio cuore... E fu, come per

voi tutta una illuminazione... Ma la fiamma, in breve, ogni volta si

spense: vanità, interesse, menzogne, orgoglio, i quattro orrendi e

viscidi tentacoli dell'anima umana vennero a cercare nel mio cuore

il sogno, lo ghermirono, lo soffocarono, lo stritolarono, me lo

lasciarono in cuore, peso morto, pietà schiacciante... Vanità che

fai di un essere umano nato per amare altrui ed essere dagli altri

amato un mostruoso egoismo attorcigliato su sè stesso e che ama solo

sè stesso; interesse che fai nel cuore umano delle cupidigie il solo

palpito e della sopraffazione la sola legge; menzogna che ti annidi

negli occhi più puri, nelle parole più chiare, nei sentimenti più alti

e fai che, dietro ogni fronte che tu adorni di tutte le speranze di

tutte le fiducie, tu senta il dubbio tormentoso di tutte le frodi, e

di tutti gli inganni e per cui quando tu più credi che un'anima è tua

più quest'anima può essere, ferocemente e silenziosamente, contro di

te. Orgoglio, infermità dell'anima d'ogni altra più grande, orgoglio

che fai il cuore cieco a ogni luce, sordo a ogni suono e che dove tu

attendi un'anima pietosa ti fa trovare un'anima implacabile, orgoglio

che, per non piegare, fa un nemico del cuore più amico e maschera

nella beffa di un riso il più disperato desiderio di pianto... Venti

volte ho sognato l'amore ed ho creduto di stringerlo fra le mie

braccia!... in due occhi in cui i miei occhi si specchiavano, in due

mani che s'allacciavano intrecciandosi alle mie, in un respiro che

col mio si mescolava e faceva un respiro solo. E venti volte vanità,

interesse, menzogna, orgoglio hanno svegliato il mio sogno e dalla

volta del Cielo stellato mi hanno inabissato in una fogna... venti

volte quando più credevo d'essere lo scultore dio che aveva dato vita

alla sua statua perfetta mi destavo stringendo nelle mani una bambola

vuota, un sogno di cartapesta. Ma questa volta, no. L'anima tutta si

riaccende nella certezza sublime che il miracolo si compia e che questo

è finalmente e veramente l'amore. L'uomo, che ha tutti i peccati,

tutte le miserie e tutte le vergogne, ha però un potere d'illusione e

di speranza più grande e più intiero di quello ch'è nel cuore di una

donna. Nel giuramento d'eternità dell'uomo c'è almeno l'illusione di

credere, un istante, l'eternità possibile. L'uomo più malvagio più

bugiardo, più mutevole ha, per un istante, veramente e interamente

amato, ha nell'amore annullato sè stesso. Mille e tre volte il sogno

di Don Giovanni è, — per un istante verità, — rinato dalle sue ceneri

bugiarde. C'è l'anima di Romeo in fondo alla curiosità di Lauzun! “Non

si scherza con l'amore„ è il grido d'un uomo che l'amore ha ferito a

morte. Ma quale di voi, donne, non ha con l'amore scherzato, quale di

voi, donne, non ha nascosto il pugnale sotto il merletto, il nostro

pianto sotto il suo sorriso? Ah, dove sei tu, donna che, senza vanità,

senza menzogna, senza orgoglio, vieni incontro all'amore per amare

e non per essere amata, per dare divinamente e non per ricevere, per

sacrificarti e non per sacrificare? Donna, la tua debolezza è sapiente!

Uomo, la tua forza è ingenua! Nel duello quando tu, uomo, più scopri

il tuo petto, tu, donna, più nascondi il tuo cuore. Ti dice, donna, il

tuo specchio ogni mattina, che tu sei nata per essere amata. Come ti

possono vanità e orgoglio permettere d'amare semplicemente, di farti

vittima se sei nata carnefice, di farti schiava se la bellezza ti fa

padrona? Amare, amare... Annullarsi nell'essere amato, vivere della

sua vita e non della nostra, offrire e non chiedere, sacrificare,

rinunziare, dare, dare, dare, unicamente, esclusivamente, follemente

e disperatamente dare; veder nell'altro essere tutte le gioie, tener

per sè tutto il dolore, strappar col nostro sangue tutte le spine

per offrire la rosa senza ferita, questo è l'amore! Sentire d'aver

vissuto invano, di non avere anzi vissuto, tutti i giorni trascorsi

prima d'incontrare l'essere amato, vedere orribilmente vuoti i giorni

che dovranno trascorrere se mai l'essere amato dovrà uscire dalla

nostra vita, e viver la vita giorno per giorno, ora per ora, minuto

per minuto, sventurata o felice a seconda che pena o sorriso son negli

occhi di un'altra creatura, specchio in cui la nostra anima riconosce

solamente la sua immagine: — questo è l'amore! Non aver volontà se

un'altra volontà comanda, non avere ambizione se un'altra ambizione

governa, non aver orgoglio e piegarsi se una mano ci piega, non aver

desiderio che non sia desiderio dell'altro essere, gioire sino alla

follia per un suo sorriso, spasimare fino al delirio per una sua

lacrima, sentire che mai vivremmo così intensamente come se ci fosse

dato di morire per assicurare all'altro essere un attimo di vita di

più: — questo è l'amore! Riconoscere il mondo che già conoscemmo e

trovargli un altro volto sol perchè un altro essere è accanto a noi,

amar tutti gli esseri sol perchè c'illudiamo che un altro essere umano

ami noi, far di tutto una speranza e di tutto un tormento, sentir la

nostra vita chiusa nel cerchio d'un respiro e veder immenso il nostro

orizzonte, guardarsi attorno stupiti e nulla più riconoscere di quanto

fu nostro e ci piacque, giungere a illudersi di poter parlare con

Dio senza chiedergli nulla per noi e tutto per un altro: — questo è

l'amore! Amare una strada sol perchè vi passammo con lei, detestare

un'altra strada sol perchè lei, un giorno, vi passò con un altro,

veder dovunque nel passato, nel presente, nell'avvenire, fantasmi

che ci minacciano e di nulla temere, e credere l'incredibile, e voler

possibile l'impossibile, e sentir finito l'infinito, fermarsi a pensare

al modo di staccare una stella dal cielo se il capriccio di lei vi

chiede una stella, illudersi di poter anche fermare il sole se alla

malinconia di lei quel giorno il riso d'oro del sole dà noia, sentir

la nostra mano piccola tanto grande da poter ghermire il mondo, come un

fiore, per offrirglielo: — questo è l'amore! Questo, questo è l'amore,

e tutto quello che è grande, che è bello, che è pazzo, tutto quello che

difficile per noi ci par facile per un'altra creatura, tutto quello che

per noi impossibile ci par per un'altra possibile. E abolire il tempo

e lo spazio, il passato e il futuro, e far dell'istante l'eternità e

dell'eternità l'istante, sentirsi, misero uomo, invisibile molecola

terrestre, più onnipotente di Dio; vivere in una divina libertà che è

una divina schiavitù, darsi legato in braccio al destino per dirgli di

portarci dove porta lei, girare tutto il mondo intero non muovendosi

da vicino a lei, salir sin negli spazii infiniti rimanendo ai suoi

piedi, veder dovunque un volto e non altro, nell'acqua, nel cielo,

nell'erba che spunta e nella stella che s'accende, nel fiore che

s'apre e nella nuvola che passa, far del sole un suo gioiello e della

costellazione un suo monile, della tempesta dell'aria il suo tormento,

e dell'oceano azzurro la sua pace: questo, questo, questo è l'amore!

Amare, amare così, solo sogno che avvicina l'uomo a Dio, divina follia

e sola bellezza di vivere, esaltazione di tutto l'essere in un altro

e, quando a questa follia l'altra follia risponda, divina comunione,

unità in due corpi, ebrezza di vivere in due vite fatta una tutta la

vita, sola illusione possibile d'immortalità, solo possibile anelito

umano verso la divinità... Che siamo? Due miseri esseri umani, schiavi

delle loro miserie, complicato e insieme elementare congegno di sangue

e di nervi, inchiodati alla terra, condannati a vedere il cielo senza

poterlo toccare, sangue terrestre che il soffio di Dio ha animato senza

farlo divino, poveri corpi schiavi delle più umili necessità, animali

che ogni giorno si nutrono e si vuotano per tornare a nutrirsi domani

nel più umile e brutale istinto di vivere, un maschio e una femmina,

una donna e un uomo, pari ad altri milioni di uomini, pari ad altri

milioni di donne, perduti, confusi, sommersi nell'immenso gregge tutto

eguale in marcia per un inutile cammino verso un destino sconosciuto,

condannati a cadere d'un tratto, ai margini della strada, senza saper

quando e senza sapere perchè. Ma se l'amore tocca e avvicina due di

questi esseri, due di queste pecore che van fra le pecore, se amore

scalda e illumina del medesimo calore e della medesima luce due di

queste anime e due di questi corpi, il miracolo si compie, il soffio

di Dio è nel bacio degli amanti e ognuno mette nell'anima dell'altro e

il sogno e il potere delle divinità. E i corpi si staccano dalla loro

crocifissione terrestre, e le anime si trasfigurano, e l'uomo e la

donna, non più umani, si elevano, s'innalzano, nell'amplesso felice e

completo, su nell'azzurro dei cieli verso Dio che guarda geloso coloro

che seppero nel prodigio strappargli il mistero della sua onnipotenza.

Questo, questo, o donna unica della mia vita, questo è l'amore che io

offro, questo è l'amore che io vi chiedo.

LA DONNA.

Vecchio fanciullo di quarant'anni che parli d'eternità ed hai già

grigie le tempie e carico il sangue di veleni che il tuo corpo, non

più giovane, non può già più bruciare, vecchio fanciullo poeta, il

tuo sogno è bello e tu canti con tanto fervore e da tanto tempo la

tua bugiarda canzone che hai finito per crederla vera. Ma questo tuo

amore d'angeli umani, questo tuo amore che riconosce il fango terrestre

sol per soffiarvi dentro lo spirito della divinità, non è quello che

altre donne ti han dato e non è quello che io posso darti. Vanità,

interesse, menzogna, orgoglio, quattro viscidi tentacoli che tengon

legata alla terra l'anima umana assetata d'amore e le impediscono di

levarsi su negli spazi infiniti. Così tu hai detto. Ma è forse in tuo

potere distruggere questi tentacoli che sono il peso e la condanna

delle creature umane, le sue armi d'offesa e di difesa, le forze con

cui si muove su la terra poichè Dio volle darle le pupille levate in

alto per guardare il cielo ma non le ali per salirvi, librarvisi e

purificarvisi? Come vuoi tu che io mi liberi, per il tuo amore, dalle

mie vanità se ogni giorno ho davanti a me lo specchio per ammirarmi, se

ogni giorno ho da lui parole così lusinghevoli che nessun amante saprà

mai dirmi più ardenti e più persuasive, se ad ogni ora il desiderio

degli uomini che passano accanto a me mette su la mia strada la lode e

l'esaltazione?

Tu mi vuoi bella ma vuoi che io non mi sacrifichi alla mia bellezza,

tu mi vuoi di tutte più bella ma non vuoi, che io tragga da questo

trionfo una ragione d'egoismo, il senso esaltato od esasperato della

mia persona. Tu vuoi la fiamma senza la luce, tu vuoi il calore senza

il fuoco, tu vuoi la bellezza senza la gloria d'essere bella. Tu vuoi,

poeta, l'impossibile. E tu rimproveri all'amore l'interesse, che lo

ispira e lo dirige, tu, tu rimproveri all'essere umano d'ubbidire

al suo primo istinto che è quello di difendersi, di conservarsi, di

esaltarsi nel sacrificio altrui invece che di diminuirsi nel proprio

sacrificio. Tu concepisci un amore disinteressato, mortificato e

rinunciatario in cui la creatura umana porti una fede altruistica

d'apostolo e uno spirito eroico di martire. No. La creatura umana

chiede all'amore gioia, pienezza di vita, voluttà di essere. Chiede

questo per sè per il suo bisogno, e all'altro concede di dividere sol

quanto ella possegga. E tu rimproveri all'amore la menzogna perchè

l'amore vive di menzogna. Ma sei tu certo che non gli rimprovereresti

la verità se fosse possibile all'amore vivere di verità? Se tu

mi rimproveri di dirti che ti amo nell'ora in cui non ti amo, mi

concederesti tu di dirti che non ti amo? Ammetteresti tu di poter

amare da solo? Vorresti avere tu la coscienza di dare senza ricevere?

Quando tu mi guardi negli occhi per trovarmici l'anima non chiedi

tu, disperatamente, ad ogni costo, la mia menzogna con i tuoi occhi

che implorano l'illusione, con la tua voce che trema per paura della

verità? E se io finisco d'amarti quando tu mi ami ancora sei tu pronto

ad ammettere l'iniquità di questo diverso destino o non pretendi

piuttosto che il mio cuore simuli di risponderti ancora quando non

ti risponde già più? Sì. Tu mi hai fatto giurare, una sera, che se un

giorno finirò d'amarti quando tu mi amerai ancora io avrò il coraggio

di dirti la verità, di spezzare la tua infelice illusione. Ma tu

accettavi quella sera un dolore che speravi, che contavi di vederti

risparmiato; tu parlavi di morte dell'amore, quella sera, quando tu

credevi il mio ed il tuo amore immortali; tu parlavi di morte come di

morte parlano i giovani: cioè come d'una spada sospesa non sul loro

capo ma sul capo degli altri. E tu mi rimproveri l'orgoglio. E in

che soffri tu, se non sul tuo orgoglio, quando tu rimproveri a me il

mio gesto o la mia parola orgogliosi? Contro il mio orgoglio che ti

domina non è forse orgoglio la tua umiltà mistificata? Non vorresti

tu strapparmi dalle mani lo scettro per esser tu ad imperare? Non

vorresti tu non essere sopraffatto per poter liberamente, a tua volta,

sopraffarmi? Pretende mai qualcuno che altri liberi un trono per

lasciarlo vuoto? Tu ti proclami schiavo di me e l'esercizio del tuo

governo ti spiace? E a che altro tende la tua simulata schiavitù se

non a far me schiava per poter tu governare? Se tu non fossi come me

fiero di te stesso perchè mi rimprovereresti la mia fierezza? Se tu non

fossi come me intransigente in che ti dorrebbe la mia intransigenza?

E ti farebbe soffrire la mia implacabilità nel mio orgoglio se tu non

fossi come me, nel tuo orgoglio implacabile? Tra due amanti quello che

rimprovera nell'altro il suo orgoglio, quello che non può esercitare

il suo, poichè solo l'orgoglio può riconoscere l'orgoglio. Solo il

desiderio d'opprimere può riconoscere l'oppressione. Che chiedi tu

dunque, o poeta, a me donna, a me essere umano? Chiedi a me altro,

forse, che non essere quello che tu sei? Mi rimproveri altri mali

forse, che non siano i tuoi stessi mali? Pazzo poeta d'una tortura

che è in te che tu vuoi far essere in me, fantastico creatore d'una

felicità impossibile in un impossibile unità d'un dualismo, vuoi tu

che io donna non sia donna, che io essere umano non sia umano? Vuoi

tu che io senz'ali voli, che io, condannata alla terra, non tocchi

terra? Ma apri gli occhi, vecchio fanciullo, guardati attorno e vedi

più in là del cerchio luminoso del tuo sogno che t'acceca, col suo

folle splendore, ogni altra vista. Guarda l'amore e la gioia dell'amore

così come sono nel mondo che ti circonda e non fra gli angeli che ti

sovrastano. Riconosci all'amore così com'è una grande nobiltà nel solo

desiderio di un'elevazione che l'inguaribile peso umano fa impossibile.

Riconosci che è già bello che l'amore sia sogno anche se non può mai

essere altro che sogno.

(La donna ha parlato. Il poeta l'ha ascoltata in silenzio,

senza interromperla. A mano a mano i suoi occhi socchiusi alle

prime parole, si sono aperti, sempre più, come se riconoscesse

quell'interlocutrice ch'egli riconosceva per la prima volta.

Aspettava da lei nuova, una parola nuova. E son venute da lei,

ch'ei credeva diversa da tutte le altre, le parole già dette da

tutte le altre. Ed ora, quand'ella ha finito, mentre nell'ombra

della stanza trema rossa e gialla la fiamma del camino e nel

suo silenzio scoppietta ardendo la legna, il Poeta abbassa a

terra lo sguardo, apre in un gesto desolato le braccia).

IL POETA.

Ma io ti chiedevo, o donna nuova che sembravi da tutte le altre

diversa, donna apparsa nella mia vita come un ultimo sole quando il mio

destino è per entrare nel crepuscolo dell'eterna notte, io ti chiedevo

un sogno che potesse durare come sogno fino al punto di credere che

il sogno fosse diventato realtà. Ci son due modi perchè il sogno sia

raggiunto: trasformare il sogno nella realtà o prolungare tanto il

sogno ed il sonno che la realtà non possa più venire a destarci. Tu mi

parli, invece, quello che tutte le altre mi hanno parlato: un sogno a

scadenza, un sogno che già prevede il risveglio, l'illusione dorata

o fantastica d'una notte di più. No, no, no... Io ho paura oramai,

tremendamente paura delle mattine in cui ci si risveglia nella miseria

dopo il sonno dorato, non voglio più che una donna mi ponga per un solo

e breve sogno tra le sue braccia per farmi credere come il calzolaio

ubriaco di Shakespeare. No. Se sognar per sempre non è possibile,

meglio è rimanere in questo mio melanconico dormiveglia sentimentale,

in questa penombra e in questa solitudine, chiusa la porta sul ricordo

di quelle che se ne sono andate, chiuse le finestre alla curiosità

di quelle che potrebbero per la mia strada passare. Che vuoi tu che

m'importi di una notte d'amore, d'una notte di sogno di più. Io ne ebbi

già mille. Mille sogni ho già avuti ridotti in un mucchietto di cenere

più piccolo di quello che la brace spegnendosi fa in questo camino che

t'illumina nella tua inutile bellezza... Va. Ritorna fra gli uomini che

possono contentarsi della tua breve offerta, della tua caduca felicità.

E lascia qui, solo, silenzioso, me poeta di un impossibile che se fosse

stato possibile mi avrebbe fatto maledir la vecchiaia mentre adesso,

invece, mi è così dolce invecchiare, sentir il cuore che si raffredda

e si spegne ogni giorno di più. No.... Non parlare. So quello che tu

vuoi dirmi. Vuoi dirmi che mio è il torto di non saper cogliere, nelle

ore che fuggono, una felicità passeggiera, di non sapermi accontentare,

io, uomo, della ricchezza degli uomini, ma di pretendere, poeta,

la ricchezza d'un Dio. So tutto questo. Ma mille volte, una sera,

mi sono accontentato e mille volte al mattino, ho pagato con la mia

disperazione l'errore di aver accettato la mediocrità. Mille volte,

accendendo la sera accanto a un volto di donna, la lampada d'una nuova

illusione, ho trovato al mattino, quando la lampada si è spenta, più

squallido il giorno, più stupida e vuota l'immensa faccia gialla del

sole. Mille volte la mia canzone d'amore cantata alla sera, quando

l'immenso silenzio della notte favorisce l'illusione che il destino

possa esser chiuso in una stanza e in un cuore, mi ha fatto sentire più

sciaguratamente desolate le mie mattine e i miei risvegli senza musica.

Mille volte il giuramento d'eternità che l'amore bugiardo sospira mi ha

fatto sentire più disperata la vanità dell'ora che fugge. Vattene, te

ne prego. E richiudi, per sempre, la porta. Offri ad altri uomini meno

assetati e meno affamati di me, la tua scarsa bevanda e il tuo tozzo

di pane. Porta ad altri il tuo amore terrestre fra un cappello nuovo

e una bugia vecchia, fra uno specchio e un egoismo, un orologio che tu

guardi e un'eternità che prometti e in cui non credi. Vattene, donna,

fra le altre donne. E chiudi la porta, chiudi per sempre, la porta.

È inutile che altre vengano se anche tu sei venuta invano. Ti sono

solamente grato di aver parlato come le altre non parlano, d'esserti

fatta riconoscere quando io credevo di non averti conosciuta mai. Se

è più grande per te, la mia melanconia, tu non mi hai dato, mia sola

amica, dolore. Vattene. E chiudi la porta, chiudi, per sempre la porta.

Io resto qui, vecchio fanciullo, poeta dell'impossibile, a cantare a

me stesso, solo a me stesso, la mia canzone bugiarda, la canzone della

verità.

(E la donna è uscita. Ha piano piano richiuso la porta,

richiuso per sempre la porta. E il poeta si leva dalla sua

poltrona, traversa nella penombra la stanza, risiede alla sua

grande tavola. Va la sua mano tremante alla seta e ai merletti

della lampadina elettrica. Cerca una piccola chiave. E di

nuovo la Duchessa delle Nebbie, spenta poco prima per sempre,

risplende nella sua nuvola rossa. E di nuovo il poeta, che

poco prima le aveva detto addio per sempre, torna teneramente

a parlarle).

IL POETA.

Rieccomi a te, Duchessa, luce rossa, nebbia rosea, nebbia di sogno,

sempre uguale, così al tramonto come all'aurora. A te sola posso

cantarla, senza timore di risveglio, la mia canzone bugiarda di vecchio

poeta fanciullo. Tu sola sai ascoltarla, fantasia, sogno, bambola,

illusione, donna e sola verità. Vanità, interesse, orgoglio, menzogna

non hanno posto nel cerchio rosso della tua leggera veste illuminata.

Tu non hai, Duchessa, solo amore, unica amante, che tutto quanto io ti

presto, che tutto quanto piace a me di donarti. Creatura del mio sogno,

perdonami. Io ti ho spenta, poc'anzi perchè credevo possibile nella

realtà la tua luce e la tua poesia. Ho sbagliato, una volta di più, e

per l'ultima volta. Io ti ritorno davanti, stasera, come in quella sera

lontana in cui tu ti accendesti nella bottega dell'antiquario ed io, al

tuo primo splendore, m'innamorai di te. Canterò a te, mia innamorata,

la canzone del sogno senza risveglio, dell'oggi senza domani,

dell'amore che è amore, del poeta che vuol da una donna ciò che nessuna

donna può dare perchè nessuna donna è poeta. E sino a quando non sarò

più vecchio ancora, fino a quando i capelli grigi divenuti bianchi non

faranno grottesco che io parli d'amore anche a te, Duchessa, io darò

a te, Duchessa, tutto il mio amore, io chiederò a te tutto il sogno

d'amore, a te lampada, a te bambola, a te sola donna fra tutte le

donne, a te che sola puoi dare quel sogno d'eternità che è delle cose,

Duchessa, e non delle persone, che è delle bambole, Duchessa, e non

delle donne; chiederò tutto a te, infinita innamorata mia, a te che sei

donna solo a metà poichè più giù del busto non sei più che luce e più

giù del cuore altro non sei che fantasia.

Storia della Dama dal ventaglio bianco

Non c'era al mondo ventaglio più bianco e più grande di quello di

Madama Lu...

Cina, racconti e paesaggi cinesi, fantasie del Celeste Impero, nel

mondo dei favolosi incanti dove le donne son fiori e dove gli dei son

di porcellana, piccolo immenso mondo giallo fiorito di crisantemi

e di peonie, dominato da draghi e da vampiri, favole di lontananza

e d'impossibile, sotto cieli verdi e rossi, in giardini fioriti tra

salici e bambù, sotto il dominio di piccoli iddii multicolori d'Estremo

Oriente, favole d'un mondo vecchissimo e nuovissimo ancora...

RACCONTO CINESE CHE PUÒ SERVIRE DA PREFAZIONE.

_Madama Lu, bella signora cinese, era la sposa amante e riamata dal

signor Tao, giovine letterato d'Estremo Oriente. Sposi da pochi anni,

si amavano di tenerissimo amore ed eran felici, come solo in Cina

sanno esser felici i giovani e gli innamorati. Eran tutt'il giorno lì a

guardarsi, a parlarsi, a sbaciucchiarsi, per poi guardarsi, e parlarsi,

e sbaciucchiarsi di nuovo. Giuocavano all'amore come si giuoca a mosca

cieca per la gioia di perdersi e di ritrovarsi fra gli alberelli nani

del loro giardino. Ed erano nell'amore sicuro e lieto così felici che

ogni sera, prima di riposare, ringraziavano per tanta felicità i loro

Iddii verdi e rossi e i Dragoni di porcellana._

_Senonchè, nel fior dell'età, a ventiquattr'anni, il signor Tao venne

improvvisamente ad ammalarsi. Invano madama Lu gli prodigò tutte

le sue cure più affettuose, invano i medici più sapienti furono da

ogni parte raccolti a consulto. La scienza lo dichiarò spacciato. Si

disperò, madama Lu, e cercò di tener nascosta al suo adorato compagno

la terribile condanna che la lasciava vedova in così tenera età e in un

così felice amore. Ma il signor Tao fu chiaroveggente e comprese che la

sua fine era prossima. Solo per il suo amore gli dispiaceva di morire

e, povero signor Tao, non poteva sopportare l'idea di lasciare al mondo

madama Lu, nel fiore dell'età e della bellezza, perchè altri l'amassero

dopo di lui e avessero da lei quella felicità cui egli doveva, morendo,

rinunziare._

_Usciti i celebri medici, fu tra il signor Tao e la sua bella signora

la scena straziante dell'inevitabile separazione. E Tao disse a madama

Lu il suo dolore supremo: quello di lasciarla sola in mezzo alla vita._

_Nell'udir queste parole disperate, commosse e commoventi, madama Lu si

staccò dal suo sposo e corse a prendere i Dragoni di porcellana:_

_ — Giuro su tutti gli Dei — ella disse — che ti seguirò nella tomba!_

_E giurò. Ma Tao le tolse di mano i Dragoni di porcellana affinchè non

corresse il rischio di romperli inutilmente per un giuramento falso e

scosse il capo negativamente:_

_ — Non giurare mai quello — egli rispose — che tu sai di non poter

mantenere..._

_Docile, ubbidiente e ordinata — e sopratutto per prendere tempo

— madama Lu corse a rimettere a posto i Dragoni di porcellana. Poi

ritornò al suo sposo e gli disse:_

_ — Se gli Dei mi condanneranno a vedere ancora la luce quando tu, Tao,

non potrai più vederla, giuro che non prenderò mai un secondo marito e

che ti rimarrò sempre fedele..._

_Anche a questo secondo giuramento rispose l'incredulità di Tao che

continuò dapprima a scuotere negativamente la testa. Indi prese fra le

mani la bella fronte di madama Lu e, guardandola in fondo agli occhi,

con un malinconico sorriso, le disse:_

_ — Non giurar neppure questo perchè neppure questo sarà...._

_E madama Lu, non sapendo come poter consolare l'amato bene, si diè a

piangere disperatamente fra le braccia del signor Tao._

_Il quale signor Tao, essendo poeta, volle morire in piedi, nel suo

giardino, tra le peonie in fiore. E lì, nel piccolo giardino, tra gli

alberelli nani, nel morir del crepuscolo del giorno e della vita, il

signor Tao attese la morte mentre la diletta sposa gli faceva ogni

tanto, quasi per salutarle tutte, odorar le peonie ch'egli adorava. Non

reggendo a tanto strazio madama Lu, che aveva, come han tutte le donne

e quasi tutti gli uomini, bisogno di giurar sempre qualche cosa pur di

giurare, gridò al signor Tao morente:_

_ — Lasciami almeno giurare che per cinque anni non mi rimariterò..._

_Ancora il signor Tao sorrise scrollando il capo negativamente; e,

fissata madama Lu negli occhi, sempre più malinconicamente sorridendo,

le disse:_

_ — Non giurare neppure questo... Cinque anni sono lunghi._

_ — No, no, non sono lunghi... — aveva l'aria di dire madama Lu che

intanto riduceva il numero delle dita e degli anni nel giuramento: da

cinque quattro, da quattro tre, da tre due... E avrebbe ridotto a un

dito solo, a mezzo dito, a un anno, a mezzo anno, se il signor Tao, per

rispetto di sè, non le avesse coperto la mano..._

_Quando il sole tramontò, il signor Tao si sentì prossimo a morire e,

solo nel giardino crepuscolare, chiamò gente in suo soccorso. Madama

Lu fu la prima ad accorrere e il signor Tao, sollevatole il volto, la

guardò ben bene negli occhi e le disse:_

_ — Questo solo tu devi giurarmi, mia Lu adorata... Io non ti chiedo

di più... Ma tu devi giurarmi, per la mia pace che tu non bacerai altro

uomo finchè non sarà asciutta la terra che ricoprirà la mia tomba!_

_Madama Lu levò la testa, per giurare. Il signor Tao reclinò la

sua, per morire. E quando i famigliari accorsero nel giardinetto

crepuscolare, tra gli alberelli nani, non trovarono che Madama Lu

occupata a piangere disperatamente sul suo caro amore defunto._

_E, pochi giorni dopo, fedele al triste giuramento, madama Lu, reggendo

fra le mani il suo più grande e più bianco ventaglio bianco, piangeva

inconsolabilmente su l'immatura tomba del signor Tao ch'ella adorava.

E la terra appena smossa, che ricopriva il caro sposo, era tutta umida

sotto i suoi piedi._

Qui finisce la prefazione cinese e incomincia il racconto, buono per

ogni tempo e per ogni paese.

PARTE PRIMA

1.

Squilla una tromba nel vuoto silenzio del mare. Un marinaio, la mano

a berretto, offrendo con l'altra la sciarpa azzurra, s'è avvicinato a

Fiorvante appoggiato al bastingaggio. D'improvviso il giovane tenente

di vascello richiude il libro e la lettura della _Storia della Dama dal

ventaglio bianco_ si fermò qui, quel giorno. Rientra, Fiorvante, dal

mondo delle favole in quello della realtà. Non è più ora di leggere e

di sognare. È l'ora del suo «quarto di guardia». Riconsegna il libro

delle favole al marinaio. Cinge la sciarpa azzurra e va verso la

scaletta di sinistra a dare il cambio al suo compagno...

2.

Due alti e sottili vasi di cristallo nelle mani, venendo di corsa dalla

serra Mimì, Mimì gaia fioraia, entra correndo nel retrobottega del

suo magazzino di fiori. Tutti la conoscono, Mimì, nella piccola città

di mare, dove tutti i legni della squadra vengono, a periodi, a far

lunghi scali. È li, sul lungomare, il suo bel negozio tutto a vetrine

bianche con la bella scritta d'oro su la mostra: _Mademoiselle Mimì,

fleuriste_. L'ha ereditato dal padre quel negozio, ma l'ha fatto lei,

lei col suo assiduo e infaticabile lavoro, lei col suo spirito audace

e intraprendente, lei col suo garbo delizioso per cui comprar fiori

da lei è una delizia: viene voglia, ad entrar da lei, di non andarsene

più, tanto è carina, tanto è aggraziata, tanto è un fiore tra i fiori.

Perchè la chiamano Mimì? Come la sua graziosa amica di un'opera famosa,

non sa. Sa che l'hanno sempre chiamata così e che Ersilia — il suo vero

nome, che ella detesta — non l'ha mai chiamata nessuno.

— Ragazze, ragazze, meno chiacchiere e più lavoro...

E le ragazze che cinguettavano attorno ai due grandi tavoloni carichi

di cesti e di fiori fanno silenzio e si rimettono al lavoro con zelo

provvisorio.

— Domani c'è ballo a bordo della _Pisa_. Se andiamo avanti così i

trenta festoni non saranno mai finiti per domani a mezzogiorno...

Il trampolino per le stelle: Tre dialoghi e due racconti · 第 8 / 13 段