E vuole sciogliere le mani dalla stretta ferrea di Claudio. Ma questo

resiste e la tiene. Grazia lotta, si divincola e riesce a liberarsi...

— Andate, andate, gli grida... Vi aspettano. Addio!

E lo sospinge fuori proprio nel punto che Rosetta riappariva su la

porta a chiamare Claudio. E poi, quando Claudio è uscito, per la

stessa porta da cui entrò la prima volta — (lo scopettino in mano e

don Giovannino che non capiva... che disperazione!) — appena Claudio

è uscito, per sempre. Grazia cade a terra come un povero mucchio di

cenci, un povero mucchio di cenci sotto cui è qualche cosa ancora d'un

po' vivo, qualche cosa che altro non è più che un sussulto...

LXVI.

RIVEDERLO PER L'ULTIMA VOLTA.

Un'ora dopo Grazia è nella piccola piazza di Collina Verde, ferma

contro il parapetto della terrazza che affaccia su la strada maestra

da cui Claudio e Rosetta, partendo, dovranno passare... Poco prima,

cadendo a terra, ha battuto la fronte contro un mobile, e la ferita

ha fatto sangue. E ora lì, sotto i veli neri che tutta la coprono,

Grazia ha attorno alla fronte una fasciatura bianca... Come ritardano

a partire... Grazia non si regge più in piedi. Ma ecco, lassù, polvere

in aria, un gridare e un correre di ragazzi:

— Viva, viva gli sposi!

E due vetture, due grandi _landaux_ di paese scoloriti e tirati da

cavalloni con certe code lunghe fino a terra, vengono giù per la

discesa. Nella prima vettura Rosetta e Claudio e il conte Spada,

fermo e impettito lì, al terzo posto, con l'aria dell'uomo abituato

ad accompagnare regine. Nell'altra vettura don Giovannino e gli

altri amici. Accompagnano tutti gli sposi per qualche chilometro, per

festeggiarli ancora...

Eccoli, eccoli... Ora sono lì sotto, davanti a Grazia che agita in

aria il suo fazzoletto. Due fazzoletti, farfalline bianche laggiù,

le rispondono dalla prima vettura, e l'ossequiosa scappellata del

nobilissimo conte...

La vettura è passata, rapida. È già laggiù dove la strada rivolta il

suo nastro giù per il monte e scompare. Ora non è più, scomparsa, che

un po' di polvere in aria. Ma Grazia continua ancora a salutare, a

salutare... con quel fazzoletto che si agita lento, lento, lento, e non

saluta gli sposi che non possono più vederla, ma saluta l'amore che se

n'è andato, saluta il sogno che è per sempre finito, saluta la vita,

tutta l'immensa vita, cui ella dice per sempre addio...

Addio!

LXVII.

ADDIO!

Ancora una volta, nera nel nero mantello, avvolta nei suoi veli, ancora

una volta — e l'ultima! — Grazia è alla porta del convento. La suora

guardiana apre e il corpo di Grazia precipita dentro, abbandonato,

come morto, a terra. La suora guardiana la soccorre, la rialza e

l'accompagna per il viale dei cipressi verso lo spiazzo dove, al sole,

tra i fiori, è un andirivieni lento e bianco di suore. Ma Grazia non ha

la forza di giungere fin lì e si ferma in quella cerchia di cipressi,

in quella fredda ombra verde, appoggiandosi a un albero. Suor Ghiottona

ha chiamato, sgomenta, le suore. E sono tutte accorse, attorno a

Grazia, sgomente anche loro. E la Madre Badessa ha preso Grazia fra le

braccia, mentre la fanciulla, abbassando il volto sul petto di lei, le

sussurra:

— Madre... Madre... Sono qui per morire... per morire in mezzo a voi....

Che possono dirle le povere e buone amiche della Collina Verde? La

vedono pallida, magra, distrutta, senza sangue, senza vita, tanto

bella, più bella ancora in quello sfiorimento di tutto l'essere. Che

possono dire? Che possono fare? Sanno tutte, oramai, la tragedia

di Grazia. E stringono ancora più il cerchio attorno a lei sempre

appoggiata al tronco del cipresso. Ancora più forte la Madre la stringe

fra le braccia. E Grazia dice, in un sospiro:

— La mia vita è finita... La mia vita l'ho vissuta... nella felicità di

un'altra...

E, muovendo lentamente la mano nell'aria, volge il capo e sorride:

— Come te, come te, mio povero amico Cirano!

E, all'albero accanto a quello contro cui è appoggiata, l'allucinazione

le fa vedere... Sì, sì, è lui, è lui... È Cirano, come lei finito, come

lei morente, come lei tutto nero, con quell'ultimo segno bianco attorno

alla fronte, quell'ultima fasciatura dell'ultima ferita e dell'ultimo

dolore...

E quando i suoi occhi impietriti non vedono più ciò che gli altri

non vedono, Grazia torna a girar la testa e a prender la mano della

Badessa:

— E, come lui il suo pennacchio, io porto a Dio il mio martirio!

Le bianche amiche della Collina Verde vorrebbero tutte avvicinarsi

ancor più a Grazia, abbracciarla, baciarla, tentare ancora di

confortarla... Ma Grazia, pronta, le ferma tutte col gesto. Ha un'altra

volta gli occhi impietriti, il volto trasfigurato nell'allucinazione:

— Largo... Largo... Lasciate posto... C'è gente che viene...

E le pare che dagli alberi, da tutti quei cipressi lì attorno, da quei

pini laggiù, da dietro quelle siepi, da quei vasi di fiori escano,

tutti bianchi, tutti rosei, tutti biondi, bambini, tanti bambini che

vengono tutti verso di lei, che le si stringono tutti attorno...

— I bimbi... I bimbi che avrei voluti avere... I bimbi che avrei voluti

amare...

E le pare di toccarli, le par di sentirseli attorno. Ha i riccioli

d'oro nelle sue dita convulse e, nell'estasi suprema, il volto di

Grazia s'illumina, si trasfigura, si fa divino. È la Sposa senza

macchia, è la Madre bianca!

Ma anche quella visione è scomparsa... Come le batte il cuore e come è

stretta, da una mano di ferro, lì, in mezzo al petto... Grazia con una

mano saluta... L'altra l'ha lì, in mezzo al petto, a tentar di fermare

quella mano di ferro che dentro le strappa il cuore e la vita... E,

nel bianco cerchio delle suore che sempre più s'allarga attorno a lei,

sotto gli alberi immensi, nell'infinito silenzio, il piccolo corpo nero

della martire s'irrigidisce e, nell'ultimo spasimo contro il tronco

dell'albero, resta fermo, già morto, un istante...

Poi, d'un tratto, di piombo, precipita.

La Duchessa delle Nebbie

PERSONAGGI.

UN POETA

UNA DONNA

UNA LAMPADINA ELETTRICA.

La casa di un Poeta. È il crepuscolo. Su la tavola è accesa

una luce rosea; è una damina del Settecento, un piccolo Sèvres

delizioso che finisce al busto, dal quale discende una larga

veste di seta rossa sotto cui la luce elettrica splende.

È una lampadina elettrica originale, più che una lampada

elettrica, una veilleuse bizzarra per le fantasticherie d'un

poeta. Questi, che ha quarant'anni e tutta la malinconia

dei quarant'anni, la malinconia della vecchiaia che non sa

ancora sorridere perchè non ha saputo ancora dire addio alla

giovinezza, è seduto alla scrivania, con i suoi capelli grigi,

con la sua anima stanca, col suo sogno instancabile. È un poeta

rinsavito; più che scrivere, sogna; più che far versi, cerca

rime impossibili; più che sporcare altra carta, preferisce

parlare lunghe ore con la damina rossa, con l'amica luminosa

e silenziosa che sa ascoltarlo senza contraddirlo mai, col

piccolo Sèvres dall'ampia gonna di seta che è accesa giorno e

notte su la sua tavola e sul suo sogno. È, una volta di più

il colloquio delle ore vuote, delle giornate grigie, delle

malinconie indecise, delle rinunzie approssimative, delle

rassegnazioni senza rassegnazione. Fuma e parla, il poeta,

parla e fuma; e le sue parole vanno in fumo ancora più delle

sue sigarette. Al piccolo Sèvres rosso e luminoso il fumo

non dà noia: nè quello dei sogni nè quello delle sigarette. È

abituata a vivere nella sua nebbiolina rosea e leggera giorno

e notte, notte e giorno; ed è nebbia ella stessa. Il suo

poeta, che è il suo innamorato, il suo innamorato che è il suo

poeta, l'ha battezzata così: «la duchessa Aurora delle Nebbie»

nell'Almanacco di Gotha del mondo delle fantasticherie. Aurora

e Nebbia son le sue due poesie, la sua sola poesia; rossa

splende come l'aurora di una realtà possibile; avvolta di sete

e di veli disperde la sua luce nelle nebbie in cui si perdono e

sfumano i bei sogni impossibili. È una donna solo a metà. Più

giù del busto non è più che luce; più giù del cuore altro non

è che fantasia.

IL POETA.

Senti? Piove ancora... È tutto il giorno che piove e noi le abbiamo

sentite venir giù, tutto il giorno, io e te, la pioggia e la

malinconia...

(Il domestico apre piano la porta. Entra. La sua mano gira

rapidamente il commutatore elettrico per accendere le esili

appliques rosee che sono attorno alle pareti coperte di

damasco verde. Ma sùbito la voce del Poeta corregge il gesto

brutale del domestico e fa tornare la penombra nella stanza

e la Duchessa delle Nebbie a tutt'il suo splendore un attimo

attenuati da una luce più pallida ma più sfacciata della sua).

No. Spegnete. Non c'è ancora bisogno d'altra luce. Non è ancora sera.

E questa luce basta perchè possiate riaccendere il fuoco e distribuire

i fiori nei vasi.

(Il domestico ha rispente le appliques rosee. Ora accende il

fuoco nel caminetto. Poi distribuisce nei vasi, come luci nella

penombra, le rose bianche che portava sul braccio. Si sente dal

di fuori il ticchettio della pioggia sui cristalli della

finestra, il rumore lento di una vettura, l'urto stonato di una

tromba di automobile. Si sente da dentro il crepitìo delle

fascine nel caminetto. E, quando il domestico ha finito ed è su

la porta per uscire, il poeta avverte:

«_Fate attenzione. Aspetto gente. Fra mezz'ora_». E quando il

domestico è uscito, il poeta guarda al suo polso sinistro il

piccolo orologio d'oro e riprende a parlare con la Duchessa

delle Nebbie:)

Abbiamo ancora mezz'ora per parlare e in mezz'ora si possono dire tante

cose, o, almeno, quelle che dobbiamo dirci noi...

(Trae di tasca il portasigarette. Accende una sigaretta.

Fuma....)

Ma, vedi, ho acceso un'altra sigaretta per prendere tempo, e per

prendere coraggio, perchè non so da dove incominciare. È la sorte dei

poeti, questa: poichè non sanno mai, coi loro versi, dove andranno

a finire, non sanno mai, in prosa, trovare il principio... Ma io

comincerò da un ricordo... Il ricordo della sera in cui ci siamo

conosciuti, io e te, duchessa... Ero dal mio antiquario, a curiosare,

a perdere tempo, in una sera di malinconia... Che malinconia, quella

sera!... Una volta di più, due ore prima, una donna mi aveva mentito,

un amore era caduto. Ed io cercavo di essere forte, di provare a

me stesso che il disastro non era niente, che tutto era come prima,

che la vita continuava tranquilla... Mi dicevo: “Lei non soffre...

A quest'ora, mentre io non so dove andare, mentre io non so se

camminare o star fermo, mentre io mi lascerei cadere a terra, qui,

dove sono, come un animale ferito a morte, lei è dalla sua modista

a provare cappellini, o dal suo _coiffeur_, i capelli sotto i ferri

di _monsieur_ Pierre, le unghie nelle mani di _mademoiselle_ Rose

e tutto il suo cuore lì, preso, come sempre, nella sua vanità e nel

suo egoismo...„ E mi dicevo: “No, non devo soffrire neppure io...„

E avrei voluto anch'io una chioma da fare ondulare e biondeggiare,

una mano, già curata, da far curare ancora... Ma dove sarebbe stato,

in circostanze simili, il mio cuore? Io non ho vanità per occuparlo

o egoismo per alimentarlo... Io amavo lei, per lei... Lei amava me,

per sè... Ecco tutta la diversità fra noi, la causa dell'urto e della

rottura e la spiegazione di tutta la sua serenità e di tutto il mio

tormento... Rientrare a casa mi faceva paura... Ritrovarmi solo fra

le cose solite... Ed entrai lì, dall'antiquario, sperando che le cose

belle avrebbero potuto per qualche tempo allontanarmi dai miei pensieri

cattivi... E lì, nella penombra di quello stanzone senza luce, appena

rischiarato dai fiammiferi che l'antiquario accendeva per farmi vedere

una vecchia portantina riverniciata e rifoderata di fresco, ti vidi

lì, nell'angolo di un canterano, mezza schiacciata da un paraventino,

addossata con le spalle al muro... Ti vidi così, piccolo Sèvres, con

la tua veste rosea che nell'ombra era scura, mortificata, trascurata,

dimenticata... E, al mio grido, l'antiquario ti prese, ti portò

avanti, ti mise nel bel mezzo d'un tavolino di Bull, e portò sino al

muro il lungo cordone rosso che usciva di sotto la tua sottana. Tu ti

accendesti, duchessa. La tua veste scura fu un fiore roseo nell'ombra,

ed io m'innamorai di te. M'innamorai di te, perdutamente, in un minuto

e non ebbi pace finchè non ti ebbi sotto il braccio, tutt'avvolta di

carta velina... E ti portai via, via, di corsa, verso casa, come se

ti avessi rubata, come se ti avessi rapita... Proprio così... Non mi

pareva di averti avuto dal mio antiquario per trecento lire, prezzo

d'affezione... Mi pareva di averti avuta dopo un ratto, bene non mio,

felicità proibita, sogno rubato... E, a casa, nella mia casa vuota che

tu rallegrasti, che tu popolasti, ti diedi il posto d'onore, ti fissai

con due chiodi, due chiodi d'oro, duchessa, nascosti sotto la veste di

seta, qui sull'angolo del mio tavolino, e ti accesi... E fosti ancora

un fiore di luce rossa nella mia ombra e nella mia solitudine... E

fin da quella sera io cominciai con te, Duchessa, un interminabile

colloquio: l'infinito, l'intraducibile colloquio che solo può svolgersi

fra un poeta pieno di malinconia e una damina di porcellana che è tutta

leggiadria e poesia, donna, sia pur donna di Sèvres, dal cuore in su,

seta e luce e sogno, dal cuore in giù... Quale buon Dio, quale Dio

bonario della consolazione e della pietà, ti mandò sulla mia strada

e nella mia casa, bambola di luce, donna di sogno, realtà irreale,

proprio quella sera, mentre pioveva come adesso, mentre ero solo, come

adesso, mentre tutto il mio cuore piangeva perchè una donna da cui mi

ero creduto tanto amato aveva fatto male a quel mio cuore una volta di

più?... Il sogno, con te, mi guarì della realtà.... Poichè un'amante

mi aveva tradito, io ti elessi mia amante fedele, fedele come solo il

sogno sa essere, come le donne essere non sanno, non vogliono e non

possono... E ti battezzai quella sera, nella mia prima follia per te...

Duchessa eri nella fierezza del tuo portamento e nella nobiltà del

tuo profilo... E poichè uscivi dalle nebbie della mia malinconia fosti

Duchessa delle Nebbie... E, poichè t'accendesti rosea nella mia notte,

come un'aurora, fosti così, per l'araldica della mia fantasia e nello

stato civile del mio cuore, la Duchessa Aurora delle Nebbie.

(Accende il poeta un'altra sigaretta... A cominciare è

riuscito... Concludere gli è più difficile e quello che ha

detto fa più arduo e penoso ancora, per lui, quello che dovrà

dire.... Ma, pavido della scintilla, si getta poi d'improvviso

nel fuoco come fanno i pazzi, i timidi e i poeti:)

Ti chiesi, duchessa, fedeltà. Ti promisi, duchessa, fedeltà. Ma

è instabile, cara, il cuore dell'uomo anche se stabile è la sua

coscienza. Continua, quando la vita è ferma, il nostro sogno a

camminare. Se ferma è la stella nel cielo e fermo è il nostro sguardo,

su lei gira il mondo sotto i nostri piedi par che giri la volta del

cielo sul nostro sogno. Per seguire, sempre fedeli, la nostra stella,

noi dovremmo poter evadere dalla nostra schiavitù umana, sollevarci

dalla legge che ci tiene inchiodati al suolo e poter seguire la stella

là dove sembra che la stella, al finir della notte, sia andata, e

poter essere là nell'alto emisfero venuto al posto del nostro: là

dove un altro poeta un altro innamorato possono ancora mirarla, e non

noi. Vicenda di sogno e di realtà, vicenda di sole e di stelle, di

luce e d'ombra, muoversi incessante del nostro mondo senza che noi lo

si avverta, fissità dei sogni, immobilità delle stelle nel cielo che

pare a noi movimento. Anche per me, e per te, duchessa, il mondo ha

girato intorno al suo asse. Anche per noi, fidanzati ed amanti in una

notte, il giorno, nell'incessante ritorno, è ora venuto. Dalle tue

rosee nebbie notturne, duchessa, è uscita l'aurora; ma quest'aurora

non è per te.... In quest'aurora che da te nasce tu muori, nella tua

fiamma ti bruci, nella tua luce ti spegni. Il sogno d'amore chiuso in

te si fa realtà in una donna. Questa donna è qui. Muove, in quest'ora,

verso la mia casa. Ha, mi sembra, tutte le bellezze e tutte le bontà

che io ho sognate in te. Ma non le porta, bellezze e virtù, come te,

nella nebbia losca della tua sottana di luce, del tuo corpo incorporeo.

Questa donna le ha vive nella sua realtà, nel suono della sua voce,

nel correre del suo sangue, nel fremere dei suoi nervi, in tutta la sua

umana e vivente verità. Non è, questa donna che sta per venire, non è,

come te, fantasticheria di bene, sogno di felicità, illusione d'amore.

È vivo, reale, tangibile, l'amore che ritorna alla mia casa, per il mio

cuore e per la mia carne... E viene come già tante volte è venuto: una

carrozza che s'avvicina nella via silenziosa e sonora, un passo rapido

e frusciante su per le scale e qui lo stesso caminetto che l'aspetta

le stesse rose per farle festa. Entrerà fra poco, il mio amore nuovo,

come entrarono, un tempo, tutti gli altri... Ma non è, questo, come

gli altri... È l'amore perfetto, è l'amore ideale, è l'amore sogno

che tu, duchessa, nelle tue nebbie, con la tua aurora, mi hai fatto

sognare... È, finalmente, l'illusione che si fa realtà, è l'impossibile

che si fa possibile, è la donna che in tutte le altre, attraverso il

dolore, ho follemente cercata, è l'anima che disperatamente chiedevo,

è l'anima che un clemente destino inaspettatamente mi manda.... Ma

sogno e realtà non possono vivere insieme in due diverse forme; e se

colei che sta per entrare in questa stanza è insieme, miracolosamente,

realtà e sogno, tu che fosti sogno solamente non puoi rimanere accesa

sull'angolo di questa tavola. Mai ti spensi, duchessa, giorno e notte,

da quella sera di malinconia in cui tu entrasti qui per la prima volta.

Ma ora ti spengo, duchessa, amica sognata, amante impossibile, felicità

di nebbia, ora ti spengo in questa sera di gioia in cui tutto il mio

cuore aspetta, divinamente sgomento, l'Amore. Addio, duchessa, e addio

per sempre. Il tuo poeta uccide la tua vita illusoria e spegne la tua

luce poichè la tua luce di sogno s'è, per prodigio, accesa nel cuore di

un'unica, e incomparabile donna...

(E il poeta, tremando la sua mano, ha spenta la duchessa

luminosa. E la carrozza rotola nella via silenziosa e sonora. E

il passo rapido e frusciante è su per le scale. E il caminetto

attende crepitando tra scintille e brontolii... E le rose

son lì per far festa... Festa a colei che entra, avvolta nei

veli, tremante di commozione, per portare l'amore... E ora

il poeta ha acceso le _appliques_ rosee sul damasco verde

per vedere nel volto pallido e smarrito la sua bella realtà

vivente, l'amore divino che il poeta stringe fra le braccia,

folle di meraviglia, per poter morire un giorno senza dire

d'aver vissuto invano. Ma la donna si scioglie dalle braccia

impazienti. C'è un cantuccio di tepore in quelle due poltrone

accanto al fuoco. E la donna vi si rifugia per scaldarsi. E

nell'altra poltrona, il poeta aspetta che dal rogo del pudore

la fiamma immensa dell'immenso amore divampi. Così, nell'attesa

dei due calori, freddamente le parole parlano).

IL POETA.

Il trampolino per le stelle: Tre dialoghi e due racconti · 第 7 / 13 段