affollano. Maschere non ne hanno trovate e Grazia li ha autorizzati
a venire così: don Giovannino e il conte Spada con due _fracs_ fuori
moda ma irreprensibili e il farmacista e il maestro di scuola con certi
palamidoni lunghi e larghi da ricoprirci una famiglia intera.
— Olà!
Su la soglia d'una porta dàn di petto in un omaccione gigantesco con
certi baffi che fan paura e un naso lungo che sembra far da battistrada
al resto della persona un quarto d'ora prima che passi.
— Chi è? chiede il farmacista impaurito.
— È Cirano, spiega, saputello, don Giovannino.
E Cirano va attorno per la sala grande urlando versi con un vocione
stentoreo che fa tremar le vetrate:
Questi sono i Cadetti di Guascogna
di Carbonello di Castel Geloso...
LI.
LA SUA CONDANNA.
Mentre giù le sale sono già piene di invitati — straccionerie
pittoresche dei Guasconi e provinciali eleganze del bel mondo di
Collina Verde — e mentre già un'orchestrina, nella sala maggiore della
villa, eseguisce i brani più popolari delle opere di Claudio Arceri,
Grazia, già pronta, è stata chiamata in camera del fratello.
— Grazia, io non sto punto bene, stasera... Se avessi saputo di
peggiorare così ti avrei chiesto di rimandare la festa...
Umiliata e confusa Grazia gli si avvicina teneramente a sfiorargli con
la mano la fronte:
— Eppure sembri stare discretamente... La febbre non è alta...
Ma il fratello respinge quasi con violenza la mano di lei:
— Dici così per te... Per essere tranquilla... Ma non è vero!
Che strazio nel cuore di Grazia sotto quelle parole, sotto la frustata
di quelle parole che sono la verità e la sua condanna! Marcello le ha
ripreso la mano e gliel'ha fatta riappoggiar su la fronte:
— Senti... senti come brucio...
Poi la trae tutta a sè, tenero e disperato, quasi chiedendole un
miracoloso aiuto:
— Sorellina, sorellina mia... Abbi pietà...
E Grazia è a terra, stretta a lui, infinitamente stretta a lui, volto
contro volto, affanno contro affanno...
LII.
I PIFFERI DI GUASCOGNA.
In un angolo del giardino — al Padiglione ridotto a serra e quella sera
a _buffet_ — c'è un concertino di pifferi e di tamburi. Sono i pifferi
e i tamburi dei Guasconi, le musiche del campo di Arras: canzoni dei
paesi lontani, vecchi canti di Linguadoca, richiami di nostalgia, le
più appassionate e commosse melodie escite dalla fantasia di Claudio.
Ha voluto, Grazia, che quelle canzoni fossero eseguite quella sera
così, in quella forma suggestiva, fra gli alberi, nella notte lunare,
da quei Guasconi distesi a terra sui larghi mantelli, tutti attorno a
Cirano...
LIII.
IL SUO GRAND'UOMO...
E Claudio è lì, con Rosetta avvolta nel suo domino bianco, ad ascoltar
quelle sue musiche ch'egli ama. E tutta la folla silenziosa, raccolta
intorno, è presa da quel suono di pifferi e di tamburi, da quel canto
di malinconia e di guerra. Claudio stesso sente, quella sera, come
non sentì prima a tavolino, tutt'il misterioso e irresistibile potere
di quei canti. E come si stringe, commossa, Rosetta al braccio di
Claudio, com'è felice nel suo amore, come sarà bello divider tutta la
vita con lui, esser partecipe di tutte le sue battaglie e d'ogni suo
trionfo, com'è orgogliosa del suo grande artista ch'ella adora, del suo
grand'uomo che l'adora!...
LIV.
«AH, QUESTA MUSICA...»
Entra la canzone di pifferi e di tamburi nella stanza di Marcello per
la finestra aperta...
— Ah, questa musica, questa musica che viene dal Padiglione... Chiudi!
Chiudi!
Grazia ha chiuso ed è ritornata ai piedi del fratello disteso su la
_chaise-longue_: odia il letto da quando sa di dovervi un giorno —
assai presto — morire... E a Grazia Marcello dice, quasi scusandosi:
— Non posso sentire... Perdonami... Quella musica mi snerva...
Scoppia a piangere, infatti, tanto è snervato. Il male lo riprende con
un attacco di tosse. Si picchia il petto lacerato, dilaniato:
— Ho il fuoco... il fuoco... qui...
Si volge alla sorella esterrefatta... Le afferra con violenza il domino
quasi volesse strapparglielo di dosso:
— E tu, tu, tu sei vestita così...
Grazia si toglie il domino. Peggio. Le rimane l'abito da festa, con
le spalle nude. Grazia ha paura dello sdegno di Marcello. Vorrebbe
coprirsi... Cerca attorno e non trova.. Ma la voce di Marcello è
dolorosa e pacata:
— E anche senza domino, vestita così... Ma è giusto che tu sii vestita
così.. tu che stai bene... tu che vivrai...
È umiliata, Grazia, è disfatta e si fa piccola piccola e trova lì, a
terra, un mantello nero del malato e, pavida, vergognosa, ne avvolge e
ne copre le spalle nude. La voce del fratello geme:
— Còpriti, còpriti... Non voglio, non posso vedere...
E la risposta di Grazia, umile, bassa, sussurrata appena:
— Son coperta... Càlmati...
Lo sguardo di Marcello si volge su lei. Le braccia avvolgono e
l'attirano a un bacio:
— Così va bene... Perdonami, Grazia... Ma promettimi, promettimi che
non andrai se non starò meglio, se non sarò più calmo...
E Grazia promette. E copre di baci, di piccoli baci innumerevoli, la
mano ardente di Marcello.
LV.
LA «FESTA CIRANESCA».
Nel giardino e nelle sale la «festa ciranesca» è nel suo pieno
splendore, ma, non ostante l'eleganza e la signorilità che Grazia ha
cercato di conferirle, è una festa paesana, chiassosa e disordinata.
Quel mondo di provinciali in festa s'è diviso in due gruppi: quelli
che vogliono veder tutto e sono in un continuo andirivieni che fa un
gran chiasso e un gran disordine e quelli che non osano veder nulla
e restano lì, per ore e ore, dove il caso della prima entrata li ha
messi, su una poltrona, su una sedia da giardino, sotto l'arco d'una
porta o appoggiati al tronco d'un albero. Quelli che sono mascherati
sono i più vivaci. Nei giorni passati Grazia ha fatto loro provare
come si dovevano divertire per divertire gli altri. E c'è Ragueneau
che distribuisce paste e _marrons glacés_... E ci sono i cuochi della
_Rosticceria_ che sfornano, in un riflesso di lampadine rosse, grosse
torte che, tagliate a fette, spariscono in un batter d'occhi. Qua e
là, per le sale, i Guasconi intrecciano a duello gli spadoni. E c'è un
gran roteare di colpi che sovente non cadono su le spalle dei duellanti
ma su quelle degli invitati. Ne ha preso uno, curiosando, il maestro
di scuola, così forte da fargli credere d'aver lussata una spalla.
Azzimato nel suo _frac_, la bocca piena di pasticcini, don Giovannino
si pavoneggia in un gruppo di damine secentesche. Il conte Spada, che
è gran signore e gran _lettré_, gli ha detto or ora:
— Queste damine dovrebbero essere le _précieuses ridicules_ dell'Hôtel
Rambouillet... Ma le preziose son loro e il ridicolo sei tu...
Olà! Voleva, don Giovannino, protestare, ma voltandosi s'è trovato
davanti il naso formidabile di Cirano che continua a andare su e giù
pei salotti gridando con la voce stentorea:
Questi sono i Cadetti di Guascogna,
tutti spavalderia, tutti menzogna...
E il conte Spada è fra le signore attempate che fan da _tapisserie_
attorno alla sala con certi _décolletés_ di raso dai colori violenti
che sembran tavolozze di pittori futuristi: e c'è la moglie del
sindaco, e c'è quella del preside del liceo, e c'è la signora del
ricevitore delle imposte: il fior fiore, insomma, della buona società
di Collina Verde. Ci sono anche le ragazze che son più carine, certo,
e più ben vestite che le mamme. Ma chi le trova più le ragazze? Sono
tutte, da un'ora, attorno a Claudio Arceri. A distanza, sì, perchè
Claudio è con la sua fidanzata; ma attorno. E dove va lui arrivan loro.
Ha girato da per tutto, Claudio Arceri, alla ricerca di Grazia. Ha
chiesto apertamente di lei ai quattro «amici del dopo-pranzo» ma
nessuno l'ha vista e tutti se ne meravigliano: una festa così, senza
padroni di casa... Una vera sconvenienza: ha detto don Giovannino, con
la bocca piena della torta di Ragueneau...
LVI.
«ARIA! SOFFOCO!»
Lentamente Marcello sembra acquetarsi, assopirsi... Pare adesso che
dorma. Grazia fa per levarsi ma, nel sonno che viene, la mano di
Marcello stretta ai suoi vestiti ancora la tiene, la costringe a
riabbassarsi a terra, a rimanere. Di tanto in tanto l'affanno preme
ancora su Marcello. Nel dormiveglia, ei s'allarga la camicia attorno al
collo e dice:
— Aria, aria... Soffoco!
E Grazia si leva per aprir la finestra. L'apre, infatti, sul quadro
della notte ferma e infinita. Di laggiù viene a lei di nuovo l'eco dei
pifferi e dei tamburi. Che notte per il sogno! Che notte per amare!...
E quella musica, quella musica patetica e guerresca, in cui sono
insieme il fumo del tetto natìo e la fiamma del cannone, quella musica
così suggestiva, così avvolgente, così spossante... Snervante, sì, ha
detto bene Marcello... Snervante...
— Signorina Grazia!
Sale su dall'ombra la voce. L'ha sùbito riconosciuta: è quella di
Claudio venuto a cercarla.
— Venite, venite, Grazia... Tutti cercan di voi e la festa è
bellissima...
Grazia fa cenno che non può parlare, che aspetta il sonno di
Marcello... E Claudio, «silhouette» bianca e nera nell'ombra,
s'allontana tra gli alberi. Un'ondata di musica — pifferi e tamburi:
come rullano i tamburi, come stridono i pifferi! — giunge a Grazia nel
gran silenzio. E si volge. Guarda Marcello. Ha paura che quei suoni lo
destino... E richiude la finestra... Aria non può mancargli... Poi è
meglio un po' d'aria di meno e un po' di sonno riparatore di più...
Proprio così? Proprio per questo ha richiuso la finestra? Grazia,
rimasta in piedi presso il fratello, guarda ben bene in fondo alla
propria anima e vede la verità. Ma una grande idea le sorride da
qualche tempo, da quando cioè s'è levato il domino. Chiamare Rosetta
e scambiare il domino con lei: prender lei il bianco e dare il nero
a Rosetta... Entrar nella festa così e farsi scambiar da Claudio per
la sua fidanzata. L'inganno è facile: le due donne s'assomigliano,
poichè, uguali di capelli, pari di statura, han su per giù la medesima
figura... E così vivere un'ora accanto a Claudio, illudersi di vivere
un'ora d'amore, illudersi per un'ora di avere il diritto di esser
felice... Ma, se non la coglie quella sera, quando mai potrà ritrovare
la possibilità di quell'ora, dell'unica ora d'amore che potrà avere
nella sua vita se Claudio la scambierà veramente per Rosetta?... Ah
no, no, no, tutto, tutto piuttosto che rinunziare a quella disperata
pazzia...
Ora Marcello è addormentato. Grazia scioglie dalla stretta della mano
del fratello la mano che nel sonno egli le ha ripresa. Copre Marcello
con ogni cura e fa cenno ai servi di venire ad assistere il dormiente:
— Qualunque cosa, chiamatemi...
E indossa il domino, il suo domino nero. Si china a baciare Marcello.
Fa ancora col gesto e con gli occhi una raccomandazione ai servi e
lentamente, lentamente esce...
E i due servi siedono accanto al malato. Uno dei due mormora
guardandolo nelle labbra violacee, nelle occhiaie cave:
— Sta molto male, poveretto... Ma la signorina Grazia non se ne rende
conto...
E scuoton le due teste canute e buone. Non se ne rende conto! Oh, se e
quanto se ne rende conto, povera Grazia disperata e folle... Basterebbe
vederla lì, inchiodata contro la porta da cui appena è uscita, rigida,
immobile, con l'anima che è tutta una tempesta, col volto che è tutto
un terrore...
LVII.
TUTTA LA VITA IN UN'ORA.
Sono seduti in giardino, Grazia e Claudio, sotto un chiosco dove c'è
una tavola apparecchiata con una bottiglia di champagne e una guantiera
di biscotti. Su un altro vassoio è una torta di Ragueneau su cui è
scritto, a lettere di cioccolata: «Claudio e Rosetta». La tavola è
illuminata da un piccolo candelabro con due candele la cui poca luce
è ancor più abbassata da due paralumini di seta viola. Ha tutto ben
preparato, Grazia, per la sua ora d'illusione... E sembra che solo
il caso abbia operato... Tutto è andato così semplicemente, con tanta
naturalezza...
Mentre Claudio era trattenuto all'interno dai Guasconi che volevan
cantargli — che cani! — la loro ballata, Grazia, uscita in giardino,
ha incontrato Rosetta che saliva, mandata da Claudio, a cercarla...
E Grazia ha sùbito proposto la commedia all'ingenuità fiduciosa della
bambina:
— Su, mentre aspettavo che Marcello si addormentasse, m'è venuta
un'idea stupenda. Barattare i nostri domini: io prendo il tuo, bianco,
tu prendi il mio, nero. Claudio mi vede, mi crede te ed io gli parlo,
gli parlo di te e dell'amor tuo, direttamente, come non è mai stato
possibile. Crederà di parlare con te ed io potrò così interrogarlo come
tu non l'hai saputo mai interrogare... Potrò meglio, molto meglio,
conoscere in un'ora quello che dovrà essere tuo marito per tutta la
vita... Ti pare?
Veramente a Rosetta tutto ciò non pareva estremamente necessario... Ma,
se Grazia lo dice... Lo dice e insiste:
— Bada. È bene, è necessario anzi che io gli parli così... Quante
cose del suo carattere e della sua vita potrò sapere, utili per la tua
felicità...
Poichè Rosetta non è una stupida, un dubbio è passato nel suo cuore.
Ma ci ha ragionato sopra... E che ragione potrebbe aver Grazia? Non è
stata lei a fare il loro amore, non è stata lei a fidanzarli, non è lei
la creatrice della loro felicità?... E quale altro scopo, se non quello
di fare il suo bene, potrebbe ella avere?...
E lì, dietro un cespuglio, han barattato i domini, ridendo, come in un
giuoco, come per una burla divertente. Rosetta ha detto:
— Ma, dopo, glielo diremo... E sai come rimarrà Claudio... Oh che
ridere... E come ci divertiremo!
E Grazia, allacciando gli ultimi nastri, ponendo sul volto le maschere,
quella di velluto e quella del suo sorriso:
— Oh sì, certo... Ci divertiremo!...
Il resto è andato benissimo... Uscendo dalla sala coi Guasconi — con
le orecchie lacerate da quei cani, pieni però, poveretti, di buona
volontà — Claudio ha incontrato il domino bianco, la sua Rosetta... E
Grazia ha guidato i suoi passi fin là, al chiosco, dove sono entrati
per sedersi e per bere... E ora Grazia, bevuto lo _champagne_, è lì
ad ascoltare Claudio che le parla d'amore, è lì, stretta nelle sue
braccia, abbandonata su lui, quasi tutta rovesciata indietro — per
evitar la luce quanto più è possibile — e tutta l'anima è tesa, tutta
la vita è chiusa in quell'istante solo...
Un passo, fuori, su la ghiaia del giardino, li ha fatti sciogliere. È
un domino nero che passa, senza farsi vedere, senza riuscire a vedere:
è Rosetta che erra lì attorno, già un po' inquieta, come sempre s'è
inquieti quando si ama. Ora Grazia ha fame. Un garzone di Ragueneau ha
portato la torta e Grazia ne mangia qualche fetta, per aver la bocca
piena, per avere il pretesto di non parlare... Ora ha il braccio levato
e la torta fra i denti. Ricaduta indietro la manica del domino, il
braccio è nudo e Claudio l'ha preso e lo copre di baci lenti, sempre
più caldi, sempre più profondi...
Ancora l'ombra nera che passa lì fuori, non vista, senza vedere, li fa
sciogliere col rumore del suo passettino lieve su la ghiaia.
Che cerca, che vuole Grazia? Nulla. Non sa. Poggiati i gomiti su la
tavola, poggiato il volto fra le mani, gli occhi intenti e ardenti
nella macchia nera della maschera, Grazia lascia che l'ora folle
trascorra... E Claudio, curvo su lei, cingendole la vita, le parla
all'orecchio:
— Così ti farò felice... Così ti darò quel po' di giovinezza che mi
rimane, quel po' di gloria che la mia arte mi può aver meritato...
Grazia ha abbandonato il corpo su la spalla di lui. E, senza guardarlo,
senza lasciarsi guardare, gli prende convulsa e febbrile le mani,
gliele stringe sino quasi a spezzargliele e gli dice, bassa la voce,
bassa tanto che non possa riconoscerla:
— Dimmi, dimmi, dimmi ancora che mi ami!
E Claudio la stringe più forte. Il respiro di lui è nel collo di
Grazia con un brivido di voluttà in tutto il corpo di lei... E
Claudio stringe... Non ha mai sentito Rosetta così, non fanciulla, non
fidanzata, non sposa, ma donna, ma amante... E ancora la voce bassa di
Grazia chiede, invoca:
— Dàmmi, dàmmi quest'ora di felicità...
LVIII.
L'ALLARME.
Marcello d'improvviso, ghermito nel sonno dalla crisi, si desta urlando:
— Aria, aria... Muoio!
I servi, ch'erano sonnacchiosi su le sedie, sono accorsi a sorreggerlo,
a calmarlo:
— Signorino, per carità...
Marcello ha le mani convulse al collo, al petto... Sente l'aria e la
vita mancare...
— Chiamate, chiamate Grazia... Ma perchè, perchè mi lascia solo?... Non
lo vede che mi sento morire?
Il domestico è sùbito corso a chiamare Grazia. La soffocazione è
cessata. Pesante, esausto, Marcello è ricaduto giù, di piombo, la mano
stretta alla gola, l'affanno nel petto e negli occhi...
LIX.
L'ISTANTE SUPREMO.
Ancora Grazia nell'ebrezza ripete:
— Dàmmi, dàmmi quest'ora sola di felicità!
E Claudio scoppia a ridere tentando di rivolgere il capo, di scoprirle
la parte di viso che non è nascosta dalla maschera:
— Un'ora sola?... Ma tutta la mia vita io ti dò...
Tutta la vita! E Grazia abbandona il capo rovesciandolo con le braccia
su la tavola e rompendo in lacrime. Claudio cerca di sollevarla e
chiede il perchè di quelle lacrime nell'ora della felicità. E la voce
di Grazia risponde:
— Piango, piango... così... di gioia!
Grazia ha sollevato il volto. Le lacrime di sotto la maschera le
scorron giù per il viso. Appoggiato il capo su la mano aperta, gli
occhi adesso son fissi sul domani tremendo, fissi, terribili e vuoti.
«Tutta la mia vita io ti dò!»: ha detto Claudio. Ed ella non ha che
un'ora, un'ora falsa, rubata, un'ora non sua, l'illusione di un'ora...
Rosetta non sa più reggere. La gelosia, non sa perchè, la tormenta.
Non può staccarsi da quel chiosco e non resiste all'idea che quel
colloquio, che quel giuoco debbano prolungarsi ancora. È apparsa,
adesso, su la soglia del chiosco. Non veduta fa un cenno a Grazia come
per dirle che basta, che non ne può più... Ma Grazia le fa cenno di
aspettare, di aspettare ancora un momento... E col gesto la rimanda
fuori, l'allontana... Ora ha il capo fra le mani, gli occhi attoniti di
disperazione e dice, quasi a sè stessa:
— Ancora, ancora un attimo di felicità. Lo pago con tutta la vita!
E si rovescia tra le braccia di Claudio.
LX.
CONTRASTI.
Fuori il domestico va di gruppo in gruppo, nella sala, nei giardini,
cercando Grazia:
— La signorina... Il signor Marcello sta molto male...
Nessuno ha visto Grazia. E la cercano qua e là... E il domestico cerca,
cerca ancora... desolato di non riuscire a trovarla, pensando che lassù
quel poveretto... Ma, finalmente, incontra Rosetta...
— La signorina... Il fratello sta male.
— Oh, mio Dio!
E, di corsa. Rosetta guida il domestico verso il chiosco dov'è Grazia.
E si scontran correndo...
— Olà!
... nel gigantesco Cirano che va ancora gridando con la voce stentorea:
Questi sono i Cadetti di Guascogna...
E, più in là ancora, la loro corsa è arrestata da un'ondata di Guasconi
che, a suon di pifferi, passan cantando e portando in trionfo i cuochi
e le torte di Ragueneau.
LXI.
IL RISVEGLIO.
E Grazia è ancora, rovesciata, fra le braccia di Claudio che le parla
all'orecchio con le sue parole ardenti, le mani nelle mani. È felice,
silenziosa, eroica, miserabile e sublime. Claudio le ha offerto
una coppa di _champagne_ ed ha forzato la sua testa a girarsi....
D'improvviso le ha preso la bocca in un bacio lungo, infinito — e
solo...
Di su la porta del chiosco è il risveglio: Rosetta le grida:
— Corri, corri, tuo fratello muore...
D'un balzo Grazia è in piedi, lasciando cadere la coppa che si spezza
su la tavola, strappandosi la maschera dal viso. Guarda tutti —
Claudio, Rosetta, il domestico — come trasecolata, come nell'orribile
ritrovarsi d'un risveglio.
— Lei!
Claudio ha avuto un atto di meraviglia e un passo avanti. Ma sùbito
Rosetta gli ha parlato:
— È stato uno scherzo che ha voluto farti... Poi ti spiegherò.
Grazia è pietrificata. Rosetta è accanto a lei, le cinge la vita col
braccio, le dice piano:
— Vieni!
E, ancora come ridestandosi, Grazia guarda tutti attorno, e si passa
le mani su gli occhi. Ode il vocio del giardino, le musiche lontane,
immagina la tragedia che si compie lassù. Getta un grido disperato, un
urlo che è un nome:
— Marcello!
E fugge via, folle. E Rosetta la segue.
LXII.
ULTIMA MUSICA.
Su l'aiuola che Grazia attraversa correndo i Guasconi son raccolti
attorno a un flauto che suona mentre tacciono i pifferi. E Cirano,
in mezzo a tutti, dice ora, a voce bassa, accordandoli al tempo del
flauto, i bei versi famosi:
... Ascoltate, o Guasconi. Non più la marzia squilla
del piffero, ma il flauto della selva tranquilla...
LXIII.
PERCHÈ?
Claudio è caduto di nuovo a sedere alla tavola, nel chiosco. Ha nelle
mani i frantumi della coppa di Grazia.
— Uno scherzo?
Ma allo scherzo non crede. E allora: perchè?
LXIV.
«NON HO PIÙ CHE TE!»
E Grazia, con Rosetta, è entrata nella camera di Marcello. C'è il
medico. Il tubo dell'ossigeno dà ancora respiro e vita al malato.
Quando la sorella è accanto a lui Marcello le grida:
— Il medico è venuto... Ma tu no... tu no...
E Grazia è lì, immobile, pietrificata, col suo domino bianco che le
mani del fratello le strappan di dosso, a brandelli....
— Tu così, così... Ancora!... Ma non vedi che io muoio?...
A queste parole Grazia piomba a terra. Ha il volto del fratello fra le
mani, la guancia di lui sotto i suoi baci:
— No, no, no, Marcello... Non ho più che te... Non ho più che te...
LXV.
BIANCO E NERO NELLA CASA VUOTA.
Nella gran sala della villa Grazia è nel suo abito di lutto e nel suo
pianto. Claudio, Rosetta, gli “amici del dopopranzo„ son davanti a lei,
Rosetta tutt'avvolta in un mantello, gli uomini chiusi nei soprabiti.
Tornano dalla chiesa.
Per il lutto di Grazia avrebbero voluto rimandare le nozze. Ma un'opera
di Claudio va in iscena a Vienna e come mèta e pretesto del viaggio di
nozze non si poteva trovar di meglio che quella festa d'arte. Ancora
Rosetta ha spiegato tutto questo a Grazia per giustificarsi, per
chiederle ancora perdono se nel loro egoismo d'innamorati...
Grazia guarda gli “amici del dopopranzo„ che son lì, la testa bassa,
a girarsi e rigirarsi i cappelli fra le mani. Apre i loro soprabiti su
gli sparati bianchi dei fracs.
— Come siete belli... Tornate adesso dalla chiesa?
E apre il soprabito di Claudio sul suo tight. Giovannino, che gli è
di fronte, ha un sobbalzo. Questa ancora — e son passate due ore — non
la può mandar giù... Quel gran musicista non sa proprio le regole del
viver civile... Il tight per un matrimonio... Dove mai s'è visto nulla
di simile?... Sa quello che Claudio ha spiegato (oh, non a lui, che gli
avrebbe risposto, ma a Rosetta...): cerimonia intima, senza pretese...
Ma, intima o no, pretese o no, la legge, per don Giovannino, è una
sola: si sposa in frac. E se in frac non si sposa, che cosa ci si fa?
Ci si nasce? Ci si muore?
Grazia ha aperto intanto il mantello di Rosetta su l'abito da sposa.
Istintivamente ha fatto nel vederlo, un passo indietro. E ha sospirato:
— Sposa...
Rosetta ha richiuso il mantello. Ma Grazia, no, riapre... Vuol vedere,
vedere ancora:
— Lasciami, lasciami toccare... Quanto è bello un abito da sposa!
E tocca la seta, i veli, i merletti, con le mani che le tremano. Poi
le forze le sfuggono e cade a sedere e a piangere su la poltrona lì
accanto. Sùbito Rosetta è in ginocchio vicino a lei per abbracciarla,
per consolarla. E i due vestiti, il vestito a lutto e l'abito da sposa,
si sfiorano, si toccano, si uniscono. E Grazia dice, indicandoli:
— Io col mio lutto e tu con la tua gioia...
Hanno tirato fuori il fazzoletto tutt'e quattro, là, in fondo, gli
“amici del dopo-pranzo„, chè una lacrima, e anche due, son spuntate sul
ciglio di tutti...
Ora Grazia s'è asciugati gli occhi e s'è levata. Bacia prima l'abito da
sposa su cui Rosetta chiude, pudica, il mantello e poi bacia Rosetta:
— Va, va... Non ritardare... Dovrai cambiarti, partire...
E accompagna Rosetta fin su la porta. Escono i quattro. Ultimo a uscire
è Claudio, Claudio che, rimasto solo, afferra i polsi di Grazia, e le
pianta gli occhi negli occhi:
— Perchè? Perchè? Perchè il domino bianco? Perchè sostituirvi a Rosetta?
È, per Grazia, la tentazione suprema. Parlare, gridargli: “Perchè io ti
amo e non posso amarti... Perchè muoio d'amore per te, mia sola vita,
che te ne vai con un'altra... per sempre...„.
E il grido è là, nei suoi occhi, su le sue labbra, nel suo petto
ansante. Riesce tuttavia a trattenerlo, a vincere per sempre, a perdere
per sempre... E ride, ride, ride d'un riso tragico, d'un riso pazzo:
— Nulla... Nulla... Uno scherzo... Così, per ridere... Potevo ancora
ridere, allora...