Per noi, quali parole? — Ma quante, quante, quante
Me ne verranno al labbro; senza disporle in mazzo
Gitterovvele in fascio: io vi amo, son pazzo...
— Bei versi! dice Rosetta levando gli occhi dal libro.
— E che musica saprà farci Claudio Arceri! risponde Grazia chiudendo il
poema ch'ella ha preso poco prima nella biblioteca.
E rimangon lì, le due fanciulle, a pensare, a ricordare... Rivedono
la scena del balcone al terzo atto di _Cirano_ così come la videro
qualche anno prima, una sera, indimenticabile, in città: Rossana
bianca sul balcone verde d'edera e fiorito, nell'ombra della notte
tutta tremante di stelle; e sott'il balcone Cristiano, il bello, il
felice, l'amato, che ripete le parole che Cirano, brutto, senza gioia,
senza amore, gli suggerisce, nascosto sott'il portico. Ma Cristiano
ode male, ripete male, va troppo piano per il torrente di parole che
vien su, tumultuoso, dal cuore innamorato di Cirano. E, avvolto nel
nero mantello, mascherando nella commozione la voce, Cirano parla
direttamente a Rossana, le canta, le grida le sue grandi parole d'amore
ch'ella deve creder quelle di Cristiano:
T'amo, soffoco, è troppo, non reggo più: siccome
Dentro un sonaglio, sta nel mio cuore il tuo nome,
E poi che senza posa l'anima mia vacilla,
Senza posa il sonaglio s'agita e il nome squilla.
E le due donne sono, come sempre, prese dalla disperata malinconia di
questa scena in cui l'infelicissimo amante privato d'amore trova una
disperata e tremenda voluttà nel dire nell'ombra, per un altro, le
parole del suo folle amore, nel rinunziare, nel sacrificarsi così fino
a far salire un altro a cogliere su le labbra dell'amata il bacio, il
divino bacio che le sue parole han preparato...
Ma Grazia si riprende. Scuote il capo sorridendo, e la melanconia:
— A vestirci!
XV.
PREPARATIVI.
Grazia mette una rosa nei suoi capelli e si guarda allo specchio: è
carina, è molto carina. Ma non pensa solo a sè, Grazia. Pensa anche
a Rosetta. E c'è una rosa anche per lei. C'è un po' di cipria anche
per lei. C'è uno specchio per dire anche a lei che anche lei è carina,
molto carina...
E ha l'aria di trovarsi molto carino anche Claudio Arceri, nella sua
stanza da letto al Castello, se indugia così davanti allo specchio a
fare impeccabilmente diritta la scriminatura, a rivedere il nodo della
cravatta, a infilar nell'occhiello un gran garofano bianco e a metter
nel fazzoletto due gocce d'ambra antica Coty.
E come si senton carini anche i quattro che, rivestiti a festa, tutti
lustri e attillati, scendon giù per un vicolo del paese verso la
villa di Grazia... Che palamidone ha il farmacista! E che panciotto di
velluto a scacchi bianchi e neri ha tirato fuori il maestro di scuola!
Le ghette e i guanti bianchi del conte Spada accecano per il loro
splendore e don Giovannino ha messo fuori una cravatta scozzese che,
per non innamorarsi a prima vista di lui e di lei, bisogna aver duro il
cuore come un macigno...
XVI.
L'INCONTRO.
Nel salone grande della casa di Grazia dov'è la vecchia spinetta
tra vecchi quadri di famiglia e vecchi mobili che mai Grazia ha
voluto cambiare — e sembra, ed è, infatti, un vecchio salotto del
Cinquantanove — nel salone grande e scuro della casa di Grazia gli
abiti chiari delle sue amichette mettono note di luce qua e là. Ogni
tanto, azzurra o rosea, tutta tulle e nastrini, ne spunta un'altra su
questa o quella porta. E sembran nella penombra grandi fiori rosei o
celesti che sboccino, d'improvviso, su una porta, dietro una tenda, fra
un mobile e l'altro, davanti a una consolle o sopra un canapè, qua e
là...
Qua e là, da per tutto, corre Grazia che Rosetta serve e segue come il
prete all'altare. Qua riordina, là spolvera... Metton dovunque fiori e
fiori nei vasi...
— Hanno spogliato il giardino! dice a un gruppo di piccole amiche,
sorridendo, Marcello, Marcello che domina il suo malessere per non
turbare a Grazia l'ora di quell'arrivo che è una gran festa per lei...
Spolvera, spolvera, spolvera... Quanta polvere c'era e quanta ce n'è
ancora... Ci vuole aiuto... E Grazia, quando i quattro amici in abito
da cerimonia fan l'entrata solenne in processione, mette sùbito un
bello scopettino nei guanti bianchi di don Giovannino e invita questi
a spolverare, a spolverare lui la spinetta, mentre lei spolvererà lo
consolle e Rosetta il canterano e le campane di cristallo.... Ma, oh
Dio!, il domestico entra ed annunzia: «Claudio Arceri è arrivato». È
come se fosse caduto il fulmine. Tutti son lì, immobili, in piedi,
impietriti;... Nell'ansia Grazia ha dimenticato di togliersi il
grembiulino e se ne accorge quando Claudio è già apparso su la porta e
s'è inchinato davanti a lei... Mentre Claudio, nell'inchino, ha giù gli
occhi al pavimento, fa a tempo Grazia a toglierselo, a chiuderlo in una
mano, dietro il dorso. Claudio è venuto avanti. Come agita, Grazia, le
mani dietro la schiena... È il momento di dar la mano al maestro. Ma in
una ha il grembiule e nell'altra lo scopettino. Un grand'imbecille quel
don Giovannino che è dietro di lei e non vede che bisogna toglierla
d'impaccio! Non pensa, Grazia, alla cosa più semplice: buttar tutto
per terra. Ma nella confusione accade sempre così: ci si impunta su un
ostacolo e la soluzione più semplice ci sfugge. Ecco che Claudio le è
davanti. Grazia s'è inchinata a sua volta. Ora è il caso di tirarsi su,
di dargli la mano... Ma come fare? Quell'imbecille di don Giovannino...
Si sente, Grazia, perduta... Ma miracolosamente, a tempo, due mani —
quelle di don Giovannino diventato meno stupido? — le tolgono scopetta
e grembiule ed ella, tirandosi su dal bell'inchino, può dare a Claudio
la mano e dirgli commossa e col suo più bel sorriso:
— Inutile assicurarle, maestro, ch'ella ha qui tutt'un piccolo mondo
d'ammiratori...
Claudio sorride: il sorriso solito per la solita frase udita mille e
mille volte. E Grazia presenta: suo fratello, Rosetta, i suoi grandi
amici — che stretta di mano stile _Louis XV_ dà il conte Spada e che
_shake-hand_ da spezzare il braccio al maestro dà don Giovannino! — e,
finalmente, le sue amiche. E, ad una ad una, le ragazze passan davanti
al maestro con un piccolo goffo inchino che le fa diventar tutte rosse
e poi si ritraggono e fanno qua e là, nel fondo in penombra della gran
sala, gruppi chiari e chiacchierini che son per Claudio Arceri tutti
sguardi e commenti.
E poi, appena Claudio è seduto accanto a Marcello che lo interroga
sul suo lavoro e sui suoi propositi, le ragazze, chiamate da Grazia,
vengono avanti e l'aiutano a servire il tè. In un angolo don Giovannino
studia il maestro. Ora s'avvicina a tre ragazze che son rimaste lì
ferme a guardare coi gomiti poggiati alla _consolle_. E chiede, in
confidenza:
— Meglio di me il maestro? Osereste affermarlo?
Una risata delle ragazze gli risponde e rimane lì, come uno stupido,
mentre le ragazze volan via anche loro verso il maestro, per servire i
biscotti...
E don Giovannino si consola. Guarda il maestro, vestito semplicemente
d'una giacca nera. E guarda, invece, il suo _tight_:
— Si fan forse le visite in giacca?... Ma bisogna compatirlo...
Poverino! È un artista. E non conosce gli usi...
XVII.
CAMPANE CHE ASPETTANO.
Come ogni sera a quell'ora, il vecchio amico del campanile aspetta
Grazia lassù per suonare l'Ave Maria. Il sole è già laggiù, su l'orlo
dell'orizzonte. Già non è più interamente un disco. E tra le grandi
campane mute, brune sul cielo verdino, il campanaro attende. Guarda
l'ora ogni due minuti. Per la prima volta quella sera Grazia è in
ritardo... E guarda giù se Grazia venga... Guarda, aspetta... E le
campane aspettano... E, il sole continua a calare laggiù, fra quelle
nuvole rosse...
XVIII.
IL «LAMENTO DI GIULIETTA».
Claudio Arceri è alla spinetta. Grazia gli ha detto:
— Vi suonò, l'ultima volta, mio padre. Vuol darmi lei la gioia di
riaprirla oggi?
Appena seduto, Claudio è rimasto incerto. Che cosa suonare? E Grazia ha
preso lo spartito d'una sua opera: _Giulietta e Romeo_. L'ha aperto sul
leggìo:
— Il “_Lamento di Giulietta_„, maestro. È il suo capolavoro!
E Claudio Arceri ha cominciato a suonare. Grazia è appoggiata alla
spinetta, intenta ad ascoltare, a guardare. E lentamente, pianamente,
a mano a mano che il maestro suona, i gruppi sparsi nell'ombra del
salone si avvicinano, si stringono sempre più, diventano uno solo e
le ragazze, le rose rosee, le rose azzurre, non sono più staccate,
ma formano adesso, chiare di luce nella penombra, tutto un grande
_bouquet_. E le braccia si allacciano, e gli occhi si cercano. E Grazia
guarda il piccolo orologio che ha al polso e, mentre ascolta la musica,
ricorda...
XIX.
LA BUONA NOTTE AL SOLE.
Sagoma nera su l'alto del campanile, il vecchio poeta delle campane
ha perduto oramai ogni speranza. Sarà solo, quella sera, a dar la
buona notte al sole, al sole che laggiù, nell'orizzonte ora violetto,
non è più che un piccolo arco rosso sempre più piccino, prossimo
a scomparire... E le grandi campane mute, brune sul cielo verdino,
aspettano ancora, ancora un momento...
XX.
ESTASI E RIMORSO.
E, nella sala in cui l'ombra diviene sempre più nera e dove, nella
suggestione della musica, cuori e corpi si fanno sempre più stretti
e più vicini, Grazia guarda ancora l'orologio al suo polso. Vorrebbe
andare. Non sa staccarsi. È combattuta e divisa, tra un'estasi e un
rimorso.
XXI.
AVE MARIA!
E il sole è scomparso. Pace e melanconia infinita del crepuscolo. Ed
è l'armento che torna dal pascolo col suo pastore, ed è il piccolo
lago che s'addormenta tra le ninfee, ed è la luce che s'accende nei
casolari, ed è l'ombra che scende giù per la montagna, ed è la falce
di luna che spunta lassù dietro la collina, ed è il carro pesante e
lento che va per la lunga via crepuscolare, ed è l'argenteo saluto dei
campanili lontani al giorno che se n'è andato.
E, finalmente, nere e gigantesche sul cielo ove s'accendono pallide le
prime stelle, le campane lentamente si muovono.
Presso la spinetta Grazia, d'improvviso, le ode. Tende al richiamo
lontano delle amiche d'ogni sera l'orecchio ed il cuore. Ancora
è combattuta, ancora è divisa, presa fra due sentimenti e fra due
musiche. Con gli occhi intenti, dilatati, rivede le cose d'ogni sera:
il poeta sul campanile, le ultime nuvole paonazze laggiù, le finestre
di Collina Verde che s'illuminano, la porta del casolare che si chiude,
il contadino che torna coi suoi buoi, le fanciulle che ballano su l'aia
al suono della fisarmonica.
Claudio Arceri suona. Gli occhi fissi su lui, tutta l'anima in lui,
Grazia lo ascolta. Come, nell'ombra che ha invaso tutta la stanza, che
ha disperso ogni sagoma, come il gruppo di quelli che ascoltano s'è
stretto attorno al musicista nel breve cerchio di luce gialla delle
candele!... E nel silenzio immenso solo quelle due voci si chiamano,
si rispondono, fan di due canti lo stesso canto: la spinetta di Claudio
Arceri e, lontane e lente, le campane dell'Ave Maria.
Grazia, al riflesso delle candele che illumina solo il suo volto, è lì,
appoggiata alla spinetta, il capo fra le mani, gli occhi intenti sul
musicista, il cuore alle due musiche. Ma a poco a poco una sola musica,
quella che ha vinto, rimane in tutt'il suo immenso cuore gonfio di
commozione: quella di Claudio che continua a suonare mentre le grandi
amiche d'ogni sera, che hanno invano chiamato Grazia, si addormentano
pian piano negli ultimi rintocchi sempre più lenti e, ferme oramai, non
sono più che gigantesche ombre sul cielo sereno e infinito dell'immensa
notte finalmente discesa...
XXII.
COSÌ, OGNI GIORNO...
Le parole ardenti di Cirano hanno vinto il cuore di Rossana. Lassù, al
davanzale, trepida fra i rami del gelsomino, la fanciulla è pronta, è
offerta al bacio del suo innamorato. E Cirano, escito dalla sua folle
ebbrezza, spinge su l'altro, Cristiano, a cogliere su quelle labbra
frementi il bacio ch'egli ha preparato.
Questa è la pagina ardente e disperata che oggi ispira Claudio Arceri
seduto a comporre al suo tavolino da lavoro. Ha provato or ora, al
piano, la melodia che gli è frullata nel cervello e che ha fissata su
la carta. Ora è stanco. Ha guardato sul tavolino il piccolo orologio
che segna le ore della sua fatica quotidiana. Le sue piccole amiche
sono oggi in ritardo? Ma no... Ecco il rumore d'una porta che s'apre,
ecco un echeggiar di voci, fuori, nel vestibolo, e le due amiche, tutta
azzurra l'una, tutta rosea l'altra, entran correndo e son di volo alla
scrivania e al pianoforte. Grazia cerca fra le carte, vede la nuova
musica appena appena composta. L'apre sul leggìo e, costretto Claudio a
levarsi, lo fa sedere al pianoforte. Presto, presto... Le nuove melodie
appena nate devono avere le loro prime ammiratrici.
E Claudio Arceri suona alle due piccole amiche che, sedute accanto a
lui, un gomito sul ginocchio, il volto nella mano, vedono ripassare
nella loro memoria, nel sortilegio della musica, le scene e le figure
del bel poema: l'incontro coi cappuccini, l'apparir di Rossana al
balcone, il primo balbettìo di Cristiano, il volo lirico di Cirano,
l'apologia del bacio:
.... Ma poi che cosa è un bacio? Un giuramento fatto
un poco più da presso, un più preciso patto....
XXIII.
GENTE CHE ASPETTA INVANO.
Su la poltrona dov'è inchiodato dalla paralisi il «grande malato» volge
invano il capo verso il cancello del suo piccolo giardino...
Nel laboratorio le «manine d'oro» lavorano... La tovaglia per l'altar
maggiore, tutta piena di bei ricami, è pronta, ma nessuno viene a
ritirarla. Il lavoro non è più come prima, sicuro, felice... Di tanto
in tanto le «manine d'oro» si fermano... A questa sarebbe necessario
un consiglio... Quella ha paura di sbagliare... Quell'altra non sa più
come andare avanti. E aspettano, le manine d'oro, di sera in sera, di
mattina in mattina... Aspettano.
E lì, al sole, i due ragazzoni mutilati, i due eroi, senza gambe l'uno,
senza braccia l'altro, fumano e ricordano... Ricordano le ore in cui
le parole buone, parole consolatrici, parole che nessuna altra bocca
sa dire, scendevano sino in fondo alle loro anime... Ora fumano, soli,
melanconici, al sole... Soli: come e quanto si sentono soli!... Davanti
a loro è la strada bianca, vuota... Suonava un tempo, d'improvviso, su
quella strada, il trotterello leggero e frettoloso... E tutt'il cuore
era un'illuminazione...
E, al ponticello di legno, gli erranti, i vagabondi della strada
maestra, si raccolgono come ogni mattina. Facevan chilometri e
chilometri, una volta, per non mancare all'appuntamento. Dovunque
fossero, ovunque li conducesse il loro vagabondaggio, lì li
riconduceva, all'uscir da ogni notte, la loro buona stella. Veniva di
lassù, dall'alto di quel ponticello, la buona stella, in un dondolìo di
sonagli d'argento...
E lassù, sul campanile, accanto alle immobili campane che sembrano non
aver più lo stesso suono, il poeta del campanile aspetta, guarda ogni
sera, giù giù fin dove il viottolo si perde tra i vigneti, guarda se la
piccola cara ombra appaia ancora come appariva, fedele, puntuale, ogni
sera.
Ma Grazia non viene più.
XXIV.
UN MAZZO DI ROSE BIANCHE.
Claudio ha richiuso il piano. Quanta ne vorrebbero le ragazze!...
Vorrebbero uno spartito al giorno... Ma musica nuova non ce n'è più...
Grazia non si fida. È alla scrivania. Rovista fra le carte. Son lì, nel
vaso di cristallo, le belle rose rosse. Sono le rose che ella gli manda
ogni mattina per fiorirne il suo tavolino da lavoro. Ora Grazia tuffa
il viso, in quelle foglie ardenti e fresche: e, tra quelle foglie,
il suo respiro è quasi un bacio. Ma, volgendosi, Grazia vede un altro
mazzo di rose — bianche queste — lì, in un altro vaso di cristallo, sul
pianoforte. Un'ombra passa sul suo volto e spegne il suo sorriso.
— E queste? ella chiede.
Come, prima che Claudio risponda, Rosetta, tutta rossa, abbassa il
volto confusa e mortificata! È perfettamente inutile che il maestro
spieghi:
— Son della signorina Rosetta...
.... Già Grazia, da quel rossore, dall'abbassarsi di quello sguardo
sul tappeto, l'aveva capito... Lo sguardo di Grazia non s'abbassa come
quello della sua amica. Fattosi oscuro e torbido riman lì, diritto,
fermo. Rosetta se lo sente addosso senza vederlo e ne ha fastidio. Con
un pretesto si allontana con Claudio verso il fondo della stanza dove
son giornali e riviste appena arrivati con la posta. E Grazia, sempre
fermo e diritto lo sguardo carico di nuvole nere, strappa non veduta
qualche foglia al mazzo di rose bianche di Rosetta e le stritola, le
stritola — come le stritola! — nelle sue piccole mani convulse...
Claudio prepara il tè, laggiù, in fondo. Rosetta, che è buona e che non
ha nulla da rimproverarsi, si è riavvicinata a Grazia: timidamente le
chiede che cosa abbia. Le risponde una spallucciata.
— Che ho? Nulla.
Non ha nulla. E ha tutto. Ha un turbamento profondo che non ha forma,
che non ha nome ancora, ma che la lascia lì, imbronciata, cupa, senza
farle trovare una sola parola da dire all'amica, che le stringe il
cuore sino a farglielo così piccino che entrerebbe in un pugno. E
rimangon lì, così, le due donne — così vicine e così divise — finchè
Claudio s'accosta a loro recando due tazze di tè.
Ma passa ogni nube, tornano il volto e l'anima di Grazia a sorridere
se Claudio, bevuto il tè, siede con le due fanciulle in un angolo del
salotto e parla di sè, parla di sè a loro che bevono intente le sue
parole, parla, come lui solo sa parlarne, dei suoi ricordi d'arte e dei
suoi sogni di gloria.
XXV.
QUANDO GRAZIA NON C'È...
— Chiudete le finestre. Ho freddo.
È primavera. Ma Marcello ha freddo. Non c'è sole che gli illumini il
buio dell'anima, non c'è tepor di maggio che gli riscaldi le vene. È
lì, sconsolato, freddoloso, sotto le coperte, disteso sul divano, fra i
due più vecchi domestici di casa che lo assistono, la vecchia cameriera
che lo ha visto nascere e il vecchio servo fedele che gli è così vigile
e affettuoso infermiere. Un tempo una cosa, una gran cosa, riesciva a
distrarlo dal pensiero del suo male, a infondergli coraggio: il sorriso
di Grazia, la continua presenza di Grazia. Ma ora... Come son lunghe
e come son tristi a passare le ore in cui ella è lontana... E come in
quelle ore tutt'i suoi mali sembrano moltiplicarsi...
— Chiudete... Chiudete ancora... Ci dev'essere qualche cosa d'aperto
nell'altra stanza... Ho freddo...
Ha freddo dentro e gli pare d'aver freddo fuori. E con le coperte di
cui s'avvolge crede di riempire il vuoto, di rimediare al freddo che
Grazia lascia, quando non c'è...
XXVI.
CHI È LA MUSA?
Sono in giardino, tra le più belle rose del mondo. Son veramente le più
belle? Così almeno sembrano a loro. Così sembra a loro tutto quello che
da vicino o da lontano circonda il musicista, appartiene comunque a lui
o alla sua vita.
Rosetta chiede l'ora. La sua istitutrice doveva venirla a prendere
alle quattro e son le quattro passate da un pezzo. Ma chi pensa più
all'ora, al ritardo, alla mamma che aspetta, adesso che Claudio prende
a ognuna delle due ragazze una mano e sollevandole in alto domanda con
un sorriso:
— Qual'è fra voi due la Musa?
L'idea tenta Grazia immediatamente. In un lampo la coglie, ne fa un
fatto. Ha tolto dal taschino di Claudio il suo fazzoletto e ha bendato
il musicista. E ora, allontanandosi da lui e allontanando con sè
Rosetta, lasciandolo lì in mezzo alla grande aiuola fiorita, gli grida:
— Scegliete.
Strano giuoco frivolo e terribile in cui le bimbe che sono state fino
a ieri si divertono un mondo e non vorrebbero mai farsi acchiappare
da Claudio che, qua e là, le insegue, e in cui le donne ch'esse sono
diventate trepidano in una tensione atroce dello spirito e vorrebbero
che sùbito Claudio riuscisse ad afferrarle, che immediatamente il
giuoco finisse e la sorte facesse la sua scelta come a fissare e a
scoprire il destino. E vanno, e girano, e fuggono, e ritornano, e
lo sfiorano, e lo toccano, e son lì a due passi, e son là lontane, e
Claudio crede di stringerne una fra le braccia, e abbraccia l'aria fra
le loro risate. Ma, ahi, è fatta... Questa volta è presa bene e non
scappa più... Una delle due fanciulle è nelle braccia di Claudio che
sùbito si sbenda e la vede:
— Voi! Grazia!
E, tra il giuoco e il serio, Claudio trattiene per qualche istante fra
le sue braccia, più che non dovrebbe, Grazia, il cui volto è tutto
illuminato di gioia, mentre Rosetta s'è fatta laggiù, dove il viale
comincia, per nascondere il suo turbamento, per vedere se giunga la
sua istitutrice, la sua istitutrice che è incredibilmente in ritardo.
E ancora Claudio a bassa voce mormora all'orecchio di Grazia che tutta
ne trema e abbassa il volto fatto di brace:
— Voi... Voi...
XXVII.
GLI ABBANDONATI.
Su la piazza del paese, al piccolo “gran caffè„, mogi mogi,
abbandonati, senza parlare, son seduti tre dei quattro amici di Grazia:
il conte Spada, il farmacista e il maestro. Qua e là per la piazza, su
la porta delle case, le belle ragazze di Collina Verde fan capannelli.
E don Giovannino, più che mai fatale, va di gruppo in gruppo, a
dispensar sorrisi e a rubar cuori. Ma chi lo guarda più don Giovannino
da quando c'è in paese Claudio Arceri? Son tutte lì, su le porte, per
aspettarlo, per vederlo passare, alla solita ora, alle cinque, quando
viene in paese a spedir la sua posta e a comprar sigarette. Ora che
c'è in paese un grand'uomo e un bell'uomo chi guarda più, chi può più
guardare quell'uomo ridicolo ch'è don Giovannino? Ma don Giovannino,
come tutti i grandi che decadono, non si accorge della sua decadenza.
Prende per buoni i sorrisi ironici che lo accolgono, chiude le
orecchie alle risate che lo seguono, vede solo la più santa ingenuità
nelle frasi piene di malizia e di scherno con cui le belle ragazze di
Collina Verde prendono in giro la sua fatalità esautorata e si burlano,
insomma, maledettissimamente di lui...
Accanto ai tre che non parlano, caduti nell'abbattimento profondo dei
grandi abbandoni, il medico prende un caffè. Ma il domestico di Grazia
viene a chiamarlo.
— Corra, corra signor dottore... Il signor Marcello sta male... Ed io
vado al Castello a chiamare sùbito la signorina Grazia...
E corre via, pover'uomo, nel suo affanno e nel suo affetto, come se i
suoi vecchi «piedi dolci» avessero le ali...
XXVIII.
L'«ARIA DEL BACIO».
Quella Grazia non fa che rovistar tra le carte di Claudio! Rientrati
nello studio e mentre Claudio e Rosetta sono occupati a sfogliare un
_album_ di fotografie, Grazia si è avvicinata al tavolino per frugare
ancora. Non è, del resto, diritto della Musa ficcare il nasino nelle
faccende del suo Poeta? E, cerca, cerca... ha trovato! Ha trovato un
brano che Claudio non aveva ancora confessato d'aver composto. Ora,
con un lieve cenno, non veduta da Rosetta che continua a guardar
fotografie, ha chiamato Claudio per mostrargli il foglio di musica e
dirgli:
— Questa, “l'aria del bacio„, dovete farla sentire a me sola....
E Claudio le risponde sorridendo, sottovoce, e rimettendo il foglio sul
tavolino:
— Sì... Più tardi... Quando Rosetta se ne sarà andata...
Uff!... Ma quando se ne va Rosetta?... È sempre laggiù, a guardar
fotografie, tranquilla... Che può mai trovare d'interessante in un
_album_ di fotografie di gente che non conosce?... Sempre così, quella
ragazza... Senza nervi, docile come una pecora... Se le dicessero di
star lì tre ore a leggere e le mettessero fra le mani l'_Indicatore
generale delle Ferrovie_, lo leggerebbe tutto, da cima a fondo... Per
la prima volta Grazia è severa con la sua amica... Ma anche lei... Che
ostrica attaccata allo scoglio... La lasciasse mai sola.... E Grazia
guarda al suo polso il piccolo orologio: le quattro e mezza...
— Non doveva la tua istitutrice venirti a prendere alle quattro?... Sai
che son già le quattro e mezza passate?
Rosetta s'è levata chiudendo l'_album_... Oh, finalmente.... Guarda
dalla finestra per vedere se l'istitutrice venga... Oh, un passo nel
giardino... Eccola... Ma no... È un uomo, è il domestico di Grazia, che
vuol parlare a Grazia... E le parla, in un angolo, sottovoce:
— Venga sùbito, signorina... Il signor Marcello non sta bene... E la
vuole...