Sùbito Grazia è in allarme: pallida, tremante... Il suo primo movimento

è per andarsene... Ma guarda, lì, verso la finestra... Vede Rosetta

e Claudio, vicini, vicinissimi, che parlano, che ridono... Che fare?

Lasciarli soli?.. E il piccolo delitto si compie nell'anima sua. Non

chiede al domestico di più per non sapere di più... Gli dice che andrà

sùbito e, con un gesto, lo congeda. Poi risale verso i due che vengono

incontro a lei per interrogarla:

— Forse Marcello?...

E Grazia, la voce fredda, e decisa:

— Nulla... Nulla...

Sente, Grazia, tutto il suo delitto, ma lo compie, irresistibilmente,

inevitabilmente. Non può staccarsi. È lì, inchiodata, nel suo martirio

e nel suo amore. E c'è qualche cosa di più della gelosia per non farla

muovere. C'è l'amore per non farla andare via. Ora l'istitutrice di

Rosetta è entrata e Rosetta è pronta per andarsene. Ora non c'è più

la sofferenza di lasciarli soli, lì, accanto alla finestra, vicini,

vicinissimi, a parlare, a ridere... Rosetta, gelosa anche lei, le dice:

— Vieni anche tu?

Ma Grazia, l'aria ingenua, gli occhi bassi, quasi con un fare annoiato

di dover restar lì per non saper dove andare, risponde:

— No... Rimarrò... Ancora un poco...

A malincuore Rosetta va via. Claudio l'accompagna, fuori, in giardino.

Per la prima volta da che si conoscono e si vogliono bene le due

amiche non si sono baciate separandosi. Grazia, senza più forze, s'è

appoggiata, rigida, contro il muro. È lì, inchiodata, e la visione le

appare della sua casa, di Marcello disteso sul divano, nelle torture

atroci del suo male, nella terribile crisi... E quando Claudio rientra

la trova così: rigida contro il muro, pallida con gli occhi sbarrati.

— Che avete?

Ma non ha nulla, nulla... Non si allarmi... Nulla... E va al

pianoforte, e prende il foglio di musica, e lo mette sul leggìo... E fa

sedere Claudio, e siede accanto a lui, di contro a lui, a guardarlo, ad

ascoltarlo... Com'è deliziosa, avvolgente suggestiva quella musica...

Come si fa leggera, arguta, preziosa per il concettino lezioso,

leggiadro e artificiale che definisce il bacio:

.... un apostrofo roseo messo tra le parole

t'amo...

E come più oltre la musica si fa appassionata, ardente, travolgente,

con tutto l'ardore, con tutto il furore del bacio... Come Claudio

guarda, suonandola, Grazia... Come Grazia guarda, ascoltandola,

Claudio... Il bacio è già fra loro, aereo ancora, non tòcco, in quei

due sguardi... L'invito, la forza magnetica delle due giovinezze, è

irresistibile. Ed eccoli, quando la musica cessa, prima su l'ultimo

grido, poi su l'ultima nota ch'è un sospiro di voluttà, eccoli l'uno

nelle braccia dell'altra... Non è, ancora, il bacio delle bocche...

Grazia non vorrebbe... Claudio non osa... Ma è, irresistibile, più

grande, più profondo, il bacio delle anime che si sono intese, che

comunicano... È la gloria trepida, immensa, senza parole, dell'amore

che incomincia...

XXIX.

SOLO.

Nella stanza del malato dove già le lampade sono accese, un andare e

venire di ombre in un odore grave di farmaci. È la voce di Marcello che

geme:

— E Grazia... Grazia che non viene... Ma l'avete, l'avete veramente

chiamata?...

Ora un colpo di tosse, atroce, gli spezza il petto di fuoco. E,

ricadendo sui cuscini, il malato geme:

— Sto così male, così male... Chiamate, chiamatemi Grazia, ve ne

scongiuro...

XXX.

RITORNO.

.... e Grazia s'è levata, s'è strappata, quasi, dalle braccia di

Claudio. Lo ha fatto sedere al tavolino e prepararsi a riprendere il

lavoro.

— Mi piace, da lontano, di potervi pensare così: curvo su le vostre

carte, a cercar la musica nel vostro cuore...

Ha già in capo la gran paglia di Firenze coperta di roselline. Claudio

fa per levarsi. Ma Grazia lo ferma, col gesto, con la voce:

— No, non mi accompagnate. Rimanete così...

E si allontana. Poi ritorna. Prende nel vaso di cristallo le sue rose

rosse. Le sfoglia su le pagine di Claudio da dietro le sue spalle.

Claudio le afferra una mano, vi depone un bacio e con quella la

trattiene, la tiene... Ma Grazia si scioglie dolcemente:

— No... Lasciatemi andare... È tardi... Mio fratello non sta bene... E

mi attende...

Ed esce così, indietreggiando, senza levar lo sguardo di dosso a

Claudio immobile alla scrivania. È alla porta. L'apre. Esce. Richiude.

Claudio china il volto su le pagine bianche e su le rose rosse. Poi

prende la penna. Cerca un istante, gli occhi in aria, e riprende il

lavoro...

Ma la porta si riapre, cautamente, leggermente. Claudio, assorto nel

lavoro, non ode. Grazia è rientrata così, e, in punta di piedi, cauta

cauta, leggera leggera leggera, va fino al pianoforte per prender

nell'altro vaso di cristallo l'altro mazzo di rose, le rose bianche,

le rose di Rosetta, e portarlo via con sè. E, piano piano, leggera

leggera leggera, guardando quelle rose non sue che non vuol lasciar

lì, indietreggia, raggiunge la porta, l'apre, esce, richiude, senza che

Claudio, assorto nel lavoro, si sia avveduto di nulla...

Fuori, nel giardino, Grazia distrugge con le mani febbrili le rose di

Rosetta e ne fa una pioggia bianca su le aiuole intorno. Poi si chiude

nel mantello — col suo delitto verso il fratello, col suo amore per

Claudio, con la sua gelosia per Rosetta — si chiude nel mantello e

fugge, fugge via, di corsa, di volo, per non perdere un minuto di più,

un solo istante ancora, per essere sùbito, sùbito, da Marcello, dal

povero Marcello, che ella, nella sua follìa, ha potuto... ha potuto...

Oh, orrore!... Ha potuto...

Corre... corre... Ed eccola alla sua villa, nel suo giardino, su per

le scale, nella gran galleria, alla porta della camera... Ed entra. Ma

quand'ella entra sùbito i domestici, col gesto, ne arrestano l'impeto:

— Sssss... Dorme!

E mentre il vecchio servo guarda se il sonno e il respiro son

tranquilli la vecchia domestica spiega:

— È stato tanto male... Ed ha tanto cercato di lei...

Col gesto, immobile, chiusa nel nero mantello, Grazia allontana i

servi. E, rimasta sola, si getta ginocchioni ai piedi del fratello,

gli bacia le mani e, fra i singhiozzi che le scuoton la gola, dice

disperatamente al fratello addormentato:

— Perdonami, perdonami, Marcello!

E rimane lì, piangendo sommessa, accucciata a terra, umile, pentita,

sgomenta, a passarsi sui capelli, quasi per farsi perdonare senza

attendere il risveglio, dolcemente, dolcemente, in una lenta carezza,

la mano del suo povero fratello che dorme dopo aver tanto sofferto

senza di lei...

XXXI.

«HO IO IL DIRITTO DI AMARE?»

Nella notte Grazia non ha trovato pace nè riposo. Avute nel delitto

contro il fratello la rivelazione e la certezza del suo amore, tutta

la crudeltà del suo destino e tutta la precarietà del suo bene le sono

apparse. È stata, or ora, a baciar su la fronte Marcello che dorme

nella stanza accanto alla sua. Le giunge, dalla porta aperta, il suo

respiro più calmo, eguale. Quanto deve già amare ella Claudio Arceri

se ha potuto, quel giorno, lasciar Marcello in preda al suo orribile

male senza soccorrerlo, senza volare da lui, col cuore in gola, appena

chiamata, come sempre faceva al primo, al minimo allarme!... Ora è

ferma davanti a un cassetto che ha socchiuso e da cui ha tratto alcuni

medaglioni, vecchie miniature di famiglia. Lassù, in montagna, la

notte è ancora fredda e un po' di fuoco è ancora acceso, brace, non

più fiamma, nel suo camino. E Grazia s'accuccia a terra, in quel po' di

calore, in quel po' di luce rossa. E l'atroce domanda è nel suo cuore:

— Ho io il diritto di amare?

Guarda i medaglioni ad uno ad uno. Sua madre... Suo padre... Due suoi

fratelli... La piccola Anna Maria a quattordici anni... Morti tutti

così... Condannati tutti dal medesimo male...

E d'un balzo è in piedi, rigida, tragica, contratto il viso e disfatto,

con le mani convulse a stringere i medaglioni sul petto entro cui

freme, in un ritmo precipitoso del cuore in tumulto, la terribile

domanda che mille volte s'è fatta, che mai s'è fatta però così

atrocemente come quella notte:

— Ed io? Io?...

E ricade giù, di piombo, abbandonata da ogni sua forza, accanto al

camino, in quel po' di calore, in quel po' di luce rossa. E ricorda.

Ricorda com'ella ha vissuto finora. Si rivede errante ogni anno nei

paesi del sole, Nizza, Mentone, il Cairo; si rivede, nella calda

stagione, nei paesi delle eterne nevi dove l'ossigeno difende la

vita minacciata. Non è forse il male entro di lei? Può ella credere

d'esserne miracolosamente immune, mentre suo fratello, di là, lotta

già contro l'insidia ogni giorno, può illudersi solo perchè le cure

prudenti e una previdente igiene hanno forse ritardato il giorno

dell'aperta condanna? Può ella credere d'essere salva solo perchè ha

voluto tentar di salvarsi?

E Grazia rompe in un lungo pianto disperato, dilaniata così tra

l'estasi del suo amore e l'orrore della sua condanna...

XXXII.

NO!

Condannata? Saperlo, saperlo... La mattina dopo, con un pretesto, al

primo schiarire, Grazia è discesa, anonima, sconosciuta, alla città.

È già lì, da un'ora, nella sala d'aspetto del clinico famoso, tra gli

altri malati, altri dolori che attendono.

Grazia rivede Claudio Arceri, a quell'ora già intento al lavoro, al

tavolino dove in un vaso di cristallo son le sue rose rosse nuove ogni

mattina. E si rivede, come ieri ella era, nelle braccia di Claudio,

nella prima stretta, nella prima felicità... E invece... La giovinezza,

l'amore, la gloria... Dovere a tutto rinunziare!... Ed è lì, assorta,

disperata e muta, mentre due lacrime le appaiono su l'orlo del ciglio

e le scendon giù lungo le guance pallide, irrigidite, scarnite quasi,

quella mattina, dall'atroce tensione d'ogni nervo, d'ogni muscolo...

Ora la chiamano. È il suo turno. Ha fatto al medico la domanda recisa:

— Voglio sapere, dottore... Posso io amare? Posso avere senza delitto

una casa, figliuoli?...

Attento, tranquillo, solito, il medico la esplora, l'ascolta. Grazia

spia ogni minimo moto del suo volto, tutta l'anima tesa, sospesa.

Sul volto indifferente e abituato del grande clinico, solo un'ombra è

passata, un istante: ma sùbito Grazia l'ha veduta, l'ha còlta. Tenta il

medico qualche menzogna:

— Vedere... Aspettare... Il tempo...

Ma Grazia disperata e umile scuote il capo. Sa che la condanna è

inesorabile e mentre si riabbottona il corpetto sussurra:

— Anche io... come gli altri...

Ancora il medico — c'è un po' di pietà anche nei cuori stoici — tenta

qualche consolazione blanda:

— Non creda questo... Può guarire.. Molte cure... La giovinezza ha

meravigliose forze di difesa... Potrà un giorno aver la sua casa

anche lei, i suoi figliuoli... Lo credo... Lo spero... Ma aspettare...

Aspettare molto tempo, certamente....

Scuote il capo ancora, Grazia, cercando nella sua borsetta il denaro

del consulto. Perchè spreca il medico quelle parole?

— No, dottore... Sapevo già... Ma prima d'oggi non ho mai voluto

sapere... con certezza... Ma oggi era necessario... Oggi non potevo,

non dovevo più illudermi...

Ha tratto dalla borsa la busta col denaro: cinquanta lire. E la rimette

al medico con un sorriso e un ringraziamento. Quanto costa poco la

verità! Una vita sa di dovere a tutto rinunziare, di dover lentamente

durare per aspettar solo la morte: cinquanta lire! La scienza, con

breve esame, uccide il sogno, l'amore, un'anima, chiude tutto un

destino... Nulla. Una piccola busta presa con un gesto indifferente...

Cinquanta lire! È la commedia atroce delle tragedie chiuse in uno solo,

delle ore tragiche con persone indifferenti... Non ostante la condanna

data e ricevuta, due sorrisi, due inchini, un ringraziamento! E, vinta,

finita, distrutta, Grazia è uscita, fuori, nella sala d'aspetto. Le

forze tese fino a quel punto non la reggono più. Ed ella cade lì, su

una poltrona, accanto alla porta che il medico ha richiusa dietro di

lei per riaprirla, fra due minuti (il tempo di segnar l'incasso e il

numero della consultazione su un registro), per riaprirla, fra due

minuti, su un'altra angoscia.

Due bambini gracili, macilenti ed un signore a lutto sono seduti

accanto a Grazia che trae a sè i due bambini e interroga il padre

toccandoli al petto:

— Malati?

E il padre, coprendosi gli occhi col fazzoletto, dice due volte col

capo di sì, di sì...

Ha fra le sue braccia, Grazia, i due bambini esangui, intimiditi e

docili.

— Così sarebbero, pensa, i miei figliuoli...

Si asciuga le lacrime, bacia i bambini e si leva. Tende una mano

pietosa — carità d'un povero a un povero, carità anonima e sublime — al

padre che piange e gli dice:

— Coraggio!

E il signore a lutto, il vedovo, stringe quella mano e vi depone un

bacio. Scuote il capo come per dire che coraggio ne ha avuto tanto, che

ora non ne ha più... E china ancora il volto nel fazzoletto che trema

nella sua mano...

XXXIII.

PICCOLA FELICITÀ DA SOLA.

Mentre Claudio lavorava Rosetta è entrata. S'è sùbito guardata attorno,

cercando, stupita...

— E Grazia?

Claudio le ha teso la lettera di Grazia: costretta da un affare urgente

a discendere in città non potrà quella mattina andarlo a salutare...

Manda il solito augurio di buon lavoro... Tornerà, certamente, nel

pomeriggio...

Rosetta ha pregato Claudio. Poichè ella è sola Claudio non le farà

l'offesa di non suonare solo per lei la musica composta quella

mattina... Come può Claudio dire di no?... Ed è al piano, e suona...

E Rosetta l'ascolta, intenta... E la musica, quella musica, le par più

bella perchè è suonata stamattina solamente per lei...

XXXIV.

SOLITUDINE AL GIARDINO PUBBLICO.

Accanto alla stazione, nel giardino pubblico ov'ella attende il treno

per ripartire, Grazia è seduta su una panchina. Attorno a lei è un

andare e venire di gente al sole della bella mattina, è un correre e

un gridare di bimbi felici. Due, tre volte gli occhi le si riempion

di lacrime nel guardare quello spettacolo di serenità, quella lieta

primavera dell'anno e della vita. Due, tre volte ha sollevato il

fazzoletto ad asciugare con rapido pudore quelle sue lacrime pubbliche.

Un bimbo, la cui palla è venuta a cadere presso Grazia, la vede

asciugarsi le lacrime. La tira per la veste e le chiede:

— Perchè piangi, signora?

E gli par così strano che ci sia qualcuno che piange lì; dove si viene

ogni mattina, quando c'è il sole, per giuocare... Interroga già, quel

bambino, come interroghiamo noi uomini: non per far dire agli altri ciò

che loro preme sul cuore, ma per sapere noi, quando siamo curiosi...

Ma il bimbo ha già in mano la palla... E, senza aspettar che Grazia

risponda, già la tira, laggiù, ai compagni di giuoco che lo chiamano...

XXXV.

ROSE BIANCHE E ROSE ROSSE.

Ora, mentre Claudio suona, Rosetta si leva e, preso il mazzo di rose

bianche che ha portate con sè, le mette sul tavolino di Claudio dopo

aver tolto dal vaso di cristallo le rose rosse di Grazia.

E, in una pausa della musica, spiega:

— Mettiamo qui, stamattina, le rose mie.... Quelle di Grazia sono già

appassite...

XXXVI.

«MADRE, CONSOLAMI TU!»

Nel giardino del convento della Collina Verde le piccole suore bianche

sono in ricreazione. È l'ora in cui anche giuocare è malinconia. Vien

su il crepuscolo da dietro la collina. Tramonta il sole laggiù, sotto

quell'arco verde fatto dai pini, in un cielo di fiamme gialle.

Grazia è alla porticina del convento, appoggiata, esausta. Ha bussato e

aspetta. E quando la suora guardiana apre il corpo di Grazia, senza più

sostegno, cade dentro, nel convento, di piombo, come un corpo morto,

come un corpo senz'anima, fra le braccia della suora che ha appena il

tempo e che ha appena la forza di sorreggerlo...

Le altre suore sono accorse, tutte bianche attorno a Grazia tutta

vestita di nero. Mentre vanno per il gran viale dei cipressi la

sorreggono, quasi la portano. Chiedon con gli occhi trepidi alla

piccola amica che cosa ella abbia, ma la piccola amica ha chiuso gli

occhi e le labbra. Giungon così su lo spiazzo davanti alla Cappella.

Anche la Madre Badessa corre incontro a Grazia. E Grazia, le mani

giunte, le cade in ginocchio davanti:

— Madre, Madre, consolami tu, consigliami tu, col tuo Crocefisso!

E stringe nelle mani convulse, e bacia con le sue labbra frementi, il

piccolo crocefisso d'ebano e d'avorio che pende lungo la gonna della

Badessa. E questa, chiamandola appena con la voce bassa e commossa, le

carezza i capelli da cui il velo nero è caduto. Non sa che dirle: sa

che bisogna solo lasciarla piangere, così... E Grazia piange, piange,

disperata, tutta scossa dai singulti, schiantata in tutta la sua

persona e in tutta la sua vita, mentre le piccole suore, interrotte nei

loro giuochi, fatte serie, timide e silenziose da quel dolore che vien

da fuori a cercar rifugio là dove nell'accettazione dolore non c'è più,

si avvicinano a piccoli passi, senza far rumore, al gruppo doloroso.

XXXVII.

COLUI CHE HA A TUTTO RINUNZIATO.

Pallida figura di Cristo su la grigia parete della cella ove Grazia

ha trascorso, in affannosa veglia, la notte... E, d'innanzi a Colui

che seppe a tutto rinunziare, la Badessa e Grazia sono inginocchiate

pregando.

Nella lunga meditazione notturna, con la lunga preghiera, la serenità

è ritornata nel cuore di Grazia. Il suo dolore è, adesso, pacato e

forte. Ella accetta, gravemente, eroicamente, nella speranza d'un bene

ultraterreno più tardi, la rinunzia suprema. Sollevando gli occhi verso

la Madre Badessa che, come una madre veramente, le accarezza i capelli,

Grazia sussurra:

— Rinunzio anch'io... come Lui... Porto anch'io... come lui... la mia

Croce!

Un'ultima debolezza ed ella s'abbatte piangendo su le ginocchia della

Madre. Ma questa, dolcemente, con parole che invocan la grazia, la

risolleva. E la piccola martire chiede, chiede alla Badessa, e chiede

ancor più a Lui:

— Ma come, come vincere la tentazione?... Come resistere al mio amore?

La Badessa non risponde. Colui che ha a tutto rinunziato risponde

in fondo all'anima della fanciulla con misteriose parole. Grazia e

la Madre si son levate e sono uscite. Sono adesso nel giardino del

convento, appoggiate alla balaustra, d'innanzi all'ampio paesaggio

azzurrognolo della pianura laggiù. E Grazia dice:

— Laggiù, al piano, il sacrificio mi sembrava ieri tremendo.....

E china il capo su la spalla della Badessa che ancora, come una mamma

inconsolabile nel consolare, le accarezza dolcemente e lentamente i

capelli....

XXXVIII.

UN BIGLIETTO.

Buon lavoro quella mattina, lavoro sereno, lavoro fecondo. Il domestico

entra a portare a Claudio Arceri un mazzo di rose bianche. C'è,

insieme, un biglietto:

«_Poichè Grazia lascia appassir le sue rose voglio che sul vostro

tavolino, accanto al vostro lavoro, sieno oggi, come ieri, le mie,

fresche e nuove ogni giorno._

ROSETTA».

XXXIX.

ARRIVEDERCI, SORELLE!

La mano della Madre è su la fronte di Grazia, per costringerla a

levarla in alto, a guardar lassù, verso il cielo. Pensa ancora alle

parole di Grazia: “Laggiù, al piano, il sacrificio mi pareva ieri

tremendo...„. E la Madre le dice:

— E sai perchè qui il sacrificio ti par oggi meno terribile?... Perchè

sei più vicina al cielo che promette al dolore ricompensa...

E lo sguardo di Grazia, estatico, è lassù, fisso in quelle nuvole

bianche, in quelle nuvole d'oro di cui il sole nascosto s'ammanta,

in quelle nuvole in cui le par di vedere apparire — un istante solo —

Cristo tra gli angeli...

Ma è tardi. Bisogna andare. È attesa a casa. Marcello sarà in gran

pensiero. E vanno per il gran viale dei cipressi, verso l'uscita.

Grazia ripete ancora entro di sè la sua domanda: ma come vincere

la tentazione, come resistere al suo amore?... E la luce si fa nel

suo spirito, improvvisa... Un fantasma, un cavaliere dal lungo naso

ridicolo e dal grande cuore eroico, è passato un istante, col suo

sacrificio, nel suo ricordo... Ed ella dice, soffermandosi:

— Non ho che una via di salvezza: donare ad un'altra l'amore che avevo

sognato per me...

Rivanno. Sono presso la porta d'uscita. Grazia passa tra i bianchi

gruppi di suore: qualcuna ne abbraccia, tutte saluta... E quando le ha

tutte raccolte attorno a sè ne abbraccia ancora due con un grande gesto

che tutte vorrebbe stringerle al cuore:

— Arrivederci, sorelle!

E mentre, di nuovo rompendo in lacrime, si riavvìa con la Madre

Badessa, le piccole suore bianche si guardano tra stupite e commosse:

— Che ha?... Che ha?

E Grazia, andando, dice alla Madre, alla madre di tutte:

— Sorelle veramente... Anche fuori di qui, anche con queste mie

vesti... sono anch'io come loro... se anch'io ho a tutto rinunziato...

Nera, nascosta fra l'edera, è d'innanzi a loro la porticina del

convento che la suora guardiana ha socchiusa...

Che sole c'è, fuori, nella mattinata di maggio!... E da quante mattine

suor Ghiottona non ha più la sua cioccolata....

XL.

SERENITÀ NELLA RINUNZIA.

E, sul piazzale davanti alla cappella, al sole, tra le rose in fiore,

vanno, serene, placide e chete, le piccole suore. Quelle annaffiano i

fiori. Quelle altre ne còlgono.

XLI.

RINUNZIA NELLA TEMPESTA.

E la piccola porta del convento della Collina Verde s'è richiusa.

Grazia vi si appoggia sentendo mancar le sue forze. Ha sul volto i

segni della tremenda intima tempesta. Gli occhi sono fissi, vitrei, nel

vuoto... fissi su la terribile visione...

... Rosetta al tavolino del musicista e Claudio che sfiora, con un

primo bacio, la fronte della fanciulla...

... e Grazia ha le mani su gli occhi per fugar la visione. Poi li

riscopre. Da fissi si fanno vivi, animati empiendosi di lacrime

benefiche. E, in quel pianto silenzioso, senza singulti, il suo volto

che si placa si china lentamente sul petto, assentendo, accettando...

Poi Grazia si stacca dalla porticina del convento, s'irrigidisce,

s'innalza, si tende. Si chiude nel suo mantello nero. E così, chiusa,

ferma, incrollabile, s'avvia verso il suo destino...

XLII.

GELOSIA.

— Ho potuto fuggir di casa un momento anche stamattina...

Claudio la guarda. Sorride. Ringrazia. Com'è trepida, e ansante, la

piccina... Ma come lo spirito di Claudio, pur se ha Rosetta vicina,

è assente, è lontano... Aspetta, la piccina, una parola.... Quale

parola?... Non sa. Ma l'aspetta. E ode, invece, Claudio domandare:

— Sapete se Grazia è ritornata?

Mortificata, tutta rossa in volto, gli occhi a terra, Rosetta si

stringe nelle spalle, tra corruccio e ignoranza. Che pena nel suo

piccolo cuore... E va, sola, verso la scrivania... Guarda la musica

scritta quella mattina e leva gli occhi smarriti a interrogare Claudio

che lentamente l'ha raggiunta.

— È il canto di Cirano che richiama nel cuor dei Guasconi, al campo

d'Arras, la nostalgia della Guascogna lontana....

Come sempre Rosetta prende il foglio e lo mette sul leggìo, al piano,

e vorrebbe che sùbito Claudio le suonasse quella pagina... Ma Claudio

ritoglie il foglio dal leggìo e, rimessolo su la scrivania, siede a

questa e dice:

— Quest'oggi, quando ci sarà anche Grazia...

Urtata, ferita, offesa, Rosetta tritura una rosa che ha nelle mani,

ne stacca le foglie. Poi le getta a terra e, nel folle ardire datole

dall'immenso dolore, osa levar la testa e la sfida...

— Perchè? Io non son degna?...

Accorre Claudio a lei, sorride, ride, protesta, le fa mille graziette

per confortarla, per rassicurarla, per farla sorridere. Ma Rosetta non

sorride. La sua gran pena a poco a poco si fa corruccio comico, broncio

infantile. E mormora:

— Già... La Musa... è lei!

E scoppia a piangere... Dio, che pianto, che gran pianto disperato di

bambina che vede crollare il mondo attorno a sè... Claudio l'ha presa

fra le braccia, con tanta tenerezza, con tanto rispetto... Ma come, in

quelle braccia, Rosetta si abbandona... È, nell'atto inconsapevole,

la dedizione, l'offerta di tutta sè stessa. Claudio comprende. È

perplesso, indeciso, smarrito a sua volta.

— A me, mormora Rosetta, a me voi non volete bene...

E Claudio, ridendo:

— Ma sì... ma sì... Vi adoro.

E col grembiulino le asciuga gli occhi, e poi la stringe forte — un

po' troppo forte: ma se ne accorge dopo... — la stringe forte forte

al cuore... Infine, quando la bambina è calma e il suo pianto non è

più che un leggero affanno senza lacrime, Claudio siede al tavolino e

prende un foglio di carta:

— Scriverò a Grazia affinchè venga oggi...

E scrive. Dietro di lui è Rosetta che lo segue con l'anima straziata.

Claudio ha scritto e leva il foglio per piegarlo e chiuderlo nella

busta:

— No!...

Il trampolino per le stelle: Tre dialoghi e due racconti · 第 4 / 13 段