Verità, bugia, hanno le stesse parole, i medesimi accenti, il medesimo
sguardo. E chi può mai distinguere, chi può davvero riconoscere? Che
importa a te di dirmi la verità se io posso crederla una bugia? Che
importa a te di dirmi una bugia se io, senza che tu abbia parlato, son
pronto a crederti come se avessi detto la verità.... Non c'è altro da
fare....
(Ma invece di baciarlo Colombina si leva in piedi, offesa,
imbronciata. Poichè Pierrot tenta di riprenderla lo respinge.
Poichè Pierrot cerca di farla ridere, scoppia a piangere).
COLOMBINA
Lasciami... Mi hai offesa. E non mi ami.
PIERROT
Io?... Io ti ho offesa?... E come, come ti ho offesa?
COLOMBINA
Ma sì.... Anche ammesso che una donna dica una bugia non è lecito
crederle, mio caro, prima che l'abbia detta. Non è possibile toglierle,
credendola prima, l'illusione d'essere stata creduta davvero! Impara a
vivere, caro mio, ed a trattar come si deve con le donne....
PIERROT
Hai ragione.... Perdonami.... Tu ragioni a fil di logica ed io son qui
pronto ad ascoltarti,..
(E, felice di poter mentire e di ricuperare nella bugia la gioia
di sentirsi creduta, Colombina, seduta ai piedi di Pierrot, le
mani nelle mani, gli occhi negli occhi, comincia a spiegare, a
raccontare....)
COLOMBINA
Non ti ho mentito mai.... Il giovane che mi seguiva l'altra mattina è
un parente d'una mia amica e m'aveva raggiunta appunto per chiedermi
notizie di lei.... Il merlettino che tu hai trovato nel comò me lo ha
regalato quella mia stessa amica, per il giorno della mia festa, ed io
avevo dimenticato di fartelo vedere.... Il ritratto di militare ch'era
fra le mie camicie, te lo giuro, è capitato lì non si sa come.... Io
non lo conosco, quel militare.... Giurerei che è il fidanzato della
stiratrice.... E, quanto a questa notte, non credere che io sia andata
in giro per i caffè a divertirmi o a ballare.... Ero in casa della zia
e alle nove ero già a letto....
(Mentr'ella parla così, Pierrot vede ancora nella massa dei
capelli di Colombina qualcuno di quei pezzettini di carta
colorata che piovon nei caffè e nei teatri nelle sere di
Carnevale. Vorrebbe prenderne qualcuno per farglieli vedere
e smascherar subito la gran bugia. Ma ripensa al _clown_
di Banville, al trampolino per le stelle, al sogno nella
luna, alla piccola e miserabile verità della terra.... E
ride.... Ride per non piangere, come fanno i bambini, le
donne e i poeti.... E vede lì accanto il libro delle _Odes
funambulesques_.... Lo riapre. Rilegge i versi):
_Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_
_Des ailes! Des ailes! Des ailes!_
(E si rialza ridendo Ali, ali, ali... E per andar dove? E pensa
a Totò, marito sedentario, pacifico commendatore, seduto nella
sua poltrona accanto al fuoco, i piedi nelle pantofole, intento
pazientemente a far versi pazzi nella sua tranquillità borghese
ed a cercar rime rare tra le rime obbligate della sua vita
d'ogni giorno.... E ride, ride, ride di sè, di Totò, di tutti i
poeti, di tutte le poesie... Così ridendo prende il libro delle
_Odes funambulesques_ e, aperta la finestra, lo scaraventa
giù nella strada. Poi rivà di corsa da Colombina interrotta
nelle sue spiegazioni e, ritornato a sedere, prima la bacia e
poi l'ascolta: cioè fa prima la cosa necessaria e poi la cosa
inutile E Colombina, ostinata riprende la matassina delle sue
bugie che Pierrot, ridotto oramai ad essere come tutti, ascolta
con aria serena e credula, come fossero sacrosante verità).
COLOMBINA
E quanto poi al ritrattino del militare.... vedi.... posso anche
dirti.... posso anche giurarti.... se vuoi.... che a me non piacciono
i militari....
(Intanto, per istrada, un piccolo Pierrot di quindici anni ha
raccolto il libro delle _Odes funambulesques_ caduto nel fango
e, apertolo alla ballata del _clown_ e delle stelle, comincia
a sua volta a sognare):
_Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_
_Des ailes! Des ailes! Des ailes!_
Il Bacio di Cirano
I.
LE SUE AMICHE DELLA COLLINA VERDE.
La Collina Verde. Il bianco convento nascosto lassù, in vetta al colle,
fra querce ed abeti, che è la mèta d'ogni passeggiata mattutina di
Grazia. Arriva lassù, al trotterello del piccolo somaro sardegnolo,
piena di fiori la minuscola cestina che il somarello tira su su per
quel nastro bianco della strada svolazzante nel verde. Ecco la cima
del colle. Ecco il grande panorama della valle ancora ingombra di
nebbia azzurra nel mattino di primavera. E Grazia bussa alla porta del
convento. Il chiaro sorriso della suora guardiana l'accoglie appena la
porta s'è aperta. È la piccola amica d'ogni giorno, cariche come ogni
giorno le braccia di fiori, come ogni giorno piena di doni la borsa
di velluto che le pende al fianco. E, difatti, il primo dono è per
lei: una tavola di cioccolata per suor Ghiottona... Non ha neppure,
col volto illuminato di umile gioia, il tempo di ringraziarla. Già
Grazia vola via leggera — con la sua sottanina rosea, col suo giubbetto
di velluto nero, col suo cappello fiorito, con quel costume un po'
antiquato e fuori moda, ma così pieno di grazia e di colore, che la fa
sembrare una figurina di Winterhalter — già Grazia vola via per il gran
viale dei cipressi e sbuca laggiù su lo spiazzo davanti alla grande
cappella. Le suore in ricreazione son lì, tutte raccolte. E non appena
Grazia appare, ecco le piccole bianche suore accorrerle attorno, venir
d'ogni lato, di tra il verde, come un gran volo di farfalle. Quante,
quante sono le sue amiche della Collina Verde... E son lì, tutte
attorno a lei — e ancora ne vengono, dal bosco le solitarie, dalla
cappella le più mistiche, dall'orto le buone massaie, dal giardino le
più poetiche, dal refettorio le più golose — e son tutte lì attorno a
Grazia che, come ogni mattina, distribuisce, dopo il grande inchino e
il baciamano alla Badessa, fiori, doni e sorrisi.
II.
«HO FATTO IL GIRO DEI MIEI POVERELLI...»
Ora Grazia è seduta sul gran prato d'innanzi al convento, in un gran
cerchio di suore. E lei, tutta rosa in mezzo a quel bell'ordine di
suore bianche, vista di lassù dal campanile dove il campanaro suona le
campane a festa, deve sembrar nel verde una gran rosa rosea circondata
di camelie bianche. E parla, e parla... E racconta alle sue amiche
della Collina Verde quello che ha fatto da quando s'è destata e
levata con l'aurora: come ogni giorno il suo itinerario di pietà e di
consolazione, la sua dolce catena d'opere belle e d'opere buone:
— Ho fatto il giro, racconta, dei miei poverelli... Alla scuola
campestre, prima... Cari i miei bambinoni, con quei loro grembiuloni
bianchi, care le mie ragazzone con quei loro vestitini azzurri, lì,
su quei banchi, fra verde di campagna e azzurro di cielo... Poi via,
di corsa, dal mio “gran malato„ immobile, poverino, da dieci anni,
inchiodato, crocefisso nella poltrona dalla paralisi... E poi son corsa
a dar lavoro, alle mie «manine d'oro»... al laboratorio... Manine
d'oro, veramente... Come ricamano! Se vedeste... Vi fanno, adesso,
una tovaglia per l'altar maggiore... Vedrete... E poi via, di corsa,
dai «miei eroi»... Povera mamma sempre triste, ma pur gloriosa, con
quei due giovanottoni senza gambe l'uno, senza braccia l'altro, ma
con mezzo metro di nastrino blù sul petto tutt'e due... E poi ancora
dove sono stata?... Ah, a distribuire il pane ai miei vagabondi della
strada maestra, precisi ogni giorno all'appuntamento, al ponticello di
legno sul torrente... Non ne manca mai uno... Girano, girano, girano
senza casa e senza requie, tutt'il giorno e sempre lì ritornano ad
aspettarmi, ogni mattina... E anche lui mi aspetta, ogni mattina e ogni
sera, il mio vecchio poeta del campanile tra le sue campane... E come
suona a gloria il _Mattutino_ quand'io lo vado a trovare lassù, il mio
amico altolocato, tra campane e cielo!... E poi, quando lassù, isolata
e sospesa nel cielo, ho ascoltato ben bene, tra le campane giganti,
l'inno che il poeta del campanile fa squillare in onor mio, ridiscendo
giù... in terra... dove non c'è più gioia... dove il mio più grande
dolore mi aspetta...
Gli occhi le si velano di lacrime. Abbassa il volto e la voce:
— Il mio povero e caro fratello tanto malato è appena desto... Lo
faccio adagiare su la _chaise-longue_ dove trascorre leggendo quasi
tutte le sue giornate. Gli apro le finestre affinchè un po' di sole
entri a riscaldarlo e a rincuorarlo... Come ritorna la speranza
nel cuore dei malati quando un po' di sole viene a toccarli, a
scaldarli!... E gli domando, ogni mattina, col cuore che mi batte
tanto forte: “Stai meglio, stamattina?...„ Ed egli dice di sì, per
consolarmi... Ma non è vero... Lo so che non è vero... È condannato,
come tutti i miei...
E il volto di Grazia è nascosto nelle mani e il pianto è nella sua gola
e nel suo petto. Come più si stringono le piccole suore attorno a lei,
per consolarla... Ma Grazia è forte. Grazia ha un grande cuore eroico
e non vuol pietà. Rimanda in dietro le lacrime, balza in piedi e si
stringe attorno le amiche bianche:
— E ora sono, come ogni mattina, fra le mie amiche della Collina Verde
per ringraziare Iddio di quel po' di bene che mi permette di fare!...
Va Grazia, con le suore, alla cappella. S'inginocchiano e pregano. Che
mistico fervore è sul volto di Grazia, quale luce di trasfigurazione in
quei suoi grandi occhi sognanti!...
III.
CLAUDIO ARCERI.
Nel suo studio denso di stoffe e di tappeti, lasciato in eterna
penombra dalla poca luce che entra attraverso i cristalli da
cattedrale, Claudio Arceri, seduto al tavolino, con il pianoforte
aperto accanto a lui, lavora. Ha d'innanzi a sè i grandi fogli coperti
di segni della sua opera nuova. Il giovane maestro è già celebre, a
trent'anni. Le sue tre prime opere gli hanno conquistato una popolarità
universale e il mondo attende adesso la sua opera nuova. Il soggetto
ch'egli ha scelto è famoso: _Cirano di Bergerac_. La musica gli canta
dentro e il maggiore entusiasmo creativo accende Claudio Arceri. Ma
come lavorare? Ad ogni quarto d'ora è interrotto. Il vecchio domestico,
avvezzo ai rabbuffi ma sempre, tuttavia, intimidito quando gli si deve
avvicinare nelle ore del lavoro, viene avanti pian piano, in punta
di piedi... Ha, sul vassoio, tre biglietti da visita. Come lo guarda,
Claudio, e come vorrebbe strangolarlo... Ma non lo strangola perchè, in
fondo, a quel vecchio fedele e taciturno domestico vuol bene. Guarda i
biglietti da visita: un editore, due impresarii di teatri lirici. Come
si fa a non riceverli?... Peccato... Guarda i fogli sul tavolino...
Era in un'ora di estro... La ballata dei Cadetti gli veniva sui fogli
così facile che sembrava gliela dettassero dentro.. Pazienza... Avanti
l'editore... Poi... gli altri...
— E... non ci sono per nessun altro... Chiunque venga: il maestro
lavora e non riceve.
Il domestico va, ma Claudio, di scatto, lo richiama:
— Cioè no... Aspetto alle cinque una signora... La riceverò... Verso
le sette, poi, verrà la signorina Andreani. Se l'altra signora non
fosse ancora andata via direte alla signorina Andreani che non sono
ancora rientrato e che ho telefonato per farla avvertire che andrò io
a prenderla alle otto a casa sua per pranzare insieme...
Inchinato e docile, il domestico è uscito. Claudio, seccato e
compiaciuto insieme come tutti gli uomini e come tutti i grand'uomini,
sospira:
— Dio, che vita complicata è la mia!...
Complicata, sì, perchè Claudio Arceri non è solamente un grande
artista... È anche un gran bel ragazzo... E i suoi nemici dicono che se
fosse meno bello sembrerebbe — almeno alle signore — meno bella anche
la sua musica...
IV.
«FORSE, UN GIORNO... CHI SA?»
La meridiana della Collina Verde segna oramai mezzodì. Squilla, in un
dolce e caldo aroma di ragù che si mescola al profumo dei giardini,
la campanella del refettorio. Accompagnata dalle bianche amiche per il
gran viale dei cipressi. Grazia va, dopo aver pregato, verso l'uscita.
Ha le braccia aperte su le spalle di due suore che, guardando a terra,
accordano i loro piccoli passi su quello lento e grave di Grazia. Che
silenzio attorno, ora che la campanella del refettorio ha taciuto! E
Grazia si sofferma, guardandosi attorno e un sorriso pallido è su le
sue labbra:
— Fermarmi, un giorno, qui fra voi, per sempre... Che pace! Che riposo!
E riprende ad andare. E le due suore, occhi a terra, mani nascoste
nei grandi maniconi bianchi, riaccordano i loro piccoli passi sul
suo. Ora son presso la porta. Suor Ghiottona apre e Grazia si volge
ancora a guardare il giardino del convento. È triste, è quasi commossa.
Sussurra:
— Forse, un giorno... Chi sa?
E piega la fronte sul petto della Badessa.
— Ma no... Ma no... Sei giovane, sei bella, sei ricca, sei buona...
Tutto è per te nel mondo promessa di felicità...
Un'ombra passa sul volto di Grazia che l'ha risollevato sotto la
pressione d'una mano della Madre. E un piccolo brivido la scuote.
Dubbio, prima. Poi, presentimento di terrore. Ma è fiera e ha cuore
eroico, Grazia! Si riprende: e s'illumina ancora il suo volto nel
sorriso quieto della mattina di primavera e di bontà.
— E ora corro... È mezzogiorno... E m'aspetta, a casa mia, la minestra
dei miei poverelli...
Un bacio alle suore. Un bacio della Badessa su la sua fronte. Un'altra
tavoletta di cioccolata — inaspettata, l'ultima! — passata sotto mano
a suor Ghiottona che tiene aperta la porta e Grazia è fuori, sul suo
carrozzino di vimini, con in mano le redini infiocchettate del suo
ciuchino:
— Ioh, Lumachino...
E Lumachino, per smentire il nome, parte via di galoppo giù per la
discesa, lungo il nastro bianco della strada che serpeggia — Grazia
dice: svolazza! — nel verde della collina. E, sebbene il refettorio
le chiami e il ragù si raffreddi, le suore rimangono lì a salutare,
laggiù, lontane, sempre più lontane per Grazia che che ogni tanto si
volge, a salutare, care piccole amiche d'ogni mattina, in un lento, in
un sempre più lento agitarsi di maniche bianche e di soggòli candidi...
V.
«BUON APPETITO E BUON SOLE!»
Son venti? Son trenta? Chi li conta? Si passan la voce e ce n'è
ogni giorno di più.. Ma c'è minestra per tutti... Grazia sa bene
che i poveri sono sempre più di quanti crediamo e fa aumentare,
meccanicamente, ogni mattina, la razione. Distribuisce a tutti ella
stessa le belle scodelle fumanti e li mette lì, in fila, sul muricciolo
che, nella villa, divide il giardino dall'orto. Che sole c'è là! Caldo
dentro e caldo fuori... Come si scaldano tutti quei poverelli! E Grazia
tutti li saluta, tutti li incuora:
— Buon appetito e buon sole!
E fugge. Ma una vecchietta afferra Grazia per la veste, la ferma, le
bacia la mano:
— Dio ti benedica per quanto sei buona!
Su, nella villa, una finestra s'è aperta. Marcello, il fratellino
malato, sorride, saluta Grazia, le fa cenno di salire, richiude,
scompare. E Grazia, che prima ha sorriso, ora ha il volto doloroso e
contratto. E si china, un'istante, all'orecchio della vecchietta:
— Non per me bisogna chiedere la benedizione di Dio... Ma per lui, per
lui... bisogna tanto pregare...
VI.
SERENITÀ.
Leggera, aerea, rosea, sorridente, Grazia entra nella sala da pranzo
dove la tavola è apparecchiata. Mette i fiori su la tavola, nei vasi.
Corre alla finestra. L'apre. Il sole, in un gran rettangolo d'oro,
invade la sala. Ed eccola, di volo col sole, nelle braccia di Marcello
che le dice:
— Sorellina, dove entri tu entra il sole!
E Grazia ride, gli tappa la bocca con la mano:
— Esagerato!
E, di volo ancora, eccola nelle braccia di Rosetta, l'amica intima,
quella che su tutte e fra tutte è cara al suo cuore.
E batte le mani. E chiama a tavola. E aiuta il fratello a sedere. E
siede ella stessa, ma ancora un pensiero pei suoi poveri traversa
il suo cuore. Corre alla finestra. I poverelli son là, allineati,
sul muricciolo al sole, a gustare la buona minestra fumante. La
vedono, restan tutti con i cucchiai in aria e un coro di saluti e di
benedizioni la raggiunge lassù. Grazia sorride, richiude e torna a
tavola. Accanto al suo tovagliuolo, su un piccolo vassoio, è la posta.
VII.
UNA LETTERA TRA ALTRE DIECI.
_Mia cara Grazia,_
_Claudio Arceri, il glorioso musicista che attualmente compone la
sua nuova opera, _Cirano di Bergerac_, distratto nel suo lavoro
dalle troppe cure e dalle troppe noie della vita cittadina, cercava un
verde cantuccio solitario per lavorare in pace. Io gli ho consigliato,
pensando a te, il paesello verde e rosa, tra boschi e giardini, dove
tu vivi con tanta serenità di cuore e di opere. Il maestro Arceri,
nella solitudine provinciale, troverà in te certamente un'ammiratrice
e un'amica. Gli ho detto di te la metà del bene che di te si deve
pensare. E te lo mando su, assieme a questa lettera, già un po'
innamorato di te: innamorato di te senza averti mai veduta, sol per
aver sentito vantare i tuoi pregi: come Jaufré Rudel per la Contessa di
Tripoli. Scherzi a parte, io affido alla tua buona accoglienza questo
grand'uomo che viene su la tua montagna. Dà alle ore del suo lavoro
il conforto prezioso della tua deliziosa amicizia. Ti ringrazia e ti
abbraccia la tua_
GABRIELLA.
VIII.
UN ARRIVO.
Un trenino omnibus si ferma, affannando, nella piccola stazione
tutta rossa d'oleandri in fiore. Un solo viaggiatore ne discende, un
viaggiatore insolito: un bel signore elegante, un signore di città.
Claudio Arceri chiede spiegazioni:
— Per il Castello d'Arcole, presso il convento della Collina Verde...
E un facchino accompagna il grande musicista verso la vecchia diligenza
polverosa che aspetta fuori, all'ombra, già rivolti i cavalli verso la
lunga strada bianca che bisogna lentamente salire.
IX.
TOSSE...
Batte le mani, Grazia. Com'è felice! Che grande idea ha avuta
Gabriella... Come ella ammira la musica di Claudio Arceri e come sarà
felice di conoscerlo, come terrà ad onore di diventare sua amica!...
Marcello, che rideva per tanta gioia, s'interrompe. Un colpo di tosse
gli sconvolge il viso lacerandogli il petto. Sùbito Grazia accorre a
lui, trepida, spaurita. L'attacco cessa. Torna, Marcello, a sorridere.
Torna, Grazia, al suo posto. Ma non sorride più...
X.
GRAZIA HA QUATTRO AMICI.
Quattro amici. I così detti «amici del dopo pranzo»... Fedeli. Devoti.
Esclusivi. Sempre in lotta fra loro, ma sempre uniti nell'affetto
di lei, nell'ammirazione delle sue virtù. Sono il farmacista della
Collina Verde, il maestro di scuola, il vecchio conte Spada e don
Giovannino. Tra i quattro il conte Spada e don Giovannino sono i più
caratteristici: il conte Spada col suo _tight_ eterno, con le sue
uose bianche, la sua caramella, la sua cravatta girata e rigirata tre
volte attorno all'altissimo ed immacolato colletto; Don Giovannino
con le sue eleganze provinciali, coi vestiti ch'eran di buon taglio
tre anni prima, con le cravatte dai colori sgargianti, le scarpe che
accoppiano tra piede e gambaletto i più stridenti colori, un palmo
di fazzoletto fuori del taschino, l'eterno fiore all'occhiello, la
scriminatura diritta come un binario e certe cravattine papillons che
sembran davvero farfalle tanti sono i colori che vi sfoggiano sopra.
Il conte Spada, unico superstite di grande famiglia, rappresenta tutta
l'aristocrazia della Collina Verde: aristocrazia senza un soldo, ma
aristocrazia. Don Giovannino è della Collina Verde l'uomo fatale: don
Giovanni di paese, migrante leggero ed inconcludente tra camerierine
e contadinotte verso un'eterna conquista, ma don Giovanni, arbitro di
tutte le eleganze, al corrente di tutte le mode, re dello chic su la
piazzetta del paese.
Eccoli, dopo colazione, tutt'e quattro, a prendere, come sempre,
il caffè in casa di Grazia e di Marcello. Ma che hanno oggi? Perchè
sono tutti scuri in volto, ammusoniti, taciturni, scontrosi? Grazia
interroga. Rispondono a monosillabi. Grazia guarda. Evitano il suo
sguardo... C'è... c'è... che sono già tutt'e quattro maledettamente
gelosi. Grazia ha annunziato l'arrivo di Claudio Arceri. E che viene
a fare lassù? Perchè ha scelto proprio la Collina Verde per venire a
lavorare? Quante altre migliaia di comuni ha l'Italia a disposizione
dei grandi uomini in cerca di villeggiatura? Ora che il grand'uomo
arriva accadrà quel che deve accadere: passeranno loro in seconda
linea, saranno da Grazia trascurati, forse abbandonati... per lui...
Grazia, ridendo, s'è levata. Li vede lì, mortificati, imbronciati, ai
quattro angoli della tavola da pranzo, col caffè che si fredda nelle
tazze alle quali, per protesta, non hanno voluto neppure avvicinare
le labbra. Grazia fa loro cenno di seguirla per passare nel salone
dov'è il pianoforte. Vanno, come cani frustati. Grazia, questa volta,
è crudele: anche Grazia è donna e non è perfetta. Li vede gelosi e si
diverte a punzecchiarli. Ha preso gli spartiti delle opere di Claudio.
Ha fatto prima vedere la fotografia del maestro, specialmente a don
Giovannino... E poi ha esclamato, coi tre spartiti in mano levati in
alto entusiasticamente:
— Che musica divina! Tre capolavori!
Il farmacista, che è melomane e ostinato suonatore di pianoforte,
storce la bocca con aria di disprezzo. Grazia gli va sotto
minacciandolo con gli spartiti e gridando;
— Capolavori, sì! E voi non capite niente...
È troppo. L'offesa li tocca tutti, ma per tutti si risente il
farmacista che prende dalle mani di Grazia uno spartito e, apertolo a
caso sul leggìo del pianoforte, esclama:
— Volete un saggio di questa famosa musica divina? Tappatevi le
orecchie.
E siede al pianoforte e fa per suonare... Ma Grazia si slancia verso la
vecchia spinetta, vi si appoggia e chiude su la tastiera il coperchio:
— No. Qui non si suona. Vi suonò per l'ultima volta mio padre, dieci
anni fa.
E corre nell'altra stanza, e torna, cariche le braccia del grave peso
del grammofono. Ed ha con sè un disco. Lo leva in aria, trionfalmente,
e poi lo mette a posto, nell'apparecchio.
— Si, sì, ora la sentirete la musica di Claudio Arceri...
E il grammofono va...
XI.
PITTORESCA, MA INTERMINABILE...
E va anche, su per la lunga e lenta salita, già da due ore, la
diligenza in cui Claudio Arceri sonnecchia quando i sobbalzi della
vettura glielo permettono. E ci sono ancora due ore di strada! Tra
sonno e sonno Claudio guarda dagli sportelli: luoghi pittoreschi,
boschi di castagni miracolosi, pinete sublimi, panorama indescrivibile,
sì, sì, tutto quello che gli hanno decantato e promesso... Ma che
strada interminabile!... Pittoresca, ma interminabile...
E che idea è stata mai quella di non venir fin lassù in automobile?
XII.
CHIAMA A RACCOLTA...
E il grammofono va, va ancora. Dapprima i quattro hanno tentato di
motteggiare sotto gli sguardi fulminanti di Grazia. Ma adesso... Adesso
altro che far gli spiritosi! Adesso son presi anche loro, come Grazia
rapita, come Marcello, come Rosetta, nel fascino della musica stupenda.
Hanno a poco a poco avvicinato le loro sedie e son là, con certi visi
gravi e intenti, con certi occhi grandi che un velo di lacrime fa più
luminosi. Anche Rosetta è, come Grazia, profondamente commossa. Anche
lei adora la musica di Claudio Arceri. Marcello, che le è vicino, le
mormora all'orecchio:
— Musica che strappa il cuore!...
E Rosetta, che aveva già il labbro tremante e gli occhi smarriti,
nasconde il volto nelle mani e scoppia a piangere dirottamente.
D'improvviso Grazia arresta il grammofono. Corre a Rosetta e, presala
tra le braccia, le asciuga gli occhi, la fa sorridere, ride con lei...
Poi guarda i quattro. Son lì, immobili, i vecchi amici gelosi di
Claudio, son lì vinti, commossi. Li fa levare, Grazia, e, dando loro i
cappelli, li spinge fuori e dice:
— E ora via, via, cari, a farvi belli e ad avvertir tutte le mie
amiche. Claudio Arceri fra poco sarà qui e voglio presentargli tutt'il
mio piccolo mondo.
E don Giovannino, su la porta, assicura Grazia:
— State tranquilla... Alle ragazze penso io...
XIII.
PRIMA CURIOSITÀ.
Il Castello di Arcole è a pochi chilometri dal paese e la diligenza vi
fa sosta affinchè Claudio Arceri possa discendere. E, appena disceso,
mentre la corriera riprende la via su per la salita, il suo primo
pensiero, il suo primo interesse è per Grazia. Chiede sùbito ov'ella
abiti al giardiniere che è venuto a riceverlo. E il giardiniere
gl'indica lì, a duecento metri, la vecchia villa di Grazia, coi suoi
due cipressi al cancello e la sua corona di pini attorno alla casa
tutta avvolta di edera.
XIV.
RIVEDENDO LA «SCENA DEL BALCONE».