LUCIO D'AMBRA
Il trampolino
per le stelle
Tre dialoghi e due racconti
L. CAPPELLI, Editore
BOLOGNA — ROCCA S. CASCIANO — TRIESTE
Di questo libro sono state tirate 50 copie su carta
di lusso, firmate dall'Autore e numerate a mano.
PROPRIETÀ LETTERARIA
Il trampolino per le stelle
In un qualunque tempo, in un paese qualunque, poichè Pierrot è
sempre Pierrot, maschera e uomo, poeta e fanciullo. Egli stesso
lo ha detto: «Io dico sempre la stessa cosa, perchè è sempre la
stessa cosa; e se non fosse sempre la stessa cosa io non direi
sempre la stessa cosa».
Che cosa dice Pierrot? Dice che vuole essere amato più di
quanto egli sappia amare. Dice che vuole un'innamorata sempre
fedele, alla quale egli possa essere sempre infedele. Dice
che tutto vorrebbe, senza dare mai niente: o tutt'al più
un sospiro, un verso, una serenata, una canzone, un bacio,
tuttociò insomma, che fa a lui piacere di dare prima che
faccia piacere agli altri di ricevere. Sono io, Pierrot, io
che scrivo. Sei tu, Pierrot, tu che leggi. Siamo tutti Pierrot,
quanti noi siamo: uomini, fanciulli, poeti.
Questo mio Pierrot di stasera è, come tanti, è come tutti.
Poeta anche lui. Innamorato anche lui. Vive lassù, in
soffitta, tra cieli e venti, e vorrebbe una reggia. Ha per
amica Colombina, fiorista nella strada accanto, e vorrebbe
una regina. Ha per amici quattro studenti come lui e vorrebbe
per amici i dotti di Salamanca e il Principe di Galles. Ha le
tasche vuote e vorrebbe i milioni di Rothchild. Ha poco sale in
zucca e crede d'avervi la saggezza di Socrate. Ama le donne, i
fiori e i bambini, ma le donne se non pretendono, i bambini se
non piangono e i fiori se non sono destinati a dire addio ai
morti. È un piccolo egoista, pieno di cuore, come me, come voi,
come tutti. È un bugiardo che pretende la verità negli altri, è
uno che strappa agli altri le illusioni e vorrebbe averle tutte
lui, è un omettino che crede di saper tutto e non sa nulla. Si
vanta di tutto potere e nulla può, proclama di amare tutti e
non ama che sè.
Ora è lì, nella soffitta, al suo tavolino coperto di carte e
di libri. È con lui un amico, che lo lascia parlare, che lo sta
sempre, povero Giobbe, pazientemente a sentire.
Fuori nevica da un cielo di farina. È l'ultimo giorno di
carnevale. Lì, sul tavolino, gettata su un libro, c'è una
mascherina nera, quella che Pierrot ha messo iersera e che
rimetterà stasera, quando crede di andare per le bettole e fra
le maschere a divertirsi.
Nel caminetto una sedia rotta fa un po' di luce e quel po' di
luce par che faccia anche un po' di caldo. E Pierrot e l'amico
chiacchierano per chiacchierare.
L'AMICO
Come mai oggi Colombina non c'è?
PIERROT
Mai più vedrai Colombina in questa onesta casa d'un poeta. Colombina
è una fraschetta, una civetta, Colombina è l'ultima delle donne. L'ho
scacciata un'ora fa da questa casa. Le ho gettato giù dalla finestra i
suoi cenci e la sua cuffia, i suoi scialletti ed i suoi nastri, i suoi
riccioli finti e i suoi fiori di carta. E non la rivedrò mai più, mai
più, mai più, mai più...
L'AMICO
Te l'ho sentito dir cento volte e il giorno dopo Colombina era qui.
PIERROT
Non ero io a richiamarla. Era Colombina a ritornare.
L'AMICO
Colombina diceva il contrario.
PIERROT
Colombina ha sempre mentito.
L'AMICO
E tu non le hai mentito mai?
PIERROT
Mai! E, senti, se vuoi rimanermi amico, se tu vuoi che non ci
guastiamo, non mi parlare mai più di Colombina. È morta, sepolta,
dimenticata, cancellata, dileguata, volatilizzata, polverizzata,
annientata, finita, sparita, svanita, allontanata, liquidata, volata,
sfumata, centrifugata. Con l'ultimo giorno di carnevale la sua
maschera è caduta. E domani è Quaresima. Il magro tempo quaresimale
consiglia raccoglimento e meditazione, severi studii di metafisica e
di filosofia. Dimenticherò nei numeri i suoi innumerevoli sorrisi e
andrò a dormire, ogni sera, con un filosofo nuovo. I suoi innumerevoli
sorrisi... Quanti ne aveva! Uno per prendermi e uno per lasciarmi, uno
per deludermi e uno per illudermi, uno per mentirmi come se fosse vero
e uno per dirmi la verità come se fosse una bugia, uno per fingersi
schiava e uno per farmi vedere che era padrona, uno per darmi il suo
cuore per sempre e uno per riprenderlo dopo un'ora... Ah, li conosco
tutti, oramai, e non possono più farmi male... Del resto nulla oramai
può più farmi male... Conosco le donne, gli uomini, i parenti, gli
amici, i ricchi, i poveri, i sapienti, gli imbecilli, me, te, il mio
vicino e quello che mi sta di rimpetto... Bella roba, tutta quanta,
in verità... Ah, che orribile mondo, questo, dove tutto è illusione,
menzogna, inganno, miraggio, vanità... Colombina, e tutte le donne, mi
hanno mentito... Tutti gli amici mi hanno tradito... Tutte le illusioni
se ne sono andate via per la finestra quando la realtà è riuscita a
entrare dalla porta... Tutte le speranze sono andate in fumo su per
la cappa del camino, quando ho cercato di scaldare al loro fuoco il
mio povero cuore intirizzito... E bisogna star qui, in questo mondo
stupido e vile, qui ad aspettare quello che non viene, a desiderare
quello che nessuno può darti, a cercare quello che non c'è... Ah,
andarsene, andarsene, andarsene... Via, via, lontano, lassù, lassù,
dove non arrivano gli aviatori, dove non arrivano neppure gli uccelli,
nell'etere, dove a quest'ora, nella sera serena, s'accendono le stelle,
dove la mia parente, la luna, s'affaccia ogni tre settimane, ride a
vedere quanto siamo stupidi, gonfia tutta la faccia a furia di ridere
e poi si sgonfia e se ne va... Guarda...
(Prende su la scrivania il libro su cui è gettata la maschera.
Sono le _Odes funambulesques_ di Théodore de Banville. E mostra
il libro all'amico, poi cerca una pagina segnata).
L'AMICO
Che libro è quello?
PIERROT
Un poeta. Tu non lo conosci perchè tu non sei poeta e i poeti li
conoscono solo i poeti. Questo era un poeta che giuocava con le
strofe, come i bimbi con le trottole. Legava il filo delle rime
d'oro, stringeva e ristringeva attorno a un pensierino e poi lanciava
la trottola, lanciava la strofa e si divertiva un mondo a vederle
girare, girare, girare, tutte colori, tutte scintille, scintille che
splendevano, ma non bruciavano, come quelle dei fuochi a girandola
che accendono nelle sere di feste. Tu vedi tutto il cielo a fuoco
e non è nulla, dopo un istante: nè ardore, nè luce: buio. Tu vedi
tutte le pagine splendere alla luce di quel poema incandescente e
fosforescente e vai per scaldarti. Ma la luce s'è spenta e non c'è
più nulla quando l'ultima rima ha dato l'ultima scintilla. Era un
poeta, sì, ma era poeta come si può essere lucciola. Amava le fate e i
folletti, i clowns giocolieri e i fabbricanti di fuochi artificiali,
le donne tutte splendore di gioielli veri o falsi e le ballerine
tutte trasparenti di veli bianchi e rosei. Amava anche i Pierrot, come
me, come lui. Chiedeva alle fate che non ci sono le cose impossibili
che non si possono avere. Avrebbe voluto pescare la luna in fondo al
pozzo e metter le stelle a modo suo, davanti alla sua finestra, come
tanti lampioncini d'argento. E questo poeta dell'impossibile, questo
poeta che visse e morì felice perchè non aveva cuore ed era tutto
fantasia, voleva paragonarsi ad un _clown_, ad un bel _clown_ di seta
bianca e nera, che fa del suo sogno un trampolino, un gran trampolino
per scappar via dal mondo e andarsene lassù fra le stelle. Ascolta,
ascolta...
_Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_
_Des ailes! Des ailes! Des ailes!_
. . . . . . . . . . .
_Le clown sauta si haut, si haut..._
. . . . . . . . . . .
_Et le coeur dévoré d'amour,_
_Alla rouler dans les étoiles..._
(E quando Pierrot ha finito di leggere l'_Ode funambulesque_
di Banville, l'amico scuote il capo, mentre Pierrot è tutto
vibrante d'entusiasmo).
L'AMICO
Son belli, questi versi. Ma il tuo poeta è pazzo. Chiede e sogna
l'impossibile. E non si può, quando si è stanchi del mondo, saltar
nelle stelle. Si può saltare dalla finestra e fracassarsi in istrada la
noce del collo. L'uomo non può saltare più in là di due metri dalla sua
finestra.
PIERROT
Ma questo appunto vuol dire esser poeti: sognare l'impossibile,
cercare nell'irreale il compenso del reale, metter nella vita quello
che non c'è, dare agli altri ciò che non hanno, aver le fate dentro un
rimario, i maghi nel calamaio, la bacchetta dei miracoli nella matita,
l'orchestra del paradiso in una conchiglia, l'oceano nella vasca
del tuo giardino, il cielo nel rettangolo della tua finestra, tutto
il mondo negli occhi d'una fraschetta come Colombina e un pubblico
immenso, per ammirarti, nelle orecchie d'uno scemo come te.
L'AMICO
Grazie tante.
PIERROT
E, avendo tutto questo, andarsene, senza muoversi di qui, volar nelle
nuvole coi piedi in terra, correre il mondo nella propria camera,
dominare i popoli essendo soli, giuocar coi secoli per pochi anni,
viver mille vite senza averne una ed aver tutto conosciuto senza aver
mai visto nulla. E vorrei anch'io stasera, perchè non ho un soldo,
perchè i miei versi nessuno li stampa, perchè nessuno mi vuol bene,
perchè nessun amico mi capisce, perchè gl'imbecilli vanno in carrozza
ed io vado a piedi, perchè Colombina mi ha lasciato per andare a cena
col vecchio barone che la protegge, vorrei anch'io stasera, come
Banville, toccar la bacchetta magica della fantasia, mutar questa
bianca casacca con l'abito ad aereostato del _clown_, fatto apposta
per salir su, su nel cielo e, uscito sul tetto di questa casa, trovare
il gigantesco trampolino e spiccare il salto verso le stelle... E una
volta raggiunti quei mondi nuovi, trovar tutto quello che quaggiù mi
manca, l'amore, l'amicizia, la verità, la gloria. Trovar lassù la donna
che non mentisce, l'amico che non tradisce, la realtà che non delude,
la verità che non uccide, la gloria che non deride... Trovar lassù,
nelle stelle, il mondo dei poeti e della poesia, i giardini sempre
in fiore, i cieli senza nuvole, i mari sempre azzurri, il sogno senza
risveglio, il trionfo senza nemici, l'amicizia senza invidie, l'amore
senza sospetto, il possesso senza dubbio, il sorriso senza lacrime,
la terra senza putredini, il bene senza male, la vita senza morte, il
volo senza caduta, il sole senza tramonto, e, soprattutto, io che della
menzogna ho sofferto e per la menzogna ho spasimato, io che la menzogna
ho sentito, viscida e sfuggente, in ogni cosa del mondo, soprattutto,
amico, io vorrei trovarvi soprattutto il bene dei beni, la gioia tra
le gioie, quella che è la mia sete inestinguibile, il martirio famelico
dell'anima mia: la verità, la verità senza veli, finalmente...
(Nell'esaltazione Pierrot s'è commosso. E ora è li, abbattuto
su la scrivania, il volto sulle braccia ripiegate a fargli da
cuscino. Ora non nevica più. Il cielo è nero. La notte è fonda.
L'amico s'è levato ed ha acceso nella soffitta una piccola
lampada senza luce che si contenta di far dell'ombra, un po' di
penombra. Accesa questa e la pipa, l'amico viene, avvolto nel
mantello, a batter le mani su le spalle di Pierrot).
L'AMICO
Vieni via. Vieni a cena. È carnevale.
PIERROT
No. Lasciami. Sono solo e disperato.
L'AMICO
Troveremo amici, donne, fiori, vini, canti...
PIERROT
L'amico non ha fede, la donna non ha cuore, il fiore domani è secco,
il vino eccita un'ora, il canto porta in alto il cuore e poi lo lascia
ricadere...
L'AMICO
Che importa? Cogli l'ora che passa. Ridi stasera, anche se ritornerai
a piangere domani.
(Inutilmente l'amico, in tutti i modi, tenta Pierrot, cerca di
persuaderlo a prender la vita così, com'è, le donne così, com'è
lui, l'amore qual'è per tutti e l'illusione per quanto è lecito
al mondo).
L'AMICO
Vieni? Soffri perchè Colombina t'ha abbandonato per avere un mantello
di seta, una scarpa di raso e un anello d'oro? E tu vieni con una donna
là dove Colombina pranzerà, e vieni con una donna bella come lei...
con l'anello d'oro come lei... La troveremo e, per una sera, farò io le
spese... E Colombina ti vedrà felice e si struggerà. Ti vedrà con una
donna bella, felice anche senza di lei e si tormenterà. Se t'ha fatto
soffrire che vuoi di più bello che farla soffrire a sua volta?
PIERROT
No. Lasciami. Colombina è morta. Ed io vorrei andarmene stasera, per
sempre, dalla vita nella morte, dal sonno nel sogno e dal sogno nelle
stelle.
(Visto che è inutile insistere l'amico rinunzia).
L'AMICO
Bè. Buona notte. Verrò a vederti domattina. Ti troverò?
PIERROT
Così potessi non trovarmi...
L'AMICO
Non mi scapperai stanotte dalla finestra per saltare nelle stelle?
(Pierrot solleva un momento il capo e guarda fuori, nella
finestra, la notte profonda).
PIERROT
Non aver paura. Vedi? Le stelle non ci sono. La bacchetta magica non
c'è e Banville il poeta era un _fumiste_. Ha vissuto settant'anni
con sua moglie che lo chiamava Totò. Ha fatto il critico drammatico
ascoltando ogni sera le più stupide commedie. Era commendatore della
Legion d'Onore. Ha vissuto come tutti. È morto come tutti. Non è
più nulla come tutti. E voleva, burlone e poveraccio, saltare nelle
stelle... Totò...
(L'amico se n'è andato. Ha aspettato un momento dietro la
porta pensando che Pierrot lo richiamasse, ma Pierrot non s'è
mosso. Ha solo ripreso il libro delle _Odes funambulesques_
ed ha riletto, una, due, tre, dieci volte, a voce alta, i
versi di Banville. Giù, nella strada, una comitiva passa
cantando. Pierrot guarda, nella finestra, il cielo buio e gli
pare di vedere formarsi in quel nero il gigantesco trampolino
fosforescente, come i versi di Banville. Vede un _clown_ agile
come le rime di Banville, salir su questo e prepararsi al salto
flettendosi su le ginocchia e dondolando le braccia. Prima il
_clown_ ha il viso di Banville, poi quello di Pierrot. Ancora
una volta la comitiva canta per istrada. Una macchina da
scrivere batte col suo picchiettio nella soffitta accanto. Dal
piano di sotto un pianoforte manda l'eco dei primi esercizii
scolastici; le scale. E par che quel pianoforte metta in
musica la dattilografia. Pierrot guarda fuori. La visione del
trampolino fosforescente è scomparsa. Ripete ancora, sempre più
piano, sempre più lento):
_Et, le coeur dévoré d'amour,_
_Alla rouler dans les étoiles..._
(Poi, ripiegato il capo su le braccia, Pierrot comincia a
smarrire l'esatta nozione delle cose e affonda a poco a poco
nella nebbia del sonno. Di tanto in tanto ancora qualche parola
esce, sussurro appena, dalle sue labbra):
PIERROT
Le stelle... Pierrot... Banville... Il Trampolino... Totò...
(Così Pierrot s'è addormentato Il volume di Banville gli
scivola dalla mano e ruzzola a terra. Suonano ancora, nella
notte di carnevale, il coro lontano e la dattilografia
musicale. Ma già Pierrot è partito dal sonno per il sogno, il
sogno di Banville):
_Plus haut! Plus loin! De l'air! Du bleu!_
_Des ailes! Des ailes! Des ailes!_
II.
(La mattina dopo è Quaresima e c'è un cielo mediocre: un cielo
che non è azzurro e non è nero, un cielo grigio, il cielo delle
ceneri. Sempre al suo tavolino, le braccia su questo, il capo
su quelle. Pierrot dorme ancora. La porta s'apre L'amico entra.
E viene a svegliare Pierrot. Coi piedi urta a terra un libro e
lo raccoglie. Lo guarda e, dopo averlo guardato, lo getta con
disprezzo su la tavola).
L'AMICO
Ah, già... il libro di Totò...
(E l'amico si avvicina a Pierrot Lo tocca prima con la mano;
poi lo scuote rudemente. Alla terza scuotitura Pierrot balza
in piedi d'improvviso come se l'avesse destato una scossa di
terremoto).
PIERROT
Oh guarda.... Sei tu.... E sono qui, in casa mia?...
L'AMICO
E dove credevi di essere? Alla Mecca?
PIERROT
No. Giù in istrada. Appoggiato al muro, seduto a terra, accanto a una
pozzanghera d'acqua piovana, con la luna dentro.
L'AMICO
E invece sei qui, a casa tua, appoggiato al tavolino dove t'ho lasciato
iersera. E la luna, caro mio, non c'è. Non c'è neppure il sole.
Carnevale è finito. Son le Ceneri. E il sole fa penitenza anche lui,
dietro le nuvole.
PIERROT
Ma io ci sono stato, stanotte, sai, nella luna... Oh, ti assicuro,
è stato un viaggio straordinario... E accaduto così... Vuoi che ti
racconti?
L'AMICO
Racconta pure. Ho tempo da perdere.
PIERROT
È stato così.... Tu eri andato via.... E io m'ero appoggiato a
questa tavola, le braccia conserte, il capo fra le braccia, gli occhi
chiusi.... E pensavo a tante cose.... A te, a Colombina, a Totò....
E a Totò specialmente, e ai suoi versi... E a quel suo _clown_, e al
trampolino, e al salto nelle stelle... E poi, a poco a poco, senza
pensare più a nulla o pensando a tante cose insieme, in modo che
tutte si confondevano e una copriva l'altra nel mio cervello, mi
sono addormentato. Mi sono addormentato, ma mi vedevo uscir di casa,
infilar la strada, una strada buia buia, e lunga, interminabile,
tra fango e vento. E c'era laggiù tutt'un disegno di puntini d'oro,
come un traforo di luce nell'oscurità. E, avvicinandomi, ho veduta
la sagoma delle illuminazioni, e le finestre illuminate, e dietro le
finestre ombre che passavano, che ballavano... Il caffè Momus... Il
Quartier Latino... E li ho veduti, sai, entrare tutti e sei, Mimì con
Rodolfo, Marcello con Musetta, Colline con Schaunard... E sono entrato
anch'io, dietro di loro. E mi son seduto con gli amici, per bere.
C'era, in un angolo, solo, un bel ragazzo con la barba bionda e gli
occhi azzurri, con lo sguardo vuoto e il bicchiere pieno che andava e
veniva dalla tavola alle sue labbra senza riposo.... Aveva l'aria così
melanconica, povero diavolo.... Aveva l'aria d'aver tanto sofferto.
Ma c'era una luce nei suoi occhi e non so che splendore su la sua
fronte. E l'ho riconosciuto. Sì, sì, era lui, proprio lui, Musset....
E più in là, coi bohèmes, seduto alla stessa tavola, con un sorriso
pieno di melanconia, innamorato di Mimì, disperato per Musetta, con
la sua faccia da poeta e da ospedale, c'era l'altro, Murger. Ed io
avevo alla mia tavola tanti altri Pierrot come me, allegri, chiassoni,
che bevevano, che mangiavano, che cantavano, e gridavano levando i
bicchieri: «Abbasso le donne... A che servon le donne quando ci sono
le stelle?». E, d'un tratto, tra la gente che ballava, ho visto lei,
Colombina, e sul chiasso del caffè Momus nell'ultima notte di Carnevale
ho sentito il suo riso.... E gli occhi non mi si sono più staccati da
lei. E ho veduto venire alla sua tavola, e sedersi, e bere lo champagne
con lei nel medesimo bicchiere, un vecchio con una borsa piena d'oro
da cui rovesciava monete sul tavolino e nelle mani di Colombina ogni
volta che Colombina, lì, davanti a tutti, davanti a me, a due passi
dalla mia collera, gli offriva un bacio ed un sorriso... E il vecchio
aveva una faccia che non m'era nuova, una faccia che io sono abituato
a vedere ad ogni fine del mese: quella del mio padrone di casa.... E
io volevo lanciarmi contro Colombina. Ma i Pierrot della mia tavola
mi tenevano al mio posto e mi ripetevano in coro: «A che servono
le donne quando ci sono le stelle?...». Ma d'un tratto Colombina
ha congiunto le mani facendone una piccola conca e il vecchio ci ha
versato dentro tutto il contenuto della sua borsa, una piccola montagna
d'oro, mentre Colombina gli dava la bocca, la bocca che io solo potevo
baciare, in un bacio che non finiva più.... E allora.... allora....
in un colpo ho mandato per aria la mia tavola e i miei Pierrot, e
ho traversato la sala rovesciando a terra le coppie che ballavano, e
ho strappato Colombina dalle braccia del vecchio, e l'ho bastonata,
bastonata, bastonata a più non posso, li, davanti a tutti, mentre
tutti urlavano, e volavan piatti e bottiglie, e mille voci gridavano:
«Gettatelo fuori.... Gettatelo fuori....». E Colombina sotto i miei
colpi gridava: «No.... Non mi far male.... Ti amo.... Ti adoro....
Ma sei povero.... E se amo te, mio poeta, amo anche i bei merletti,
i nastri di velluto, i rasi che mi accarezzano, le calze di seta che
fanno a gara con la mia pelle a chi è più fine.... E poichè tutto
questo tu non mi puoi dare vengo a prendermelo qui, da questo vecchio
imbecille....». Ed io, più che mai furibondo, più sentivo gridar
che mi amava, più avrei voluto ammazzarla tanto l'adoravo anch'io.
E l'avrei ammazzata se non m'avessero gettato fuori del caffè, in un
coro di voci che urlavano contro di me: «Scacciatelo.... È un pazzo....
È un mascalzone....» mentre una sola voce, baritonale, formidabile,
che superava tutte le altre, mi incoraggiava, mi spronava, gridando:
«Picchiala.... Picchiala.... ancora.... Più forte, più forte.... Se
ti ha tradito, picchia. Se si vende per il lusso, picchia. Se ti fa
soffrire, picchia.... Faccio anch'io così, nei cattivi giorni, con
Musetta....». E, mentre mi gettavano fuori, ebbi il tempo di volgermi
e di veder l'uomo che gridava, in piedi su una sedia, al tavolino dei
_bohèmes_. Era il pittore, era Marcello, che con un tovagliuolo in
mano menava gran colpi nell'aria come se picchiasse su Colombina, su
Musetta, su tutte le donne che amano e non sanno rinunziare, su tutte
le canaglie adorate che c'ingannano e ci fanno morire, che barattano
il nostro cuore con un fisciù, il nostro amore con un pompon, la
felicità immensa di volersi bene in due soli con un grùzzolo d'oro
maledetto.... E poi, quando fui fuori nella strada e dietro di me
il caffè era ridiventato tutto canti, danze e allegria e volgendomi
potevo veder Colombina riseduta di nuovo a tavola — ma coperta,
almeno, grazie a Dio, di lividure — col suo vecchio imbecille che
paga a peso d'oro quel che ha valore solo se è gratis, la porta s'è
riaperta e Marcello mi ha raggiunto. Aveva in mano due bottiglie di
_champagne_ e due bicchieri. «Bevi, ragazzo mio..., mi ha detto. Bevi.
Non c'è da fare altro per tirare avanti. Bevi per dimenticare. Musset
fa così. Murger fa così. E faccio anch'io così.... E fa dunque così
anche tu.... Bevi. Quando avrai bevuto e sarai ubbriaco non saprai
più che cosa sia la tua disperazione, e ti parrà ancora possibile di
vivere in mezzo a tutte queste donne e a tutti questi uomini, e ti
parrà ancora possibile riprenderti Colombina quando, carica d'oro e di
vergogna, questi assassini te la riporteranno...». E ho bevuto, bevuto,
tracannando tutto; e poi ho lasciato cader la bottiglia e mi sono
voltato per chiederne ancora. Marcello non c'era più: era laggiù, alla
tavola, con gli amici, con Musetta su le sue ginocchia; e la baciava
perchè per quella sera Musetta era senza pensieri, col lusso pagato
dalle tristezze di ieri, e poteva essere, felice e infame, tutta per
lui, solo per lui.... E son fuggito davanti a me, per non vedere e non
sapere più nulla. Ma il vino bevuto per dimenticare faceva le mie gambe
molli e il mio passo squilibrato così che andavo a zig-zag attraverso
la strada buia, urtando nei palazzi di sinistra, rimbalzando su quelli
di destra per rimbalzar di nuovo su quelli di sinistra, come una
pallottola di bigliardo che sbatte da sponda a sponda finchè finisce
in buca. E finii in buca anch'io, scivolando lungo un muro e cadendo lì
a sedere per terra, sotto la pioggia che veniva giù a torrenti, ma che
non riusciva a smorzarmi il gran fuoco che mi bruciava dentro.... E lì,
accoccolato per terra, bagnato di pioggia, sporco di fango, ubbriaco
di vino, sfinito di dolore, morto di stanchezza, mi parve di non saper
più nulla, di non conoscere più nè pioggia, nè champagne, nè amore,
nè dolore, nè la tempesta fuori, nè la tempesta dentro e mi sentii a
poco a poco irresistibilmente addormentare.... Ma io ti annoio.... Tu
sbadigli.
L'AMICO
Non ci badare. È nervoso. Va avanti.
PIERROT
Ma, addormentato che fui, vidi un altro me stesso davanti al portone
di casa mia; e lo vidi salir le scale alla luce dei fiammiferi ed
entrare nella mia soffitta. E, quando la candela fu accesa, vidi lì,
sul letto, un gran vestito da clown, nuovo di zecca, uscito allora
dalla sartoria, tutto di raso bianco e nero, a grosse strisce. E
sul vestito una letterina in cui era scritto: «Eccoti il vestito. Fa
dunque, povero innamorato deluso, come il mio clown; e col tuo cuore
divorato d'amore _va-t-en rouler dans les étoiles...._». E, sotto, la
firma: lui, proprio lui, l'autore delle _Odes funambulesques_, Théodore
de Banville, il grande impresario dei fuochi d'artificio lirico, il
buon marito sedentario, il commendatore della Legion d'Onore, Totò....
E, letta la lettera, d'improvviso mi trovai vestito da _clown_, mentre
il mio povero vestitino infangato da Pierrot era già su la stufa ad
asciugarsi, messovi da chissà quale fata invisibile che mi faceva,
bontà sua, da cameriera. Ma un'altra fata doveva esser sul tetto,
poichè questo d'improvviso, in un angolo della soffitta, si scoperchiò
quel tanto necessario a far venir giù dal tetto una scala tutta
foderata di velluto e coi piuoli di metallo come quelle che adoperano
nei circhi equestri per arrivare agli alti trapezii del salto mortale.
E son salito su per quella scala, e sono arrivato sul tetto dove — oh
meraviglia! — un gigantesco trampolino, tutto di metallo e di velluto
anche questo, era stato eretto contro il cielo adesso sgombro di nuvole
e tutto tremante di stelle. Non so dirti come quel trampolino fosse
grande. Ma sì: per darti un'idea, alto come la Torre Eiffel e grande
quanto San Pietro e con una molla così enorme che dieci cupole del
Kremlino sommate insieme non avrebbero potuto farle da coperchio. E
c'erano scale e scalette, scaloni e scalini per arrivare fin lassù;
ed io incominciai a salire, a salire, a salire, e più salivo più
c'era da salire ancora, più andavo in su e più mi sembrava d'essere
sempre allo stesso punto. Ma d'improvviso le scale scomparvero e mi
trovai su la piattaforma ch'era grande, per darti un'idea, come la
piazza della Concordia e oscillava sopra un perno alto come la Colonna
della Libertà a Nuova York. Su la piattaforma immensa io camminavo a
passettini così minuscoli che avrei impiegato un mese ad arrivare fino
in fondo. Ma avevo paura: la sentivo oscillare sotto i miei passi, come
fa il piatto d'una bilancia sotto la mano. E, d'un tratto, sebbene ci
volesse un mese a traversarla e non fosse passato nemmeno un minuto,
mi trovai al centro della piattaforma e avevo appena poggiato il piede
che, in un formidabile scoppio, come se cinquecento fulmini fossero
caduti tutti insieme sui cinquecento campanili della città, mi sentii
sollevato, lanciato in aria dal trampolino in azione, scaraventato
attraverso il cielo con la formidabile velocità della luce. Di rimpetto
a me le stelle piccole nel velluto immenso del cielo eran come tanti
chiodi d'oro ed io passavo in mezzo ai chiodi.... Ah, che paura, amico
mio... E vedevo laggiù, a terra, le metropoli illuminate piccole come
lucciole; e mi sembrava di non poter reggere al volo, che la forza del
mio slancio dal trampolino dovesse da un momento all'altro abbandonarmi
e farmi cader giù dove, morto di paura in cielo in quel momento, il mio
cadavere in polvere sarebbe arrivato a toccar terra un anno dopo... E
allora, passando fra due stelle, mi aggrappai a quei chiodi d'oro e
mi sostenni così. E ce n'erano a migliaia, a milioni, tutt'intorno,
di quei chiodi d'oro e così, dall'uno all'altro, non staccandomi da
un chiodo se non avevo afferrato l'altro ben bene cominciai a camminar
per il cielo penzoloni alle stelle e c'era tutt'intorno una gran luce,
una luce immensa, come quella del sole, ma più bianca, più fredda, una
luce d'argento e non una luce d'oro. E d'un tratto, in quell'immenso
chiarore, abbacinato mi smarrii. Non trovai più altri chiodi a cui
sospendermi. Il chiodo, cioè la stella alla quale ero con un braccio
aggrappato, bruciava, bruciava, oh come orribilmente bruciava,... Ed
io non potevo più resistere a quel fuoco, talchè a un dato punto per il
dolore abbandonai la stella e precipitai.... Precipitai nel buio verso
la gran luce e mi trovai, quando riaprii gli occhi chiusi per l'orrore,
in cima ad una grande scala d'argento e in un gran disco d'avorio.
L'AMICO
La luna?
PIERROT
La luna. Ed ai servi vestiti di bianco che custodivan la porta in
cima alla scala chiesi naturalmente, da persona bene educata, di poter
salutare la padrona di casa....
L'AMICO
Ch'era lei, la luna....
PIERROT
Ch'era lei, la luna. Chi me l'aveva detto? Nessuno. L'infallibile
istinto del viaggiatore celeste che prodigiosamente si orienta da sè in
quell'itinerario aereo senza indicazioni d'un Touring-Club stellare. È
anche vero che qualche cosa, vedendo tutti aver l'aria felice mentre
nel mondo che avevo abbandonato tutti hanno l'aria piagnona, qualche
cosa mi disse entro di me: «Gente felice?... Questo è certo il mondo
della luna....» Ed era, infatti, così. Ma la padrona di casa era a
passeggio e un gentiluomo della sua corte mi indicò laggiù, su la Via
Lattea, la sua carrozzina d'argento tirata da cento pariglie bianche di
minuscoli cavalli.
L'AMICO
Sorvola sui particolari. E va al sodo. Hai dunque visto la luna?
PIERROT
Sì, al suo ritorno, quando discese, in fondo alla gran scala
d'argento, dalla sua carrozza foderata di seta bianca in cui la
luna staccava come una perla sul suo candido astuccio. Oh, che bella
signora, amico mio.... Che cos'è mai Colombina al suo confronto? Un
mostricciattolo.... Bella, bella, divinamente bella, e bianca, bianca,
infinitamente bianca.... E quando salendo mi passò vicino mi riconobbe:
«Oh, tu qui, Pierrot?...».
L'AMICO
Ti conosceva?
PIERROT
Dal vestito. Per tutti i poeti c'è sempre stata un po' di luna nel
vestito di Pierrot.
L'AMICO
Ma se eri saltato dal trampolino vestito da _clown_.....
PIERROT
Sì, dal trampolino e finchè mi arrampicavo attraverso i chiodi d'oro
delle stelle. Ma, non appena toccai le madreperle della luna, per un
nuovo incantesimo mi trovai di colpo levate di dosso le brache del
_clown_ e negli specchi che nella luna fan da marciapiedi mi rividi
addosso il mio vestito da Pierrot, immacolato, di bucato, stirato di
fresco, con a posto tutti i bottoni e tutti i fiocchi, irreprensibile.
L'AMICO
E allora, dopo averti riconosciuto, che ti disse?
PIERROT
Nulla. Sorrise. E parve in quel sorriso voler dire tante cose, dal
benvenuto alla buona sera, dall'incoraggiamento al lasciapassare.
E sparì. Ma, come s'ella avesse veramente dato con quel sorriso un
ordine, io potei varcare la soglia d'argento e girare a piacer mio
pei giardini della luna, come se fossi munito d'un _coupe-file_ per
la libera circolazione. Ma dopo che ebbi pranzato con un estratto di
polline di fiori e con una coppa di rugiada, mentre fumavo in giardino
una sigaretta, fui avvertito che _Madame la Lune_ desiderava parlarmi.
E fui ammesso alla sua presenza. — «So — mi disse non appena fui
inginocchiato d'innanzi a lei — so perchè il tuo sogno, attraverso
il trampolino della fantasia, t'ha portato fin quassù. Nel mondo tu
soffri e cerchi per i tuoi sogni di poeta un mondo migliore. Tu hai
sofferto su la terra perchè tutti ti hanno mentito mentre a tutti
chiedevi, invece, o poeta, la verità. Quassù tu sarai accontentato.
Tutti ignorano quassù che cosa sia la menzogna. Quassù, come vedi,
tutto è bianco e tu sai benissimo che ogni bugia è, sul candore delle
anime, una macchiolina nera. Io ti dò piena libertà di rimanere in
questi miei immacolati paesi. Tu potrai andare e venire liberamente,
sognar le tue fantasie, trovare e cantare come e dove tu voglia la
fortuna, l'amore, la gloria. Ma se nessuno qui t'inganna, nemmeno tu
devi ingannare. E bada: io lo saprò. Se tu mentirai, ad ogni tua bugia
una macchiolina nera apparirà sul tuo bianco vestito. Vivi dunque
felice, Pierrot, come su la terra ed in mezzo agli uomini non ti fu
dato di vivere. Trova qui fra noi la verità che cercavi. Qui tutto è
amore, tutto è serenità, tutto è fiducia, tutto è ingenuità. Amore,
serenità, fiducia, ingenuità, questo è il colore della tua anima, caro
fanciullo, e del tuo vestito. Questo mio mondo lunare ha i medesimi
sentimenti degli uomini: l'amore, l'ambizione, la fede, la speranza, la
carità. Solamente questi sentimenti qui non conoscono frodi, inganni,
raggiri, calcoli o finzioni. Qui si vive veramente, come voi dite in
terra, col cuore su la mano. Va dunque, Pierrot, in questo felice mondo
che desideravi. Ma torna ogni sera, prima d'andare a dormire nel calice
d'un giglio, a farmi vedere se il tuo vestito e la tua anima continuano
ad essere senza macchie. E non credere, bada, di potermi illudere.
Quassù non c'è acqua e non ci son lavandaie. Fatta una macchia, tu non
potrai cancellarla mai più....».
L'AMICO
Comodo paese, il paese della verità!
PIERROT
Uscii dalla reggia della luna tripudiando di felicità. Avevo tanto
sofferto, io: Colombina infedele, gli amici infidi, i compagni sleali,
frode e menzogna in ogni cosa. E per tre giorni, pur andando in giro
continuamente fra uomini e donne, progetti ed affari, io ritornai dalla
Luna, alla sera, col mio bel vestito immacolato. Ma la quarta sera
_Madame la Lune_, corrugando il sopracciglio, scoprì una minuscola
macchiolina nera poco più su del cuore. E, con la faccia oscura, mi
rimproverò: «Tu hai detto, oggi, una bugia. Bada. Ma sia la prima
e l'ultima». Sapevo come la macchiolina era venuta. Devi sapere che
uomini e donne, lassù, son come noi. Solamente, mentre da noi le donne
belle e gli uomini forti stanno specialmente nelle statue dei musei
e nei quadri delle gallerie e attorno per il mondo vediamo girare
ogni giorno un popolo di mostri e di sfiancati che d'uomo e di donna
han solo il nome, nella luna, invece, son tutti belli. Così io, puoi
immaginarlo, non tardai ad innamorarmi. E quel giorno stesso avevo al
mattino chiesto un bacio ad una fanciulla bionda, offrendole, senza
ch'ella me lo chiedesse, ma perchè si fa sempre così, d'esserle per
sempre fedele. Ma nel pomeriggio una fanciulla bruna mi piacque e
poichè ella chiedeva, per annoiarmi, un giuramento d'eterna fedeltà,
io senza pensarci, tanto smaniavo di toccar quelle rosee sue labbra,
giurai come alla bionda anche alla bruna d'esserle per sempre fedele. E
il giorno dopo la prima bugia una terza fanciulla mi piacque. Suonava
il violino divinamente; e glielo dissi. Ella, sorridendo felice, mi
domandò se avessi mai sentito alcun altro suonar com'ella suonava.
Ed io giurai che no. E, verso sera, una quarta fanciulla mi piacque,
poichè suonava l'arpa celestialmente; e glielo dissi. Ed anch'ella,
sorridendo felice, mi domandò se avessi mai nella luna od altrove
sentito alcun altro suonare com'ella suonava. E io giurai che no, anche
a lei, tanto mi piacque lusingarla per esserne lusingato e tanto non
osai dir la verità per cui m'era parso che la suonatrice di violino,
per profondità di sentimento e delicatezza di tocco, la vincesse di
gran lunga su la suonatrice di arpa. E alla sera, _chez Madame la
Lune_, furon dolori. Quattro macchioline, grosse come centesimi, erano
schierate in bell'ordine su la mia giubba candida poco più su del
cuore. «Bada, mi disse vedendole la Luna con cipiglio severo. Bada,
Pierrot. Non continuar così se ti è caro vivere qui. Ricordati: non
sei più fra gli uomini. In terra, di bugie si vive. Qui, di bugie si
muore».
L'AMICO
Mi pare, in verità, che la Luna non potesse più affettuosamente
metterti in guardia....
PIERROT
Mettersi in guardia.... Facile a dirsi, difficile a farsi. T'ho detto
e ti ripeto che lassù eran tutte maledettamente belle e, non appena ne
vedevo una che non avevo veduta ancora, mi prendeva una gran smania di
baciarle le labbra e di suggerle in quel bacio l'anima come si succhia
un fiore. E, per ottener questo bacio, non badavo a mezzi leciti o
illeciti. Se mi chiedevano promesse, impegni, giuramenti, io, preso
nel vortice del mio desiderio, ubbriacato di bellezza, promettevo,
m'impegnavo, giuravo. E la giubba, la mia povera giubba si copriva
di macchioline che s'allineavano in piccoli battaglioni come un
esercito schierato in piazza d'armi e visto da un aereoplano a tremila
metri. E, ogni sera, la Luna contava: «Trecento.... Quattrocento....
Cinquecento....». E ora le bugie, dette le prime, crescevano e si
moltiplicavano senza che io volessi. Lo diciamo anche su la terra,
tanto per giustificarci: una tira l'altra, come le ciliegie. E una,
infatti, tirava l'altra. Dove una bugia era scoperta, dovevo dirne
due nuove per nasconder la prima. Dove un inganno svelato minacciava
di farmi perdere ciò che a me piaceva di conservare, tramavo altri
tre inganni per mantenere il primo. E, alla sera, la Luna contava:
«Ottocento.... Novecento.... Mille....». E sulla piazza d'armi della
mia giubba candida l'aereoplano a tremila metri non vedeva più i punti
fissi e radi d'un reggimento schierato: vedeva, povero me, tutt'un
formicolìo d'eserciti....
L'AMICO
Come se guardasse, mettiamo, nell'anima di Colombina cui tu
inesorabilmente rimproveri il giuoco delle bugie.
PIERROT
Ma tutto questo complicato andirivieni del mio capriccio e della
mia fantasia, passati i primi tempi, corsa la cavallina, s'acquetò
rapidamente. Quand'ebbi in un modo o nell'altro baciato tutte le donne
che mi piacevano, m'accorsi che tutti i baci erano uguali e che a nulla
serviva continuare a mutar di bocca se non riuscivo a mutar di piacere.
Quand'ebbi comunque conquistato, lusingando, adulando, ingannando,
imbrogliando, i migliori gigli per dormirvi la notte, i migliori fiori
per assicurarmi i più fini manicaretti, i più bei cavallini per far
trascinare la mia vettura, mi parve inutile continuare la mia fatica
per avere altri agi uguali a quelli che già avevo, altre ghiottonerie
quando di ghiottonerie ero già ristucco e altri lussi quando già, al
mio passaggio, sdraiato nella mia _Daumont_, destavo l'ammirazione di
mezzo mondo lunare e tutti mi segnavano a dito dicendo con rispetto:
«Quello è Pierrot...». Quando, imitando gli altri poeti, camuffando con
parole mie i pensieri altrui, rubacchiando con mano destra concetti
e rime, ebbi avuto l'onore di adornare di miei versi le più illustri
gazzette dell'Olimpo lirico lunare, mi parve superfluo insistere a far
versi miei con quegli degli altri se già tutti leggendomi dicevano:
«La Terra ha Dante.... E noi, più avventurati, abbiamo Pierrot....».
E allora chiusi la mia vita in tre grandi solitudini: una donna sola
per amare, un solo amico per vivere, un'opera sola per bere veramente,
come Musset, nel mio bicchiere e farmi perdonare da _Madame la Lune_,
in virtù del mio genio, le mie innumerevoli macchioline. E trovai, solo
allungando la mano, la donna che mi adorava, l'amico impareggiabile e
il capolavoro assicurato.
L'AMICO
E le macchioline, per tante nuove virtù, miracolosamente scomparvero.
PIERROT
No. Sta a sentire. E non m'interrompere così.... Trovato che ebbi
l'amore, l'amicizia e l'opera, potei considerarmi, invero compiutamente
felice. Da ogni parte la vita nella luna mi sorrideva come io avevo
sognato che la terra mi sorridesse. Altro non mi rimaneva da fare che
lasciarmi amare, lasciarmi servire e lasciar che l'estro liberamente
cantasse nella mia fantasia. Ma, col tempo, la donna che mi amava mi
venne a noia e, poichè aveva un'amica, non ebbi pace finchè non riuscii
a tradir quella con questa. Verso il mio fedele e impareggiabile amico
io non ebbi più scrupolo alcuno di mancargli di fede quando vidi che
su la sua fede io potevo fare completo assegnamento. E, giuocandone la
fiducia, sfruttandone gl'interessi, calunniandone il nome, riuscii ad
avvantaggiar me in ogni modo danneggiando in ogni modo lui. In quanto
poi al mio capolavoro, quando vidi che l'opera era certa, ma lunga la
fatica, quando vidi alle prove che l'estro cieco non basta, ma che,
come diceva Buffon, _le génie n'est qu'une longue patience_, quando
sentii farsi attorno al mio raccoglimento operoso il silenzio nelle
frivole voci delle più leggere e quotidiane popolarità e non mi vidi
più per le vie segnato a dito e non mi vidi più nei grandi giornali
paragonato ogni giorno a Dante od a Shakespeare, annunziai a tutti che
il gran capolavoro era finito e diedi fuori, spacciandoli per l'opera
lungamente pensata e lavorata, duemila versi qualunque buttati giù alla
svelta in meno d'una settimana. Ma quand'ebbi tradito così tutto quello
che avevo ricevuto in dono dalla Luna, l'amore, l'amicizia e la gloria,
non potei più passare per i marciapiedi senza veder riflettersi negli
specchi che li lastricavano non più la mia giubba candida tempestata di
macchioline, ma addirittura una funebre casacca nera in cui di bianco
non c'era più neanche un puntolino. Così mi ritrovò _Madame la Lune_
quando, alcuni giorni dopo, essendo stata chiusa in casa e invisibile
per un'eclissi, ricomparve ufficialmente nella sua reggia d'argento e
mi mandò a chiamare. Non osavo apparirle davanti e sentivo che nella
sua collera la mia ultima ora lunare sarebbe stata irremissibilmente
segnata. Ma non s'alterò vedendomi nero a quel modo da capo ai piedi.
Solo scosse melanconicamente la sua bella testa serena e mi disse così,
senza severità: «Vedo che nel felice mondo della luna, non ostante
tutto ciò che io ti ho consigliato, tu ti sei condotto non altrimenti
da come, su la terra, gli uomini si conducevano verso di te. T'ho dato
le tre grandi gioie del cuore, dello spirito e dell'intelligenza e tu
ne hai fatto menzogna e mercato. Ma non poteva essere altrimenti. Non
è tua colpa se, dopo le prime macchioline delle prime timide bugie,
la tua bianca casacca s'è fatta nera come l'anima tua. Tu sei poeta,
ma sei anche uomo, inguaribilmente uomo. Poeta tu desideri un bene,
una verità, una felicità che poi, se ti son dati, tu uomo non sai
vedere, non sai rispettare, non sai conservare. Quand'eri su la terra
odiavi la menzogna, l'inganno, la frode, perchè menzogna e inganno e
frode eran tramati dagli altri verso di te. Ma quando il tuo slancio
ideale verso il sogno t'ha portato più su degli uomini, dove nessuno
mentiva, nessuno ingannava, nessuno frodava, tu, che altro non sei
che un uomo, hai mentito, hai ingannato, hai frodato, hai fatto nella
luna, verso gli altri, quello che in terra ti doleva che gli altri
potessero fare a te. Il male è nel tuo cuore, piccolo uomo che si
veste di bianco, ma che è dentro di sè senza candore. L'illusione è
dentro di te, poeta, l'illusione per cui follemente ti lamenti d'umane
debolezze e d'umane viltà di cui tu sei quanto tutti gli altri capace.
Che vuoi tu dunque da noi? Qui sono anime candide per cui purezza vuol
dire diritto d'immortalità. La vostra vita umana è invece in un breve
circolo di anni, impercettibile attimo nel tempo, inesorabilmente
segnata. E nessuno di voi uomini è immortale perchè nessuno di voi,
uomini, è degno d'immortalità. Anche qui, qualche volta, un'anima si
perde. Tu ne hai perduta una: quella di colei con la quale hai tradito
l'immenso amore che, per l'eternità, in una donna io t'avevo dato. Ma
quando quassù un'anima si perde il lutto è così grande che una stella
si spegne nel cielo e un mondo s'inabissa nell'infinito. Le stelle
cadenti che voi uomini vedete solcare il cielo nelle notti d'estate
altro non sono che anime perdute quassù e che precipitano in un'ultima
luce per venire a perdersi nella vostra terrestre oscurità. Ritorna
dunque, o piccolo poeta mortale, il cui ideale non ha luce più lunga
e più forte di quella di una lucciola su la siepe, ritorna alla tua
terra laggiù. Sopporta che gli altri ti mentiscano poichè tu sei pronto
a mentir come loro. Soffri che gli altri ti ingannino, poichè tu, come
loro, non sai vivere di verità. Accetta d'essere vittima della frode in
attesa dell'ora propizia in cui sarai tu il frodatore. Vattene dunque,
uomo. E dì al poeta che ha dato le ali alla tua fantasia per mandarti
fin quassù, digli che è inutile chiedere come lui fece _des ailes, des
ailes_, quando non potete servirvene per restare in alto. Quanto più
in alto tu sali, o poeta, con le tue ali d'impossibile, più dall'alto
cadi, tu uomo, quando il tuo peso mortale inesorabilmente ti condanna
a ripiombare giù». Ciò detto la Luna fece un gesto e tutto si oscurò.
Ed io mi ritrovai un istante dopo sul margine del firmamento, non
più Pierrot bianco, non più Pierrot nero, ma col vestito da _clown_,
a striscie bianche e nere, pagliaccio di due colori, mezzo ideale e
mezzo realtà, poeta e uomo, da tutti diverso ed a tutti eguale. E vidi
correre verso di me cento, duecento, mille donne, tutte quelle che
avevo baciate, tutte quelle cui avevo mentito; e avevan tutte la faccia
di Colombina quando ride e mi sfida. E gridavan tutte spingendomi
verso l'abisso stellato: «Giù.... Giù.... Via di qua, uomo....
Torna da lei che ci vendicherà...». E in un'ultima risata di mille
gole, nello spintone di duemila braccia, dal margine del firmamento
ricaddi nell'abisso, traversai le stelle senza potermi più salvare
aggrappandomi ai loro chiodi d'oro; e vidi sotto di me, precipitando,
il minuscolo mondo crescere, crescere, crescere e farsi sempre più
vicino, e più preciso, e vidi il mare e i monti, vidi le luci delle
città e poi le città stesse, e poi le vie, e i palazzi, e le case, e le
finestre, e il mio tetto e su questo un grottesco piccolo trampolino
messo assieme con due povere tavole, miserabile tentativo fatto per
sfuggire alla vita, agli uomini e a me stesso, trampolino su cui
picchiai per rimbalzare e ricader fuori del cornicione, e rotolar giù
lungo la parete della mia casa, e ripiombar giù nella strada piccola,
buia, bagnata, fangosa e nell'urto formidabile svegliarmi, e trovarmi
lì a terra, accoccolato vicino al muro, col mio vestito da Pierrot
tutto pioggia e fango, col cielo sul capo, nella listarella azzurra
che se ne vede tra le case in città, senza più nuvole tutto pieno di
stelle. E la luna non era più che lì dentro — sola luna degna di me,
di te, di Colombina, di tutti noi uomini e donne — la luna non era più
che un dischetto bianco, grande quanto una fetta d'ananas, tremolante
lì accanto a me nell'acqua piovana della pozzanghera.
III.
(Ora Pierrot, compiuto il suo racconto, si è abbandonato con
le braccia e con la testa sul tavolino e, povero ragazzo deluso
dal suo sogno prima ancora di viverlo o di tentare di viverlo,
s'è lasciato andare alle sue lacrime e ai suoi singhiozzi.
Piange, poverino, e si dispera da far pietà. Ma l'amico di
Pierrot non si commuove. Non è un poeta, l'amico di Pierrot.
È un uomo, semplicemente un uomo e gli uomini non hanno mai
pietà per i poeti che invece son uomini disperati di non esser
che uomini. Ma ora, d'improvviso, c'è un passettino su per la
scala e una mano gratta leggera alla porta. L'amico di Pierrot
ha imaginato chi può essere. E, infatti, levatosi, andato in
punta di piedi alla porta ed apertala, si trova davanti timida,
tra sorrisi e lacrime, con un fagottino sott'il braccio e
una malinconia in cuore, Colombina che ritorna, con la pace
di Quaresima, al suo poeta innamorato. E, di su la porta,
Colombina vede pianger Pierrot che tutto sussulta nella sua
giubba. Ha nella melanconia un sorriso di trionfo e interroga
l'amico):
COLOMBINA
Poveretto!.... Piange per me?.... Ah, come lo adoro...
(E senza neppure aspettare risposta tutto il suo viso
s'illumina di felicità perchè di nulla una donna è felice
come del potere di riempir di lacrime gli occhi d'un uomo. E
Colombina si slancia verso Pierrot, s'inginocchia ai suoi piedi
e leva verso di lui le sue braccia supplici e le sue parole
pentite. L'amico guarda un momento e poi brontola andandosene):
L'AMICO
Valeva proprio la pena d'andar fin nella luna per ritornare a terra
così, come tutti i giorni....
(Ma Pierrot ha sollevato il volto. Ha visto Colombina. S'è
gettato nelle sue braccia. Colombina vorrebbe ancora spiegare
la sua assenza della sera prima, l'origine onesta dei suoi
piccoli lussi, e ingannare ancora Pierrot, e mentir quando
occorre per far pace tra due innamorati, e giustificar tutto
quello che è vano giustificare poichè è inevitabile).
COLOMBINA
Ti giuro.... Credimi, amor mio.... È la verità.... Non senti nella mia
voce, non vedi nei miei occhi che è la verità?...
(Ma Pierrot le ha tappato la bocca con la mano. E ora si getta
su le labbra di lei con le sue labbra per cercar nel bacio
certo il solo oblio possibile di tutto quello che è incerto. E,
tra un bacio e l'altro, le dice):
PIERROT
No, zitta, zitta, ti prego.... Non dirmi nulla. Non spiegarmi nulla.
Non c'è nulla da spiegare. La vita è questa. L'amore è questo. E
nessuno può cambiare.
COLOMBINA
Ma tu devi credermi, tu devi ascoltarmi....
PIERROT