_Morte del Re CARLO II, leggi che ci lasciò; e ciò che a noi avvenne
dopo sì grave ed inestimabil perdita._
I Franzesi per la disperata salute del Re Carlo, sempre più insistendo
nella corte di Spagna presso que' Grandi, e sopra ogni altro presso
del Cardinal Portocarrero Arcivescovo di Toledo, che sopra quel Re
s'avea acquistato grand'opinione di probità e di prudenza, perchè,
mancando senza prole, dichiarasse per successore ne' suoi Regni
Filippo, secondo figliuolo del Delfino; esageravano non meno i diritti
sopra quella monarchia del Delfino per le ragioni della Regina Maria
Teresa d'Austria sua madre, e sorella primogenita del Re Carlo, che
il loro proprio interesse. Sin dalla guerra mossa per la successione
del Brabante, essi s'erano sforzati d'abbattere la di lei rinunzia
stabilita con giuramento, ed ogni maggior fermezza e solennità; e
sin d'allora aveano pubblicato un libro contenente settantaquattro
ragioni per provar la nullità della medesima. Ma essendosi in quella
occasione per contrario, con forti e vigorose scritture fatto vedere,
quanto quelle fossero deboli e vane: essi aggiungevan ora, che molte di
quelle risposte non potevan adattarsi al caso occorso, dove non già la
rinunziante, che, trovavasi defunta, aspirava alla successione, ma il
di lei figliuolo, al quale non si poteva per colei recar pregiudizio,
venendo secondo le leggi chiamato alla successione per propria persona,
ed al quale non poteva far ostacolo qualunque rinunzia, che da' suoi
maggiori si trovasse fatta. Ma non perciò uscivano d'impaccio; poichè
oltre alle pressanti ed amplissime clausole, che in quelle rinunzie
s'erano apposte, appunto per render vano quest'asilo; non si dovean
tali renunzie regolare secondo le vulgari conclusioni de' nostri
Dottori, ma da fini più alti e sovrani, che s'ebbero, quando quelle
si fecero: li quali furono la perpetua separazione di queste due
monarchie; ed affinchè per qualunque accidente queste due corone non
potessero mai congiungersi sopra un sol capo. Per iscansare quest'altro
ostacolo, i Franzesi proposero, che tal dichiarazione dovesse farsi,
non già in persona del Delfino, ma del Duca d'Angiò suo figliuolo,
al qual'egli avrebbe cedute le sue ragioni. In cotal guisa s'evitava
l'unione, e mancava il fine, per cui s'eran le rinunzie ricercate. Ma
questo concerto, fra di essi cotanto ben ideato, ed aggiustato, non
poteva togliere la ragione già acquistata all'Imperador Leopoldo, ed
a' suoi figliuoli in vigor de' testamenti de' Re di Spagna, e delle
rinunzie, al quale, oltre di non ostare il fine della sempre abborrita
unione, ben egli con ceder le sue ragioni all'Arciduca Carlo suo
secondo figliuolo, avrebbe ancora avuto più spedito modo di farlo;
oltre che s'assumeva da' Franzesi per certo quel ch'era in quistione;
poichè quest'appunto si negava, che al Delfino per l'incompatibilità
delle corone, si fosse potuto acquistar giammai ragione alcuna, e per
conseguenza, niente aveva che rinunziare al Duca d'Angiò suo figliuolo.
Ciò, che dunque principalmente spinse gli Spagnuoli ad indurre quel Re,
con sommo rincrescimento, a dichiarar per successore il Duca d'Angiò
fu il timore, che facendosi altrimente, sarebbe venuto ad effetto il
cotanto abborrito partaggio. Ponevano avanti gli occhi di quel piissimo
Re le ruine e le calamità, che avrebbero dovuto inevitabilmente
soffrire tanti suoi fedeli ed amati popoli, e che la sua pietà non
avrebbe permesso d'esporgli a tanti disagi e pericoli. Ricordavangli
la grandezza e generosità della nazione spagnuola, la quale sarebbe
stata altamente percossa, ed al niente ridotta, se l'avesse lasciata
esposta, facendo altrimente, agli oltraggi d'un Re cotanto formidabile
e potente. Ma sopra ogni altro gli raccomandavano l'unione della sua
monarchia; la quale ingrandita con tanta gloria da' suoi predecessori
e ridotta in un'ampiezza, che non avea la simile il mondo, non dovea
esporla ad esser così miseramente lacerata e divisa in pezzi, sicchè
nelle future età di questa gran macchina appena ne rimanessero le
ceneri. Ricordavangli, che il savio Re Ferdinando il Cattolico,
ancorchè avesse potuto innalzare al trono, almeno de' regni proprj,
e da lui acquistati colle forze d'Aragona, uno del suo casato, volle
nondimeno chiamare alla successione di tutti Carlo d'Austria Fiamengo;
perchè ben conosceva, che nella persona di quel potentissimo Principe
e per quel ch'era, e per quel che dovea essere, poteano quei Regni
mantenersi uniti formando una ben ampia monarchia, la quale avrebbe
potuto lungamente durare, e non dissolversi con iscadimento della sua
gloria, e dell'inclita nazione spagnuola.
Espugnato per tanto il Re ne' principj d'ottobre per queste
insinuazioni suggeritegli, fra gli altri, con vigore dal Cardinal
Portocarrero, aggravatosi il male, disperarono i Medici della sua
salute: e postosi nella fine di quel mese in agonia, spirò il primo
di novembre, giorno di Lunedì, di quest'anno 1700. Il martedì fu
imbalsamato il suo cadavere, ed il mercoledì fu esposto nel regal
palagio in quella medesima stanza dove nacque. Assisterono molti
religiosi in una gran sala per li suffragj, dove in molti altari ivi
eretti furon celebrati i sacrificj insino al venerdì, nel qual giorno
furono celebrate tre messe solenni nelle cappelle regali e da poi
una pontificale coll'assistenza di tutt'i Grandi. Fu da poi levato il
cadavere e portato nell'Escuriale, accompagnato da tutti i Grandi, da
quelli della regal casa e dalle quattro religioni mendicanti: dove se
gli diede sepoltura con quelle solennità, che convenivano ad un così
grande ed amato Re. Fu seppellito nell'istesso giorno e nell'istessa
ora che veniva a compire 39 anni di sua vita. Cominciò egli a regnare
da' 6 di novembre dell'anno 1675, nel qual dì finì i quattordici anni
della sua età e la reggenza della Regina madre e della Giunta. Nel
1679, ai 30 d'agosto prese per moglie Maria Lovisa di Borbone, e costei
morta a' 12 di febbrajo del 1689, prese nell'anno seguente Marianna
di Neoburg: di niuna delle quali lasciò prole. Fra le sue virtù furono
ammirabili la pietà e la religione: giammai se n'intese parola alcuna
ingiuriosa: aveva una somma applicazione al dispaccio, privandosi
sovente dell'ore del divertimento, per non mancare alla spedizione di
quello: nè mai risolveva cosa, senza che precedesse il Consiglio de'
suoi ministri, ed eseguiva i loro dettami con tanta esattezza, che
anche le cose, ch'egli ardentemente desiderava, s'asteneva di farle,
e sovente ne ordinava di molte, anche contro il proprio sentimento,
sempre che così gli era da' suoi ministri consigliato, riputando,
che in cotal guisa operando, non avea di che render conto a Dio
dell'amministrazione de' suoi Regni. Fu sommamente divoto di Nostra
Signora degli Angioli, ed ebbe speziale e costante venerazione al
Santissimo Sagramento dell'Eucaristia, tal che non mancava d'assistere
all'esposizioni delle quaranta ore circolari.
Lasciò pure a noi questo piissimo Principe alcune sue leggi; e nel
1675, primo anno del suo regnare dopo la Reggenza, ne stabilì una,
colla quale comandò, che gli ufficj, senza il suo regale assenso, non
potessero nè obbligarsi, nè vendersi, e conceduti in burgensatico, non
si stendesse più oltre la concessione, che insino al quarto grado:
comandò ancora, che dagl'inquisiti, prima che fossero convinti rei,
non potesse esigersi cosa alcuna di giornate, o d'altro, ma aspettarsi
la loro condanna: prescrisse i modi e le norme intorno alla fabbrica
e lavori di seta, d'argento e d'oro, per toglier le frodi, le quali,
come si disse, furono pubblicate dal Marchese del Carpio in tempo
del suo governo; e diede vari provvedimenti, che sono additati nella
_Cronologia_ prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche, secondo
l'ultima edizione.
Concedè pure questo clementissimo Re alla nostra città e Regno molti
privilegj e grazie, così quelle cercate in tempo dell'ambasceria di
D. Ettore Capecelatro, che ancorchè domandate vivente il Re Filippo
IV, ebbero compimento nell'anno 1666 dopo la sua morte; come quelle
domandate da D. Luigi Poderico, e da D. Francesco Caracciolo Marchese
di Grottola ambasciadori inviati alla corte; ed altre, che si leggono
nel II volume _de' Privilegj e Capitoli_ impresso ultimamente nel
trascorso anno 1719.
Giunse in Napoli la funesta novella della morte del Re Carlo II a'
20 di novembre di quest'anno 1700, e nell'istesso tempo l'avviso
d'aver egli dichiarato per suo successore in tutt'i Regni della
monarchia di Spagna Filippo Duca d'Angiò; ed il Duca di Medina
Coeli per maggiormente accreditarne la fama, fece tosto imprimere e
pubblicare due clausole, che diceansi essere estratte dal testamento
del defunto Re, in una delle quali dichiaravasi la successione nella
persona del Duca d'Angiò e nell'altra s'esprimeva la _Giunta del
Governo_, ch'egli avea eretta sin tanto che il successore non si
fosse portato in Ispagna, Capo della quale si faceva la Regina vedova
e li governadori erano il Presidente, o Governadore del Consiglio di
Castiglia, il Vicecancelliere, o Presidente d'Aragona, l'Arcivescovo
di Toledo, l'Inquisitor Generale, un Grande, ed un Consigliere di
Stato. Accompagnò il Medina quelle clausole con una lettera scrittagli
dalla Regina e Governadori suddetti, per la quale se gli imponeva,
ch'eseguisse ciò che quelle ordinavano e ciò che in simili casi
solevasi praticare. I popoli attoniti e sorpresi a tanta novità,
commossi dal dolore per la morte d'un Principe cotanto pio e religioso,
piansero la comune sciagura per tanta perdita; ed il Medina imitando
l'esempio degli altri Regni di Spagna, fece eseguire il comando, tal
che senza commozione o scompiglio alcuno fu da noi riconosciuto quel
Principe, che la Spagna ci aveva dato.
(Il Testamento del Re _Carlo II_ contenente LIX Clausole, fra le quali
le 14 e 15 contengono la successione dichiarata per _Filippo d'Angiò_
leggesi impresso in più raccolte e Scrittori; presso _Cassandro
Tucelio in Actis Publicis Tom. 5 c. 5 pag. 299_, presso _Fabri
Staats-Cantzeller. tom. 5 pag. 135_, nella vita di _Carlo III part. 1
p. 95_ e nelle _Mem. de la Guerre, tom. 2 pag. 253_).
Ferirono questi inaspettati avvenimenti altamante l'animo, non meno
dell'Imperador Leopoldo[87] per lo gran torto, che pareagli essersi
fatto alle sue ragioni, in manifestamento dalle quali fu dato poi alle
stampe nel 1703 il libro intitolato: _Defense du droit de la Maison
d'Autriche à la succession d'Espagne_[88]; che degli altri Principi
concorsi nel meditato partaggio, i quali tenendosi delusi dalle arti
del Re Franzese, e mal sicuri, se permettessero, che tanta potenza
e tanti Regni s'unissero nella casa di Francia; e considerando, che
tutto il timore della Spagna era di non vedere la loro monarchia
divisa, fu risoluto d'impiegare tutte le lor forze, per metter in quel
trono Carlo Arciduca d'Austria, figliuolo secondogenito di Leopoldo,
al quale perciò, non meno il padre, che il fratello, cederono le
loro ragioni[89]: sicchè fu egli dichiarato _Re di Spagna_, e spinto
a condursi in quei Regni per discacciar l'emulo dalla Sede. Gli
Olandesi si dichiararono per l'Arciduca: il Re d'Inghilterra, quel
di Portogallo, e poi il Duca di Savoja si unirono coll'Imperadore e
fecero fra di lor lega per togliere dal possesso degli Stati di Spagna
_Filippo_ e riporvi l'Arciduca _Carlo_. Fu ciò cagione d'una sanguinosa
e crudel guerra, fra gli Alleati e la Francia, la quale fu dichiarata
l'anno 1701. Ed essendo da poi morto il Principe d'Oranges dichiarato
Re d'Inghilterra, sotto il nome di Guglielmo III ch'era entrato
in quell'Alleanza; la Regina Anna Stuarda secondogenita di Giacomo
II che successe in quel reame, non pur confermò l'alleanza, ma con
impegno maggiore impiegò le forze del suo Regno per mettere nel trono
di Spagna il Re Carlo. Le sue flotte ve lo condussero: Catalogna fu
presa, ed in Barcellona il nuovo Re collocò la sua Sede regia, il qual
poi costrinse Filippo, colle forze imperiali, ed inglesi a lasciar la
città di Madrid: e se la battaglia di Almanza guadagnata da' Franzesi
il dì 25 d'aprile dell'anno 1707 non frastornava il bel disegno, la
Spagna sarebbe passata interamente sotto il suo dominio. Non potè avere
l'Imperador Leopoldo il piacere di veder così bene impiegate le sue
armi, ed esser secondati i suoi voti da sì prosperi successi: era egli
già morto, ed in suo luogo eletto nel 1705 _Giuseppe I_ suo figliuolo.
Ma non meno in Fiandra, che in Italia ebbero a questi tempi le gloriose
armi imperiali felici avvenimenti. Non pur si tolse l'assedio a Turino
ma in un tratto fu occupato lo Stato di Milano, Mantova, e l'altre
piazze della Lombardia; tal che i Franzesi furon costretti abbandonar
l'Italia, e ritirarsi colle loro truppe in Francia. Aveano i Franzesi
per soccorrere il Milanese lasciato voto il nostro Regno di loro
truppe; onde s'ebbe opportunità di tentarne l'impresa con felicissimo
successo. Per la natural affezione di questi popoli all'augustissima
casa d'Austria, bastò al Conte Daun con un sol distaccamento
dell'esercito imperiale, che l'Imperador Giuseppe teneva in Lombardia,
entrar, senza esservi chi gli facesse opposizione, nel Regno, ed a'
7 di luglio di quest'anno 1707 felicemente impossessarsi, in nome
del Re Carlo, della città di Napoli, gli Eletti della quale corsero
insino ad Aversa a presentargli le chiavi. L'esempio della Metropoli
fu tosto imitato dalle altre città del Regno: i castelli tutti si
resero alle vittoriose insegne: Pescara parimente fu resa: sola Gaeta,
dove eransi ritirati gli Spagnuoli, fece resistenza; ma in men di tre
mesi, dopo breve assedio fu presa per assalto e saccheggiata. In breve
con universal giubilo e contento furono ricevute le imperiali armi e
senza commozione, senza scompiglio e senza que' disordini, che sogliono
cagionare le mutazioni di nuovi dominj, il Regno tutto pacatamente ed
in somma tranquillità passò sotto il dominio del Re Carlo, che teneva
allora collocata la sua Sede regia in Barcellona.
Furono ritenute le medesime leggi, i medesimi magistrati, (sol
mutandosi le persone di coloro, ch'eranvi dal suo emolo fra que' sette
anni stati esaltati) li medesimi stili nelle segretarie all'uso di
Spagna, ed i medesimi istituti. Gli Spagnuoli, che vollero rimanere,
furono mantenuti ne' loro posti: furono ne' Tribunali conservate le
alternative, ch'essi godevano nelle toghe: in breve, toltone i Vicerè
di nazion tedesca, e gli ufficiali militari, che aveano il comando
delle loro truppe, in niente fu alterata la politia del Regno.
Ricevette però non picciol vantaggio dall'aver fatto ritorno sotto
il dominio di questa augustissima famiglia, per le tante concessioni
e privilegi, che a larga mano, sopra tutti gli altri Re suoi
predecessori, gli furon conceduti da un sì grato ed indulgentissimo
Principe. Egli mosso dalla fedeltà e prontezza mostrata in
quest'occasione, concedette alla città e Regno nuove grazie, e
tutte considerabilissime, e quel ch'è più, la pronta esecuzione
dell'antiche. Onorò la città, ed i suoi Eletti con nuovi e più speziosi
titoli. Preferì i suoi nazionali nelle cariche, beneficj e negli
uffizj, escludendone i forestieri. Con più sue regali cedole stabilì
l'importante diritto dell'_Exequatur Regium_ in tutte le Bolle, Brevi
ed altre provvisioni, che ci vengono di Roma: vietò rigorosamente
l'alienazione dei fondi delle entrate regali: sterminò affatto ogni
vestigio d'Inquisizione: con suoi Regali editti comandò, che in tutt'i
Beneficj, Vescovadi, Arcivescovadi, ed altre Prelature del Regno ne
fossero affatto esclusi i forestieri, nè che in lor beneficio sopra
quelli possano imporsi pensioni o altre gravezze; confermò tutti i
privilegi e grazie concedute al Baronaggio, ed al Regno, da' Re suoi
predecessori; tolse la Ruota del Cedulario: volle, che contro il suo
Fisco militasse la prescrizion centenaria, anche nelle regalie, nelle
cose giurisdizionali e nelle altre sue ragioni fiscali: stese la
succession feudale a favor de' Baroni per tutto il quinto grado. Nè
dee riputarsi picciol giovamento quello, che si ritrae dal venire ora
il nostro Regno compreso nelle tregue, che si fanno dall'Imperio col
Turco: e dal commerzio, al quale è inteso d'aprire colla Germania ne'
nostri Porti, con scale franche; ciò, che dagli Spagnuoli non era da
desiderare, non che da sperare. In fine concedè a noi tante rilevanti
grazie, le quali non senza nostra confusione insieme e contento,
leggiamo ora nel II volume _delli Privilegi e Grazie_ fatto imprimere
nell'anno 1719 dalla nostra città, perchè non meno si sappiano i
suoi pregi, che la munificenza di un tanto Principe, de' quali gli è
piaciuto di profusamente arricchirla.
Intanto fu provveduto il nostro Re Carlo III d'una non men savia, che
avvenente Principessa per moglie _Elisabetta Cristina di Wolffembutel_,
la quale da' suoi Stati, traversando la Germania e l'Italia, si
condusse in Barcellona al suo sposo; nel qual tempo i progressi delle
sue armi in Ispagna, sotto la condotta del Conte di Staremberg, fecero
maravigliosi acquisti, penetrando co' suoi eserciti insino a Madrid; e
se il Duca di Vandomo, al quale era stato conferito il comando delle
truppe di Spagna, non si fosse valorosamente opposto all'esercito
nostro, costringendolo a ritirarsi in Catalogna, la guerra di Spagna
sarebbe allora gloriosamente finita. Gli Olandesi e gl'Inglesi
dall'altra parte aveano interamente rotti i Franzesi in Fiandra, nella
battaglia, che lor diedero vicino ad Oudenarde sopra la Schelda, la
quale portò in conseguenza la presa di Lilla e di Gant; e poi l'anno
seguente quella di Tournai e di Mons; tal che costrinsero Lodovico XIV
a far proposizioni di pace, le quali, ancor che fossero svantaggiose
alla Francia, nelle conferenze che si fecero in Gertruidemberg fra
i Plenipotenziari della Francia, dell'Inghilterra e dell'Olanda, non
furono accettate.
Ma la morte accaduta in quest'anno 1711 a' 17 di aprile dell'Imperador
Giuseppe, in età di 32 anni, otto mesi e ventitrè giorni, senza lasciar
di se prole maschile, ruppe tutti i disegni, e fece mutar sembiante
allo stato delle cose. Tutti i Principi d'Alemagna richiamavano il
nostro Re all'Imperio, tal che, stando egli in Barcellona, fu dal
comun lor consenso in Francfort eletto Imperadore, e _Carlo VI_ sempre
Augusto Imperador Romano fu universalmente acclamato. Gli convenne
perciò, lasciando la Regina Elisabetta in Barcellona al Governo di
Catalogna di ritornare in Alemagna e prender il possesso dell'Imperio.
Ed intanto il Re di Francia, profittandosi di tal mutazione, e più per
aver ridotta la Regina Anna d'Inghilterra con vari negoziati e lusinghe
a' suoi voleri, promosse con maggior calore nuovi trattati di pace.
Indusse da principio quella Regina ad acconsentire ad una sospension
d'armi fra la Francia e l'Inghilterra, tal che fece ella ritirare le
sue truppe, che avea in Fiandra, dall'esercito degli Olandesi; il qual
essendo divenuto più debole a cagion di questa ritirata, fu assalito
dall'esercito Franzese guidato dal Maresciallo di Villars, e stretto
sì vivamente a Denain, che dopo una considerabil perdita, i Franzesi
s'impadronirono del campo nemico, presero poi S. Amando e Marchienna,
fecero levar l'assedio da Landrecì, e costrinsero la città di Dovay e
quella di Quesnoy alla resa.
Questi vantaggi costrinsero gli Alleati ad ascoltare le proposizioni
di pace; onde furono nominati dall'una e dall'altra parte i
Plenipotenziarj, i quali portatisi in Utrech (dopo essersi a' 14 marzo,
tra il nostro Imperadore ed il Re di Francia, accordato un armistizio
per Italia e l'evacuazione della Catalogna e di Majorica[90])
conchiusero la pace il dì 11 del mese di aprile dell'anno 1713 fra
l'Inghilterra, l'Olanda, Portogallo, Savoja, Prussia, Francia e Spagna.
Fu tra di loro stabilito, che col mezzo della rinunzia fatta da Filippo
alla Corona di Francia, tanto per se, quanto per li suoi discendenti,
e di quella del Duca d'Orleans alla Corona di Spagna, a Filippo
rimanessero le Spagne e l'Indie. La Sicilia fu data al Duca di Savoja,
al quale anche fu promessa la successione al Regno di Spagna, come pure
a' suoi eredi, in caso venisse a mancare il ramo di Filippo. Il Regno
di Napoli ed il Ducato di Milano rimanesse al nostro Imperadore. Gli
Elettori di Baviera e di Colonia furono restituiti nel possesso de'
loro Elettorati. La Regina Anna fu riconosciuta Regina d'Inghilterra,
e dopo la di lei morte il Principe d'Annover e suoi eredi. Che le
fortificazioni di Doncherc dovessero demolirsi. Le Piazze della Fiandra
spagnuola furono date in potere degli Olandesi, per essere restituite
alla Casa d'Austria; e Lilla, ed Aire furono restituite al Re di
Francia.
Il nostro Imperadore non volle ratificar questo trattato per non
pregiudicare le sue ragioni sopra la Spagna, nè volle colla medesima
trattar pace, per ciò ne fu fatto un altro particolare tra lui e la
Francia, in Rastat il dì 6 di marzo del seguente anno 1714[91], col
quale si confermarono le condizioni precedenti a riguardo di tutte
le altre Potenze, ma non già di cedere le sue ragioni e titoli sopra
quella monarchia, da poterle, quando che sia, sperimentar coll'armi.
Fur per tanto questi trattati di pace eseguiti con ogni sincerità
(toltone la Spagna) fra tutte le Potenze, che vi concorsero. Al Duca di
Savoja fu data la Sicilia; se bene avendo poi la Spagna voluto romper
questo trattato, con tentar d'occuparla di nuovo per se, questa mossa
è stata cagione, che lo scambio, che poi se ne fece, sia riuscito in
maggior vantaggio del nostro Monarca; poichè vindicata colle sue armi,
dalle mani degli Spagnuoli, si diede al Duca in iscambio della Sicilia
l'Isola di Sardegna, tal che la Sicilia rimane ora unita al nostro
Regno, come prima, sotto un medesimo Principe.
(Gli articoli accordati nel campo vicino Palermo per l'evacuazione
de' Spagnuoli dal Regno di Sicilia e di Sardegna a' 6 maggio del 1720
tra il _Conte di Merus_ per l'Imperadore e tra il _Marchese di Lede_
General comandante degli Spagnuoli, si leggono presso _Lunig_[92],
siccome gli articoli accordati da' medesimi nel campo suddetto a' 8
dello stesso mese, riguardanti l'evacuazione del Regno di Sardegna, si
leggono presso lo stesso pag. 1435. Per esecuzione de' quali, usciti da
quella gli Spagnuoli, ne presero il possesso le truppe Cesaree, ed in
vigore dell'Artic. II della quadruplice Alleanza, la maestà di Cesare
per mezzo del _Principe di Ottaiano_ suo plenipotenziario costituito a
questo atto, diede il possesso del Regno col titolo di Re al _Duca di
Savoja_, il quale dall'ora avanti deposto il titolo di Re di Sicilia,
assunse quello di Re di Sardegna).
Fu evacuata la Catalogna, e l'Imperadrice Elisabetta ritornò in
Alemagna, nell'imperial Sede di Vienna, a ricongiungersi col suo
Augusto marito, di cui già gravida, diede poi alla luce un Principe;
ma morte troppo acerba, crudele ed inesorabile a noi presto cel tolse,
lasciandoci in amari lutti e pianti.
Fu per tanto per lo governo di questi Regni di Spagna, che rimanevano
all'Imperador Carlo, eretto in Vienna un supremo Consiglio, composto
non men di Consiglieri di toga, che di Stato, e nel quale non v'hanno
parte alcuna Ministri tedeschi. A questo dal nostro Regno si manda
un Reggente, come già praticavasi sotto il governo degli Spagnuoli
di mandarsi in Madrid. Si serbano per ciò i medesimi istituti e le
segretarie rimangono ancora all'uso di Spagna: in quella lingua vengon
dettate le regali cedole ed i dispacci, ed i Ministri spagnuoli, che
seguirono il nostro Augustissimo Principe ritengono in quel Consiglio
la lor parte, di cui ora è Capo e presidente l'Arcivescovo di Valenza,
che sopra tutti gli altri è distinto nella fedeltà e zelo del servigio
del suo Signore.
Si credette, che per la competenza e contrasto fra questi due Principi
Carlo e Filippo, ciascun de' quali per se dimandava istantemente al
Pontefice Clemente XI l'investitura del Regno di Napoli, dovesse
con tal opportunità cancellarsi quest'uso; poichè essendo stato
sempre costante quel Pontefice a negarla all'imperador Leopoldo, che
giustamente la dimandava per l'Arciduca Carlo suo secondo figliuolo,
ripugnava ancora (per ostentar neutralità) di darla al Re Lodovico di
Francia, il quale, non men che Leopoldo, istantemente la chiedea per lo
Duca d'Angiò suo nipote.
(Tutti gli atti e pubbliche scritture uscite per l'occasione di
questa investitura, che dimandavasi al Papa da' Principi rivali, e le
relazioni della ridicola pretensione, che da ciascuno si faceva del
cavallo bianco, che non accettato si lasciava andar ramingo e scapolo
per Roma, furono unite ed impresse da _Cassandro Tucelo Tom. I. cap.
6_, dove si leggono le Allegazioni di Ulrico Obrecto, e le contrarie di
_Rolando de Duvinck._)
Per questa competenza in tutto il Pontificato di Clemente, che fu
molto lungo, non si curò più da competitori dimandarla, tal che si
credea, che l'ultima investitura dovess'esser quella, che Carlo II
prese nell'anno 1666 dal Pontefice Alessandro VII. Per una consimile
occasione si tolse l'investitura del Regno di Sicilia; poichè negando
sempre i Pontefici romani di darla al Re Pietro d'Aragona, ed a' suoi
successori Re Aragonesi, per non offendere Carlo I d'Angiò, ed i suoi
successori Re Angioini; gli Aragonesi da poi, riflettendo, che niente
di male per ciò loro era avvenuto, nè più di ciò ch'essi aveano in quel
Regno loro si dava, se non un poco di carta con quattro parole scritte,
siccome solea dire il Re Carlo III di Durazzo al Pontefice Urbano VI,
non si curarono più di cercarla; onde, siccome per certa usanza si
trovava ivi introdotta, così per contrario uso rimase quella affatto
abolita; tal che da poi nè il Re Alfonso I di Aragona, nè Ferdinando il
Cattolico, nè gli altri Re dell'augustissima Casa Austriaca giammai la
dimandarono, e rimase solo per lo Regno di Napoli.
Parimente i Pontefici romani per un tempo s'arrogarono la podestà
di dar l'investitura del Regno di Sardegna, siccome in effetto
Bonifacio VIII la diede a Giacomo Re d'Aragona; ma poi que' Re non
si sognarono più di cercarla[93]. E ne' Regni d'Aragona medesima
e di Valenza pur pretesero lo stesso, siccome fece Martino IV, che
privò di quelli Regni Pietro Re d'Aragona, e ne diede l'investitura
a Carlo di Valois figliuolo di Filippo Re di Francia. Ma sono ormai
scorsi cinque secoli, che gl'istessi romani Pontefici hanno lasciato
tali pensieri e tali pretensioni[94]. Lo pretesero ancora nel Regno
d'Inghilterra, siccome si praticò in tempo di Re Giovanni, il quale
volle riceverne l'investitura e l'incoronazione dal Papa, che vi mandò
per tal effetto Pandolfo suo Legato appostolico ad incoronarlo[95].
Ma da poi gli altri Re d'Inghilterra non si sognarono in conto veruno
cercarne più investitura, nè fu più praticata. Il medesimo tentarono
nel Regno di Scozia a tempo d'Odoardo I, che refutò il Regno alla
Chiesa romana. Ma gl'Inglesi niente di ciò curando, fecero sentire al
Papa, che non s'impacciasse con gli Scoti, ch'erano sudditi e vassalli
del Re d'Inghilterra[96]. Sono per ultimo note le intraprese de'
romani Pontefici sopra l'Impero romano germanico, che veniva da loro
connumerato tra' feudi della Chiesa romana, e che per ciò fosse della
lor potestà eleggere gl'Imperadori. Ma da poi fu tolta ogni soggezione,
ed ora la potestà d'eleggere è rimasa assolutamente presso i Principi
Elettori, con essersi anche tolta quella cerimonia d'andarsi a coronare
in Roma per mano del Pontefice. Così secondo le opportunità, che le si
presentarono, tolsero i savj Principi da' loro reami queste soggezioni,
le quali introdotte ne' tempi dell'ignoranza, siccome per abuso s'erano
in quelli stabilite, così per contrario uso furono abolite.
Con tutto ciò essendo a' 19 marzo dell'anno 1721 morto Papa Clemente
XI, in età di 72 anni, dopo un lungo Pontificato d'anni, poco men che
ventuno, ed essendo stato eletto in suo luogo nel mese di maggio del
medesimo anno il Cardinal Conti col nome d'_Innocenzio XIII_ che ora
con somma lode di prudenza e bontà regge la Sede appostolica, non ha
costui fatto passar un anno del suo Pontificato, ch'essendone stato
richiesto dal nostro Imperadore (per fini forse più alti e prudenti,
che a noi cotanto umili e bassi, non lece indagare) glie n'ha conceduta
l'investitura, con avergliene in maggio del passato anno 1722 spedita
Bolla, nella quale, non altramente che fece Lione X coll'Imperador
Carlo V, fu duopo dispensare alla legge dell'antiche investiture, le
quali proibivano a' Re di Napoli d'essere Imperadori, o Re di Romani,
e s'intendevano decaduti dal Regno, accettando la Corona imperiale;
siccome si è potuto vedere ne' precedenti libri di quest'Istoria.
(La Bolla colla quale Leone X dispensò l'Imperador Carlo V da questa
legge, spedita a' 3 giugno dell'anno 1521 si legge presso _Lunig tom_.
2 _pag_. 1343.)
(Il _Cardinale Althann_, che si trovava allora in Roma Legato
di Cesare, nel dì 9 giugno del medesimo anno 1722, diede in nome
dell'Imperadore, come Re di Napoli, il giuramento di fedeltà avanti
una generale congregazione di Cardinali, ed al Tribunale della Camera
papale, presenti li suoi Protonotarj, ricevendo dal Papa l'investitura.
Da poi a' 28 del medesimo mese nella vigilia di San Pietro, giorno da
antichissimo tempo statuito a questa prestazione, il _Colonna_, come
Gran Contestabile del Regno presentò il cavallo bianco, ed il solito
censo, con solenne celebrità e gran pompa, per render gli altrui
trionfi più maestosi e splendidi. La relazione di questa solenne
funzione con le ristucchevoli cerimonie usate, non si dimenticò
_Struvio_ inserirla nella giunta del suo _Corpus Hist. Germ. tom. 2
period. 10 sect. 13 de Carolo VI §. 47 _ nella _pag_ 4112).
Ma il decorso del tempo, e gli avvenimenti dell'anno 1734 han fatto
chiaramente conoscere quanto ai nostri tempi riesca a' Re di Napoli
inutile il cercare, ed ottenere tali vane Investiture, e che queste
celebrità e pompe di presentarsi ogni anno per tributo il censo di
settemila ducati d'oro, ed il cavallo bianco, siano tutte spese
perdute, che si potrebbero impiegare a miglior uso. Che profitto
ricavonne L'Imperador Carlo VI di averla ottenuta da _Innocenzio XIII_?
se non quello di avere _Clemente XII_ successore, non già impedita,
ma agevolata l'impresa all'Infante di Spagna _Don Carlo_ inviato
dal Re _Filippo V_ suo Padre ad occupar il Regno, e discacciarne il
legittimo possessore. Niente gli valse l'investitura d'_Innocenzio_.
Niente que' giusti e legittimi titoli che ne avea, non solo per le
ragioni di succedere al Re _Carlo II_, ma in vigore di più istromenti
di pace stipulati e firmati con giuramento fra l'Imperadore ed il
Re _Filippo_, così nella pace stabilita in Vienna nell'anno 1725 in
esecuzione della pace di Londra del 1718, e ratificata con tanti altri
reiterati atti ne' susseguenti tempi, come nelle altre convenzioni
seguite prima e dopo la pace di Siviglia, per le quali i Regni di
Napoli e di Sicilia per titolo di transazione irrevocabile si cedevano
dal Re di Spagna perpetualmente all'Imperador _Carlo_; siccome questi
all'incontro cedeva le sue pretensioni sopra tutta la Spagna e l'Indie
al Re _Filippo_. Non s'incontrerà certamente nelle istorie esempio
più chiaro e manifesto, che ad un principe, alla legittimità del
possesso siansi accoppiati tanti giusti e validi titoli, quanto che a
riguardo di questi due Regni all'Imperador _Carlo_. E pure il Vicario
di Cristo, che dee zelar cotanto per la giustizia, che dee esclamare,
increpare, maledire, ed opporsi agl'invasori, tanto è lontano che ciò
abbia fatto, che al contrario agevolò l'impresa, somministrò alle
truppe nel passaggio ogni agio ed abbondanza di vettovaglie e di
viveri, ed animava i Popoli alla resa. Come colui, che si pretende
padron diretto di questo Regno, riputandolo vero Feudo della Sede,
anzi della Camera Appostolica, e che i Re dopo esserne stati investiti
siano veri suoi Feudatarii, non si oppone all'invasore? e le leggi
_Feudali_ istesse esclamano, che di sua natura il _feudo_ essendo da
altrui invaso, porti seco l'indispensabil obbligo al padron diretto
di difendere il _Feudatario_, opporsi all'invasore e far tutto ciò che
possa per impedire l'invasione. A che dunque giovano oggi queste varie,
ed inutili investiture? Almanco a' tempi antichi gl'Investiti erano
sicuri, che i Pontefici si armavano a lor difesa; e quando non potevano
far altro scomunicavano gli aggressori, interdicevano i loro Stati e
scagliavano anatemi terribili contro i fautori e tutti coloro che gli
prestavan ajuto e soccorso. Che non fecero li Pontefici romani contro
Re _Pietro d'Aragona_, quando occupò il Regno di Sicilia, togliendolo
al Re _Carlo I d'Angiò_, che n'avea avuta Investitura da Papa
_Clemente IV_ per se e suoi discendenti? che non fecero i successori
di _Clemente_, morto Re _Pietro_, contro Re _Giacomo_ suo figliuolo, e
contro Re _Federico_ fratello di _Giacomo_?
In tempo del famoso scisma, quando in Napoli si conoscevano, secondo le
fazioni, due Re e due Pontefici, ciascun Papa difendeva contro l'altro
il da lui investito, e si pugnava ferocemente fra di loro, come pro
_aris_, et _focis_; ed i libri di quest'Istoria Civile sono pieni di
contenzioni e brighe nate per occasioni simili.
Ma al presente i Papi riposatamente vogliono attendere il successo
delle armi, e tutti soccorrono al vincitore, e discacciano il vinto.
Quando nel mese di aprile dell'anno 1734 l'Infante _Don Carlo_ entrò
colle sue truppe nel Regno, ed i Napoletani se gli resero; poichè in
sue mani non erano ancora passate le piazze di Gaeta, Capua, Pescara;
ed i Castelli della Puglia, e di Calabria; ed erano ancora nel Regno
Milizie Alemanne; sopraggiunto il mese di giugno, dovendosi nella
vigilia de' SS. Apostoli Pietro e Paolo pagar il censo, e presentar il
cavallo bianco con la usata celebrità e pompa, _Clemente XII_ escluse
l'Infante e ricevè dall'Imperadore, siccome per lo passato, il censo
e la Chinea; ma nel mese di giugno del seguente anno 1735 essendosi
già rese quelle Piazze e tutti i Castelli all'Infante _D. Carlo_,
e dissipate le truppe Alemanne, allora la Corte di Roma mutò stile,
ed il Papa ricusò di ricevere nel dì stabilito il censo e la Chinea
dall'Imperadore, con tutto che dal Principe di _S. Croce_ destinato
dal medesimo per suo Ambasciador estraordinario a questo atto, si
fosse offerto di pagar il censo e di presentar la Chinea; anzi la
Camera Appostolica non volle ammetterlo nè meno a farne deposito;
e ciò perchè il Papa gliel'avea proibito, dando fuori un suo _motu
proprio_, col quale comandava _de plenitudine potestatis Pontificiae_,
che in quell'anno si fosse prolungata e differita la presentazione e
pagamento per _il tempo e tempi a nostro arbitrio_, come sono le sue
parole, sicchè si prolungasse _non solo il deposito, e pagamento delli
ducati 7000 d'oro, ma anche la solenne funzione del Cavallo Bianco, o
sia Chinea_. E quel ch'è da notare, nel _motu proprio_ dichiara il Papa
tal ricognizione doverseli pel _supremo e diretto dominio, che noi e
questa S. Sede abbiamo sopra il Regno dell'una e dell'altra Sicilia_:
chiamandolo _Regno nostro. _ Ma merita assai maggiore ponderazione
che si contrastava per parte dell'Imperadore la soggezione, ed in
tutte le maniere d'un Regno del quale egli era assoluto Signore e vero
Monarca, voleva esserne _Feudatario, e vassallo_ della S. Sede; poichè
il _Cardinal Cienfuegos_ ministro Plenipotenziario dell'Imperadore
nella Corte di Roma, avendone avuta special commessione da Cesare
per suo imperial dispaccio de' 18 giugno, mandatogli per espresso,
altamente a' 28 del suddetto mese protestò contro il _motu proprio_
del Papa, come manifestamente ingiurioso a S. C. M. e lesivo de'
suoi diritti, e come quello, che _andava a violare a dirittura la
fede del patto reciproco, che sempre esiste fra il Padron diretto,
ed il Feudatario_: soggiungendo e rinfacciando al Papa, _che non
ammettendosi la presentazione della Chinea ed il pagamento del censo
nel giorno convenuto senz'alcuna delle solite legittime cause, la
Santità vostra autorizza la ingiusta occupazione del Feudo, mettendosi
dalla parte dell'usurpatore, a cui è stata anche facilitata l'impresa,
quando più tosto ragion voleva, che il Feudatario fosse ajutato
dal Padrone diretto nella difesa del Feudo_. Soggiunge in oltre che
essendo l'Imperadore _l'unico legittimo Feudatario investito dalla
S. Sede.... quantunque con la forza sia stato spogliato del Feudo,
ritiene però sempre l'animo di ricuperarlo_. Si protesta adunque col
Papa e suoi ministri camerali di nullità e d'ingiustizia contro la
suddetta dilazione, la quale, come sono le sue parole, _espressamente e
legalmente disapprovata da S. M. non possa, nè debba in qualunque tempo
ed occasione allegarsi in suo danno e pregiudizio de' suoi diritti; ma
che anzi si debbo riputare e considerare, si reputi e consideri sempre
come voluta da V. S. senz'alcuna delle solite legittime necessarie
cause, e non ammessa, nè approvata, ma bensì espressamente disapprovata
e rigettata da S. M. la quale in effetto ha instato con tutto il
vigore, e non cessa d'insistere affinchè si riceva il pagamento del
censo, e la presentazione della Chinea al tempo prescritto e convenuto
nelle Investiture; protestandosi altresì che affine di far conoscere
e manifestare la nullità, e la ingiustizia di una tal dilazione, ed
insieme l'aggravio e la violenza, che soffre S. M. come Feudatario
della S. Sede, si servirà di tutti i mezzi leciti, che dalla naturale
difesa e dalle leggi si prescrivono, affine di preservare il suo
diritto legittimamente acquistato, e vendicare le sue ragioni._
Queste querele e proteste firmate a' 28 giugno dal Cardinale furono
per mezzo di pubblico Notaro presentate e notificate a' Ministri
Camerali, i quali le riceverono colle solite clausole forensi _sic
et in quantum_; ma nell'istesso tempo ordinarono per lor Decreto: _in
omnibus esse_ servandum _Motum proprium Sanctissimi_.
Chi crederebbe, che il fascino nelle menti umane possa giungere
a tanto, che ama e si contrasta la propria soggezione e servitù,
essendo assoluti e liberi? che nulla tutto ciò giovando per discacciar
l'invasore, ma tutto il presidio essendo riposto nelle armi, si voglia
profonder denaro in cose vane ed inutili, e non più tosto impiegarlo ad
accrescer truppe e milizie, che sono i più efficaci mezzi per vendicar
i torti e le offese? A ragione adunque potrebbesi esclamare:
_O miseras hominum mentes, o pectora coeca._
_Qualibus in tenebris vitae....._
_Degitur hoc aevi!_