_Governo di D. LUIGI DELLA ZERDA Duca di MEDINA CODI: sua condotta ed
infelicissimo fine._
Al Duca di Medina Coeli prese il governo del Regno con idee magnifiche
e gloriose; e scorgendo, che il Marchese del Carpio avea in quello
lasciato di se luminosa fama per suoi magnifici e generosi fatti,
pensò imitarlo in quella parte almeno dove credette essersi da
colui trascurata. Credea aver sì bene il Carpio sterminati gli
sbanditi e tolti molti altri abusi nella città e nel Regno, ma non
già d'aver sterminati i controbandi e le frodi, che si commettevano
nell'introduzione delle merci, e nelle Dogane, donde ne derivano
notabilissimi danni non meno all'Erario regale, che agli Assegnatarj
degli arrendamenti; per ciò applicò egli nel principio del suo governo
tutti i suoi talenti con severe Prammatiche a rigorosamente proibirgli.
Favoreggiò le loro pruove in guisa, che riputandosi sommo eccesso,
convenne alle Piazze d'opporsegli, per mitigare in parte il rigore.
Pretese ancora imitar il Carpio nella magnificenza degli spettacoli,
onde nel suo tempo se ne videro superbissimi; e sopra ogni altro
intese ad ingrandir il nostro Teatro di S. Bartolommeo, e fornirlo
non men di maestose, e superbe scene, che di provvederlo dei migliori
Musici, che fiorissero a' suoi tempi in Europa; tal che oscurò la fama
de' Teatri di Venezia, e dell'altre città d'Italia. Egli cominciò, e
ridusse a fine quella magnifica strada, adorna d'ameni alberi, e di
limpidissimi fonti, che al lido del mare costrusse per quanto corre la
spiaggia di Chiaja. La pompa ed il fasto della sua corte fu veramente
regale e magnifica, nè in altri tempi fu veduta presso noi altra più
numerosa e splendida. Favorì le lettere e sopra modo i Letterati,
ragunandogli spesso nel regal palazzo, dove egli con somma attenzione
e compiacimento, ascoltava nell'assemblee i loro varj componimenti.
Tal che le buone lettere, che nel preceduto governo s'erano presso noi
stabilite, a' suoi tempi, per li suoi favori, presero maggior vigore,
e più fermamente si confermarono.
Ma tutte queste nobili, ed amene applicazioni venivano amareggiate
da altri più severi e gravi pensieri. Col correr degli anni sempre
più si confermavano i popoli nella credenza, che nemmeno dal secondo
matrimonio avrebbe il nostro Re lasciata prole, e si teneva per fermo,
che la sterilità, non già dalla Regina giovane sana e valida, ma
dal Re procedesse, e dalla sua complessione debole, ed infermiccia.
Le continue sue malattie ci recavan spessi timori, e se ben talora
migliorava, nell'istesso tempo, che noi per gli avvisi della sua
ricuperata salute facevamo feste ed illuminazioni, egli era già
ricaduto nel pristino malore. Il Duca nostro Vicerè per rallegrar i
popoli e divertire i loro animi da sì funesti pensieri, in occasioni
di miglioramento faceva celebrar feste magnifiche, e nel regal palagio
tenne accademie de' più famosi Letterati, nelle quali per la ricuperata
salute del Re recitarono nobilissimi componimenti in varie lingue, così
in prosa, come in verso, che furon ancora dati alle stampe. Fece ancora
nell'anno 1697 coniare una moneta d'oro col nome di _scudo riccio_,
nella quale, alludendosi alla sua ricuperata salute, da una parte
sostenute da un aquila coronata vi erano scolpite le sue regali arme,
e dall'altra un mezzo busto del Re, che per base avea una palma, che
stendeva sopra il capo le sue foglie, col motto: _Reviviscit_.
(Questa moneta, come qui sta descritta, dal _Vergara _fu impressa nella
_Tav. 52_, e per essersene coniate pochissime si è presentemente resa
molto rara.)
Ma non per tanto non si ricadeva appresso, per contrarie novelle, ne'
pristini timori, di dover fra breve il Re mancare senza posterità.
Si vedeva all'incontro la Francia formidabile e tremenda, la quale
nell'anno 1696 avea posto in piede cinque fioritissimi eserciti e gli
sostenne nel paese nemico per tutta la campagna. Che quel Re pien di
gloria e di vasti pensieri, meditava alte imprese; e che per togliersi
l'ostacolo del Duca di Savoja, avea conchiusa col medesimo la pace, e
per maggiormente stabilirla a' 4 luglio del medesimo anno, affrettò
le nozze tra Maria Adelaide di Savoja, figliuola del Duca, col Duca
di Borgogna, figliuolo del Delfino di Francia suo nipote. Che per ciò
avea rivolte tutte le sue forze contro la Spagna, in Fiandra, dove nel
1697 conquistò molte piazze ed in Catalogna, dove prese la città di
Barcellona, nell'istesso tempo, che avea nominati i Plenipotenziarj per
la pace. Anzi per più speditamente pervenire al gran disegno, sollecitò
in questo istesso anno coll'Inghilterra, con l'Olanda e colla Spagna
istessa la pace, la quale fra queste Potenze fu conchiusa in Riswic
il dì 20 di settembre, e dopo sei settimane coll'Alemagna. Ma alquanto
dopo la conchiusione di questa pace fu sottoscritto in Loo un segreto
trattato fra gl'inglesi, gli Olandesi, la Francia e la Savoja, col
quale s era fatto un _partaggio_ della monarchia di Spagna, in caso
che il nostro Re venisse a mancare senza figliuoli, come vi era molta
apparenza.
(In questo primo partaggio, che si trattò nel 1698 essendo ancor
vivente il Principe _Ferdinando Giuseppe di Baviera_, il qual si legge
nella nuova Raccolta di _Mr. du Mont Tom. II p. 52_, era divisa la
Monarchia in cotal guisa: al suddetto _Principe di Baviera_ assegnavasi
la Spagna con l'America: al _Delfino di Francia_ i Regni di Napoli e di
Sicilia colla provincia Guipiscoa ed i porti de' presidj: all'_Arciduca
Carlo _il ducato di Milano.)
L'Imperador Leopoldo, ancorchè vedesse gli altri Principi a ciò
consentire, con somma costanza non volle mai dar suo consentimento a
divisione alcuna
Si credette nascondersi sotto questa voce, ch'erasi già divulgata di
_partaggio_, un più profondo arcano; poichè l'istesso Re di Francia
Lodovico prevedeva, che non sarebbe cosa, che toccasse tanto più al
vivo gli animi degli Spagnuoli, che lor proporre un tal partito, stando
certo, che avrebbe lor recato sommo abborrimento: gelosi, che una sì
vasta ed ampia monarchia, con tanta gloria de' loro maggiori unita
e stabilita in tant'altezza, dovesse così miseramente lacerarsi, e
divisa in pezzi, estinguersene il nome e la gloria: siccome in effetto
non pur gli Spagnuoli, ma l'istesso Re Carlo II l'ebbe in orrore e
per prevenire i disegni e romper quest'impertinenti ed intempestivi
trattati, che si facevan sopra i suoi Regni, rivolse in novembre del
seguente anno 1698 l'animo a Ferdinando Giuseppe, Principe Elettoral
di Baviera nato di Maria-Antonia, figliuola dell'Imperadrice Maria sua
sorella per innalzarlo al trono; ma morto questo fanciullo a 9 febbrajo
del seguente anno 1699 non avendo ancor compiti otto anni, s'interruppe
il disegno; onde con maggior vigore furono ripigliati dal Re Franzese
i suoi negoziati con l'Inghilterra e l'Olanda, premendo sempre, come
dava a sentire, sopra la concertata divisione, e nel mese di marzo
del 1700 confermò con quelle Potenze il trattato di Loo, variandosi
solamente, che alla parte assegnata al Delfino dovessero aggiungersi
gli Stati del Duca di Lorena, cui in iscambio si dasse lo Stato di
Milano, siccome all'Arciduca Carlo la Spagna, fuor degli Regni d'Italia
per estinzion di tutte le pretensioni di sua casa: con aggiungere
ancora, che questo trattato si dovesse comunicar subito all'Imperadore,
acciocchè in termine di tre mesi, dal giorno della notizia, dichiarasse
la sua volontà, mentre rifiutando egli di accettar la parte destinata
all'Arciduca Carlo suo figliuolo, li due Re di Francia e d'Inghilterra
e gli Stati Generali d'Olanda, la destinerebbero ad altro Principe,
e che se alcun volesse opporsi alle cose concordemente stabilite, si
unirebbero per combatterlo con tutte le loro forze.
(Questo secondo partaggio firmato in Londra a' 3 di marzo del 1700,
rapportato anche nella raccolta di _Mr. du Mont, Tom. II p. 104_,
variava dal primo: poichè per la morte del _Principe di Baviera_
la Spagna, l'America colle province di Fiandra si assegnarono
all'_Arciduca Carlo_; al _Delfino_ i Regni di Napoli e di Sicilia con
porti d'Italia; al _Duca di Lorena_ il Ducato di Milano, con patto di
dover cedere a' Franzesi.)
Quanto più si proccurava spingere avanti questo trattato, tanto più
gli Spagnuoli erano commossi e risoluti di non soffrir partaggio
veruno della loro monarchia. Il Re Carlo II con intenso cordoglio
lo sentiva e ne fece in Londra e nell'altre Corti da' suoi Ministri
sentire le doglianze; e nell'istesso tempo, tenero della sua propria
casa, assecurava l'Imperador Leopoldo, che non si dimenticherebbe delle
leggi del sangue e delle disposizioni de' suoi maggiori. Tanto bastò
perchè vie più l'Imperadore stasse fermo e costante in non accettare la
concertata divisione; onde al Marchese di Villars, ch'era stato mandato
dal Re di Francia per sollecitarlo ad accettarla, secondo il termine
stabilito, rispose che se mai il Re di Spagna cedesse alla natura senza
prole, la qual cosa stimava rimota per la fresca età, allora essendo
egli inchinato alla quiete, avrebbe volentieri a più giusti, ed a più
salutevoli consigli condisceso. Ma quel Re intanto, accertatosi di
questa sua deliberazione di non accettar divisione alcuna, cominciò
i suoi negoziati co' Grandi della corte di Spagna, i quali fu facile
portargli al suo disegno, mostrando loro, che non men per giustizia,
che per proprio interesse, doveano insinuare al loro Re d'innalzare
al trono _Filippo_ duca d'Angiò secondogenito del Delfino: poichè in
niun altro poteano sperare che si fosse mantenuta salda ed intera la
loro monarchia, che nella costui persona, la quale assistita dalle
sue potenti e formidabili armi, avrebbe potuto reprimere gli sforzi di
tutti coloro, che tentassero oltraggiarla, o in modo alcuno partirla.
Mentre che nella corte di Spagna si maneggiava affare sì importante,
infermossi in Roma nel mese di settembre di quest'anno 1700 il
Pontefice Innocenzio XII, il quale dopo aver retta quella sede nove
anni e duo mesi, in età di 86 anni rese lo spirito a' 27 dello stesso
mese, giorno di lunedì ad ore tre di notte. Giunse al Duca di Medina
nostro Vicerè tal avviso la seguente giornata di martedì ad ore tre
della notte, ed al Cardinal Cantelmo nostro Arcivescovo ad ore sei;
e la mattina del mercoledì furono dal Vicerè spedite per la volta
di Roma le consuete soldatesche per dover assistere all'Ambasciador
Cattolico (allora il Duca Uzeda) in Roma: dove dopo alquanti giorni
si chiusero i Cardinali in Conclave per l'elezione del successore. In
Napoli dal Cardinal Arcivescovo la mattina de' 5 d'ottobre gli furon
fatte celebrare nel Duomo solenni esequie, avendovi recitata l'orazion
funebre in idioma latino il _P. Partenio Giannettasio_ Gesuita, celebre
per le sue opere date alle stampe; ed il Nunzio, un mese da poi, nella
Chiesa di S. Maria della Nuova glie ne fece celebrar altre più pompose
e magnifiche.
Ma mentre che i Cardinali divisi in fazioni, dibattevano in Conclave
sopra l'elezione del nuovo Pontefice, verso la fine d'ottobre giunse
a noi di Spagna funesta novella, che il Re gravemente infermatosi,
dava poca speranza di salute; ma poco da poi giungendo nuovi avvisi,
ch'era migliorato, furono dal Vicerè fatte pubbliche magnifiche feste
per rallegrar il popolo, e fu veduta la città in tutte le strade arder
fuochi per allegrezza e nelle finestre numerosi torchj; tal che per tre
sere si continuarono le illuminazioni. Ma miseri nell'istesso tempo,
che noi con tanta pompa e gioja celebravamo feste per la ricuperata
salute del Re, se n'era già morto il primo di novembre; ed in un punto
s'intese la sua morte e l'esaltazione nel trono di Spagna di _Filippo_
d'Angiò. Questo accidente affrettò l'elezione del nuovo Pontefice;
poichè congiuntisi insieme i Cardinali Spagnuoli ed i Franzesi,
vennero ad eleggere con pluralità di voti il Cardinal Francesco
Albani d'Urbino, ch'era stato segretario de' Brevi a tempo del passato
Pontefice e non avea più che 51 anni. Fu eletto il dì 23 di novembre di
quest'anno 1700 ad ore 18 giorno di Martedì, in cui la chiesa celebra
la festività di S. Clemente Papa; onde volle chiamarsi _Clemente XI_
con tutto che fosse stato creato Cardinale da Alessandro VIII.
Il Duca di Medina Coeli nelle tante rivoluzioni di cose, che accaddero
dopo l'acerba e funestissima morte del Re Carlo II fu spettacolo
insieme e spettatore di varie mondane vicende, le quali in ultimo lo
condussero ad un infelice e lagrimevol fine. Di lui oltre i rammentati,
ci restano a noi altri monumenti, che si leggono nel V tomo delle
nostre _Prammatiche_, secondo l'ultima edizione 1715.