CAPITOLO III.

_Venuta di D. GIOVANNI D'AUSTRIA figliuolo naturale del Re; che

inasprisce maggiormente i sollevati, i quali da tumulti passano a

manifesta ribellione. Fa che il DUCA D'ARCOS gli ceda il Governo del

Regno, credendo con ciò sedar le rivolte. Parte il Duca, ma quelle vie

più s'accrescono._

Gli avvisi intanto pervenuti alla Corte di Spagna di questi successi,

sollecitarono la partenza dell'armata navale, sopra la quale imbarcossi

D. Giovanni d'Austria, figliuolo naturale del Re, con titolo di

Generalissimo del mare, e con ampio potere sopra gli affari del Regno,

giovane di 18 anni, ben fatto di sua persona, che accoppiava alla

gentilezza e soavità dei costumi un giudizio maturo; giunse l'armata,

e diede fondo nella spiaggia di S. Lucia nel primo giorno d'ottobre.

Si componeva ella di 22 Galee e 40 Navi, ragguardevoli per lo numero

e per la grandezza, ma poco meno, che sguarnite di munizioni, e con

soli quattromila soldati; e pure era stimata da' Spagnuoli il presidio

della Monarchia, perchè era destinata a frenar i due Regni fluttuanti,

soccorrere l'Italia e riscuotere Portolongone e Piombino dalle mani de'

Franzesi. Questa non tantosto approdò, che il Vicerè, contra il parere

del Consiglio Collaterale, che sentiva di introdurre col negozio la

quiete, indusse D. Giovanni ad usare la forza.

Amaramente vedeva questo giovane Principe, partito di Spagna

coll'impressione datagli da' suoi adulatori, di vincere con la sola

presenza, che così vil plebe ancora osasse tenere in mano le armi,

e volesse capitolare del pari. Il Vicerè per gli scorsi pericoli e

per gli affronti patiti, desideroso di vendicarsi, figurava tutto

facile e piano. Fu pertanto da D. Giovanni fatto sapere al Popolo, che

consegnasse le armi, e ciò negato, come si prevedeva, sbarcati tremila

fanti, e da essi presi i posti più alti ed opportuni, cominciarono i

Castelli e l'armata indistintamente a percuotere da ogni parte, con

incessante tempesta di cannonate la città. Ciò, benchè nel principio

alquanto atterrisse, fu però tanto lontano che domasse il Popolo, che

anzi i Tempj ed i Palazzi si danneggiavano indistintamente i colpevoli,

ed i fedeli; ma in sì vasta città non per tutto arrivavano i colpi,

nè oltre lo strepito e le ruine, apportavano altre notabili offese.

All'incontro i mantici della ribellione infiammavano gli animi contro

gli Spagnuoli, notandoli di mancatori di fede, e che il Re Filippo

avea inviato il figlio, acciocchè portasse più possenti i fulmini del

suo sdegno, e che amava più tosto di perder Napoli, con esempio atroce

di crudeltà e di vendetta, che conservarla con moderato ed indulgente

imperio.

(Furono emanati dal Popolo per questa irruzione de' Spagnuoli due

editti, uno a' 15 ottobre, l'altro nel giorno seguente 16, per cui si

aboliscono affatto tutte le gabelle, si proibisce a tutti i Baroni e

Titolati d'unirsi in comitiva di gente, e s'offeriscono taglioni di

più migliaja di ducati ed indulti generali a chi ammazzasse _il Duca

di Maddaloni, D. Giuseppe Mastrillo, Lucio Sanfelice_, il _Duca di

Siano_, e li figli di _Francesco Antonio Muscettola_. Nel giorno 17

si pubblica un _Manifesto_, nel quale il popolo espone l'infrazione

fatta da' Spagnuoli agli articoli accordati, e le crudeltà da'

medesimi praticate, onde s'invitano il Papa, l'Imperadore, tutti i Re,

Repubbliche e Principi a prestar lor ajuto e favore. Si leggono i due

Editti ed il Manifesto presso Lunig[33]).

Poco ci volle per confermare con la disperazione del perdono nella

contumacia i sollevati: anzi per indurvi i più quieti, mentre il

danno e l'offesa era comune, s'animavano tutti con odio estremo alla

resistenza.

Ripartita perciò la difesa, fortificati i posti, cavate armi, e cannoni

dagli Arsenali, per tutto mostravansi, con risoluzione ostinata, di

voler difendere se stessi e la patria. S'avvidero presto gli Spagnuoli

esser vano ogni sforzo di vincere col timore una città sì grande, piena

di Popolo furibondo ed armato. Mancarono loro inoltre presto la polvere

e i bastimenti, onde convennero rallentare le batterie, ad allontanare

le navi, rendendo più audace il popolo col dimostrarsi impotenti. Nè vi

fu caso enorme, in cui licenziosamente la plebe non trascorresse. Nel

patibolo del Toraldo, pareva che fosse stato affisso un decreto d'odio

perpetuo contro la Nobiltà; e nelle conventicole non s'udiva altro, che

disperati consigli, e concetti rabbiosi contro i Nobili.

Si venne infine ad abbattere le riverite insegne del Re, ed a

calpestare i suol Ritratti, sino a quell'ora, si può dire, adorati;

e la città di Napoli assunse titolo di _Repubblica_. Non si può dire

quanto di tal nome nel principio esultasse la plebe fastosa, quantunque

pochi credessero dover essere lunga la forma del suo reggimento. Non

vi è Popolo della libertà più cupido del Napoletano, e che altresì men

capace ne sia, mobile ne' costumi, incostante negli affetti, volubile

nei pensieri, che odia il presente, e con sregolate passioni, o troppo

teme, o troppo spera nell'avvenire. Per la morte del Toraldo, s'intruse

un tal _Gennaro Annese_ nel Generalato dell'armi, uomo di profession

militare, ma d'abbietti natali, accorto però, e niente meno sagace

architetto di frodi, che ardito esecutore di scelleratezze.

In questo stato di cose, non mancarono i confidenti della Corona di

Francia di andar spargendo tra il popolo, che per mantenersi in quel

governo, era bisogno di ricorrere alla protezione di un Re potente:

e mostrando lettere del Marchese di Fontanè, Ambasciador di Francia

in Roma, per le quali si prometteva ogni favore, furono risoluti di

ricorrere per miglior partito ad _Errico di Lorena, Duca di Guisa_, che

si Trovava per suoi affari domestici allora in Roma, e di chiamarlo

al reggimento della nuova Repubblica, con dichiararlo Capo di essa.

Il Duca di Guisa era un Principe giovane, di amabile aspetto, di cuor

generoso, prode ne' fatti, e nelle parole cortese; in oltre d'alti

natali, e che discendendo dagli antichi Re, vantava ragioni sopra il

Regno, ed ancor ne conservava i titoli e l'insegne.

(Le ragioni per lo quali la famiglia di _Lorena_ conservi ancora i

titoli e l'insegne di Napoli e di Gerusalemme, furon esposte altrove,

parlandosi de' discendenti di _Renato d'Angiò_, ultimo e discacciato Re

dal Regno).

Si credeva, che egli non molto contento del presente governo di Francia

potesse di là bensì trarne soccorsi, ma non dipendesse dalle voglie de'

Ministri nè dagl'interessi di quella Corona.

Il Duca a così grand'oggetto d'impiego famoso, si lasciò rapire, ed

arditamente con poche filuche spedite a quest'effetto dal popolo,

superati gli agguati dell'armata spagnuola, s'introdusse in Napoli a'

dì 15 di novembre, dove fu accolto con quelle acclamazioni ed applausi,

che suggeriva la stima della persona, ed il bisogno della città.

Accompagnato da' Capi principali del popolo, andò la mattina seguente

a dare il giuramento nel Duomo, dove volle farsi benedire lo stocco;

ma avendo scorto il disordine grandissimo che vi era nell'infima

plebe, indiscreta, insolente, che uccideva, rubava e bruciava sol per

soddisfare l'ingordigia e la vendetta: e che le milizie regolate, a

proporzion del bisogno, erano pochissime: applicò l'animo a trovar

mezzi per mettervi freno, e darvi compenso; vietò pertanto con severe

pene i furti, le rapine e gl'incendj: assoldò un reggimento a sue

spese, proccurando di tirare eziandio qualche nobile al suo partito:

comandò, che si trattassero gli Spagnuoli all'uso di buona guerra,

e per supplire alla mancanza del danaro, fece aprir la Zecca delle

monete, delle quali ne furono coniate molte d'argento e di rame

coll'impronta della nuova Repubblica; della quale egli si fece eleggere

Duca, con sommo rammarico di Gennaro Annese, che vedevasi poco men che

privato dell'intero comando.

(Le Monete coniate a questo tempo hanno lo scudo col monogramma S. P.

Q. N.; nè vi è immagine di _Errico di Lorena_, ma solo intorno il suo

nome col titolo REIP. NEAP. DUX. Furon anche impresse dal _Vergara_

nel suo libro delle monete del Regno di Napoli; e ciò ch'è notabile,

le medesime, dopo essere ritornato il Regno alla divozione del Re di

Spagna, si lasciarono intatte, e tuttavia si spendono, ed hanno il lor

corso, come, tutte le altre monete Reali).

S'applicò ancora il Duca in Campagna a reprimere gli sforzi de' Baroni,

li quali, ridotti a disperazione per l'odio del popolo, unitisi agli

Spagnuoli, avevano sotto Vincenzo Tuttavilla e Luigi Poderico raccolte

in Aversa alcune milizie.

In questo tempo era comparsa L'armata franzese a vista della città

con non più di 29 mal provveduti Vascelli da guerra e 5 da fuoco,

non già per secondare l'impresa del Duca di Guisa, ma unicamente

per proccurare di trarre nei romor de' tumulti alcun profitto per

la Corona di Francia, non tenendo ordini il Comandante di prestare

ajuto a! Duca; poichè quando giunse in Francia l'avviso di questi

tumulti, e successivamente, che il Guisa si era portato a Napoli, il

Cardinal Mazzarini con gran sentimento disapprovò la condotta, non

credendolo, per la volubilità dell'animo, capace di maneggiare negozio

sì arduo; perciò l'Armata franzese dopo aver scorsi questi Porti, e

sol cannonandosi da lontano con la Spagnuola, trovandosi con poche

forze, presto si ritirò. Nè il Duca si curò di cavarne sussidj, perchè

come la Corte di Francia non approvava, che egli si fosse intruso in

quel carico, così egli divisava di operar da se, e profittar per suo

conto. Ciocchè però fu di grande ostacolo alla sua impresa, vedendosi

la confusione in quegli del partito istesso franzese: poichè alcuni

Capi del popolo, a suggestione d'alcuni soldati franzesi, posero in

trattato d'acclamare il Duca d'Orleans allo scettro. Inclinavano molti

altri a darsi al Pontefice, chiamandolo a piene voci, per essere più

validamente protetti dalla religione e dall'armi; ma Innocenzio,

ancorchè potesse allettarlo l'apparenza del sicuro profitto, con

riflessi però più maturi considerava, che se in ogni tempo questo Regno

era stato preda del più potente, ora la sua cadente età non poteva

porgergli speranze di veder ridotta a perfetto stato l'impresa, che

promovesse, e che convenendo alla Chiesa valersi d'armi straniere, ogni

acquisto resterebbe finalmente in preda di quegli, che avesse chiamato

in ajuto. Applicò dunque più tosto l'animo a comporre le cose, dandone

commessioni efficaci ad Emilio Altieri suo Nunzio in Napoli.

Dall'altra parte D. Giovanni d'Austria, il Duca d'Arcos e tutti i

Nobili, attediati da sì gravi e lunghi disordini, anzi l'istesso

Annese, che mal soffriva il comando del Guisa, erano desiderosi della

quiete; quindi fecesi pubblicare un editto,[34] nel quale si conteneva

un'ampia plenipotenza, che avea conceduta il Re al Duca d'Arcos, e si

offeriva di consolar tutti, facendovi per lor sicurezza intervenire

l'autorità del Pontefice, che ne avea date precise commessioni al

Nunzio Altieri. Ma, e l'editto e le lettere, che il Nunzio fece

consegnare all'Annese, non partorirono effetto alcuno, dichiarandosi

costui, che la plenipotenza era buona, ma non il personaggio, che la

rappresentava, come quegli, che col mancamento delle promesse avea

coltivati i semi della discordia, e conchiudeva, che fidandosi del

Duca d'Arcos sarebbe cadere ne' medesimi errori. D. Giovanni vedendo,

che tutte le Province del Regno, non men che la Metropoli, andavano

in ruina, involte tra tumulti e sedizioni, volle tentare, se tolto

di mezzo il Duca d'Arcos, persona al popolo resa cotanto odiosa,

potesse ripigliarsi il trattato; rinnovò per tanto le pratiche, e fu

proposto di rimovere il Duca dal governo del Regno, e porlo nelle mani

di D. Giovanni, nella persona del quale non concorrendo quell'odio,

che i sollevati mostravano al Vicerè, credevasi rimedio efficace

per acchetare i rubelli; tanto più, che il popolo n'avea fatta prima

istanza particolare a D. Giovanni di farlo rimovere. Si mostrò pronto

il Duca d'Arcos a rinunziare il comando, purchè da ciò ne seguisse

la quiete del Regno; anzi egli stesso fece ragunare il Consiglio

Collaterale di Stato, perchè autenticassero la sua deliberazione.

Alcuni furono d'opinione, che non potesse ciò farsi, appartenendo solo

al Re il creare e rimovere i supremi moderatori del Regno; altri (che

furono la maggior parte) assolutamente conchiusero, che convenisse al

servigio del Re e del Regno la partenza del Duca, e l'introduzione di

D. Giovanni al governo. Ciocchè essendo stato da costui approvato,

mandò il Duca la moglie e i figliuoli in Gaeta, ed a' 26 di gennajo

di questo nuovo anno 1648 partì da Napoli, dopo aver governato pochi

giorni meno di due anni.

Così terminò il suo Governo infelice il Duca d'Arcos, il quale in

una rivoluzione cotanto lagrimevole di cose, non potè lasciar di se

presso noi altra memoria, se non quella d'alcune sue Prammatiche, che

ancor ci restano insino al numero di quattordici, per le quali, a fin

di supplire, come si potea meglio agli estremi bisogni, proccurava di

toglier le frodi, che si commettevano in pregiudizio de' dazj e delle

gabelle, e rinovò le pene contro coloro, che commettevano contrabbandi,

particolarmente di salnitro e di polvere, e diede altri provvedimenti,

che vengono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle

nostre Prammatiche.

§. I. _D. GIOVANNI D'AUSTRIA prende il Governo del Regno._

Preso ch'ebbe il governo del Regno D. Giovanni d'Austria, s'applicò

a' mezzi, che e' credeva più proprj per estinguere tanto incendio,

che ora più che mai ardea, non solo nella Metropoli, ma in tutte le

Province; ed a tal fine pubblicò un editto, col quale invitava il

popolo alla quiete, ed oltre alla concessione di moltissime grazie, gli

prometteva un general perdono; ma questo editto pubblicato in tempo,

che i disordini erano più cresciuti, produsse effetti contrarj; poichè

essendo stati alcuni esemplari dell'editto affissi ne' quartieri, che

eran tenuti dal popolo, furono immantinente lacerati, e poste grosse

taglie su le teste di coloro, che avevano avuto ardimento di affiggerli

in quei luoghi. Anzi per mostrar maggiormente la loro pertinacia,

furono da' popolari eletti Ministri per empire i Tribunali del

Consiglio di S. Chiara, della Regia Camera, della G. C. della Vicaria,

e di quella del G. Ammiraglio, affine d'amministrare a tutti giustizia.

Nè intanto si tralasciavano le zuffe più crudeli tra le soldatesche

spagnuole, e quelle del popolo, che riempivano la città di terrore e di

spavento.

In questo stato lagrimevole di cose, il Duca di Guisa, volendo a se

trarre tutto il comando, pose gran tepidezza ne' popolari: e molta

discordia ne' Capi: ciocchè fu l'origine che il Regno fosse poi

confermato sotto l'imperio del Re Cattolico; poichè Gennaro Annese,

che teneva il Torrione del Carmine, non poteva patire, che il Duca

fossegli superior nel comando, ed il Duca non voleva sofferire per

emulo dell'autorità un uomo sì vile; e procedendo perciò con gelosie e

diffidenze, non mancarono di praticare insidie per torsi l'un l'altro

la vita; onde nella città ed in campagna, fluttuando gli affetti,

anche l'armi con varia fortuna s'agitavano. S'aggiunse la confusione

in quei del partito Franzese, che col fomento del Fontanè Ambasciador

di quella Corona appresso il Pontefice, pretendevano alcuni di essi di

formar fazione distinta da' seguaci del Duca di Guisa. Ma questi erano

pochi, e non molto forti; poichè avendo il popolo prevenuti i disegni

ancora immaturi, che la Francia nudriva con alcuni Baroni, questi erano

stati quasi tutti costretti, per salvarsi dall'ira e crudeltà della

plebe, ad unirsi con li Spagnuoli, e contro lor voglia cospirare allo

stabilimento di quell'abborrito dominio.

(Presso _Lunig_[35], si legge una plenipotenza spedita dal _Fontanè_ in

Roma a' 20 gennaro 1648 all'_Abate Laudati Caraffa_ fratello del Duca

di Marzano per impiegar la sua opera in far sì che la Nobiltà del Regno

prendesse le armi nella presente congiuntura contra gli Spagnuoli,

promettendogli in nome del suo Re, anche se non seguisse l'effetto,

di rifargli le rendite, che venisse a perdere nel Regno, le quali

consistevano in una Badia intitolata S. Catarina, di quattromila scudi

di rendita, che possedeva nel Ducato di suo fratello, ed in cinquemila

altri scudi annui di suo patrimonio).

D. Giovanni, informato di queste divisioni, pensò approfittarsene, e

valendosi della discordia degli nemici, cominciò di nuovo a spingere

innanzi trattati di pace, vedendo riuscire inutili ed infelici quelli

di guerra, e per mezzo del Cardinal Filomarini Arcivescovo gli fece

promovere, il quale scorgendo, che inutilmente si consumavano gli

uffizj col Duca di Guisa, volgendosi alla parte contraria, nella quale

trovò miglior disposizione, indusse l'Annese ad impiegarsi da senno

a promovere la quiete, ch'egli, non men, che gli altri ardentemente

desiderava, per liberarsi dal pericolo della vita, a lui dal Guisa

insidiata.

Intanto essendo giunto alla Corte di Spagna l'avviso della resoluzion

presa dal Consiglio Collaterale di far rinunziare al Duca d'Arcos il

governo del Regno, e darne l'amministrazione a D. Giovanni, disapprovò

il fatto, e mal intese, che i sudditi s'arrogassero, in materia così

importante, l'autorità di togliere un Vicerè, e sostituirne altri. Non

piaceva ancora per gelosia di Stato, in congiunture sì pericolose,

essersi sostituita la persona di D. Giovanni, onde immantenente fu

comandato al _Conte d'Onnatte_, che si trovava Ambasciadore del Re in

Roma, che si portasse tosto al governo del Regno di Napoli con titolo

di Vicerè, il quale ricevuti i Regali dispacci, con ogni prestezza si

partì da Roma, e venne a Gaeta, e quindi in Baja, donde spedì un suo

Segretario coi dispacci per darne la notizia a D. Giovanni, il quale

immantenente nel primo giorno di marzo di quest'anno 1648, depose in

mano del Conte il Governo, lasciandoci pure egli in così breve tempo

tre _Prammatiche_, che si leggono ne' volumi di quelle: non contenendo,

che le grazie, i privilegi ed il perdono conceduto da lui al popolo,

come plenipotenziario del Re.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9 · 第 24 / 64 题