_Venuta di D. GIOVANNI D'AUSTRIA figliuolo naturale del Re; che
inasprisce maggiormente i sollevati, i quali da tumulti passano a
manifesta ribellione. Fa che il DUCA D'ARCOS gli ceda il Governo del
Regno, credendo con ciò sedar le rivolte. Parte il Duca, ma quelle vie
più s'accrescono._
Gli avvisi intanto pervenuti alla Corte di Spagna di questi successi,
sollecitarono la partenza dell'armata navale, sopra la quale imbarcossi
D. Giovanni d'Austria, figliuolo naturale del Re, con titolo di
Generalissimo del mare, e con ampio potere sopra gli affari del Regno,
giovane di 18 anni, ben fatto di sua persona, che accoppiava alla
gentilezza e soavità dei costumi un giudizio maturo; giunse l'armata,
e diede fondo nella spiaggia di S. Lucia nel primo giorno d'ottobre.
Si componeva ella di 22 Galee e 40 Navi, ragguardevoli per lo numero
e per la grandezza, ma poco meno, che sguarnite di munizioni, e con
soli quattromila soldati; e pure era stimata da' Spagnuoli il presidio
della Monarchia, perchè era destinata a frenar i due Regni fluttuanti,
soccorrere l'Italia e riscuotere Portolongone e Piombino dalle mani de'
Franzesi. Questa non tantosto approdò, che il Vicerè, contra il parere
del Consiglio Collaterale, che sentiva di introdurre col negozio la
quiete, indusse D. Giovanni ad usare la forza.
Amaramente vedeva questo giovane Principe, partito di Spagna
coll'impressione datagli da' suoi adulatori, di vincere con la sola
presenza, che così vil plebe ancora osasse tenere in mano le armi,
e volesse capitolare del pari. Il Vicerè per gli scorsi pericoli e
per gli affronti patiti, desideroso di vendicarsi, figurava tutto
facile e piano. Fu pertanto da D. Giovanni fatto sapere al Popolo, che
consegnasse le armi, e ciò negato, come si prevedeva, sbarcati tremila
fanti, e da essi presi i posti più alti ed opportuni, cominciarono i
Castelli e l'armata indistintamente a percuotere da ogni parte, con
incessante tempesta di cannonate la città. Ciò, benchè nel principio
alquanto atterrisse, fu però tanto lontano che domasse il Popolo, che
anzi i Tempj ed i Palazzi si danneggiavano indistintamente i colpevoli,
ed i fedeli; ma in sì vasta città non per tutto arrivavano i colpi,
nè oltre lo strepito e le ruine, apportavano altre notabili offese.
All'incontro i mantici della ribellione infiammavano gli animi contro
gli Spagnuoli, notandoli di mancatori di fede, e che il Re Filippo
avea inviato il figlio, acciocchè portasse più possenti i fulmini del
suo sdegno, e che amava più tosto di perder Napoli, con esempio atroce
di crudeltà e di vendetta, che conservarla con moderato ed indulgente
imperio.
(Furono emanati dal Popolo per questa irruzione de' Spagnuoli due
editti, uno a' 15 ottobre, l'altro nel giorno seguente 16, per cui si
aboliscono affatto tutte le gabelle, si proibisce a tutti i Baroni e
Titolati d'unirsi in comitiva di gente, e s'offeriscono taglioni di
più migliaja di ducati ed indulti generali a chi ammazzasse _il Duca
di Maddaloni, D. Giuseppe Mastrillo, Lucio Sanfelice_, il _Duca di
Siano_, e li figli di _Francesco Antonio Muscettola_. Nel giorno 17
si pubblica un _Manifesto_, nel quale il popolo espone l'infrazione
fatta da' Spagnuoli agli articoli accordati, e le crudeltà da'
medesimi praticate, onde s'invitano il Papa, l'Imperadore, tutti i Re,
Repubbliche e Principi a prestar lor ajuto e favore. Si leggono i due
Editti ed il Manifesto presso Lunig[33]).
Poco ci volle per confermare con la disperazione del perdono nella
contumacia i sollevati: anzi per indurvi i più quieti, mentre il
danno e l'offesa era comune, s'animavano tutti con odio estremo alla
resistenza.
Ripartita perciò la difesa, fortificati i posti, cavate armi, e cannoni
dagli Arsenali, per tutto mostravansi, con risoluzione ostinata, di
voler difendere se stessi e la patria. S'avvidero presto gli Spagnuoli
esser vano ogni sforzo di vincere col timore una città sì grande, piena
di Popolo furibondo ed armato. Mancarono loro inoltre presto la polvere
e i bastimenti, onde convennero rallentare le batterie, ad allontanare
le navi, rendendo più audace il popolo col dimostrarsi impotenti. Nè vi
fu caso enorme, in cui licenziosamente la plebe non trascorresse. Nel
patibolo del Toraldo, pareva che fosse stato affisso un decreto d'odio
perpetuo contro la Nobiltà; e nelle conventicole non s'udiva altro, che
disperati consigli, e concetti rabbiosi contro i Nobili.
Si venne infine ad abbattere le riverite insegne del Re, ed a
calpestare i suol Ritratti, sino a quell'ora, si può dire, adorati;
e la città di Napoli assunse titolo di _Repubblica_. Non si può dire
quanto di tal nome nel principio esultasse la plebe fastosa, quantunque
pochi credessero dover essere lunga la forma del suo reggimento. Non
vi è Popolo della libertà più cupido del Napoletano, e che altresì men
capace ne sia, mobile ne' costumi, incostante negli affetti, volubile
nei pensieri, che odia il presente, e con sregolate passioni, o troppo
teme, o troppo spera nell'avvenire. Per la morte del Toraldo, s'intruse
un tal _Gennaro Annese_ nel Generalato dell'armi, uomo di profession
militare, ma d'abbietti natali, accorto però, e niente meno sagace
architetto di frodi, che ardito esecutore di scelleratezze.
In questo stato di cose, non mancarono i confidenti della Corona di
Francia di andar spargendo tra il popolo, che per mantenersi in quel
governo, era bisogno di ricorrere alla protezione di un Re potente:
e mostrando lettere del Marchese di Fontanè, Ambasciador di Francia
in Roma, per le quali si prometteva ogni favore, furono risoluti di
ricorrere per miglior partito ad _Errico di Lorena, Duca di Guisa_, che
si Trovava per suoi affari domestici allora in Roma, e di chiamarlo
al reggimento della nuova Repubblica, con dichiararlo Capo di essa.
Il Duca di Guisa era un Principe giovane, di amabile aspetto, di cuor
generoso, prode ne' fatti, e nelle parole cortese; in oltre d'alti
natali, e che discendendo dagli antichi Re, vantava ragioni sopra il
Regno, ed ancor ne conservava i titoli e l'insegne.
(Le ragioni per lo quali la famiglia di _Lorena_ conservi ancora i
titoli e l'insegne di Napoli e di Gerusalemme, furon esposte altrove,
parlandosi de' discendenti di _Renato d'Angiò_, ultimo e discacciato Re
dal Regno).
Si credeva, che egli non molto contento del presente governo di Francia
potesse di là bensì trarne soccorsi, ma non dipendesse dalle voglie de'
Ministri nè dagl'interessi di quella Corona.
Il Duca a così grand'oggetto d'impiego famoso, si lasciò rapire, ed
arditamente con poche filuche spedite a quest'effetto dal popolo,
superati gli agguati dell'armata spagnuola, s'introdusse in Napoli a'
dì 15 di novembre, dove fu accolto con quelle acclamazioni ed applausi,
che suggeriva la stima della persona, ed il bisogno della città.
Accompagnato da' Capi principali del popolo, andò la mattina seguente
a dare il giuramento nel Duomo, dove volle farsi benedire lo stocco;
ma avendo scorto il disordine grandissimo che vi era nell'infima
plebe, indiscreta, insolente, che uccideva, rubava e bruciava sol per
soddisfare l'ingordigia e la vendetta: e che le milizie regolate, a
proporzion del bisogno, erano pochissime: applicò l'animo a trovar
mezzi per mettervi freno, e darvi compenso; vietò pertanto con severe
pene i furti, le rapine e gl'incendj: assoldò un reggimento a sue
spese, proccurando di tirare eziandio qualche nobile al suo partito:
comandò, che si trattassero gli Spagnuoli all'uso di buona guerra,
e per supplire alla mancanza del danaro, fece aprir la Zecca delle
monete, delle quali ne furono coniate molte d'argento e di rame
coll'impronta della nuova Repubblica; della quale egli si fece eleggere
Duca, con sommo rammarico di Gennaro Annese, che vedevasi poco men che
privato dell'intero comando.
(Le Monete coniate a questo tempo hanno lo scudo col monogramma S. P.
Q. N.; nè vi è immagine di _Errico di Lorena_, ma solo intorno il suo
nome col titolo REIP. NEAP. DUX. Furon anche impresse dal _Vergara_
nel suo libro delle monete del Regno di Napoli; e ciò ch'è notabile,
le medesime, dopo essere ritornato il Regno alla divozione del Re di
Spagna, si lasciarono intatte, e tuttavia si spendono, ed hanno il lor
corso, come, tutte le altre monete Reali).
S'applicò ancora il Duca in Campagna a reprimere gli sforzi de' Baroni,
li quali, ridotti a disperazione per l'odio del popolo, unitisi agli
Spagnuoli, avevano sotto Vincenzo Tuttavilla e Luigi Poderico raccolte
in Aversa alcune milizie.
In questo tempo era comparsa L'armata franzese a vista della città
con non più di 29 mal provveduti Vascelli da guerra e 5 da fuoco,
non già per secondare l'impresa del Duca di Guisa, ma unicamente
per proccurare di trarre nei romor de' tumulti alcun profitto per
la Corona di Francia, non tenendo ordini il Comandante di prestare
ajuto a! Duca; poichè quando giunse in Francia l'avviso di questi
tumulti, e successivamente, che il Guisa si era portato a Napoli, il
Cardinal Mazzarini con gran sentimento disapprovò la condotta, non
credendolo, per la volubilità dell'animo, capace di maneggiare negozio
sì arduo; perciò l'Armata franzese dopo aver scorsi questi Porti, e
sol cannonandosi da lontano con la Spagnuola, trovandosi con poche
forze, presto si ritirò. Nè il Duca si curò di cavarne sussidj, perchè
come la Corte di Francia non approvava, che egli si fosse intruso in
quel carico, così egli divisava di operar da se, e profittar per suo
conto. Ciocchè però fu di grande ostacolo alla sua impresa, vedendosi
la confusione in quegli del partito istesso franzese: poichè alcuni
Capi del popolo, a suggestione d'alcuni soldati franzesi, posero in
trattato d'acclamare il Duca d'Orleans allo scettro. Inclinavano molti
altri a darsi al Pontefice, chiamandolo a piene voci, per essere più
validamente protetti dalla religione e dall'armi; ma Innocenzio,
ancorchè potesse allettarlo l'apparenza del sicuro profitto, con
riflessi però più maturi considerava, che se in ogni tempo questo Regno
era stato preda del più potente, ora la sua cadente età non poteva
porgergli speranze di veder ridotta a perfetto stato l'impresa, che
promovesse, e che convenendo alla Chiesa valersi d'armi straniere, ogni
acquisto resterebbe finalmente in preda di quegli, che avesse chiamato
in ajuto. Applicò dunque più tosto l'animo a comporre le cose, dandone
commessioni efficaci ad Emilio Altieri suo Nunzio in Napoli.
Dall'altra parte D. Giovanni d'Austria, il Duca d'Arcos e tutti i
Nobili, attediati da sì gravi e lunghi disordini, anzi l'istesso
Annese, che mal soffriva il comando del Guisa, erano desiderosi della
quiete; quindi fecesi pubblicare un editto,[34] nel quale si conteneva
un'ampia plenipotenza, che avea conceduta il Re al Duca d'Arcos, e si
offeriva di consolar tutti, facendovi per lor sicurezza intervenire
l'autorità del Pontefice, che ne avea date precise commessioni al
Nunzio Altieri. Ma, e l'editto e le lettere, che il Nunzio fece
consegnare all'Annese, non partorirono effetto alcuno, dichiarandosi
costui, che la plenipotenza era buona, ma non il personaggio, che la
rappresentava, come quegli, che col mancamento delle promesse avea
coltivati i semi della discordia, e conchiudeva, che fidandosi del
Duca d'Arcos sarebbe cadere ne' medesimi errori. D. Giovanni vedendo,
che tutte le Province del Regno, non men che la Metropoli, andavano
in ruina, involte tra tumulti e sedizioni, volle tentare, se tolto
di mezzo il Duca d'Arcos, persona al popolo resa cotanto odiosa,
potesse ripigliarsi il trattato; rinnovò per tanto le pratiche, e fu
proposto di rimovere il Duca dal governo del Regno, e porlo nelle mani
di D. Giovanni, nella persona del quale non concorrendo quell'odio,
che i sollevati mostravano al Vicerè, credevasi rimedio efficace
per acchetare i rubelli; tanto più, che il popolo n'avea fatta prima
istanza particolare a D. Giovanni di farlo rimovere. Si mostrò pronto
il Duca d'Arcos a rinunziare il comando, purchè da ciò ne seguisse
la quiete del Regno; anzi egli stesso fece ragunare il Consiglio
Collaterale di Stato, perchè autenticassero la sua deliberazione.
Alcuni furono d'opinione, che non potesse ciò farsi, appartenendo solo
al Re il creare e rimovere i supremi moderatori del Regno; altri (che
furono la maggior parte) assolutamente conchiusero, che convenisse al
servigio del Re e del Regno la partenza del Duca, e l'introduzione di
D. Giovanni al governo. Ciocchè essendo stato da costui approvato,
mandò il Duca la moglie e i figliuoli in Gaeta, ed a' 26 di gennajo
di questo nuovo anno 1648 partì da Napoli, dopo aver governato pochi
giorni meno di due anni.
Così terminò il suo Governo infelice il Duca d'Arcos, il quale in
una rivoluzione cotanto lagrimevole di cose, non potè lasciar di se
presso noi altra memoria, se non quella d'alcune sue Prammatiche, che
ancor ci restano insino al numero di quattordici, per le quali, a fin
di supplire, come si potea meglio agli estremi bisogni, proccurava di
toglier le frodi, che si commettevano in pregiudizio de' dazj e delle
gabelle, e rinovò le pene contro coloro, che commettevano contrabbandi,
particolarmente di salnitro e di polvere, e diede altri provvedimenti,
che vengono additati nella Cronologia prefissa al primo tomo delle
nostre Prammatiche.
§. I. _D. GIOVANNI D'AUSTRIA prende il Governo del Regno._
Preso ch'ebbe il governo del Regno D. Giovanni d'Austria, s'applicò
a' mezzi, che e' credeva più proprj per estinguere tanto incendio,
che ora più che mai ardea, non solo nella Metropoli, ma in tutte le
Province; ed a tal fine pubblicò un editto, col quale invitava il
popolo alla quiete, ed oltre alla concessione di moltissime grazie, gli
prometteva un general perdono; ma questo editto pubblicato in tempo,
che i disordini erano più cresciuti, produsse effetti contrarj; poichè
essendo stati alcuni esemplari dell'editto affissi ne' quartieri, che
eran tenuti dal popolo, furono immantinente lacerati, e poste grosse
taglie su le teste di coloro, che avevano avuto ardimento di affiggerli
in quei luoghi. Anzi per mostrar maggiormente la loro pertinacia,
furono da' popolari eletti Ministri per empire i Tribunali del
Consiglio di S. Chiara, della Regia Camera, della G. C. della Vicaria,
e di quella del G. Ammiraglio, affine d'amministrare a tutti giustizia.
Nè intanto si tralasciavano le zuffe più crudeli tra le soldatesche
spagnuole, e quelle del popolo, che riempivano la città di terrore e di
spavento.
In questo stato lagrimevole di cose, il Duca di Guisa, volendo a se
trarre tutto il comando, pose gran tepidezza ne' popolari: e molta
discordia ne' Capi: ciocchè fu l'origine che il Regno fosse poi
confermato sotto l'imperio del Re Cattolico; poichè Gennaro Annese,
che teneva il Torrione del Carmine, non poteva patire, che il Duca
fossegli superior nel comando, ed il Duca non voleva sofferire per
emulo dell'autorità un uomo sì vile; e procedendo perciò con gelosie e
diffidenze, non mancarono di praticare insidie per torsi l'un l'altro
la vita; onde nella città ed in campagna, fluttuando gli affetti,
anche l'armi con varia fortuna s'agitavano. S'aggiunse la confusione
in quei del partito Franzese, che col fomento del Fontanè Ambasciador
di quella Corona appresso il Pontefice, pretendevano alcuni di essi di
formar fazione distinta da' seguaci del Duca di Guisa. Ma questi erano
pochi, e non molto forti; poichè avendo il popolo prevenuti i disegni
ancora immaturi, che la Francia nudriva con alcuni Baroni, questi erano
stati quasi tutti costretti, per salvarsi dall'ira e crudeltà della
plebe, ad unirsi con li Spagnuoli, e contro lor voglia cospirare allo
stabilimento di quell'abborrito dominio.
(Presso _Lunig_[35], si legge una plenipotenza spedita dal _Fontanè_ in
Roma a' 20 gennaro 1648 all'_Abate Laudati Caraffa_ fratello del Duca
di Marzano per impiegar la sua opera in far sì che la Nobiltà del Regno
prendesse le armi nella presente congiuntura contra gli Spagnuoli,
promettendogli in nome del suo Re, anche se non seguisse l'effetto,
di rifargli le rendite, che venisse a perdere nel Regno, le quali
consistevano in una Badia intitolata S. Catarina, di quattromila scudi
di rendita, che possedeva nel Ducato di suo fratello, ed in cinquemila
altri scudi annui di suo patrimonio).
D. Giovanni, informato di queste divisioni, pensò approfittarsene, e
valendosi della discordia degli nemici, cominciò di nuovo a spingere
innanzi trattati di pace, vedendo riuscire inutili ed infelici quelli
di guerra, e per mezzo del Cardinal Filomarini Arcivescovo gli fece
promovere, il quale scorgendo, che inutilmente si consumavano gli
uffizj col Duca di Guisa, volgendosi alla parte contraria, nella quale
trovò miglior disposizione, indusse l'Annese ad impiegarsi da senno
a promovere la quiete, ch'egli, non men, che gli altri ardentemente
desiderava, per liberarsi dal pericolo della vita, a lui dal Guisa
insidiata.
Intanto essendo giunto alla Corte di Spagna l'avviso della resoluzion
presa dal Consiglio Collaterale di far rinunziare al Duca d'Arcos il
governo del Regno, e darne l'amministrazione a D. Giovanni, disapprovò
il fatto, e mal intese, che i sudditi s'arrogassero, in materia così
importante, l'autorità di togliere un Vicerè, e sostituirne altri. Non
piaceva ancora per gelosia di Stato, in congiunture sì pericolose,
essersi sostituita la persona di D. Giovanni, onde immantenente fu
comandato al _Conte d'Onnatte_, che si trovava Ambasciadore del Re in
Roma, che si portasse tosto al governo del Regno di Napoli con titolo
di Vicerè, il quale ricevuti i Regali dispacci, con ogni prestezza si
partì da Roma, e venne a Gaeta, e quindi in Baja, donde spedì un suo
Segretario coi dispacci per darne la notizia a D. Giovanni, il quale
immantenente nel primo giorno di marzo di quest'anno 1648, depose in
mano del Conte il Governo, lasciandoci pure egli in così breve tempo
tre _Prammatiche_, che si leggono ne' volumi di quelle: non contenendo,
che le grazie, i privilegi ed il perdono conceduto da lui al popolo,
come plenipotenziario del Re.