CAPITOLO IV.

_Di D. INNICO VELEZ DI GUEVARA, E TASSIS, Conte d'ONNATTE, nel cui

governo si placarono le sedizioni, e si ridusse il Regno sotto il

pristino dominio del Re FILIPPO._

Giunto il Conte d'Onnatte in Napoli, avendo visitati i luoghi della

Città, e tutte le trincee, ch'erano a fronte de' popolani, si dispose

non pure alla difesa, ma pose ogni studio d'impadronirsi de' quartieri

occupati dal Guisa; ed animando le sue milizie, fece dar loro le

paghe, distribuendo centottantamila ducati, che avea seco portati da

Roma. Nell'istesso tempo, approvando la condotta di D. Giovanni, non

tralasciò di seguitar il trattato del perdono e dell'accordo prima

coll'Annese incominciato: ciò che giovò non poco, perchè con queste

pratiche sempre più s'andava scemando il partito del Guisa mal sofferto

dall'Annese. Erano ormai gli abitanti stanchi di tante confusioni e

miserie, e tutti sospiravano la quiete; imperocchè interrotto ogni

commerzio, e turbata la società civile, non restava più alcuna cosa

sicura dalle voglie sfrenate de' scellerati, e dall'audacia di que'

meschini, che avvezzi colle fatiche a guadagnar la mercede, ora

volevano viver nell'ozio con le rapine, e sotto il manto di libertà

essendosi introdotta una dissoluta licenza, la maggior parte era stanca

delle sue stesse passioni.

Approssimandosi adunque la vicina Pasqua, in cui gli uomini

riconciliandosi a Dio, ammettono ne' loro cuori desideri pietosi

di giustizia e di pace, s'impiegarono segretamente molti Religiosi

ad introdurre, e coltivare questi sentimenti nella plebe. Proccurò

similmente l'Onnatte da alcuni principali de' sollevati ricavar

le condizioni, che richiedevano, ma essendo così esorbitanti, che

innalzavano i privilegi del Popolo sopra l'autorità del Re, egli

trattò di moderargli, perdonando a' rei, e levando le gabelle dal

Regno, e per accertargli maggiormente promise, che fra tre giorni gli

avrebbe con pubblici documenti a lor piacere confermati e soddisfatti.

Disposte in cotal guisa le cose, prima che tal tempo spirasse, presa

la congiuntura, che il Duca di Guisa erasi portato nella punta di

Posilipo per ridurre la piccola Isola di Nisita a sua divozione, D.

Giovanni da una parte, ed il Conte dall'altra uscirono all'improvviso

da' Castelli con gente armata, e calando nella Città, ben ricevuti

in alcuni quartieri, dove tenevano intelligenza, gridandosi con

voci giulive il nome del Re, e rispondendo in concorde suono gli

altri vicini, implorandosi pace e clemenza, si dileguò per tutto la

sedizione, e la città fu occupata in pochi momenti. Non più di tremila

uomini ridussero quel popolo innumerabile all'ubbidienza, e tutto seguì

senza strepito e senza sangue. L'Annese ammesso al perdono, presentò

le chiavi del Torrione, che furono consegnate a Carlo della Gatta,

il quale vi entrò subito con due compagnie di spagnuoli. Nel Duomo si

riferirono a Dio solennemente le grazie. Così in un momento s'estinse

quell'incendio, che mi nacciava l'eccidio al Regno; e ciò, che apportò

maggior maraviglia, fu la subita mutazione degli animi; che dalle

uccisioni, da' rancori e dagli odj passarono immantenente a pianti di

tenerezza, ed a teneri abbracciamenti, senza distinzione d'amici, o

d'inimici, fuorchè alcuni pochi, i quali guidati dalla mala coscienza

si sottrassero colla fuga; tutti gli altri restituiti a' loro mestieri,

maledicendo le confusioni passate, abbracciarono con giubilo la quiete

presente. Seguì la reduzione di Napoli a' 16 d'aprile di quest'anno

1648 giorno di lunedì santo.

Il Duca di Guisa, che in questo giorno, come si disse, trovavasi fuori

della Città, intesa la rivoluzione, rimase attonito a tanto accidente:

onde cercando colla fuga lo scampo, s'incamminò verso Apruzzi per

unirsi colà co' Franzesi: ma seguitato da' Regj, fu fatto prigione e

condotto a Gaeta. Fu lungamente consultato in Napoli sopra la di lui

vita: da poi fu risoluto di mandarlo con buone guardie in Ispagna,

come fu eseguito, dove rimase prigioniero infino a tanto, ch'essendosi

il Principe di Condè dichiarato del partito spagnuolo, e sperando

di fortificarlo con l'aggiunta del Guisa, chiestolo in grazia al Re,

cortesemente l'ottenne; ma il Duca credendosi più obbligato d'osservare

la fedeltà al suo Principe, che le promesse fatte a' nemici, al ritorno

che fece in Francia, non ne volle udir altro.

L'esempio di Napoli giovò non poco agli altri luoghi del Regno; e se

bene in alcune province fluttuanti rimanessero alcune commozioni, ed

in particolare nell'Apruzzo, dove da Roma concorsero alcuni Franzesi in

aiuto de' sollevati: nulladimeno dalle forze de' Baroni e dall'autorità

del Vicerè, furono con poco romor dissipati. Tanto che sedati affatto

gli umori della plebe, che dopo una sì fiera tempesta eran rimasi ancor

fluttuanti, potè D. Giovanni a' 22 settembre di quest'anno partirsi da

Napoli, e portarsi coll'armata a Messina a confermar i Siciliani, che

sedati i tumulti, s'eran rimessi già nell'antica ubbidienza ed ossequio

del Re.

Il Duca d'Onnatte, sgombrato il torbido, rimosso il Capo, e partito

D. Giovanni, pel suo natural talento che inclinava più al rigore che

alla clemenza, diede a molti terrore. Con tutto ciò egli assicurò

tutti con general perdono, e tosto si applicò a riordinar il Regno; e

vedutosi che l'abolizione di tutte le gabelle e de' fiscali portava

disordini gravissimi non meno al regio erario, che a' Cittadini

istessi, dalle Piazze della città, e particolarmente da quella del

Popolo, fu richiesto ad imporre il pagamento di carlini quarantadue per

ciascun fuoco delle Comunità del Regno, e la metà di tutte le gabelle

abolite, fuorchè quelle dei frutti e de' legumi, che rimasero per

sempre estinte. Ed a fine di sovvenire non solo a' bisogni dell'erario

regale, ma anche agl'interessi di coloro che l'aveano comprate, fu

stabilito, che della rendita di tutte le accennate gabelle dovessero

pagarsene ducati trecentomila l'anno per la dote della Cassa militare,

applicandosi il rimanente a beneficio de' compratori, i quali dovessero

per lor medesimi governarle e ripartirsene il frutto. E per quel che

tocca a' fiscali, fu assegnata similmente parte della lor rendita

a' compratori, ed il rimanente fu applicato alla dote della Cassa

militare. In cotal guisa, e con l'imposizione del _jus prohibendi_

sopra il tabacco, cotanto ora fruttifera, fu sovvenuto al Re ed ai

sudditi, e cominciò notabilmente a restituirsi il commerzio ed il

traffico da per tutto.

Non tralasciò da poi il Conte, sorgendo in un mare poc'anzi placato

sovente nuovi flutti, di mettere in uso i più forti rigori; onde a tal

effetto avendo stabilita una Giunta di Ministri contro gl'inconfidenti,

fu poi terribile contro i colpevoli de' passati tumulti, e mostrandosi

più avido di pene, che soddisfatto del pentimento, non risparmiò alcuno

de' principali: imperciocchè ora imputando delitti, ora inventando

pretesti, alcuni punì con pubblici supplicj, altri con segrete

esecuzioni di morte, e molti costrinse a prender esilio dal Regno: ciò

che gli fece acquistar nome di severo e di crudele, e che si reputasse

una delle cagioni di non aver potuto prolungare tanto il suo governo,

quanto e' reputava convenirsi a' suoi meriti.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9 · 第 25 / 64 题