_Sollevazioni accadute nel Regno di Napoli, precedute da quelle di
Sicilia, ch'ebbero opposti successi: quelle di Sicilia si placano:
quelle di Napoli degenerano in aperte ribellioni._
Gli avvenimenti infelici di queste rivoluzioni sono stati descritti da
più Autori: alcuni gli vollero far credere portentosi, e fuor del corso
della natura; altri con troppo sottili minuzie distraendo i Leggitori,
non ne fecero nettamente concepire le vere cagioni, i disegni, il
proseguimento ed il fine: noi perciò, seguendo gli Scrittori più serj
e prudenti, gli ridurremo alla loro giusta e natural positura.
De' due Regni d'Italia sottoposti alla Corona di Spagna, quello di
Sicilia più quietamente soffriva la dominazione Spagnuola, perchè
la terra bagnata dal sangue Franzese inspirasse in que' popoli col
timore delle vendette, l'avversione a quel nome, ovvero, perchè non
erano cotanto premuti ed oppressi, quanto l'opulenza di queste nostre
province invitava gli Spagnuoli a praticare co' Napoletani. Non era
nemmeno in alcuni de' nostri Baroni cotanto odiosa la Nazion Franzese,
poichè alternato più volte il dominio di questo Regno tra le due
Case d'Aragona e d'Angiò, restavano ancora le reliquie dell'antiche
fazioni, e l'inclinazioni per ciò vacillanti; onde avveniva, che la
Francia nutrisse sempre l'intelligenze con alcuni Baroni; ed i Ministri
Spagnuoli, ora dissimulandole, ora punendole, proccuravano di regger
con tal freno, che divisi gli animi, impoveriti i potenti, introdotti
ne' beni e nelle dignità gli stranieri, non conoscessero i Popoli le
forze loro, nè sapessero usarle.
Nell'animo de' Popoli alla Monarchia Spagnuola soggetti, era a questi
tempi, per tedio di sì lunghe avversità, scaduto il credito del
governo; ed il nome del Re, nella felicità e nella potenza già quasi
adorato, restava vilipeso nelle disgrazie e per gli aggravj della
guerra poco men che abborrito. Si considerava ancora, che essendo morto
in età giovanile il Principe D. Baldassare, dal Re Filippo IV procreato
colla defunta Regina Isabella Borbone figliuola d'Errico IV e sorella
di Lodovico XIII, Re di Francia, era facile, che la Monarchia rimanesse
priva d'eredi; onde i sudditi perderono quel conforto, ed insieme il
rispetto, con cui l'attesa successione del figlio al padre, suole,
o lusingare i malcontenti, o raffrenare gl'inquieti; e per ciò gli
spiriti torbidi sopra ciò promoveano discorsi frequenti ed i più quieti
con taciti riflessi deploravano la fortuna maligna, che ciecamente
trasferirebbe que' nobilissimi Regni ad incerto dominio, tanto più
duro, quanto più ignoto.
I Popoli non men dell'uno che dell'altro Regno si dolevano delle
imposizioni rese pesanti dal bisogno non solo, ma dall'avarizia de'
Vicerè, e de' Ministri, pe' quali erano stati ridotti a tale stato di
miseria e di carestia, che non bastando la fertilità de' nostri campi,
nè la Sicilia istessa, che si reputa il Regno fertile di Cerere, ed il
granajo d'Italia, potendone esserne esente, si cominciò da per tutto
a patirsene penuria. Certamente, che non mai con più chiare pruove si
conobbe esser vero, che per stabilire gl'Imperj Dio suscita lo spirito
degli Eroi; ma per abbattergli si serve de' più vili e scellerati,
quanto che per questi successi.
In Sicilia cominciava la plebe a mormorare per la penuria, che
sofferiva di frumenti; ma non curate le sue querele, anzi invece di
rimediarvi, impicciolito il pane per nuovi aggravj, diede ella in
furore, e dal furore passando all'armi, riempì la città di Palermo di
confusione e di tumulti. Il Marchese de los Velez, che governava quel
Regno, non ebbe in quel principio forze per reprimerla, nè consiglio
per acquietarla; onde lasciando pigliar animo a quella vilissima
plebe, vide arder i libri delle gabelle, scacciare gli esattori, levar
da' luoghi pubblici l'armi, e fin da' bastioni l'artiglierie; ed udì
gridarsi per tutto, che l'imposte s'abolissero, e che nel governo si
concedesse al Popolo parte uguale a quella, che teneva la Nobiltà.
Il Vicerè accordava ogni cosa, e molto più prometteva; ma il Popolo
prima contento, poscia irritato traboccava ad eccessi maggiori ed a più
impertinenti domande; o perchè la facilità d'ottenere gli suggerisse
pensieri di più pretendere, o perchè non mancassero istigatori, che
spargevano essere simulata l'indulgenza e pericolosa la pietà di
Nazione, per natura severa e contro i delitti di Stato implacabile per
istituto. Se dunque un giorno, accarezzata, deponeva l'armi, l'altro,
furiosa, le ripigliava con maggiore strepito, dilatandosi il tumulto
anche per lo Regno.
Mancava però un Capo, che con soda direzione regolasse la forza del
volgo, il quale se cominciava con rumore, presto languiva, contento
d'assaggiare la libertà con qualche insolenza. Ma la nobiltà, poco
amata dal popolo, nemmen ella poteva fidarsi di tant'incostanza, e se
pur alcuno volle applicar l'animo a servirsi dell'occasione, fu poi
fuori di tempo. Tra l'istesso popolo, i più benestanti, esposti agli
strazj de' più meschini, da' quali a capriccio venivan lor arse le
Case, e saccheggiate le sostanze, sospiravano la quiete primiera. Alla
plebe più vile s'univano i delinquenti, da' quali aperte le carceri
si cercava franchigia de' debiti ed impunità de' delitti. Fu detto,
che in una taverna gettassero alcuni le sorti di chi assumer dovesse
la direzione della rivolta, e che toccasse a Giuseppe d'Alessi uno de'
più abbietti. Costui molte cose ordinò, e molte n'eseguì d'importanti.
Discacciò il Vicerè dal Palazzo, e lo costrinse ad imbarcarsi sopra
le Galee del Porto; poi si compose con un trattato solenne, che al
popolo concedeva tali privilegj ed esenzioni sì larghe, che anche
in Repubblica libera sarebbero stati eccedenti; ma in fine mentre
l'_Alessi_ sta con guardie, e tratta con fasto, invidiato da tutti e
resosi odioso a' suoi stessi, fu dal popolo ucciso. È però vero, che
dal suo sangue di nuovo sorse la sedizione, perchè alcuni credendo,
che dagli Spagnuoli gli fossero state tessute l'insidie, altri ambindo
quel posto, fluttuarono grandemente le cose, e molto più furono agitate
dappoi, che il Vicerè caduto infermo per afflizione d'animo, terminò la
sua vita.
Lasciò los Velez il governo al Marchese di Monteallegro, che tutto
tollerò per sostenere alla Spagna almeno l'immagine del comando, e
guadagnar tempo, sino all'arrivo del Cardinal Trivulzio, che il Re gli
avea destinato per successore. Giunto il Cardinale in Palermo mantenne
in fede i Siciliani, ed acchetò i romori; tanto che portatosi poi a
Messina D. Giovanni d'Austria coll'armata, confermò in quel Regno la
quiete, e ridusse le cose in una total calma e tranquillità.
Ma nel Regno di Napoli, non avea tante fiamme il Vesuvio, quanti erano
gl'incendj, ne' quali stava involto. In questo Regno, siccome da'
precedenti libri si è veduto, avevano gli Spagnuoli riposti i mezzi
principali della loro difesa, perchè fertile e ricco forniva danaro
ed uomini ad ogni altra provincia assalita. Avrebbe la fecondità e
l'opulenza supplito al bisogno, se l'avidità de' Ministri, sempre
premendo, non avesse del tutto esauste ed espilate le ricchezze istesse
della natura; ma in Ispagna essendo più stimato quel Vicerè, che sapeva
ricavare più danaro, non v'era macchina, che non s'adoperasse, per
aver il consenso della nobiltà e del popolo, ch'era necessario per
deliberare l'imposte, e per cavarne la maggior somma che si potesse.
Vendevansi le gabelle a chi più offeriva, e con ciò perpetuando
il peso, s'aggravavano le estorsioni, perch'essendo i compratori
stranieri, e per lo più Genovesi, avidi sol di guadagno, non era
sorta di vessazione, che, trascurate le calamità de' miseri popoli,
crudelmente non si praticasse. Non restava più, che imporre, e pur il
bisogno cresceva: poichè tentato da' Franzesi Orbitello, ed occupato
Portolongone, si richiedevano, e per supplire altrove e per difender il
Regno, grandissime provvisioni.
Il Vicerè Duca d'Arcos, trovandosi angustiato dalla necessità del
danaro, per porre in piedi nuove soldatesche, e mantenere in mare
Armate, non essendo sufficienti le somme, che, senza impor nuovi
dazj, pensava di ricavare dagli espedienti sopra accennati, venne alla
risoluzione di convocare un Parlamento: dove avendo esposti li bisogni
della Corona, e sopra tutto, che bisognava mantener eserciti armati
per la vicinanza molesta de' Franzesi, annidati in Toscana, estorse
un donativo d'un milione di ducati; ma per ridurlo in contanti era
necessario venire all'abborrito rimedio delle gabelle. Con imprudente
consiglio, scordatisi così presto di quel, ch'era accaduto sotto
il governo del Conte di Benavente, fu proposta la gabella sopra i
frutti, altre volte imposta e poi tolta, come gravosa per lo modo
di praticarla, ed odiosa alla plebe, e più da lei sentita, quanto
ch'ella nell'abbondanza del paese, e sotto clima caldo, non si
nutre quasi d'altro alimento, massimamente nell'estate; ad ogni modo
trovandosi tutte l'altre cose aggravate ad un segno, che non potevano
sopportar maggior peso, vi diedero le Piazze l'assenso, ed il Vicerè
abbracciò l'espediente. Ma pubblicato a pena, nel terzo dì di gennajo
di quest'anno 1647, l'editto per l'esazione d'essa, che cominciò il
Popolo a mormorare, e tumultuosamente ad unirsi, e sempre che usciva
il Vicerè, circondavano il suo cocchio, ad alta voce gridando, che
si levasse: s'udivano minacce tra' denti, si trovavano affissi molti
cartelli, dove si esecrava la gabella, ed una notte fu bruciata la
casa, posta in mezzo al Mercato, dove se ne faceva l'esazione.
Il Duca d'Arcos, temendo da tali insolenze disordini maggiori, fece
trattar dalle Piazze l'abolizione della gabella, e cercare espedienti
di soddisfare coloro, che avevano sopra di quella somministrato il
denaro, con imposizione d'altre gabelle meno gravose; ma non si poteva
rinvenir alcun mezzo, per le altre maggiori e più gravi difficoltà, che
s'incontravano, volendo imporne altre nuove; onde tutte le assemblee
riuscivano vane e senz'effetto; e tanto più crescevano i tumultuosi
discorsi del popolo; nè mancavano malcontenti, che servivano di
mantice per accender maggior fuoco, fra' quali il più istigatore era
il Sacerdote Giulio Genuino, il quale avea a se tratti molti della sua
condizione, e non men di lui d'ingegni torbidi e sediziosi. Fra la vil
plebe era surto ancora un tal _Tommaso Aniello_, chiamato comunemente
_Masaniello_, d'Amalfi, uomo vilissimo, che serviva ad un venditor di
pesce a vender cartocci per riporvelo; giovane di primo pelo, ma vivace
ed ardito, il quale, soprammodo crucciato dal pessimo trattamento,
ch'era stato fatto da' Gabellieri alla moglie, trovata con una calza
piena di farina in contrabbando, minacciava vendicarsene, e meditava di
trovar occasione di suscitar in mezzo al Mercato qualche tumulto nel
dì della festività del Carmine, solita celebrarsi nella metà del mese
di luglio. A tal fine, col pretesto di doversi assalire un Castello
di legno nel dì della festa, avea provveduto ad alcuni ragazzi di
canne col denaro somministrato da _Fr. Salvino_ Frate Carmelitano, il
quale o per propria perfidia, o per suggestione de' malcontenti, era
il principal istigatore e fomentatore al Masaniello di farsi Capo del
meditato tumulto.
Ma non bisognò aspettare la metà di quel mese, perchè a' 7 di luglio un
picciolo ed impensato accidente gli aprì la strada. Alcuni contadini
della città di Pozzuoli, avendo la mattina di quel giorno portate
alcune sporte di fichi al Mercato, erano sollecitati dagli esattori
del dazio al pagamento; ed insorta contesa tra essi, ed i bottegai,
che doveano comprarle, intorno a chi dovesse pagarlo; essendo accorso
Andrea Nauclerio Eletto del Popolo a darne giudicio, decise, che
conveniva si sborsasse da chi le portava dalla campagna: uno de'
contadini, che non aveva danaro, versò con imprecazioni un cesto
di fichi per terra, rabbiosamente calpestandoli. Accorsero molti a
rapirli, con risa, altri con collera, ma tutti compatendo quel misero,
ed odiando la cagione. Allo strepito essendo sopravvenuto Masaniello
con altri ragazzi armati di canne, cominciarono tutti, da costui
animati a saccheggiar il posto della gabella, scacciandone co' sassi
i ministri. Da ciò accesi gli animi, ricevendo forza dall'unione e
dal numero, svaligiarono tutti gli altri luoghi de' dazj; e guidati da
cieco furore, senza saperne i motivi, nè discernere il fine, corsero al
Palazzo del Vicerè con proteste d'ubbidienza al Re, ma con esclamazioni
contro il mal governo.
Le guardie, deridendo quel puerile trasporto, non vi s'opposero, ed
il Vicerè impaurito lo fomentò, esibendo prodigamente ogni grazia.
Cresciuta con ciò la licenza, e cominciando i più risoluti a porre a
sacco il Palazzo, egli tentò di salvarsi nel Castel Nuovo; ma trovato
alzato il ponte, non sapendo per lo timore dove ridursi, corse in
carrozza chiusa verso quello dell'Uovo: scoperto però dalla plebe,
poco mancò, che non restasse oppresso, se non si fosse ricovrato nel
Convento di S. Luigi, nè quivi tampoco sarebbe potuto giugnere, se
per la breve strada non fosse andato gettando monete d'oro al popolo
per trattenerlo, che non lo seguitasse. Di là fece sparger editti, che
abolivano la nuova gabella delle frutta; ma ciò non ostante, il tumulto
a guisa di un torrente che inondi cresceva, e suggerendo i più torbidi
al volgo semplice varie cose, chiedevano ad alta voce, che si levassero
tutte l'altre gabelle, e che si consegnasse al Popolo il privilegio
di Carlo V. Quelli che lo dimandavano, sapevano meno degli altri dove
fosse, e ciò che contenesse, perchè il dominio lungo degli Spagnuoli,
e la sofferenza de' sudditi, abolita ogni memoria d'indulto, avea reso
arbitrario ed assoluto il comando.
A tanta commozione essendo accorso il Cardinal Filomarino Arcivescovo,
per quietar il tumulto, s'interpose col Vicerè: il quale trovandosi in
quell'arduo procinto, in cui era pericolosa la severità e l'indulgenza,
e se si negava ogni cosa, e se tutto si concedeva: credè in fine meglio
consegnargli un foglio in cui prometteva quanto sapevan pretendere,
con speranza, che sedato il romore, e sciolta l'unione di que'
scalzi, tutto prestamente si rimettesse in buon ordine e quiete. Ma il
contrario avveniva, perchè la maggior parte confusa da que' fantasmi
di libertà, senza saper ciò che volesse, voleva più, onde il male
peggiorava coi rimedj, e s'irritava co' lenitivi.
Scoppiò in oltre l'odio fierissimo, che la plebe contro la Nobiltà
lungo tempo nutrito avea: onde i sollevati scorrendo per le strade,
trucidarono alcuni Nobili, arsero le case d'altri, proscrissero i
principali, e bramando di sterminarli tutti, stava la città in procinto
d'andar a fuoco, ed a sangue. E pure il Popolo stolto credeva di
mantenersi fedele al Re, e solo di correggere il cattivo governo, e
risentirsi de' strazj patiti da' Nobili superbi e da' Ministri malvagi.
Masaniello lacero e seminudo, avendo per teatro un palco e per scettro
la spada, con centocinquantamila uomini dietro, armati in varie foggie,
ma tutte terribili, comandava con assoluto imperio ogni cosa. Egli Capo
de' sollevati, anima del tumulto, suggeriva le pretensioni, imponeva
silenzio, disponeva le mosse, e quasi che tenesse in mano il destino di
tutti, trucidava co' cenni, ed incendiava co' sguardi; perchè dove egli
inchinava, si recidevan le teste e si portavan le fiamme. Il Vicerè
per tanto, per la mediazione del Cardinal Arcivescovo, fu indotto a
dar in potere del Popolo istesso il privilegio richiesto, ed accordare
un solenne trattato, in cui s'abolivano quelle gabelle, ch'erano
state imposte dopo le grazie di Carlo V, e si proibiva d'imporne
nell'avvenire altre nuove: si concedeva parità di voti al Popolo con la
Nobiltà: si prometteva oblivion d'ogni cosa, e si permetteva, che ne'
tre mesi, ne' quali si doveva attendere la confermazione del Re, stesse
armata la plebe. Fu tutto ciò ratificato con solenne giuramento nella
Chiesa del Carmine, onde si diede qualche breve respiro.
(Questa Capitolazione contenente 23 articoli e cinque altri aggiunti,
fu per la mediazione del Cardinal _Filomarino_ accordata ai 13 luglio
1647 tra 'l Vicerè e Masaniello, il quale intervenne come _Capo del
fedelissimo Popolo_ e si legge presso Lunig[32].)
Masaniello onorato dal Vicerè con eccessi, siccome sua moglie dalla
Viceregina, gonfio di vanità cominciò ad agitarsegli la mente,
e finalmente dalle vigilie e dal vino ridotto a delirare, fatto
insopportabile a' suoi e contra tutti crudele, fu la mattina de' 16 di
luglio da gente appostata nel Convento del Carmine ucciso, siccome fu
fatto d'alcuni altri de' suoi confidenti, e dal vedersi, che la plebe
non fu niente commossa dalla sua morte: anzi pareva, che godesse alla
vista del teschio conficcato ad an palo, si credeva che fosse ogni cosa
per ridursi in buon ordine e quiete.
Ma con dannosa imprudenza, strapazzati da' Nobili alcuni di que'
della plebe, e con peggior consiglio il giorno susseguente essendosi
diminuito il peso del pane, si risvegliò il tumulto con tanto furore,
che disotterrato il cadavere dell'ucciso e preso il teschio, unendolo
al busto, fu esposto con lumi accesi nella Chiesa del Carmine, nè
sarebbe cessato il concorso del popolo e la curiosità di vederlo, se
con solennissime e regali esequie, a guisa di Capitan Generale non
fosse stato sepolto; ed immantenente fu occupato dal Popolo il torrione
del Carmine, e presi altri siti opportuni per dominar il Porto, ed
opporsi alle batterie de' Castelli.
Il Duca d'Arcos ritiratosi in Castel Nuovo, lo trovò sguarnito
d'ogni cosa, e così erano tutti gli altri poichè per accudire a'
bisogni lontani, avevano i Vicerè indebolito il freno della città,
e la custodia del Regno. Mancava il denaro, niuno osava più esiger
le rendite, e tutti con pari licenza ricusavano di pagare l'imposte.
Le milizie erano già state spedite a Milano, ed alcuni pochi fanti
chiamati dalle province, furono da' popolari per cammino battuti e
sbandati. Dilatandosi poi per lo Regno la fama de' successi della
città, siccom'erano per tutto universali le cagioni, così non furono
dispari gli avvenimenti; poichè in ogni luogo, scosso il giogo delle
gabelle, e sollevandosi il Popolo contra l'insolenza de' Baroni, si
riempirono le province di tumulti e di stragi.
Fu perciò costretto il Vicerè a' 7 di settembre a giurare un altro
accordo più indegno del primo.
(Questa seconda Capitolazione contenente 52 articoli è stata anche
impressa da _Lunig_, e si legge _Tom. 2 pag._ 1374).
Ma il Popolo sempre temendo, ed il Duca niente dissimulando, non ebbe
più lunghi periodi la calma. Passandosi adunque, come suole accadere,
dal tumulto alla ribellione, dimandavano i popolari al Vicerè i
Castelli, e non volendo egli dargli, si venne all'attacco. Egli è
certo, che se allora quella gente infuriata avesse avuto un corpo di
ben disciplinate milizie, ed un Capo sperimentato e fedele, avrebbe
espugnati i Castelli, e quindi discacciati gli Spagnuoli dal Regno. Ma
dal Popolo abborrendosi il nome di soccorso straniero, e coll'oggetto
di libertà immaginaria tendendo a più misera servitù, fu scelto
(essendosene scusato Carlo della Gatta) per Capitan Generale Francesco
Toraldo Principe di Massa, che n'accettò il carico di concerto col
Vicerè. Egli ritardando con apparenza di meglio assicurarsi gli
attacchi, e con errori volontarj e mendicate dilazioni, guastando ogni
cosa, non potè finalmente a tanti occhi occultare l'inganno: onde
imputato d'intelligenza con gli Spagnuoli, con miserabile supplicio
dalla plebe arrabbiata fu trucidato.