CAPITOLO I.

_Del Governo di D. RODRIGO PONZ DI LEON Duca d'ARCOS; e delle

spedizioni che gli convenne di fare per preservare i Presidj di Toscana

dalle invasioni dell'armi di Francia._

Il Duca d'Arcos entrato in Napoli agli 11 di febbrajo di quest'anno

1646, e veduto lo stato lagrimevole del Regno, i popoli oppressi

da tanti pesi, che lor conveniva sovra le proprie forze portare; ed

all'incontro ritrovandosi fra le necessità di soccorrere a' bisogni

della Corona e le difficoltà di trovare i mezzi per eseguirlo, giudicò

minor male applicarsi all'esazione delle somme, delle quali era rimasta

creditrice la Corte, per resto de' donativi fatti al Re, sotto il

governo del Duca di Medina, che caricare i sudditi di nuove imposte.

A questo fine deputò due Giunte di Ministri, perchè l'una vegghiasse

a vietare i contrabbandi col rigor del gastigo; l'altra a trovare

spedienti per l'accennata esazione, dalla quale sperava di tirar somme

immense, senza incorrere nell'odio de' Popoli, imponendo loro nuove

gravezze sul principio del suo governo.

Ma la nuova guerra, che bisognò sostenere per difender le Piazze di

Toscana da' Franzesi assalite, lo costrinse a proseguire il costume de'

suoi predecessori: e per supplire alle nuove spese, venire a' mezzi di

nuove gravezze.

Il Cardinal Mazzarini, che nell'infanzia del Re Luigi XIV governava

la Francia, crucciato col nuovo Pontefice Innocenzio, che nonostante

gli ufficj fatti portare dalla Repubblica di Venezia, proseguiva negli

atti giudiziarj contro a' Barberini: covrendo la privata vendetta per

la repulsa data dal Pontefice in voler acconsentire alla nominazione

fatta al Cardinalato di suo fratello dal Re di Polonia, diede ad

intendere alla Regina Reggente ed al Consiglio Regale, che il Papa

si era già scoverto d'inclinazione contraria agl'interessi della

Francia, e troppo affezionato alla Corona di Spagna, come si vedeva

chiaro dalla promozione da esso fatta di Cardinali tutti sudditi, o

dipendenti da quella Corona; laonde doversi non solamente con esso

lui sospendere ogni atto di confidenza, ma anche adoperare ogni mezzo

per farlo ritrarre da questa parzialità. A tale oggetto fu risoluto

di ricevere sotto la protezione di Francia i Baroni, e d'atterrire il

Papa con disporre un grande armamento per l'Italia, e pungere più da

vicino Innocenzio. Ricercò egli per tanto il Duca d'Anghien, perchè

assumesse il comando dell'armata destinata per l'Italia, per l'impresa

delle Piazze Spagnuole della Toscana, come quella, ch'era più valevole

a porre il Pontefice in angustie; ma il Condè, padre del Duca, non

volle acconsentirvi, onde egli chiamò in Parigi il Principe Tommaso

di Savoja, confidandogli, che le sue intenzioni principalmente erano

per quella spedizione contra i Regni di Napoli e di Sicilia; ma per

diminuire l'invidia di tanto acquisto, voler esibirne gran parte a'

Principi d'Italia, ed a lui principalmente offerirla, che per virtù

militare e tant'altre doti, meritava di cingere le tempie di corona

Regale. Il Principe tutto credendo, o fingendo di credere, n'abbracciò

prontamente il carico, e fu stabilito di far l'impresa del Monte

Argentaro e delle altre Piazze, che in Toscana vi tengono li Spagnuoli;

spinse dunque l'armata a' 10 di maggio di quest'anno da' porti della

Provenza, composta di dieci galee, trentacinque navi e settanta

legni minori, sotto il comando dell'Ammiraglio Duca di Bressè, sovra

la quale furono imbarcati seimila fanti scelti e seicento cavalli.

Al Vado vi montò sopra il Principe Tommaso Generalissimo con il suo

seguito, ed alquante truppe. Con tal armata scorse le marine d'Italia,

arrivò a Telamone, che senza contrasto s'arrese, come pure il Forte

delle Saline e di S. Stefano, dove il Governadore volendo difendersi

senza forza, perdè nel primo attacco la vita, accingendosi poi per

assalire Orbitello, Piazza forte di muro e di sito. A' Vicerè di Napoli

spettava la cura e la difesa di quelle Piazze, perciò il Duca d'Arcos,

penetrata l'intenzione de' Franzesi, vi avea spedito Carlo della Gatta,

celebre Capitano, per comandarvi: poi avendo preparato un soccorso

di settecento fanti, tremila dobble in contanti, e molte provvisioni,

così da guerra come da bocca, fatto gli uni e l'altre imbarcare sovra

cinque ben armate galee e due navi, le spinse a quella volta sotto

il comando del Marchese del Viso e di D. Niccolò Doria, figliuolo del

Duca di Tursi, li quali ebbero la fortuna d'introdurre le provvisioni

e la gente in Portercole, e ritornarsene con la medesima felicità. Ma

volendo ritentare la sorte con la spedizione di quaranta filuche ed

un bergantino, sopra le quali andavano molti ufficiali, e quattrocento

soldati; fatti accorti i Franzesi dall'antecedente successo, furono lor

sovra con le galee, e sotto la Fortezza di Palo, ne presero 27, onde

stringendo il Principe Tommaso la Piazza, non bastando alla sua difesa

così lenti e scarsi soccorsi, fu astretto il Duca d'Arcos d'ammassar

nuove milizie e di spingervi più valevole soccorso, affine di far levar

l'assedio.

Fra questo mentre comparve l'armata raccolta in Ispagna con grandissima

fama sotto il comando del General Pimiento, la quale era composta

di trentuna galee e venticinque grandissimi galeoni, oltre alcuni

incendiarj, ma così mal fornita di gente da guerra, che i Franzesi,

rinforzati da altre dieci galee, non dubitarono, benchè inferiori di

numero e di qualità di vascelli, di venire a battaglia; sfuggivano per

ciò li Spagnuoli l'abbordo, contentandosi di battersi col cannone, col

quale maltrattarono due galee nemiche e conquassarono il restante; ma

il colpo fortunato, che loro diede la vittoria, fu quello di cannonata,

che levò la testa al Duca di Bressè, Grand'Ammiraglio di Francia;

perchè quell'armata, restando senza Capo, e non avendo pronto ricovero,

s'allargò subito, ed alzate le vele si ricondusse in Provenza.

Potè allora il Duca d'Arcos, risoluto di far levar l'assedio, far

imbarcare le fanterie sotto il comando del Marchese di Torrecuso,

Capitano di gran nome in que' tempi, e mandar la gente a cavallo per

terra sotto la scorta del Mastro di Campo Luigi Poderico, il quale

prendendo il passo, senza richiederlo, per lo Stato Ecclesiastico,

per Castro e per la Toscana (dolendosene in apparenza que' Principi,

ma godendone ognuno, ingelositi del troppo potere che acquistavano in

Italia i Franzesi, e tacitamente additando a' Spagnuoli la strada)

si condusse ad unirsi col Torrecuso; il quale appena sbarcato, ed

incendiati a Telamone quasi tutti i legni da carico che vi avevano

lasciati i Franzesi, incamminandosi verso la Piazza, astrinse il

Principe Tommaso a levarsi. Costui avendo perduta molta gente nelle

fazioni, e l'altra resa quasi inutile per l'infermità nell'aria

corrotta delle Maremme, ritrovandosi con deboli forze, si ritirò a

Telamone, e ritornata l'armata Navale, che il Mazzarini con ordini

pressanti vi avea spedita, s'imbarcò, ed andato in Piemonte co' suoi,

rimandò il rimanente dell'esercito a riposarsi in Provenza. Carlo

della Gatta, uscito nell'abbandonate trincere, guadagnò ricche spoglie

e venti cannoni: e l'armata del Pimiento, contenta del conseguito

vantaggio, ritornò subito verso i Porti di Spagna, contro il parere

degli altri Ministri della Corona, che stimavano dovesse fermarsi.

Del successo d'Orbitello godè altrettanto l'Italia, quantochè penetrati

i disegni vastissimi del Cardinal Mazzarini, avea mirata l'impresa

con gelosia, ma sopra tutti ne giubilò il Pontefice, che secondava,

ancorchè cautamente, gl'interessi della Spagna. All'incontro se ne

crucciava il Mazzarini, irritato da' rimproveri, che abbandonati

gl'interessi di Catalogna ed indebolite le armi in Fiandra, avesse

atteso solamente a pascere le sue private vendette in Italia. Ma egli

avendo inteso che l'armata nemica se ne ritornava in Spagna, chiamato

in Fonteneblò d'improvviso il Consiglio della Reggenza, vi fece

deliberare l'impresa di Piombino e di Portolongone, credendo con doppio

colpo ferir vivamente non meno il Pontefice, che gli Spagnuoli; poichè

la piazza di Piombino, tenuta da guarnigione di Spagna, apparteneva

nondimeno col suo picciolo Principato al Lodovisio nipote del Papa.

Si vide allora quanto valesse la forza, quando in particolare veniva

spinta dalla passione; poichè in momenti rimessa l'armata, e raccolte

le truppe, riuscita al Cardinale sospetta la condotta del Principe

Tommaso, ne consegnò il comando a' Marescialli della Melleraye e di

Plessis Plarin, li quali con ugual premura apprestandosi, sciolsero

speditamente da' Porti. Appena in Italia se n'era divulgato il disegno,

che l'armata comparve, e subito sforzato Piombino, dove erano a guardia

soli ottanta soldati, sbarcò sopra l'Elba, ed investendo Portolongone

non mal difeso, ma scarsamente munito, l'obbligò ad arrendersi

a' 29 d'ottobre di quest'anno 1646. Con tal acquisto si rallegrò

il Cardinale, che avesse con larga usura cambiato Orbitello per

Portolongone: il quale, come fortissima cittadella del Mediterraneo,

separando la comunicazione della Spagna co' Regni d'Italia, dava

Porto all'armata Franzese, e ricoverò a' legni, che infestassero la

navigazione a' nemici. Il Papa ora atterrito, vedendo muoversi di

nuovo le armi, chiamato a se il Cardinale Grimaldi parzialissimo della

Francia, gli accordò il perdono per li Barbarini, e la restituzione

delle cariche e de' beni, rivocando le Bolle, e le pene, a condizione,

che si restituissero nello Stato d'Avignone e di là rendessero

con lettere il dovuto ossequio al Pontefice. Ma la speranza da lui

concepita di preservare con ciò lo Stato al nipote, fu dal Mazzarini

delusa, il quale conoscendo col Papa poter più il timore, lasciò correr

l'impresa, scusandosi, che partiti i Marescialli non avea potuto a

tempo rivocare le commessioni.

La perdita di Portolongone attristò grandemente il Duca d'Arcos,

vedendo i Franzesi annidati in un luogo, donde con facilità potevano

assalire il Regno; onde gli convenne applicarsi a fortificare le

Piazze di maggior gelosia, ed a far grosse provvisioni, per accingersi

a riacquistare il perduto. A questo fine fece nuove fortificazioni

intorno Gaeta, imponendo per far ciò una tassa a' benestanti: e diede

fuori patenti per arrolare dodicimila persone. Dovevano fra queste

trovarsi cinquemila Tedeschi, che con grossi stipendj si fecero venire

d'Alemagna. Chiamò in Napoli le milizie del _Battaglione_ del Regno;

ma queste si dichiararono, che essendo esse destinate per guardia del

proprio paese, non intendevano uscirne. Ma mentre il Vicerè sopra

galee e vascelli era tutto inteso per far imbarcar le milizie per

l'espedizione di Portolongone e di Piombino; i Capitani Franzesi, che

comandavano queste Piazze, meditavano altre spedizioni per invadere

i Porti del Regno, e spezialmente il Porto di Napoli ed incendiar le

Navi, che vi si trovavano. Con tal disegno partitosi il Cavalier Pol

dal Canale di Piombino con una squadra di cinque navi e due barche da

fuoco, giunse nel Golfo di Napoli nel primo giorno d'aprile di questo

nuovo, e funestissimo anno 1647. Fece egli preda a vista della città

d'alcune barche: ciò che pose Napoli in non picciolo scompiglio; ma

trovandosi allora nel Porto tredici vascelli, e dodici galee, fecer

sollecitamente partire di que' legni armati, sopra i quali montativi

molti nobili Napoletani, usciti dal Porto, fecero ritirare le navi

Franzesi; ma poichè le nostre sciagure eran fatali, ciò che i francesi

non fecero, fece contra di noi il caso, o la malizia; poichè accesosi

fuoco nell'Ammiraglio delle navi Spagnuole alle 3 della notte de'

12 maggio, si consumò tutte le munizioni, che v'erano, con rimaner

abbruciati quattro cento soldati, e quel ch'è più, si perderono

trecentomila ducati contanti, che ivi erano. Quest'incendio di notte,

ed a vista della città, per lo strepito e rumor grande, apportò

agli abitanti un terrore, ed uno spavento grandissimo, e fu reputato

un infausto ed infelice presagio d'incendj più lagrimevoli, per le

rivoluzioni indi a poco seguite delle quali saremo ora brevemente a

narrare.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9 · 第 22 / 64 题