CAPITOLO II.

_Del Governo di D. FERRANTE AFAN DI RIVIERA Duca d'ALCALÀ._

Questo nuovo Duca d'Alcalà, che venne al governo del Regno, potè

mal imitare i vestigi dell'altro Duca d'Alcalà suo maggiore, per la

corruzione, in cui erano ridotte le cose del Regno. Qualunque più

esperto e savio Ministro era per confondersi ne' tanti disordini

e calamità. Non vi erano nel Regno guerre, ma quelle di Lombardia

cagionavano a noi mali peggiori, che se ardessero nelle viscere di

quello. I Turchi non tralasciavano le loro scorrerie nelle nostre

Marine, nè vi era chi potesse loro opporsi, perchè divertite le nostre

forze altrove, erano assai deboli e scarse le difese. Gli Sbanditi per

l'istessa cagione non lasciavano d'infestar le campagne e le pubbliche

strade, e talora anche le Terre murate. I Tremuoti, ed i nuovi

timori di peste e le altre sciagure, posero tutto in costernazione e

disordine.

Da chi dovea sperarsi conforto, si riceveva maggior tracollo. Il Re,

posto in mano del Favorito, niente curava di noi; ed il _Conte Duca_

che reggeva la Monarchia, per sostenere le guerre di Lombardia avea

fondata la sua maggior base nel Regno di Napoli. Con tutto che col

continuo premere si vedesse così esangue e smunto, non si tralasciava

di dimandar continuamente soccorso di gente e di danari. L'angustie del

Vicerè, e più de' sudditi, erano per ciò grandi; pure per supplire in

parte a' bisogni, fu a questi tempi trovato espediente di sospendere

i pagamenti delle quantità assegnate a' creditori del Re sopra le

Comunità del Regno, e di prendere quarantamila ducati dalle rendite

della Dogana; ma ciò non bastando, fu duopo insinuare a tutti una

volontaria tassa, la quale fu regolata dal Vicerè in cotal guisa, che

non eccedesse la somma di ducati mille, nè fosse meno di diece: furono

per ciò costretti i Titolati ed i Baroni ed anche gli Avvocati, insino

i Mastrodatti e Scrivani a votare le loro borse nelle mani del Vicerè,

che raccolse per questi tributi somme grossissime, sì che si pose

in istato d'accorrere con soldatesche e denari alle necessità della

guerra.

Nominò pertanto il Vicerè per queste spedizioni tre Mastri di Campo

per arrolare tre Reggimenti, li quali furono D. Giovan d'Avalos

Principe di Montesarchio, il quale poi per la morte sopravvenuta a due

suoi figliuoli rinunziò il comando, e fu eletto in sua vece D. Luzio

Caracciolo di Torrecuso, ch'era suo Sargente Maggiore; Carlo della

Gatta e Mario Cafarelli. Il Principe di Satriano fece pure a sue spese

un Reggimento di ventidue Compagnie, che tutte andarono a servire a

Milano, per dove furono parimente imbarcati altri seicento Spagnuoli

e molte Compagnie del Battaglione, e ciò oltre al Reggimento di Mario

Galeota, che colle Galee prima di tutti s'era avviato a Gaeta, dove

gli convenne trattenersi molti mesi, perchè i venti contrari gli avean

impedita la navigazione.

Ma che pro? Tanti e tali soccorsi, che riguardandosi la povertà del

Regno, donde si mandavano, potevano dirsi potenti, si dissiparono in

un baleno in quella guerra mal guidata e sempre infelice. Veniva per

ciò di nuovo sollecitato l'Alcalà a mandarne degli altri; ma donde

dovea provvedersi del denaro, già che mancavano i fondi, ed erano

già esauste tutte le scaturigini? Allora si venne alla risoluzione

di vendere le città e Terre demaniali del Regno, ed a metter mano

alle supreme Regalie. La città di Taverna fu venduta al Principe di

Satriano, quella dell'Amantea al Principe di Belmonte, il Casale di

Fratta al Medico Bruno, Miano e Mianello alla Contessa di Gambatesa,

Marano al Marchese di Cerella D. Antonio Manriquez, ed altri luoghi ed

altre persone: ciò che cagionò disordini grandissimi, perchè avvezzi

que' cittadini al Demanio Regale, ed abborrendo la servitù, che lor

soprastava di sottoporsi a Baroni, diedero in tali eccessi, che i

Cittadini dell'Amantea e di Taverna chiusero a' compratori le Porte,

ricusando di dar loro il possesso, e fecero valere i lor privilegi

in guisa, che istituitasene lite, furono, con isborsare il prezzo per

termini di giustizia conservati nel Demanio Regale.

La venuta della Regina Maria sorella del Re, che andava in Alemagna a

trovar Ferdinando d'Austria Re d'Ungheria suo sposo, finì d'impoverire

l'Erario Regale e le Comunità del Regno. Ella, per lo sospetto della

peste di Lombardia, torse il cammino, ed accompagnata dal Cardinal

di Gusman Arcivescovo di Siviglia e dal Duca d'Alba, con una Corte

splendida e numerosa, deliberò, tralasciata la strada di Lombardia,

di far quella del Regno. Si credette che il Duca d'Alba, per oscurare

l'autorità del Vicerè fosse stato l'autore di tal risoluzione, e che

perciò proccurasse far differire dalla Regina il cammino, siccome in

fatti dal mese d'agosto del 1630, ch'entrò in Napoli, vi si trattenne

quattro mesi continui splendidamente assistita, ed in continue feste

e tornei trattenuta, come conveniva ad una tanta Principessa. Il

Pontefice _Urbano VIII_ le spedì Monsignor Serra a presentarle la

Rosa d'oro, che rimase presso la Regina per suo Nunzio: venne da

Roma il Conte di Monterey, Ambasciadore del Re alla Corte del Papa,

a baciarle la mano, siccome fecero molti altri Signori e Principesse

di conto. Non si parlava di partire, ed intanto la spesa, che questa

dilazion portava al Patrimonio regale, era grandissima: s'erano fatti

venire molti cavalli, ed altri animali per le vetture, e s'erano

costrette le comunità del Regno a mandarle, ma poi non partendo,

doveansi soministrar le spese per loro mantenimento e de' condottieri.

L'Erario Regale era già voto, tanto che per supplire alla spesa,

s'era posto mano all'entrate del Re assegnate a' particolari, e ciò

nè meno bastando, s'era convenuto torre in prestanza grosse somme da'

Banchi. Il Conte di Francburgh Ambasciador d'Alemagna sollecitava

il viaggio, e scorgendo, che tanto più si differiva, finalmente si

dichiarò colla Regina, che giacchè non voleva partire, gli dasse

permissione d'andarsene. Anche il Vicerè Alcalà s'arrischiò a dirle,

che si compiacesse dargli certezza della sua risoluzione; poichè se le

fosse piaciuto differir la partenza, avrebbe licenziati i cavalli, e

fatti soprasedere gli altri apparecchi, che il Provveditor Generale D.

Francesco del Campo avea avuto ordine di fare; il qual ufficio passato

dall'Alcalà per suo zelo, che egli ebbe del maggior servigio del Re,

diede appoggio al Duca d'Alba di proccurare dalla Corte, che fosse egli

rimosso dal Governo, come più innanzi diremo.

Ma la dimora era eziandio cagionata, perchè intendendo la Regina di

passar a Trieste colla stessa armata Spagnuola ingrossata dalle solite

squadre de' Principi italiani, colla quale era giunta a Napoli, se

le opposero i Vineziani, riputando con ciò offendersi il lor preteso

dominio del mare; ed offerirono tutta, o parte della loro Armata, per

servire al trasporto. Ricusavano i Ministri spagnuoli, minacciando

di passare anco senza lor consenso; ma risolutamente dichiaratisi i

Vineziani, che se alla cortesia dell'esibizioni volessero i Spagnuoli

preferire la forza dell'armi, converrebbe alla Regina passare alle

nozze tra le battaglie ed i cannoni; stimarono gli Spagnuoli far

sospendere il viaggio, fino a nuovi ordini della Corte, la quale

vergognosamente cedendo, richiese la Repubblica di prestare la sua

armata ed il passo. Così finalmente partì la Regina a' 18 decembre di

quest'anno 1630, e facendo il cammino di Puglia, entrò per gli Apruzzi

nello Stato del Papa, ed andò a trattenersi in Ancona: da dove da

Antonio Pisani Generale de' Vineziani con tredici Galee sottili fu con

trattamento magnifico e regale sbarcata a Trieste[21].

Intanto non lasciavano di render travaglioso il Governo al Duca le

scorrerie de' Turchi, che danneggiavano le nostre Marine; e le Galee

di Biserta posero in tal confusione le spiagge di Salerno, portando via

molti Schiavi, ed attaccando fuoco alla Terra d'Agropoli, che il Vicerè

fu costretto a spedirvi otto Galee per discacciarli: le genti della

famiglia del Duca d'Atella, che andavano nel di lui Stato, in Calabria,

furono fatte schiave da' Turchi, e se non fossero state liberate dalle

Galee di Fiorenza sarebbe loro convenuto tollerare una misera servitù.

Anche gli Sbanditi in molte parti del Regno facevan guasti terribili;

tanto che bisognò al Vicerè che vi spedisse D. Ferrante di Ribera suo

figliuol naturale con titolo di Vicario Generale di tutto il Regno,

e con tutta l'autorità, che in lui risedeva, a fin di sterminarli e

di visitar le Fortezze. I tremuoti, che si fecero sentire a' 2 aprile

di quest'anno 1630, posero ancora gran timore e spavento: ma assai

maggiori furono i timori, che s'avevano della peste, che in Lombardia

faceva stragi crudeli, e che manifestossi più volte ne' confini

del Regno. S'aggiunse eziandio la voce sparsa, che camminassero per

l'Italia alcuni infami, li quali inventando nuove fogge di morte,

proccuravano con peste manufatta estinguere, per quanto potevano, il

genere umano, avvelenando l'acque per le Chiese e per le strade, ed in

cotal guisa andavano spargendo la contagione. Se ben l'immaginazione

de' popoli, alterata dallo spavento, molte cose si figurava; ad

ogni modo il delitto fu scoperto, e punito, stando ancora in Milano

l'iscrizioni, e le memorie degli Edificj abbattuti, dove que' mostri

si congregavano[22]; laonde fu ordinato per tutto il Regno, che si

facessero diligentissime guardie, e che non si permettesse far entrar

persona alcuna, senza le debite fedi di sanità.

In tale costernazione trovandosi il Regno, ogni cosa andava in

perdizione. La poca giustizia, che s'amministrava ne' Tribunali,

e le sordidezze d'alcuni Ministri, costrinsero il Vicerè ed il

Visitator Alarcone con ordine della Corte, di sospenderne alcuni.

Gli Avvocati si congiurano e non vogliono esporsi all'esame ordinato

dal Re e s'astengono d'andare a Tribunali; ed i Ministri senz'alcuna

difesa votano le cause; onde fu costretto il Vicerè usar contra essi

rigore, perchè ripigliassero il lor mestiere La Regal Giurisdizione,

posta a terra, dà sommo adito agli Ecclesiastici di maggiormente

insolentire, ed il presente Duca d'Alcalà, troppo diverso dall'altro

suo predecessore, gli soffre e non ne prende severo castigo, ma usando

piacevolezza, vie più gli rende insolenti; siccome chiaramente si vide

a quel che accade all'_Auditor Figueroa_. Avea il Duca d'Alba mandato

certo Spagnuolo con sua commessione ad eseguire i beni d'alcuni di

Nicotera, siccome eseguì; ma fatta l'esecuzione, pretendendosi, che

fra le robe eseguite ve ne fossero alcune appartenenti al Vescovo,

fu da costui il Commessario di propria autorità fatto carcerare.

All'attentato commesso a fin di ripararlo, si mosse il Preside della

Provincia a mandar l'Auditor _Figueroa_ in Nicotera, affinchè lo

sprigionasse; ma il Vescovo intanto avealo fatto trasportare altrove in

sicura custodia: onde giunto quel Ministro in Nicotera e fatte gittar

a terra le porte delle prigioni, rimase deluso, non trovandovi dentro

persona alcuna; e non bastando al Vescovo d'averlo così schernito,

per l'ardir usato di rompere le carceri, lo scomunicò, e ne affisse

i cedoloni. Il Figueroa niente curando tali fulmini, ch'ei riputava

senz'alcuna ragione essersi scagliati, e per ciò da non temersi, non

pensò nemmeno farsene assolvere; ma passato l'anno della censura,

si vide citato a dire ciò, che sentiva della Fede Cattolica: non

curò pure il _Figueroa_ tal citazione; ma passato un altro anno, si

vide, che l'Inquisizione di Roma gli avea fabbricato un processo e

con solenne sentenza lo dichiarò eretico. Forse di ciò nemmeno se ne

sarebbe egli molto curato; ma gl'Inquisitori di Roma, fatto questo,

mandarono ordini precisi a Monsignor Petronio Vescovo di Molfetta,

che si tratteneva ancora in Napoli con carattere di Ministro del

S. Ufficio, che in tutte le maniere lo imprigionasse. Il Vescovo

Inquisitore, senza darne notizia al Vicerè, e senza richieder da

quello l'_Exequatur Regium_ agli ordini venutigli da Roma, chiamati

a se tutti i Cursori dell'Arcivescovo e del Nunzio, co' quali avea

concertata la carcerazione, saputo che il Figueroa soleva trattenersi

dentro il Convento di S. Luigi de' PP. Minimi, poco prezzando la

riverenza del luogo, e molto meno d'esser così vicino al Palagio

Regale, comandò loro, che andasser tosto ad arrestarlo. Un attentato

così enorme commesso in faccia al Principe, ed una carcerazione così

strepitosa fatta innanzi a' suoi occhi, mosse il Vicerè a mandar subito

una compagnia di Spagnuoli per reprimer tanta arroganza, li quali

avendo posto in libertà il Figueroa lo condussero nel Regal Palagio.

In altri tempi si sarebbe di ciò fatto altro risentimento, e si

sarebbero severamente puniti gli autori d'un sì scandaloso insulto; ma

assembratisi i Regj Ministri, non fu risoluto altro, che di disarmare

tutta la famiglia dell'Arcivescovo, del Nunzio e dell'Inquisitore;

onde in una notte fur tolte le armi a tutte le Corti Ecclesiastiche, nè

contra il Vescovo Inquisitore si procedè a castigo. Tanta moderazione

nè pure bastò, perchè Roma si quietasse, la quale profittandosi

del tempo, fece di questa esecuzione un rumor grandissimo, spedendo

monitorj e censure contra gli esecutori e tutti coloro, che l'aveano

consigliata e comandata: ciò che intorbidò alquanto le feste, che si

stavano celebrando allora in Napoli per la natività del Principe D.

Baldassar Carlo primogenito del Re Filippo IV, il quale fece poi cessar

tutti i timori, con una sua regal carta, che mandò al Vicerè, nella

quale approvando ciò ch'erasi fatto, comandò, che gli ordini del S.

Ufficio di Roma non s'eseguissero affatto nel Regno, senza saputa del

Vicerè, e senza sua permissione.

Mentre, per la partita della Regina Maria, il Duca d'Alcalà avea

ripreso con maggior libertà il governo del Regno, vennegli avviso,

che il Duca d'Alba per molte accuse fattegli alla Corte circa il

trattamento fatto alla Regina, avea ottenuto, che fosse colà chiamato.

Ma non furon tanto le imputazioni fattegli per ciò alla Corte, che lo

rimossero, quanto che il _Conte Duca_, per cui si reggeva la Monarchia,

volendo gratificare il Conte di Monterey Ambasciadore del Re in Roma,

a lui doppiamente congiunto in parentado, per tenere il Monterey una

sua sorella per moglie, ed il _Conte Duca_ parimente erasi ammogliato

con una sorella del Monterey, ricevè volentieri le accuse fatte

all'Alcalà, perchè potesse servirsene di spezioso pretesto. E per non

amareggiare cotanto il Duca, con grave dispendio del Re, comandò, che

il Duca d'Alcalà venisse a giustificarsi in Corte de' carichi, che gli

s'adossavano, non intendendosi per ciò privato del Governo, e che per

ciò gli corresse il soldo di ventiquattromila ducati l'anno; e che

in sua assenza andasse a governar il Regno il Conte di Monterey, al

quale corresse per ciò lo stipendio di soli ducati dodicimila l'anno,

come _interino_. Ma il Duca non vi tornò mai più, se non quando fu

per passar al Governo della Sicilia; ed il Conte, ch'era interino, vi

stette sei anni. Così postergato il servigio del proprio Principe, per

privati interessi del Favorito, fu a noi tolto il Duca d'Alcalà, il

quale, partito da Napoli ai 13 maggio di quest'anno 1631, diede luogo

al Monterey, che da Roma fin da' 17 d'aprile erasi portato in Napoli,

trattenendosi intanto in Chiaja nel palagio del Marchese della Valle,

insino alla partita del suo predecessore. Lasciò il Duca di se un

grandissimo desiderio, ed un rammarico a' Napoletani, che sentirono al

vivo le calunniose imputazioni fattegli in Corte. Egli ci lasciò dodici

Prammatiche tutte savie e prudenti: fu terribile contra gli sbanditi e

loro ricettatori: vietò alle Piazze di Napoli ed alle Comunità tutte

del Regno, di assegnar salarj, o far donazioni, anche per causa pia,

senza precedente assenso e licenza del Vicerè: riformò i Regj Studi, e

comandò, che non si fosse dispensato all'età necessaria per ascendere

al grado del Dottorato: fece molte ordinazioni attenenti all'ufficio

di Commessario Generale di Campagna; e diede altri savi provvedimenti,

che si additano nella _Cronologia_ prefissa al primo tomo delle nostre

Prammatiche.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9 · 第 13 / 64 题