CAPITOLO I.

_Di D. ANTONIO ALVAREZ DI TOLEDO Duca d'ALBA, e del suo infelice e

travaglioso governo._

Venne il Duca d'Alba a ristorar il Regno dalle precedenti calamità e

miserie; ma per trovar efficaci rimedi a tanti mali, riusciva l'impresa

pur troppo dura e malagevole. A fin d'evitare il disordine, che seco

portava l'uso delle _Zannette_, se n'era incorso in un altro maggiore,

per la ordinata loro abolizione, non essendovi materia, nè modo per

surrogare in lor vece una nuova moneta: cagionossi per ciò un danno

gravissimo non meno a' pubblici Banchi, che a' loro Creditori, li

quali Banchi si trovavano avere di _Zannette_ la somma di quattro

milioni e quattrocentomila ducati. Molti altri particolari Cittadini

si trovavano pure quantità grande di Zannette, che furono costretti a

venderle a peso d'argento, con ciò impoverironsi molte famiglie, che

per tal cagione si ridussero in una estrema mendicità, donde nasceva

ancora la penuria di tutte le cose, e l'impedimento del commercio.

A riparar questi mali applicò l'animo il Duca d'Alba nel principio

del suo Governo, ed avendo formata una Giunta di Ministri e d'altre

persone pratiche, commise allo scrutinio di quella di trovare opportuno

espediente per restituire nel Regno l'abbondanza ed il commercio.

Esaminato l'affare, fu conchiuso d'imporre una nuova gabella per

riparare in parte a perdita sì grave, poichè ripararla in tutto era

impresa disperata ed impossibile. Ma s'urtava in un altro scoglio,

per la difficoltà, che s'incontrava, che non v'era materia sopra

dove potesse imporsi. Era il Regno gravato di tante gabelle e dazj,

che quasi tutte le cose, delle quali hassi bisogno per conservar la

vita, n'erano gravate: pure, consideratosi che solo i vini, che si

vendevano a minuto nell'Osterie pagavano il dazio, e gli altri, che

entravano nella Città per vendersi a barile, o a botte per uso de'

Cittadini, non portavano peso alcuno, fu risoluto d'imporre un ducato

di gabella per botte. Così fu imposta questa nuova gabella, la quale

affittatasi per la somma di circa ducati novantamila l'anno, fur queste

entrate assegnate a' creditori de' Banchi per la terza parte de' loro

crediti, de' quali ne riceverono un'altra terza parte in moneta nuova

di contanti: e si assegnarono a' Partitarj, in soddisfazione del

prezzo degli argenti somministrati per la nuova moneta, le rendite de'

forastieri, delle quali era stata dal Cardinal Zapatta predecessore

ritenuta un'annata da riscuotersi in quattro anni. A queste ordinazioni

s'aggiunse la moderazione fatta a' prezzi de' cambj, alterati ad

un segno, che non potevano tollerarsi; onde si cominciò un poco a

respirare, ed a restituirsi, nel miglior modo che si potè, in parte il

commercio.

Ma nuovi accidenti tennero ne' seguenti anni non meno travagliato il

Regno, che il Duca. Nel 1624 per un'infausta e scarsa raccolta di

viveri, si vide la città in una grande angustia. Al flagello della

carestia si accoppiò il timore della peste, che dipopolava la vicina

Sicilia; ma rese al Duca più travaglioso il suo governo la guerra,

che per lo Marchesato di Zuccarello s'accese tra il Duca di Savoja e

la Repubblica di Genova, dalla quale, nel progresso di quella, per la

fama del suo valore, reso celebre nelle guerre di Fiandra ed altrove,

fu preso al suo servizio il nostro Maestro di Campo D. Roberto Dattilo

Marchese di S. Caterina, figliuolo del Sargente Maggiore D. Alfonso, e

confidatogli il comando della soldatesca pagata. Vi si aggiunse ancora

l'altra guerra della Valtellina, per l'una e l'altra delle quali, per

comando del Re, bisognava assistere di gente e di danaro. Mancava per

sostenerle massimamente il danaro: le passate sciagure, in un governo

senza economia, e con tutto ciò sempre profuso, posto in mano di

Favoriti, che non come pastori legittimi, ma mercenarj, non curando le

stragi e le calamità de' Popoli, aveano impoverito non meno i vassalli,

che il Sovrano, e l'Erario Regale non era meno esausto che le borse

de' sudditi; ma con tutto ciò il Conte Duca premeva il Vicerè, che dal

Regno si spedissero milizie, e si soccorresse di danaro. Bisognò per

provvedere all'estrema penuria di raccorlo con modi soavi, e che meno

incomodassero i sudditi: fu per ciò ritenuta in due volte la terza

parte dell'entrate d'un anno, che i creditori della Corte tenevano

assegnate sopra le gabelle e fiscali, dato loro l'equivalente sopra

il nuovo dazio del cinque per cento, aggiunto alle Dogane del Regno.

Dall'entrate de' forestieri si tolsero venticinque per cento, e fu

ordinata l'esazione di due carlini a fuoco.

Per raccor gente fu conceduto il perdono a tutti i delinquenti,

contumaci e banditi, che andassero ad arrolarsi sotto l'insegne.

Raccolte le soldatesche, fecene il Duca mostra sul piano del Ponte

della Maddalena: oltre le milizie Spagnuole, ed i Reggimenti italiani

de' Maestri di Campo Carlo di Sangro, ed Annibale Macedonio, si videro

in buon'ordinanza schierati i Battaglioni delle province di Principato

citra e Basilicata, sotto il comando del Sargente Maggiore Marco di

Ponte: quello del Contado di Molise e Capitanata, sotto il comando

del Sargente Maggiore D. Pietro de Solis Castelbianco: l'altro di

Principato ultra, era condotto dal Sargente Maggiore D. Antonio Caraffa

Cavaliere di S. Giovanni: quello di Terra di Lavoro, era guidato

dal Sargente Maggiore Vespasiano Suardo; e quel di Terra di Bari dal

Sargente Maggiore Giantommaso Blanco.

Oltre a ciò furono raccolti seimila altri uomini dalle Comunità del

Regno, tassate a dar questo numero a proporzione de' fuochi; e questi

furono parimente spediti sotto il comando de' Maestri di Campo D.

Antonio del Tufo, e D. Roberto Dattilo, quello stesso, che poi fu

richiesto al servizio de' Genovesi, come di sopra s'è narrato; ed il

Principe di Satriano D. Ettore Ravaschiero guidò pure sotto la sua

scorta altre squadre.

A queste spedizioni fatte dal Duca d'Alba s'aggiunse l'aver egli

proccurato un donativo dalla città di centocinquantamila ducati per

supplire alle spese di queste guerre, per le quali non tralasciarono di

somministrare altri ajuti molti Titolati e Cavalieri napoletani. E fu

duopo al Duca d'accorrere a' bisogni non solo delle guerre d'Italia, ma

insino a Fiandra mandar dal Regno gente e denaro.

Nè pur di ciò sazio il _Conte Duca_, poichè le guerre d'Italia tuttavia

continuavano, e n'andavano sempre mai pullulando altre nuove, avea

mandato ordine a tutti i Governatori degli Stati, che il Re possedeva

di qua dell'Alpi, che per accorrere in ogni bisogno che mai potesse

nascere, era mestieri mantener sempre pronti, anche in tempo di

pace, ventimila fanti e cinquemila cavalli, e che perciò trovassero

espedienti per sostentarli. Ma, avendo il Vicerè proposto l'affare

nel Consiglio di Stato, fu risoluto, che si rappresentasse al Re, che

questo sarebbe stato un peso insoffribile al Regno cotanto aggravato;

e che l'aggiungerne altri nuovi particolarmente in tempo di pace,

sarebbe stata un'oppresione, che avrebbe distrutti i mezzi di poterlo

poi servire in tempo di guerra, e nelli più urgenti bisogni.

Non tralasciarono ancora a questi tempi i Turchi di travagliar le

nostre marine, li quali profittandosi dell'occasion dell'assenza delle

squadre marittime dal Regno, comparvero ne' nostri mari, e sotto il

Monte Circello alcune Galee di Biserta presero sei Navi, che andavano

a caricar grani per l'Annona della città; poscia assalirono la Terra

di Sperlonga presso Gaeta, il Castel dell'Abate e la Torre della

Licosa. Altri quattordici vascelli Turchi infestarono le marine del

Capo d'Otranto; e se il Marchese di S. Croce non fosse qui giunto

coll'armata di Spagna, che gli pose in fuga, d'altri più gravi danni

sarebbero stati cagione.

Pure i tremuoti vi vollero avere la lor parte. Nel mese di marzo del

1626 fecesi sentire in Napoli, ed in molte parti del Regno, un così

orribile tremuoto, che empì la Città d'orrore e di spavento. Nel

seguente mese d'aprile scosse più fieramente la Calabria, con gran

danno della città di Catanzaro, di Girifalco e d'altre Terre. Ma nel

nuovo anno 1627 si fece con maggior violenza sentire in Puglia, dove

abbattè molte Terre, e fece strage grandissima degli abitatori, a'

quali non bastando i sepolcri, fu duopo incendiar i cadaveri, perchè

l'aria non si contaminasse.

Cotanto travaglioso e così pieno di fastidiose cure fu il Governo

del Duca d'Alba; ma con tutto ciò non si sgomentò egli mai, nè mancò

col suo valore e costanza andar incontro a' Fati. Egli ancora in

mezzo a tanti travagli, non mancò dimostrare l'animo suo magnanimo e

generoso in tutte le occasioni, che in Napoli durante il suo Governo

gli s'offersero così nelle pubbliche allegrezze per la natività d'una

figliuola, che in questo tempo nacque al Re, e delle funzioni celebrate

nel Palagio Regale per li Tosoni dati a' Principi della Roccella,

d'Avellino, e di Bisignano, come nella venuta, che, per l'occasione del

Giubileo generale dell'anno 1625, fece in Napoli il Principe Ladislao,

figliuolo di Sigismondo III Re di Polonia, e degli altri Signori ed

Ambasciadori del Re, che si portavano in Roma. Ma sopra tutto rilusse

la sua magnificenza, che seguendo i vestigj de' suoi predecessori,

volle abbellir la Città o con nuovi edificj, o con ristorare, ed

ingrandir gli antichi. Egli rifece quella Torre della lanterna al Molo,

e la ridusse in quella altezza, che oggi si vede: costrusse un Baloardo

nella punta del Molo con quattro Torrioni, per difesa del Porto; ed

aprì quella magnifica Porta, che dal suo ancor ritiene il nome di

_Port'Alba_, per comodità di coloro ch'andavano a' Tribunali. Costrusse

il Ponte sopra il fiume Sele nel territorio della città di Campagna,

un altro nella città d'Otranto; e sopra il Garigliano per comodità

de' viandanti ne fece innalzar un altro. Per li timori conceputi

della peste, che travagliava la vicina Sicilia, fece egli trasportare

l'_Espurgatojo_ dal luogo, ove allora si trovava presso Posilipo, in

quello dove sia oggi vicino a Nisita. Fece ancora condurre l'acqua di

S. Agata e d'Airola in Napoli per servigio de' Cittadini e delle fonti

della città, e spezialmente del fonte vicino al Regio Palazzio da lui

abbellito.

Nè mancò render la città vie più vaga e dilettevole con aprir nuove

fonti, come fece nella strada di S. Lucia, d'allargar le strade,

come fece in quella di Mergellina, affinchè coloro, che ricevono

incomodo dal Mare, potessero andarvi comodamente per terra, ed egli

fece abbellire di pitture il Regal Palazzio del famoso pennello

di Belisario. Ma sopra tutto, di che il Regno gli deve, fu d'aver

comandato al _Reggente Carlo Tappia_ di perfezionare lo _Stato_

dell'entrate e de' pesi di tutte le Comunità del Regno, e limitare

le quantità che doveansi spendere in ciascun anno per servigio del

pubblico: ciò, che tolse in gran parte agli amministratori di quelle la

comodità di profittarsi del pubblico peculio. Parimente molto gli si

deve per aver nel 1626 comandato a _Bartolommeo Chioccarello_ quella

Raccolta di tutte le scritture attinenti alla Regal Giurisdizione,

ch'egli fece in 18 volumi, e che poi nell'anno 1631, per ordine del

Re Filippo IV, consegnò al Visitator Alarcone, per doverli portare in

Ispagna, dove furono conservati nel supremo Consiglio d'Italia.

Ma mentre il Duca d'Alba con universal soddisfazione ed applauso

amministrava il Regno, avendo finiti appena sei anni del suo Governo,

gli pervenne l'avviso, che il _Duca d'Alcalà_ gli era stato dalla

Corte destinato per successore: di che molto contristossene, e con

tutto che non potesse sfuggir la partita, proccurò nondimeno con vari

modi differirla: tanto che l'Alcalà partito dalla Corte e giunto a

Barcellona, aspettando la comodità delle Galee per imbarcarsi, e queste

mai non giungendo, fu costretto, dopo aversi per suo sostentamento

in sì lunga dimora impegnati gli argenti, che seco portava per suo

servigio, d'imbarcarsi sopra le Galee di Malta, che inaspettatamente lo

condussero a vista di Napoli.

Giunse l'Alcalà a' 26 del mese di luglio dell'anno 1629, e smontato

alla riviera di Posilipo, fu alloggiato dal Principe di Cariati

nel Palagio di Trajetto, dove colla Duchessa sua moglie, col

Marchese di Tariffa suo primogenito e con tutta la sua famiglia, fu

magnificamente trattato. Il Duca d'Alba era allora travagliato in

letto da fieri dolori nefritici, ed il nuovo Vicerè fu a visitarlo;

ma con tutto che stasse infermo, non tralasciava l'applicazione a'

negozj; ed alzatosi poi da letto, e restituita la visita all'Alcalà,

si portò agli 8 d'agosto in S. Lorenzo a terminare il Parlamento già

cominciato, il quale per l'infermità sopraggiunta a D. Giovan-Vincenzo

Milano creato Sindico della Piazza di Nido, era rimaso sospeso. In

questi ultimi giorni del suo governo ottenne egli un donativo d'un

milione e ducentomila ducati dal Baronaggio ed Università del Regno,

rimettendo alle medesime tutto ciò che doveano al Re di pagamenti

fiscali già maturati; ed oltre a ciò ottenne un dono per se medesimo

di settantacinquemila ducati. Proseguiva ancora il suo governo, ed a

far molte grazie, ed a provveder diverse cariche Militari e di Toga;

ed intanto l'Alcalà si tratteneva in divozioni, ed in esercitar opere

di pietà in Posilipo. Finalmente partì il Duca d'Alba a' 16 agosto,

lasciando di se a' Napoletani un grandissimo desiderio per la sua

giustizia, bontà e prudenza civile, siccome lo dimostrano ancora le sue

leggi, che ci lasciò, tutte savie e prudenti per le belle ordinazioni

che contengono, le quali possono vedersi nella _Cronologia_ prefissa al

primo tomo delle nostre Prammatiche.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9 · 第 12 / 64 题