CAPITOLO III.

_Di D. EMMANUELE DI GUSMAN Conte di MONTEREY; e degl'innumerabili

soccorsi, che si cavarono dal Regno di gente e di denaro in tempo del

suo Governo._

Cominciò il Conte di Monterey ad amministrare il Regno con funeste

apparenze, che diedero presagi d'un calamitoso governo: nella Villa

del Vomero diede una donna alla luce un mirabil mostro: una spaventosa

Cometa comparsa ne' principj di settembre di quest'anno diede a molti

terrore; ma i tremuoti, le orribili errutazioni, le orride nubi,

gli spaventosi torrenti di fuoco, le orrende piogge di cenere, che

dalla notte de 15 di dicembre avea il Monte Vesuvio cominciato a

spandere, non solo empiè la città ed il Regno di spavento e d'orrore,

ma presagirono altri mali e nuove calamità. Vomitò il Monte fiamme

con tanto empito e con tale spavento, che Napoli temè, o d'abissarsi

ne' tremuoti, o di seppellirsi nelle ceneri. Lo scuotimento abbattè

edificj, arrestò il corso a' fiumi, rispinse il mare ed aprì le

montagne. Esalarono in fine con oppositi ed orribili effetti acque,

fiamme e ceneri, dalle quali non solo restarono oppressi alcuni luoghi

vicini, ma si temè, che levato il respiro dell'aria, non fosser tutti

per soffocarsi. Ma placato il Cielo dalle pubbliche penitenze, spirò

tal vento dalla parte avversa, che le portò a cadere oltre mare fin'a

Cattaro, ed altri luoghi dell'Albania e della Dalmazia; e consumato

in fine nelle viscere della Terra il sulfureo alimento, il fuoco

s'estinse.

Ma non s'estinsero in noi le calamità maggiori, che ci cagionavano

le guerre d'Italia. Il _Conte Duca_ più famoso che fortunato, per

gl'infelici successi delle arme Spagnuole in Lombardia, vedeva che i

Ministri di quella Monarchia avevano perduta in Italia quell'autorità,

che solevan prima godervi fino a tal segno, che sovente con imperiosi

modi comandavano al Duca stesso di Savoia, che disarmasse. Ora li

Franzesi eransi cotanto intrigati negl'interessi di quella, che

avendosi resi dipendenti il Duca di Savoia per lo freno di Pinarolo,

il Duca di Mantua per la custodia di Casale e del Monferrato, e gli

altri Principi, chi per inclinazione, e chi per profittare, aveano

posto in bilancia tra la corona di Spagna e la franzese l'Italia.

Si credeva eziandio, che il Pontefice _Urbano VIII_ per l'antiche

parzialità verso la Corona franzese, per esservi stato Nunzio, e

per essere compare del Re, pendesse dalla sua parte, e traversasse

gl'interessi degli Austriaci; e ne diede non oscuri indizi, per vedersi

il Cardinal Antonio Barberino suo nipote aver con ricche pensioni

accettata la protezione di quel Regno; e dicevasi, che il Papa, quando

entrarono gli Alemani in Mantova, avesse chiesto a' Cardinali soccorso

per discacciarneli: e che nelle angustie maggiori, che soffriva la

Religione in Germania, oppressa dagli Eretici, e calpestata dalle

armi del Re di Svezia, non si fosse egli mosso, ancorchè in nome

del Re Cattolico ne gli fossero state fatte in pubblico Concistoro

dal Cardinal Borgia premurose istanze. S'aggiungevano le male

soddisfazioni, che ricevevano in Roma i Ministri di Spagna, le quali

ridussero il Cardinal Sandoval a partirsi mal soddisfatto da Roma, e

ritirarsi in Napoli.

Per ciò gli animi de' Ministri spagnuoli erano pregni d'acerbi disgusti

e di gravi pensieri, intendendosi esagerazioni frequenti del _Conte

Duca_, che non sarebbe mai per godersi la pace, se non si restituisse

l'Italia nell'esser di prima. A tal fine fu deliberato, che il Cardinal

Infante fratello del Re passasse a Milano, per di là trasferirsi al

suo Governo di Fiandra; ed a comandare nuovi apparati di guerra, ed in

particolare al Regno di Napoli, che provvedesse di danaro, ammassasse

gente, ed allestisse legni.

Per far argine alle male inclinazioni del Pontefice, di cui erasi

sparsa voce, che avesse spedito buon numero di soldati alle frontiere

del Regno, bisognò al Vicerè, che mandasse a' confini mille e

cinquecento cavalli sotto il comando d'Annibale Macedonio, Marchese di

Tortora; e che per fornire il Regno di nuove soldatesche comandasse a

tutti i Baroni e Terre demaniali, che somministrassero buon numero di

soldati.

Da questi disgusti, che passavano colla Corte di Roma, nacque a questi

tempi qualche rialzamento della regal Giurisdizione, presso noi quasi

che depressa; poichè la Corte di Madrid, per vendicare i disgusti co'

disgusti, spedì a Roma il Vescovo di Cordova, e Giovanni Chiumazzero

in qualità di Commessarj, per richieder riforma di molti abusi, che la

Dataria di Roma avea introdotti in Ispagna, onde si portavano grandi

aggravj a quel Regno[23], de' quali avevan fatto lungo catalogo, e

con una dotta scrittura[24], rispondendo ancora ad un'altra, fatta

per ordine del Papa da Monsignor Maraldi Segretario dei Brevi, li

giustificavano per abusivi e intollerabili; e si stimava, che tenessero

segrete istruzioni di chiedere un Concilio, ed angustiare il Pontefice

con minacce e con moleste dimande[25]. Di che accortosi Urbano, pensò

con frapporre lunghezza di render vani i disegni; poichè negando in

prima d'ammetterli col titolo di Commessarj, dicendo, che ciò pareva

che significasse certa giurisdizione ed autorità, stancò tra queste,

ed altre difficoltà e lunghezze in modo il negozio ed intiepidì anche

il Vescovo con isperanza di maggior dignità, che il Re accortosene lo

richiamò, e conferito al Chiumazzero il titolo d'Ambasciadore, mentre

col tempo si mitigava il bollore degli animi, e per l'avversità de'

successi si piegava dagli Spagnuoli sempre più alla sofferenza, svanì

da se stesso il negozio.

Ma intanto fra noi, animati da questi disgusti il Vicerè ed i Regj

Ministri, non tralasciavano, ne' casi che occorrevano, di procedere

con fortezza e vigore; poich'essendo stato con modi barbari e

crudeli ucciso da alcuni Preti il Governador della Sala fratello del

Consigliere D. Francesco Salgado, ancorchè Francesco Maria Brancaccio

Vescovo di Capaccio, sotto la cui Diocesi si comprende la Sala, ne

avesse presa di ciò conoscenza, con aver condennati alcuni degli

uccisori in galea; nulladimanco riputandosi ciò troppa indulgenza

ad un così scandaloso ed enorme delitto, per la qualità e carattere

dell'ucciso; il Vicerè spedì una compagnia di Spagnuoli nella Sala,

dove coll'alloggio a discrezione, trattarono, alla rinfusa così Preti

come laici, malamente que' Cittadini: di che avendone voluto far

risentimento il Vescovo con monitorj, fu il di lui fratello D. Carlo

Brancaccio mandato prigione in Castello, ed egli fu costretto sgombrar

dal Regno, e girsene in Roma. Ciò che gli riuscì di maggior favore;

poichè mentre trattenevasi nella Corte del Papa angustiato dalle spese

e da' debiti, entrato in somma grazia del Cardinal Antonio nipote

del Papa, fu per esempio degli altri (affinchè si mostrassero sempre

forti nella difesa della giurisdizion Ecclesiastica, con la speranza

d'esserne ben premiati) nel Concistoro de' 20 novembre dell'anno 1633

promosso, senz'aspettarlo, al Cardinalato; e per aggiungerci maggior

onta e disprezzo, gli fu dal Papa conferito l'Arcivescovado di Bari, e

rimandato nel Regno per prenderne la possessione. Ma il Vicerè di ciò

fortemente crucciato, al suo arrivo, in vece del possesso, gli fece

apprestare una Galea, perchè tosto ritornasse in Roma, nè mai più nel

Regno capitasse; di che il Papa fecene gran romore, e ne ricevè sommo

dispiacere: a' quali disgusti se ne aggiunsero poco da poi altri,

perchè dalle genti di Corte fu fatto uccidere in Pozzuoli un Canonico

di quella Chiesa: e trovandosi nelle carceri di Vicaria un ribaldo,

che pretendeva, per essersi estratto dalla Chiesa di S. Giovanni a

Mare, esser in quella riposto; mentre si disputava dell'articolo della

reposizione, commise un nuovo delitto nelle carceri stesse, onde il

Vicerè la notte de' 19 di aprile del 1633 lo fece morire su le forche,

che fece piantare davanti al Palagio della Vicaria, poco curando le

istanze e le censure, che l'Arcivescovo fece lanciare contra coloro,

che il fecero imprigionare.

Ma durò poco fra noi tal vigore, poichè per l'avversità de' successi

delle armi del Re, sempre piegando gli Spagnuoli alla sofferenza,

bisognò usar ogni arte per rendersi amico il Pontefice, e gli

altri Principi d'Italia; e poichè i Ministri franzesi non cessavano

d'imprimere ne' Principi gelosi pensieri, e d'esortarli a congiungersi

insieme per discacciare, sotto il patrocinio della loro Corona, gli

Spagnuoli d'Italia; all'incontro gli Spagnuoli proponevano a tutti

grandi vantaggi, al Gran Duca di Fiorenza grosse pensioni, al Duca

di Modena Correggio, al Duca di Parma il Generalato del Mare, ed una

Vice-Reggenza: e sopra tutto per dar riputazione alle armi, studiavansi

di accrescerle con nuove soldatesche, che da Napoli si sollecitavano

insieme con denari ed altri militari provvedimenti.

Per ciò il Conte di Monterey era continuamente richiesto di

soccorsi, onde comandò l'elezione de' Soldati della nuova milizia del

_Battaglione_, ed unì cento e quindici Compagnie di pedoni di ducento

trenta uomini l'una; e liberando i soldati d'uomini d'arme dal peso

di mantenere un doppio cavallo, ridusse sedici compagnie di essi a

compagnie di corazze, accrescendone il numero fino a sessanta per

ciascheduna, oltre gli Ufficiali. Partì ancora in novembre del 1631 per

lo Stato di Milano il Principe di Belmonte con un Reggimento d'Italiani

di 14 Compagnie, assoldate a sue spese, e nel mese di gennajo del nuovo

anno 1632 prese la medesima strada un altro Reggimento d'Italiani

di mille e seicento soldati comandati dal Mastro di Campo Marchese

di Torrecuso, col quale s'accompagnò il picciol Conte di Soriano per

andare a ritrovare il Duca di Nocera suo Padre. Parimente nel luglio

del seguente anno 1633 furono spediti per Milano quattrocentocinquanta

fanti sotto i Maestri di Campo Lucio Boccapianola e D. Gaspare Toraldo,

oltre mille cavalli comandati dal Commessario Generale D. Alvaro di

Quinones, co' quali il Duca di Feria Governadore di quello Stato si

portò nell'Alsazia a soccorrere Brisac.

Non solo questo Regno era riserbato per somministrar soccorsi di

gente e di denaro per le guerre d'Italia; ma anche per quelle di

Fiandra, di Catalogna, insino a quelle di Germania. Nell'anno 1632

s'imbarcarono quattromilasettecento soldati, comandati da' Marchesi

di Campolattaro e di S. Lucido per Catalogna, e v'andarono parimente

otto Compagnie di Cavalli smontati col denaro bisognevole per montarle

in quel Principato. Nel mese di gennajo del seguente anno 1633 sotto

il comando del Sargente Maggiore Ettore della Calce furono spediti per

Catalogna settecento persone, per riempire i Reggimenti napoletani, che

ritrovavansi in quel Paese.

Giunse intanto in Milano il Cardinal Infante con titolo di

Generalissimo di tutte le armi della Corona, essendosegli dato per

Consigliere D. Girolamo Caraffa Principe di Montenegro, al quale, morto

in Milano, fu sustituito dal Re Fr. Lelio Brancaccio, che immantenente

si condusse a Milano, alla qual volta il Vicerè spedì subito D.

Gaspare d'Azevedo Capitan delle sue guardie a passar con l'Infante i

dovuti ufficj, e nel mese di maggio del seguente anno 1634 gli mandò

soccorsi tali, che non furono veduti più potenti uscire dal Regno;

poichè vi spedì seimila fanti, de' quali n'erano mille Spagnuoli del

Reggimento di Napoli, sotto il comando di D. Pietro Giron; gli altri

erano Napoletani, comandati da' Maestri di Campo Principe di S. Severo

e D. Pietro di Cardenes. Il Marchese di Tarazena Conte d'Ajala guidava

mille cavalli, ed era Capo di tutto questo potentissimo soccorso, che

fece risolvere il Cardinale di passare in Germania, dove avendo unite

le forze della Corona con quelle del Re d'Ungheria e del Duca Carlo di

Lorena, diede sotto Norlinghen quella famosa battaglia, nella quale

dissipò l'esercito Svedese con morte d'ottomila persone, e prigionia

di quattromila, oltre l'acquisto d'ottanta pezzi d'artiglieria e

di ducento insegne. Vittoria della quale ogni anno agli otto di

settembre si celebra anniversario, come quella, che preservò il resto

dell'Alemagna dall'eresie e dall'invasioni de' Svedesi, e cagionò poco

da poi all'armi Cattoliche l'acquisto di Ratisbona.

Ma non finirono qui i soccorsi: altri maggiori se ne cercavano dal

Regno per la custodia dello Stato di Milano, minacciato dall'arme

del Re di Francia. Bisognò prima, che il Vicerè provvedesse di diece

grossi Vascelli il Marchese di Santa Croce Luogotenente Generale

del Mare, con 2200 Napoletani e molte provvisioni, spediti sotto il

comando dell'Ammiraglio D. Francesco Imperiale, e di diciotto Galee con

duemila Spagnuoli e mille e trecento Napoletani comandati da' Maestri

di Campo Gaspare d'Azevedo e D. Carlo della Gatta; e nel seguente anno

1635, prima che il Re Franzese assalisse lo Stato di Milano, bisognò

al Vicerè provvedere alla difesa, mandando in Lombardia 2800 pedoni,

divisi in due Reggimenti dei Maestri di Campo Filippo Spinola e Carlo

della Gatta, e mille cavalli sotto il Commessario Generale D. Alvaro

di Quinones, col danaro necessario per assoldare quattromila Svizzeri

ne' Cantoni collegati con la Casa d'Austria. Ed in tanto fu disposta

la partenza dell'Armata navale, composta di trentacinque Galee e diece

grossi Vascelli, sopra la quale montarono settemilacinquecento soldati

tra Spagnuoli e Napoletani. Gli Spagnuoli erano duemilanovecento,

de' quali duemilatrecento erano del Reggimento del Regno, comandati

dall'Azevedo, e seicento dell'Isola di Sicilia sotto il comando

di D. Michele Perez d'Egea. Gli altri erano Napoletani distribuiti

in tre Reggimenti de' Maestri di Campo D. Giovan-Battista Orsini,

Lucio Boccapianola e D. Ferrante delli Monti; e Fr. Lelio Brancaccio

comandava a tutti con titolo di Maestro di Campo Generale. Partì

l'Armata dal Porto di Napoli verso Ponente a' 10 maggio di quest'anno

1635, ma ebbe infelice navigazione, sbattuta da' venti e da procellose

tempeste; tanto che il Marchese di S. Croce, lasciata buona parte

delle milizie in Savona per accrescere l'esercito di Lombardia, dove

i Franzesi tenevano assediata Valenza, non fece altra conquista, che

quella dell'Isola di S. Margarita.

Nuovi sospetti s'aggiunsero nel nuovo anno 1636, che obbligarono il

Vicerè alla difesa del proprio Regno. Per li continui timori, che dava

la Francia, fu fatto arrestare un Frate Agostiniano, per sospetto

d'intelligenza co' Franzesi, chiamato _Fr. Epifanio Fioravante_ da

Cesena, il quale posto fra' ceppi rivelò, che i Franzesi meditavano far

delle irruzioni in diversi luoghi del Regno, e che tenevano la mira

anche d'invadere la città dominante; anzi soggiunse, che il famoso

bandito _Pietro Mancino_, di concerto, dovea impadronirsi del Monte

Gargano, per consegnarlo al Duca di Mantova, e porre sossopra tutta la

Puglia. Ciò saputosi, fu di mestieri al Vicerè, con esorbitantissime

spese, fortificare Barletta, Taranto, Gaeta, ed il Porto di Baja,

dove vi fece edificare due gran Torri, di ristorare la Fortezza di

Nisita e le mura di Capua: di terminare le fortificazioni dell'Isola

d'Elba, detta comunemente Portolongone, principiate già dal Conte

di Benavente; di provvedere tutte le marine del Regno di soldatesca

e di mettere in mare trenta vascelli e diece Tartane. E per maggior

custodia della città fece prender l'armi a diecemila persone del Popolo

napoletano, poste sotto il comando di D. Giovani d'Avalos Principe

di Montesarchio. Ma il tempo fece da poi conoscere, che questi timori

venivan dai Franzesi, non per altro fine, che obbligando il Regno alla

propria difesa, venisse con ciò ad impedire i continui soccorsi, che da

quello si mandavano in Milano, onde il Monterey penetrato il disegno,

sollecitò nuovi soccorsi, e spedì in Lombardia sopra alcuni Vascelli

e Galee i Reggimenti de' Maestri di campo D. Michele Pignatelli,

Tiberio Brancaccio, Achille Minutolo, Giambattista Orsini, Pompeo di

Gennaro, Girolamo Tuttavilla e Romano Garzoni, oltre a mille cavalli,

che Giantommaso Bianco vi condusse per terra. Ciò che fece risolvere

al Marchese di Leganes, accresciuto di sì validi soccorsi, di venire

coll'inimico a battaglia in Tornavento, nella quale gloriosamente vi

morì Girardo Gambacorta de' Duchi di Limatola Generale della cavalleria

napoletana, siccome avvenne a Lucio Boccapianola sotto Vercelli.

Non furono veduti ne' passati governi degli altri Vicerè soccorsi

sì spessi e sì potenti cavati dal Regno quanto quelli, che si fecero

in tempo del Conte di Monterey, non solo per lo Milanese, ma per la

Catalogna, per la Provenza ed altrove; e coloro che si presero la

briga di tenerne conto, calcolarono, che di gente il numero arrivò a

cinquemilacinquecento cavalli, e quarantottomila pedoni; e di denaro la

somma ascese a tre milioni e mezzo di scudi; oltre al denaro consumato

nelle fortificazioni delle Piazze del Regno, nell'arrollamento di tanta

gente, nelle spedizioni dell'Armate navali, nel mantenimento dell'Isola

di S. Margherita, nella fabbrica di sei vascelli da guerra e d'alcune

Galee per accrescere la Squadra al numero di sedici, e di ducentotto

pezzi di cannoni, come anche in quella di settantamila archibugi,

moschetti e picche per la fanteria, e delle pistole e corazze per la

cavalleria.

Cotante, e sì insopportabili spese tutte uscivano dalle sostanze de'

sudditi, e dalli Patrimonj della città e delle Comunità del Regno,

che continuamente eran costrette a somministrar nuove somme per la

necessità di tante infelici e mal fortunate guerre, e per li tanti

e continui bisogni della Corte di Spagna; donde fu in buona parte

cagionato il debito di quindici milioni, del quale si trovava aggravato

il Patrimonio della città, la quale ne pagava l'interesse ai creditori

del frutto, che perveniva delle sue gabelle. E ciò nè meno bastando

furono più volte a' forastieri tolte le loro entrate, e sovente anche

quelle che possedevano i regnicoli sopra gli arrendamenti, e' fiscali.

S'imposero per ciò molte altre gravezze, essendosi aggiunto alla

gabella della farina, prima cinque grana, poi altre sette per moggio:

un grano per rotolo alla gabella della carne, ed un carlino sopra

ciascun stajo d'olio. Ciò che non seguì senza contrasti ed opposizioni,

considerandosi non solo le grosse somme spremute in pochi anni dal

Regno, ma che buona parte andava a colare, non già nella cassa del

Re, ma nell'altrui borse, e che sempre via più crescendo i bisogni,

e l'un chiamando l'altro, venivano i popoli a soffrire insopportabil

giogo; onde fu risoluto spedire al Re D. Tommaso Caraffa Vescovo della

Volturara, perchè avesse di tante miserie ed afflizioni compassione,

e vi desse conforto; ma queste missioni, per li bisogni urgenti che

tuttavia crescevano, riuscivano tutte vane ed inutili. Bisognò pagare

i seicentomila ducati, che il Cardinal Infante dimandò da Milano:

continuare a sostenere le soldatesche, che guardavano il Regno: unir

nuove milizie per reclutare gli eserciti, che teneva scarsi la Spagna

in più luoghi; fornir l'armate navali, e sostenere l'Isole di S.

Margherita e di S. Onorato occupate in Francia, finchè di nuovo, nel

mese di maggio del 1637, costrette dalla fame, non cedessero all'armi

di quel Re, e tornassero sotto il di lui dominio.

In mezzo a tante calamità non tralasciava però il Conte di Monterey

i sollazzi, le commedie e le cacce, alle quali era inchinato: nè

mancò, imitando i vestigj de' suoi predecessori, di lasciare a noi

belle memorie della sua magnificenza. Egli rese più ampia e comoda la

strada di Puglia: arricchì li fonti della città d'acque più abbondanti,

e fecene innalzar un altro sul muro del fosso del Castel Nuovo; ma

sopra tutto erse quel magnifico Ponte, che congiunge la contrada di

Pizzofalcone con quella di San Carlo delle Mortelle. La Contessa sua

moglie pur ci lasciò un monumento perenne della sua pietà, avendo

fondato in Napoli il _Monastero della Maddalena_, per sicuro asilo

delle donne spagnuole, che abbominando le passate lascivie, volessero

ivi ridursi a menar vita casta.

Ma con tutto che il Conte di Monterey fosse cotanto benemerito al Re

per li tanti soccorsi mandati, mancò poco però, che il _Conte Duca_ per

vantaggiar la sua Casa, non lo richiamasse, non avendo ancor finito il

secondo triennio del suo governo. La cagione si fu il matrimonio da lui

ambito di D. Anna Caraffa Principessa di Stigliano col Duca di Medina

las Torres. Questa Signora per la morte di D. Antonio Caraffa Duca di

Mondragone suo padre, e del Principe Luigi Caraffa di Stigliano suo

avolo, era rimasa unica erede di floridissimi Stati. Isabella Gonzaga

sua avola figliuola, ed erede di Vespasiano Gonzaga Duca di Sabioneta,

l'avea ancora arricchita di questo titolo e di queste ragioni: per ciò

il _Conte Duca_ non avendo potuto perpetuar la sua Casa ne' discendenti

della figliuola, che fu moglie di D. Ramiro Gusman Duca di Medina

las Torres, e morì senza prole, desiderava per questo suo Genero,

ch'egli da semplice Cavaliere avea innalzato cotanto, di trovare

una sposa, niente inferiore alla prima. Fece credere al Re, essere

questo matrimonio espediente per poter ripetere Sabioneta, di che già

i Principi d'Italia se n'erano insospettiti[26]; e per ciò, ancorchè

trovasse durezza nell'avola, sollecitò le nozze colla madre della

sposa per mezzo del Cardinal suo fratello: la quale, colla promessa

del Viceregnato, che s'offeriva al Duca, fu facilmente guadagnata: la

sposa, ambiziosa di vedersi Viceregina, vi condiscese parimente; onde

partitosi di Spagna il Duca con carattere di Vicerè e di Castellan

perpetuo del Castel Nuovo, giunse colla squadra delle Galee di Spagna

in Napoli, dove nel palagio della Principessa, presso la Porta di

Chiaja, fur celebrate le nozze.

Intanto il Conte di Monterey accingevasi alla partenza, ma avvisato

il _Conte Duca_ essere già seguito il matrimonio, scrisse al Monterey,

che non conveniva per le fastidiose congiunture delle guerre d'Italia

partire, non essendo ancor terminato il suo secondo triennio; onde gli

sposi rimasero delusi, e convenne al Medina trattenersi nel Regno da

privato, con dispiacere non ordinario, non men suo che della moglie, e

molto più della Duchessa di Sabioneta, la quale, avendo sempre dissuasa

la nipote a far tal matrimonio, non mancava di mordere pubblicamente

l'azioni del _Conte Duca_, e biasimare la soverchia semplicità della

Duchessa di Mondragone, del Cardinale e degli altri congiunti della

nipote, che s'erano fatti ingannare dalle promesse dell'Olivares.

Ma passato un anno, parendogli non poter più trattenere, mandò il

_Conte Duca_ ordine della Corte, che si desse al Medina il possesso.

Così depose il Monterey il Governo, dopo averlo esercitato sei anni;

ed a' 12 novembre di quest'anno 1637 ritirossi a Pozzuoli, donde

proseguì poi il suo cammino per la Corte. Ci lasciò il Monterey molte

savie e prudenti leggi insino al numero di quarantaquattro, per le

quali riordinò i nostri Tribunali e quelli della Bagliva, e delle

Regie Audienze; riordinò gli affitti e le vendite delle rendite e

beni fiscali, i cambj e gli apprezzi: proibì severamente i duelli e

l'esportazione di qualsivoglia sorta d'armi: fece diverse ordinazioni

per ovviar le fraudi che si commettevano nella Dogana, e maggior

Fondaco di Napoli: vietò l'uso smoderato delle vesti, servidori e

carrozze: impose su la testa del famoso bandito _Pietro Mancini_

una taglia di tremila ducati, oltre la facoltà d'indultare quattro

persone: tolse le Gabelle delle _Carte_ e del _Tabacco_, ancorchè da

poi fossero state di nuovo imposte; e diede molti ordini pel Governo

e disciplina de' soldati del _Battaglione_, e pel grado di _Dottorato_

da darsi, così in Legge, come in Medicina, ed altri provvedimenti che

vengono additati nella _Cronologia_ prefissa al primo tomo delle nostre

Prammatiche.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 9 · 第 14 / 64 题