_Di D. FERDINANDO RUIZ DI CASTRO Conte di LEMOS, e della congiura
ordita in Calabria per opera di FR. TOMMASO CAMPANELLA Domenicano, e di
altri Monaci Calabresi del medesimo Ordine._
Rimosso, per le cagioni rapportate nel precedente libro, il Conte
d'Olivares, fu da Filippo III destinato Vicerè il Conte di Lemos,
il quale giunto in Napoli a' 16 di luglio del 1599 insieme con D.
Caterina di Zunica sua moglie e D. Francesco di Castro suo figliuolo
secondogenito, applicò subito (essendo di spirito grande e magnanimo)
a perfezionare ed ingrandire gli Edificj pubblici, che i suoi
predecessori aveano lasciati imperfetti. Ma tosto fu richiamato a
cose più gravi e serie, per una congiura ordita in Calabria da Tommaso
Campanella, della quale bisogna ora far parola.
Costui avendo sofferta lunga prigionia in Roma, dove i suoi difformi
costumi e l'aver dato sospetto di miscredenza, l'Inquisizione gli avea
fatto soffrire i suoi rigori, ritrattandosi degli errori, e mostrandone
pentimento, ottenne d'esser liberato; ma gli fu assegnato per sua
dimora un picciol Convento in Stilo sua patria, donde non potesse
più vagare. Ma essendo di genio torbido ed inquieto, per vendetta de'
rigori sofferti in Roma, cominciò in quell'angolo a tentar nuove cose.
Persuase a' Frati di quel Convento, che nell'anno 1600, secondo gli
aspetti degli Astri, di cui egli ben s'intendeva, doveano accadere
grandi revoluzioni e mutazioni di Stato, e spezialmente nel Regno ed
in Calabria: che per ciò bisognava prepararsi e far comitiva di gente
armata, perchè a lui gli dava il cuore in quella rivoluzione di mutar
le Calabrie, ed il Regno in una ottima Repubblica, con toglierlo dalla
tirannide de' Re di Spagna e de' loro Ministri, gridando _libertà_; e
perch'era un grande imbrogliatore, sovente nelle sue prediche diceva,
ch'egli era destinato da Dio a tal impresa, e che di questo suo fatto
nelle profezie di S. Brigida, in quelle dell'Abate Gioachimo e di
Savonarola, e nell'Apocalissi stessa si faceva memoria, ancorchè ad
altri oscura, a lui molto chiara. Che per ciò egli avea eletti due
mezzi, cioè la _lingua_ e le _armi_. Colla _lingua_ bisognava predicar
_libertà_ contra la tirannide de' Principi e de' Prelati, per animar
i Popoli a scuoter il giogo; e che per ciò egli avrebbe il seguito di
molti Religiosi, che avrebbero con lui cooperato a questo fine. Per le
_armi_, egli per terra si credeva facilmente avere quelle de' Banditi
e degli altri fuorusciti, e dopo aver mossi costoro, d'aver il concorso
della plebe minuta, e con romper le carceri abbruciare i processi e dar
libertà a tutti, accrescere le forze: oltre di molti Signori e Prelati,
li quali avrebbe tratti a quest'impresa. Per mare e' si fidava aver
l'armata del Turco, il quale sarebbe accorso a dargli ajuto.
Cominciò egli ad insinuar questi sentimenti a molti in Stilo, poco dopo
la morte di Filippo II, nell'istesso anno 1598, com'egli confessa nella
sua deposizione ed in effetto trovandosi allora quella Provincia piena
di fuorusciti, e gravati i popoli per le tante contribuzioni e per
una nuova numerazione allora seguita, non solo trasse a se i Frati, ma
molti altri di Stilo e de' suoi Casali, li quali avrebbero volentieri
ricevuta l'occasione d'ogni tumulto e rivoluzione.
Fatto ciò, scelse per Catanzaro _Fr. Dionisio Ponzio_ del suo Ordine,
di Nicastro, il quale predicando a molti con fervore quest'istesso,
esagerava molto più, che il Campanella, per facile l'impresa: diceva,
che costui era un uomo mandato da Dio, e che per ciò se gli dovea
credere: ch'era sopra tutti gli uomini dottissimo e scienziato, il
quale avendo conosciuto, che nell'anno 1600 doveano seguire grandi
mutazioni e cangiamenti di Stato, per ciò non dovean lasciarsi scappare
quest'opportunità di divenir liberi, che per quest'effetto s'era dato
pensiero a molti Predicatori di diverse Religioni, e fra gli altri
agli Agostiniani, Zoccolanti e Domenicani, che insinuassero a' popoli,
che i Re di Spagna erano tiranni, e che questo Regno se l'aveano
tirannicamente usurpato; e che per ciò erano a casa del Diavolo; e
che li popoli, per li tanti pagamenti e collette, erano costretti per
soddisfarle a perder l'anima ed il corpo: che per revelazioni fatte
a più Religiosi questa era volontà di Dio di cavar il Regno da simili
suggezioni, per la poca giustizia de' Ministri del Re, che vendevano
il sangue umano per danari, scorticando i poveri, onde doveano tutti
accorrere per agevolar l'impresa, proccurando altri loro amici e
confederati, li quali in determinato giorno, sentendo gridar _libertà_,
si sollevassero tutti, essendosi concertato d'ammazzare tutti gli
Ufficiali del Re, rompere le carceri, liberar i carcerati ed in segno
di libertà, abbruciar tutti li processi; e tanto più dovean riputar
facile la impresa, che molte terre della provincia erano già pronte ed
apparecchiate, coll'intelligenza ancora d'alcuni Signori e Prelati, e
che per quest'effetto tenevano tutti li Castelli a loro divozione e che
trattavano avere ancora il Castello di Cotrone.
Fra' Ministri più fedeli e fervorosi del Campanella, oltre al _Ponzio_,
furono ancora _Fr. Giovan-Battista_ di Pizzoli, _Fr. Pietro_ di Stilo
e _Fr. Domenico Petroli_ di Strignano; e del Convento de' Domenicani di
Pizzoli più di 25 Frati di quest'Ordine, aveano fatti grandi progressi,
unendo molti fuorusciti, e tirando al lor partito molti altri Religiosi
e Calabresi; e non pur in quella provincia, ma nell'altra vicina erasi
attaccata la contagione.
Secondo le pruove, che si leggono nel processo fabbricato di questa
congiura (copia del quale M. S. si conserva presso di Noi), de'
Frati di diversi Ordini, fra gli altri di Agostiniani, Zoccolanti
e Domenicani, depongono vari testimoni ch'erano più di 300. I
Predicatori, che aveano l'incombenza d'andar secretamente insinuando
e persuadendo i popoli alla sollevazione, erano 200. Tra Vescovi,
che n'erano intesi, e che nascostamente favorivano l'impresa, si
nominavano il Vescovo di Nicastro, quello di Girace, l'altro di Melito
ed il Vescovo d'Oppido. Ne furono parimente intesi alcuni pochi Baroni
Napoletani, ma il numero de' provinciali fu ben grande, i nomi de'
quali, per buon rispetto delle loro famiglie, che ancor durano, qui si
taciono.
Queste prediche (almeno secondo vantavano il Campanella ed il Ponzio)
aveano ridotti molti cittadini delle città e terre non men dell'una,
che dell'altra provincia. Si contano, Stilo co' suoi Casali, Catanzaro
così per li Nobili, come per li Popolani, Squillace, Nicastro,
Cerifalco, Taverna, Tropeja, Reggio co' suoi Casali, S. Agata, Cosenza
co' suoi Casali, Cassano, Castrovillari, Terranuova e Satriano.
Non meno il mezzo della _lingua_, che quello delle _armi_ avea fatti
maravigliosi progressi. Per terra oltre i Castelli, de' quali si
promettevano, aveano uniti 1800 fuorusciti, ed alla giornata cresceva
il lor numero per l'impunità promessa e libertà sognata: promettevano
di liberare tutte le Monache da' Monasterj, uccider tutti li Preti e
Monaci che non volevano aderire ad essi, e passar a fil di spada tutti
li Gesuiti. Volevano abbruciar tutti i libri e far nuovi Statuti: che
Stilo dovea esser Capo della Repubblica, e far chiamare quel Castello,
_Mons Pinguis_, e che Fr. Tommaso Campanella s'avea da chiamare il
_Messia_ venturo, siccome già alcuni de' congiurati lo chiamavano.
Per mare, teneva il Campanella nella Marina di Guardavalle sentinelle,
le quali, quando passava qualche legno Turco col pretesto di doversi
riscattare qualche schiavo, andassero a trattar co' Turchi, ed insinuar
loro la resoluzion presa di sollevarsi, e che perciò fossero pronti
ad accorrere ed agevolar l'impresa; di vantaggio fece nella Marina
di Castelvetere imbarcare Maurizio di Rinaldo con otto altri compagni
sopra le Galee di Murath Rays, perchè trattassero col Bassà _Cicala_
il soccorso della sua armata, offerendogli molte Fortezze e terre;
ed in fatti, essendo comparse nel mese di giugno le Galee di Murath
nella Marina di S. Caterina e Guardavalle, per conchiudere il trattato
e stabilire il modo da tenersi, fu conchiuso per la mediazione di
Maurizio, che l'armata fosse venuta nel mese di settembre, perchè alla
sua comparsa si sarebbe fatta la sollevazione, con entrare nelle terre,
e gridando _libertà_, ammazzare gli Ufficiali del Re, e tutti coloro
che si fossero opposti.
Ma come è difficile, ove vi corra tempo, e sia grande il numero de'
congiurati, tenersi simili maneggi lungamente celati, fu la congiura
scoverta da Fabio di Lauro e Giovan-Battista Blibia di Catanzaro,
complici di quella, li quali la palesarono a D. Luigi Xarava, che si
trovava allora Avvocato Fiscale della provincia di Calabria ultra,
e per mezzo del medesimo ne fecero una piena e distinta relazione
al Conte di Lemos Vicerè. Il Conte spedì tosto in Calabria D. Carlo
Spinelli con amplissima autorità, il quale col pretesto di fortificar
quelle Marine contra l'invasione de' Turchi, pensava a man salva
imprigionare tutti i congiurati; onde portatosi in Catanzaro, ed
all'ultimo d'agosto di quest'anno 1599, ricevute avanti il Fiscale
le deposizioni di Fabio di Lauro e Giovan-Battista Blibia, cominciò
a carcerare segretamente alcuni de' congiurati; ma la fuga d'uno, e
l'essersi da poi il cadavere del fuggitivo affogato in mare, veduto in
quelle marine, rese pubblico il fatto; onde sparpagliati i congiurati
si diedero in fuga, e costrinsero lo Spinelli a palesemente operare.
Alcuni spensierati furono presi senza contrasto, fra' quali fu
_Maurizio di Rinaldo_, il quale, e prima e dopo la tortura, confessò il
tutto; altri scapparon via; ma _Tommaso Campanella_, ch'era corso alla
marina travestito per imbarcarsi, fu colto in una capanna per opera
del Principe della Rocella. _Fra Dionisio Ponzio_, ancorchè fosse stato
più presto ad imbarcarsi, per sottrarsi dal supplicio, fu arrestato in
Monopoli in abito sconosciuto di secolare.
E veramente fu la congiura scoverta a tempo opportuno; poichè già
il Bassà Cicala, secondo il trattato, a' 14 settembre del medesimo
anno s'era fatto vedere al capo di Stilo con 30 Galee, il quale non
avendo trovata quella corrispondenza, che i congiurati gli avean fatta
sperare, anzi vedute le marine guarnite di soldatesche ben disposte a
riceverlo, si ritirò alla Fossa di S. Giovanni, donde, dopo la dimora
d'alcuni giorni, fece vela verso Levante.
I presi furon esaminati e tormentati, li quali nelle loro deposizioni
scovrirono altri, che erano intesi nella congiura, e furono mandati in
Napoli sopra quattro Galee, e giunti al Porto, il Vicerè, per terror
degli altri, ne fece due d'essi sbranar vivi dalle Galee medesime,
ed appiccare quattro all'antenne: tutti gli altri furono mandati in
carcere per punirli secondo il merito di ciò che venivano rei. Il
Campanella, col Ponzio, ed alcuni altri Preti e Frati, stati presi,
furon condotti nel Castello.
Nacque tosto contesa di giurisdizione intorno alla loro condanna:
gli Ecclesiastici pretendevano volerli essi giudicare, all'incontro
i Ministri regj dicevano, che la cognizione del delitto di fellonia
s'apparteneva a' Tribunali del Re, non ostante il carattere, che
portavano molti de' congiurati di persone Ecclesiastiche e Religiose.
Fu preso temperamento, che il Nunzio per delegazione della Sede
Appostolica insieme con un Ministro del Re, che fu D. Pietro di Vera,
giudicassero la causa de' Preti e de' Frati, e che a rispetto delle
molte ed esecrande eresie, delle quali erano imputati, procedesse il
Vicario Generale della Diocesi, con l'intervento di Benedetto Mandini
Vescovo di Caserta.
I Frati furono aspramente tormentati; ma il Ponzio in mezzo de'
tormenti non lasciossi scappar di bocca nè pure una sola parola.
Fu tormentato ancora il Campanella, di cui si legge una sua lunga
deposizione fatta nel mese di febbrajo del nuovo anno 1600, nella
quale, a guisa di fanatico e di forsennato, sia per malizia, sia per lo
terrore, ora affermando, ora negando, tutto s'intriga e s'inviluppa:
gli riuscì, per tante cose strane ed inette che gli usciron di bocca,
farsi creder pazzo, onde fu condennato a perpetuo carcere, dal quale
a lungo andare pure seppe co' suoi imbrogli uscirne; onde finalmente
ricovratosi in Francia finì in Parigi i giorni suoi nell'anno 1639[2].
I secolari sottoposti a' Tribunali del Re furono sentenziati secondo i
delitti, de' quali erano convinti: il Consigliere Marcantonio di Ponte
fu destinato Commessarie alle loro cause, e molti con crudelissima
morte pagarono la pena della loro ribalderia. Maurizio Rinaldo essendo
stato condennato alle forche, mentr'era per giustiziarsi avanti il
largo del Castel Nuovo, disse, che per disgravio di sua coscienza dovea
rivelare alcune cose di somma importanza; il Vicerè fece trattener la
giustizia, e lo fece condurre in Vicaria, dove fece una lunghissima
deposizione, nella quale minutamente espose l'ordine tenuto in questa
congiura, e svelò maggior numero di congiurati, la quale ratificò anche
ne' tormenti, e poco da poi portato di nuovo al patibolo, avanti la
piazza del Castel Nuovo lasciò su le forche ignominiosamente la vita.
Così dileguossi questo turbine, ma non per ciò, tornato che fu il
Vicerè da Roma, ov'erasi portato in quest'anno del Giubileo, per
render ubbidienza al Pontefice Clemente VIII in nome del Re, fu libero
da nuovi timori del Turco; poichè Amurath Rays nel mese d'agosto del
medesimo anno comparve con sei vascelli nelle marine di Calabria, e
posta a terra la sua gente a' lidi della Scalea, meditava dar il sacco
a quella Terra e luoghi circostanti; ma fattasegli valida resistenza
da D. Francesco Spinelli Principe della Scalea, ancor che fugasse que'
barbari, vi lasciò egli però miseramente la vita.
Fu spettatore il Conte da poi di quella comedia, che un impostore
volle rappresentare in Napoli sotto la maschera di D. Sebastiano Re
di Portogallo, di cui nel precedente libro fu brevemente narrata la
favola. Ed avendo la Contessa di Lemos moglie del Vicerè invogliato il
Re a far un viaggio per Italia per vedere il Regno di Napoli; dandone
Filippo speranza, il Conte riputando il Palagio regale di Napoli
edificato da D. Pietro di Toledo, troppo angusto per un tant'Ospite, e
per una così numerosa e splendida Corte, pensò d'edificarne un altro
più maestoso e magnifico, ed ottenutosene assenso dal Re, ne fece
fare il disegno dal celebre Architetto _Fontana_. Così cominciossi la
fabbrica della nuova abitazione de' nostri Vicerè, la quale continuata
da poi con non minor magnificenza da D. Francesco di Castro suo
figliuolo, s'ammira ora per uno delli più stupendi e magnifici edificj
di Europa, sufficiente a ricevere non uno, ma più Principi e Corti
regali.
Non si tralasciò ancora da Spagna, in tempo del suo governo, premere
il Regno con nuovi donativi; onde ragunatosi un Parlamento generale
in S. Lorenzo, nel quale, come Sindico, intervenne Alfonso di Gennaro
nobile della piazza di Porto, si fece al Re un donativo d'un milione e
ducentomila ducati, oltre di venticinquemila altri donati al Vicerè.
Ma poco da poi infermatosi il Conte, fu il male così pertinace, che
sempre più avanzandosi, finalmente a' 19 d'ottobre di quest'anno 1601
gli tolse la vita. Fu il suo cadavere con magnifico accompagnamento
trasportato nella Chiesa della Croce de' Frati Minori, dove gli
furon celebrate pompose esequie. Governò egli il Regno due anni e tre
mesi, nel qual tempo promulgò diciassette _Prammatiche_ tutte savie
e prudenti, per le quali si emendano molti abusi ne' Tribunali, e si
danno altri salutari provvedimenti, che possono vedersi nella tante
volte accennata _Cronologia_, prefissa nel primo tomo delle nostre
Prammatiche.
Lasciò morendo, in vigor di regal carta venutagli mentr'era infermo,
per _Luogotenente_ del Regno _D. Francesco di Castro_ suo figliuolo,
giovane di 23 anni, ma maturo di senno e di prudenza, il quale lo
governò insino ad aprile del 1603, nel qual tempo pubblicò diece savie
_Prammatiche_, ed ebbe pure ad accorrere alle scorrerie del Bassà
_Cicala_, il quale nel 1602 pose le sue genti in terra alle marine
del Regno, e saccheggiò Reggio[3]. Cedè egli il governo al _Conte di
Benavente_, eletto da Filippo per nostro Vicerè, di cui ora bisogna
brevemente ragionare.