_Del Governo di D. GIOVANNI ALFONSO PIMENTEL D'ERRERA Conte di
BENAVENTE; e delle contese, ch'ebbe con gli Ecclesiastici per la Bolla
di Papa GREGORIO XIV, intorno all'immunità delle Chiese._
Giunto che fu il Conte in Napoli a' 6 aprile di quest'anno 1603 mostrò
un'applicazion continuata alla retta amministrazione della giustizia,
e vedendo rilasciata la disciplina, riprese il rigore, e con serietà
attese ad emendare gli abusi de' Tribunali, a sollecitar le cause
criminali, ordinando di più, che tutti i processi, che marciavano
ne' Tribunali delle province venissero in Napoli, dove sollecitamente
fossero spediti i rei, o con morte, o col remo, o con altri castighi a
proporzione de' delitti, de' quali erano convinti. Fu rigido e severo
in punir i delinquenti, e sovente non faceva valer loro il refugio alle
Chiese, cotanto era cresciuto il numero de' ribaldi, siccome tuttavia
cresceva quello delle Chiese, onde con facilità si ponevano in salvo:
ciò che accese nuove contese con Roma per l'immunità di quelle, di cui
più innanzi saremo a favellare.
Ma non meno la perduta disciplina, che le gravezze, che soffrivano i
nostri Regnicoli, e le continuate scorrerie de' Turchi, non meno che
de' banditi, tennero occupato il Conte di Benavente in cure sollecite
e moleste. Per essere il Regno stato premuto tanto con sì spessi e
grossi donativi, e gravose tasse, mal si soffrivano poi nuove gravezze
e nuovi dazj. Non finivan mai i bisogni della Corte e le richieste di
nuovi soccorsi; onde bisognò finalmente venire all'imposizione d'una
nuova gabella sopra i frutti. Dispiacque notabilmente alla plebe sì
scandalosa gabella, ed ancorchè soffrisse il giogo, non lasciava
internamente d'abborrirlo e di scuoterlo sempre che le ne veniva
l'opportunità. Avvenne, che un Gabelliere avea fatto dipingere nella
casetta ove riscoteva il dazio, posta al Mercato, otto Santi Protettori
della Città: ciò parendo disdicevole al Vicario Generale della Diocesi,
volendo egli farsi giustizia colle sue mani, mandò un suo Ministro
con comitiva, con ordine di cancellar quelle Immagini con molto rumore
e strepito. Accorse per ciò ivi molta gente, ed in un tratto si vide
quella contrada piena di popolo: alcuni fomentati da' mal contenti,
credendo che il tumulto fosse per levar via la gabella, si lanciarono
sopra quella stanza per rovinarla da' fondamenti, affinchè si togliesse
ogni vestigio di sì abbominevol dazio. Fu il tumulto sì strepitoso,
che se la vigilanza del Vicerè non faceva tosto accorrer gente per
quietarlo, sarebbe certamente degenerato in una aperta rivoluzione. Si
quietò finalmente, ed il Vicerè volle prender severo castigo de' Capi
principali dell'eccesso, e sopra ogni altro, dell'impertinente Ministro
mandato dal Vicario, cagione di tutto il disordine: si opposero a ciò
gli Ecclesiastici con attaccar brighe di giurisdizione; ma il Vicerè
castigò severamente i Capi, e mandò in galea il Ministro del Vicario.
Una nuova gabella imposta sopra il sale cagionò pure dell'amarezze
e disturbi; ma sopra tutto era intollerabile l'uso delle _monete_,
tanto avidamente tosate da' Monetarj, che impedivano notabilmente
il commercio: fu la città per sollevarsi, ma vi diede il Conte tosto
riparo, con lasciar correre le _zannette_ (moneta, il cui valore era di
mezzo carlino) giuste o scarse che fossero, e che l'altre monete, nuove
o vecchie, si ricevessero a peso per supplire con ciò alle tosate, e
per togliere a' Monetarj l'occasione di tosarle per l'avvenire.
Le scorrerie de' Corsari Turchi nelle marine di Puglia non meno
frequenti che dannose, saccheggiavano, predavano e riducevano in
ischiavitù non picciol numero di persone. Essi s'aveano fatto asilo la
Città di Durazzo nell'Albania, lontana dal Capo d'Otranto non più che
cento miglia. Per isnidarli da quel luogo, fu risoluto doversi impiegar
ogni opera per distrugger Durazzo. Ne fu data la cura al Marchese di
S. Croce, il quale colla squadra delle nostre galee, giunto nei lidi
d'Albania, e poste a terra le soldatesche ed artiglierie, superò a viva
forza il Castello di Durazzo, diede il sacco alla Città, la distrusse,
e ciò che vi rimase, fece divorar dalle fiamme.
I banditi dall'altra parte non lasciavano d'infestar le Calabrie:
vi accorse D. Lelio Orsini per far loro argine, ne dissipò buona
parte, ma non gli estinse affatto; imperocchè essendo notabilmente
cresciuti, provvidero alla loro salvezza, ritirandosi altrove tra monti
inaccessibili.
Ma non meno fastidiose e moleste furono le contese, ch'ebbe il Conte
di Benavente a sostenere con gli Ecclesiastici per cagion d'immunità
pretesa, non meno per le loro persone, che per le Chiese. La gran
pietà del Re Filippo III, e la poca sua applicazione al Governo
de' suoi Regni, diede lor animo di far nuove sorprese, e sopra
tutto di far valere nel Regno la _Bolla di Gregorio XIV_ stabilita
intorno all'immunità delle Chiese. Si resero a questi tempi sopra
noi maggiormente animosi, dal vedere, che in quella famosa contesa
insorta tra il Pontefice Paolo V colla Repubblica di Venezia, sopra
la quale tanto si è disputato e scritto, il Re Filippo pendeva dalla
parte del Pontefice; e non ostante, che la causa di quella Repubblica
doveva esser comune a tutti i Principi, seppero far sì, che il Re, non
solo s'impiegasse a trattar per essi vantaggioso accordo, spedendovi
a tal effetto in Venezia D. Francesco di Castro con carattere di
suo Ambasciadore; ma l'indussero a comandare al Conte di Benavente
nostro Vicerè, e al Conte di Fuentes Governador di Milano, che in
ogni caso assistessero alla difesa della Sede Appostolica; onde da
Napoli il Vicerè mandò a quest'effetto in Lombardia ventidue insegne
di fanteria sotto il comando di Giantommaso Spina, ed altre ventitrè
sotto il Marchese di S. Agata. Quindi è, che fra la turba di coloro che
scrissero in questa causa a favor del Pontefice contra il P. Servita,
Fr. Fulgenzio e Giovanni Marsilio Teologi di quella Repubblica, ve ne
siano molti Spagnuoli, e de' nostri ancora, e tra questi vi fu anche il
_Reggente di Ponte_, riputato a torto fra noi il più forte sostenitore
della regal giurisdizione.
Avea Papa Gregorio nel 1591 pubblicata una Bolla, nella quale derogando
alle Bolle di Pio e di Sisto V, ristrinse il numero de' delitti
incapaci d'immunità, e quel che più era insopportabile, volle, che i
Giudici Ecclesiastici avessero a giudicare della qualità de' delitti,
e quali fossero gli eccettuati, affin di poter estrarre i delinquenti
dalle Chiese; e che il Magistrato Secolare non ardisse d'estrarli, se
non con espressa licenza del Vescovo; da poi che avrà costui giudicato
d'essere i rei immeritevoli del confugio, per aver commessi delitti
eccettuati dalla Bolla.
Prima il dichiarar le Chiese per _Asili_ e dichiarar i delitti,
s'apparteneva agl'Imperadori, come si vede chiaro ne' libri del Codice
di Teodosio e di Giustiniano, e per cinque interi secoli, la Chiesa
sopra ciò non v'avea stabilito canone alcuno[4]: la qual preminenza,
come fu veduto ne' precedenti libri di questa Istoria, fu lungo tempo
ritenuta da' nostri Principi. Da poi si videro stabiliti sopra ciò
alcuni canoni, ed i Pontefici non vollero in appresso tralasciare
nelle loro Decretali di maggiormente confermarsi in questo diritto.
Ma furono i primi canoni e le prime loro Costituzioni moderate e
comportabili, tanto che le Bolle di Pio e di Sisto non recarono fra noi
molta novità, nè furono stimate cotanto strane, sì che se ne dovesse
far risentimento, siccome accadde promulgata che fu questa di Gregorio,
contenente pregiudizj gravissimi alle preminenze del Re e de' suoi
Magistrati. Il Conte di Lemos D. Ferdinando, non la fece perciò valere
nel Regno, mentre vi era Vicerè, ed a' 2 d'agosto del 1599, fece dal
Reggente Martos far relazione al Re de' pregiudizj, che conteneva; ed
il Re sotto li 27 febbrajo del seguente anno 1600, gli rispose, che
non facesse sopra ciò far novità alcuna, ma che osservasse il solito
d'estrarre i delinquenti, che si ritirano nelle Chiese, avendo egli
ordinato, che si faccia istanza in Roma al Papa, acciò che moderi la
Costituzione di Gregorio. Il perchè avendo il Conte, niente curando
della Bolla, fatto estrarre di Chiesa il Marchese di S. Lucido, e
datane parte al Re, gli fu dal medesimo risposto sotto li 17 ottobre
del medesimo anno, che egli approvava il fatto, e che per l'avvenire
non permettesse sopra ciò far introdurre novità alcuna[5].
Ma nel governo del Conte di Benavente gli Ecclesiastici, resi più
animosi, impresero in ogni conto volerla far valere nel Regno, in tempo
men opportuno che mai; poichè la città, per la perduta disciplina,
era tutta corrotta, quando i delitti erano più frequenti, e quando le
Chiese erano cresciute in tanto numero, che non vi era angolo, che
non ne abbondasse. S'aggiungeva, che oltre alla Bolla di Gregorio,
li Canonisti ed altri Dottori Ecclesiastici aveano trattato questo
soggetto d'immunità con sentimenti così stravaganti e smoderati, che
finalmente rare volte, secondo essi, poteva avvenir caso di poter
estrarre rei per qualunque delitto, che si fosse, dalle Chiese; ed
ascrivendo alla sola Corte Ecclesiastica il potere di dichiarare i
delitti eccettuati, diedero in tali stranezze, che secondo le loro
massime, era impossibile poterne qualificar uno per tale. Di vantaggio
stesero a lor capriccio l'immunità de' luoghi, non solo a' Cimiterj,
Monasterj, Cappelle, Oratorj, alle Case de' Vescovi ed Ospedali;
ma anche agli atrj, alle case, alle logge, a' giardini, a' vacui ed
insino a' forni, ch'erano alle Chiese vicini. Sono in fine arrivati a
tale estremità di dire, che se il rifugiato, ancorchè laico, commetta
nel luogo dell'asilo qualche delitto, possa il Giudice Ecclesiastico
giudicarlo, col pretesto che si sia abusato del confugio.
Bastava, per non far valere la Bolla di Gregorio, la sola frequenza
de' delitti ed il tanto numero delle Chiese: di che poteva il Conte
di Benavente, per governo del Regno a se commesso, prender ancora
ammaestramento dalla sapienza del Senato Romano, il quale, secondo che
narra Tacito[6], crescendo tuttavia in molte città della Grecia l'abuso
di multiplicarsi gli _Asili_, tanto che quelle città erano ripiene
d'uomini scelleratissimi, per la licenza che lor dava l'immunità di
quelli, con danno gravissimo dello Stato, reputò il Senato, a cui
Tiberio avea commesso tal affare, che dovesse restringersi il numero
degli _Asili_.
Il Conte pertanto, per reprimere con maggior vigore la pretensione
degli Ecclesiastici, ne scrisse al Re sin da' 30 maggio del 1603; e
non cessando quelli di proseguir l'impresa, raddoppiò l'istanza a'
19 luglio 1606, pregandolo a dar pronto rimedio ad un tanto abuso;
poichè di continuo i Ministri Regj aveano differenza sopra ciò con
gli Ecclesiastici, li quali volevano in ogni modo eseguire la Bolla di
Gregorio, e perciò non tralasciavano contra quelli di fulminar monitorj
e scomuniche, ch'era lo stesso, che perturbare il Regno, e mandare a
terra la Regal Giurisdizione[7]. Dopo fatte queste rappresentazioni
al Re, essendo accaduto in Napoli, che a due Nobili venuti fra loro
in urta, per tema di maggior pericolo, si fosse ingiunto mandato
Regio di non partirsi dalle loro case; costoro poco di ciò curando si
fecer lecito di passeggiar per la città, non ostante il divieto, ed
incontratisi, cimentandosi a duello, ne rimase uno estinto: l'uccisore
con un suo compagno, ch'era Cavaliere Gerosolimitano, ed un servidore,
tosto si salvarono nel Convento di S. Caterina a Formello de' PP.
Domenicani. Ma non fece lor valere l'Asilo il Conte di Benavente;
poichè avendo fatto circondare il Convento da due compagnie di
Spagnuoli, e da quella del Capitan Alfonso Modarra, gittate a terra le
porte, amendue col servidore furono estratti, fatti prigioni e condotti
nelle carceri della Vicaria; e giudicata la causa, nel mese di maggio
del 1610 fu fatto mozzar il capo all'uccisore, risparmiando la vita al
Cavaliere, a riguardo dell'abito di S. Giovanni che portava.
Non mancò subito il Vicario dell'Arcivescovo di Napoli di dichiarar
scomunicati il Reggente ed Avvocato Fiscale di Vicaria, con affiggere
cedoloni ancora contra il Capitan Modarra e' suoi soldati, e contra
il Caporale e' soldati della guardia del suddetto Reggente, che aveano
rotte e fracassate le porte del Monastero ed estratti i rifugiati; ma
il Vicerè non tralasciò immantenente a' 6 del detto mese di mandar
una grave ortatoria al Vicario, che dichiarasse nulle tali censure,
e togliesse i cedoloni; e nell'istesso dì ne mandò un'altra per via
d'ambasciata al Nunzio, fattagli dal Segretario del Regno Andrea
Salazar, che desse ordine al Vicario, che levasse i cedoloni, siccome
a' 10 del medesimo se ne replicò un'altra al Vicario[8]; tanto che
colla restituzione del Cavalier Gerosolimitano nelle mani del suo
Giudice competente, fu composto l'affare, nè si parlò più di Bolla.
Distese con tal occasione il _Reggente di Fulvio di Costanzo_ Marchese
di Corleto una scrittura, che volle drizzarla al Pontefice Paolo
V, dove con molta evidenza dimostrava di doversi togliere, o almeno
moderare la Costituzione di Gregorio.
Ma questi ricorsi avuti in Roma furon sempre inutili; onde non
tralasciandosi dagli Ecclesiastici di farla valere, quando loro veniva
in acconcio, fu nel Pontificato di Clemente X preso espediente, di
mandar in Roma due Ministri per ottener qualche riforma agli abusi
dell'immunità Ecclesiastica, uno per lo Stato di Milano, che fu
il Visitator _Casati_, e l'altro per lo Regno di Napoli, che fu il
Consigliere allora _Antonio di Gaeta_, poi Reggente, trascelto dal
Conte di Pegneranna, che dopo il Viceregnato di Napoli, era passato in
Madrid al posto di Presidente del Consiglio d'Italia. Compose ancora
il Consigliere _Gaeta_ una dotta scrittura sopra questo soggetto, e
la indirizzò pure al Pontefice Clemente X ed al Marchese d'Astorga,
che si trovava allora Ambasciadore in Roma; ma la missione fu inutile,
siccome riuscirono in appresso sempre vani i ricorsi, che sopra ciò
s'ebbero in Roma vanamente lusingandoci, che da quella Corte si potesse
la Bolla riformare; onde ora non rimane altro rimedio, se non che
accadendo, che gli Ecclesiastici vogliano procedere a scomuniche per
far valere la Bolla (quando si è voluto usare la debita vigilanza) s'è
di lor presa severa vendetta, con discacciarli dal Regno, sequestrar le
loro rendite, e carcerare i loro parenti; siccome a' tempi nostri fu
praticato nel governo del Conte Daun, ch'essendosi con molto scandalo
di tutta la città fulminate censure contra i Giudici e l'Avvocato
Fiscale di Vicaria per essersi estratta da un forno attaccato ad una
Chiesa una venefica, che avea commesse infinite stragi, e tuttavia
nel luogo stesso del rifugio stava fabbricando veleni; fu con modi
non tanto strepitosi, quanto applauditi da tutti, cacciato dalla
città e Regno il Vicario dell'Arcivescovo, cacciati i suoi Ministri,
imprigionati i cursori, che ebbero ardimento d'affigger i cedoloni, e
sequestrate l'entrate all'Arcivescovo istesso.
Mentre con tanta vigilanza il Conte di Benavente amministrava il Regno,
pervenne avviso in Napoli, che il Re Filippo, secondo le insinuazioni
de' Favoriti, da' quali reggevasi la Monarchia, avea disegnato per
suo successore il Conte di Lemos figliuolo di D. Ferdinando; ond'egli
con molto dispiacere, e più della Contessa sua moglie, s'apparecchiò
a riceverlo per cedergli il Governo; e giunto il Lemos nel mese
di giugno di quest'anno 1610 nell'Isola di Procida, fu egli ad
incontrarlo, e quantunque l'avesse pregato ad entrare e stanziare in
Palagio, non volle il Lemos partire da quell'Isola per dar maggior
agio al predecessore di disporsi alla partenza. Partì finalmente il
Conte di Benavente da Napoli a' 11 del seguente mese di luglio, dopo
aver governato il Regno per lo spazio poco più di sette anni. Lasciò
di se monumenti ben illustri della sua giustizia (della quale fu
oltremodo zelante) e della sua magnificenza. Egli magnifico in tutte
le occasioni, che se gli presentarono in tempo del suo governo, come
si vide nelle feste, che fece celebrare nel 1605 per la natività di
_Filippo_ Principe delle Spagne: e nel 1607 per la nascita dell'Infante
D. Ferdinando, quegli, che sotto il nome di Cardinal Infante si rese
cotanto celebre al Mondo per la vittoria ottenuta agli Svizzeri
presso Norlinghen. Alla sua magnificenza dobbiamo quelle ampie e
Regali strade, una, che conduce a Poggio Reale ornata di bellissimi
alberi e d'amenissime fonti: l'altra, che dal Regio Palagio conduce
a S. Lucia, nobilitata da una vaghissima Fontana, adornata di Statue
d'esquisitissima scultura, siccome egli fu, che fece costruire il
Ponte, ed innalzare quella magnifica Porta della città, che conduce
al Borgo di Chiaja, volendo, che dal suo cognome si fosse chiamata
_Porta Pimentella_; e sotto i suoi auspicj fu fabbricato il Palagio
destinato per uso ed abitazione degli Ufficiali, che assistono alla
conservazione de' grani riposti ne' pubblici granai per l'Annona della
città. Nell'Isola d'Elba, posta ne' mari di Toscana, a lui dobbiamo il
_Forte Pimentello_: siccome nel Regno que' magnifici Ponti della Cava,
di Bovino e di Benevento.
Egli ci lasciò più di cinquanta Prammatiche tutte savie e prudenti.
Regolò per quelle le _Fiere_ del Regno, e comandò, che fossero
celebrate ne' tempi stabiliti ne' loro privilegi e non altramente:
proibì severamente l'asportazione delle arme corte, e fu terribile
contra i falsari e contra i giocatori; e diede altri salutari
provvedimenti intorno alla pubblica Annona, che secondo furono
stabiliti, possono vedersi nella _Cronologia_ prefissa al primo tomo
delle nostre Prammatiche.