Appena uscito di casa Cipolla, Giusto si arrestò sulla via, come
faceva qualche volta, a scandagliarsi ancora; veramente non era egli
in peccato verso Cristina?
La risposta data da lui non lo potrebbe mai soddisfare, e posto che il
cugino Ippolito ormai non avrebbe visto nulla di male in una visita
alla ragazza, quasi si proponeva di andare subito a confessarsi a lei
sola.
Erano le quattro e mezza sonate; a quell'ora un usciere di buona
volontà ha lasciato il tribunale e sta per tornare a casa. Per la
confessione sua, gli bisognava aver Cristina tutta orecchi, in
confidenza piena, senza inquietudine della cucina e della tavola da
pranzo, e poi non voleva trovarsi ancora col suocero restio, con quel
suocero che a lui repugnava rendere arrendevole con la bugia. Se ne
tornò dunque allo studio a passo lento; per via si affacciò alla
bottega del falegname a ordinargli un telaio alto due metri, largo un
metro e cinquanta centimetri; la mattina egli vi avrebbe inchiodato
una tela di prima qualità e subito l'avrebbe coperta di colore.
Cominciava a tirarsi in mente quale modella le potesse servire meglio
per la rassegnazione dolente che egli voleva dare alla Madonna; e
tirandosele in mente tutte, non ne trovava una che avesse il dolore
angelico. Molte madonne dipinte, che pure hanno buona fama, non lo
contentavano. Quasi tutte hanno sette spade conficcate nel seno, molte
piangono a goccioloni; materializzano brutalmente il dolore. Egli non
farebbe così; la sua Madonna non avrebbe la veste azzurra imbrattata
di sangue, nè lagrime sulla faccia scolorita, ma dovrebbe dire il
dolore muto e cocente, non rassegnato ancora, ma prossimo alla
rassegnazione; e direbbe questo con lo sguardo rivolto al cielo, con
le mani congiunte nello strazio insieme e nella preghiera; avrebbe la
veste bianca di Nina, la faccetta bianca e patita di Nina. La buona
amica sua non sarebbe ella capace di posare per l'altare di prete
Barnaba? Forse sì.
Ma quando poi le cose sue spiegassero le vele, un'altra tela alta due
metri e anche più, rappresenterebbe l'estasi dell'ascensione a Dio e
raffigurerebbe il visino sorridente di Cristina.
Il giorno dopo, mentre aspettava le dieci per poter andare a casa
della fidanzata con la sicurezza di non trovarvi l'usciere, si
affacciò in istudio il cugino Gerolamo.
Egli era impaziente di sapere come era andata la cosa.
--Dimmi tutto, perchè, non lo crederesti, ho passato una notte cattiva
pensando alla mia innamorata. Puoi immaginare che alla mia età
innamorate ne ho avute più d'una e più di due, ma nessuna mai mi fece
l'effetto di non lasciarmi pigliar sonno. Forse perchè erano
innamorate d'un altro genere; non si aveva tempo a desiderarle tutta
notte stando a letto, perchè... mi capisci? Dunque com'è andata? Non è
vero che la mia... come si chiama?...
--Nina.
--Non è vero che la mia Nina è bella? Ha una faccetta curiosa di
Madonna, come non ho mai veduto la simile. Piace anche a te, non è
vero? Dillo, che non sono geloso...
Giusto non si era preparato a dare la notizia della infermità di Nina;
aveva creduto che dovesse costargli un po' di pena trovare le parole
più adatte; ma a tanta disinvoltura, fu disinvolto anche lui fino ad
essere brutale.
--La tua Nina è uno splendore dal busto in su.
Gerolamo rideva stupidamente, aspettando una celia lesta.
--E dal busto in giù? interrogò, visto che la celia stentava a venire.
--È sciancata.
Ora che la parola era uscita di bocca, gli parve crudele, non per
l'innamorato, ma per la sua Madonnina dei sette dolori.
--Sciancata? domandò paurosamente Gerolamo.
--È zoppina, corresse il pittore.
--Zoppina, come? Vi sono zoppine di varie qualità; io ne ho conosciuta
una che mi piaceva tanto, ma non ho mai potuto averla a tiro...
--La buona ragazza zoppica molto, è nata così; forse è un difetto
anatomico; forse uno spostamento del femore trascurato a balia.... ed
è rimasta così inferma.... il resto è uno splendore.
Contro quello che Giusto poteva immaginare, la notizia non sembrò
affliggere molto Gerolamo, il quale studiando legge all'Università di
Pavia, aveva fatto naturalmente profondi studi storici nei romanzi di
Dumas padre, ed aveva appreso che la signorina De la Vallière era una
zoppina adorabile anche lei ed aveva fatto perdere la testa a un re di
Francia, il quale l'aveva poi ritrovata con altre signore della
società eletta. Non gli spiacerebbe avere una zoppina per moglie...
anche perchè...
Questo ultimo perchè non lo volle dire, non avendo trovato
l'incoraggiamento necessario nella faccia di Giusto.
Era dunque cosa intesa. Gerolamo andrebbe a far visita alla bella
Nina, e se non zoppicasse proprio troppo, se la piglierebbe in moglie.
Egli diceva _me la piglio_, come se la cosa dipendesse unicamente da
lui.
Giusto acconsentì per quell'istesso giorno alle due, non prima, avendo
altre cose da fare.
Per farne una lasciò in tronco le vanterie universitarie di suo cugino
e andò a confessarsi a Cristina.
La quale, quando seppe della visita alla povera Nina, e del modo con
cui il suo promesso sposo si era comportato, stette a pensare un
momento, poi disse: ebbene, sì, vogliamole bene entrambi; è tanto
buona.
Alle due Gerolamo fu puntuale.
Giusto, nel vederselo venire incontro allegramente, pensò che egli
valesse più di quanto aveva creduto; ma dopo le prime parole riconobbe
che poteva essere un imbecille.
Le prime parole furono semplicemente queste:
--Non vedo l'ora di conoscere la sciancata che mi ha innamorato, e
parola d'onore, se non è sciancata troppo, _me la piglio_. Andiamo
subito.
Andarono in silenzio, repugnando a Giusto di esprimere il proprio
pensiero; non sapendo Gerolamo che altro dire dopo il risultato della
prima celia.
Presentato alla notaia, Gerolamo venne introdotto alla presenza della
povera Nina. Giusto era stato lungamente incerto se dovesse
accompagnarsi al pretendente per fare cuore alla ragazza, o se la
presenza sua in quella occasione fosse per riuscire inopportuna--finì
coll'andarsene, annunziando al cugino che l'avrebbe aspettato in
istudio.
Un'ora dopo Gerolamo tornò raggiante.
Nina gli era piaciuta più di prima; era proprio dal busto in su un
vero splendore; nemmeno la zoppaggine gli spiaceva; tutt'altro; fra
studenti d'università è ricevuto come verità di fede che far l'amore
con le sciancate... è una cosa paradisiaca...
Presentandosi il caso raro di fare l'esperimento, egli non se lo
sarebbe lasciato scappare di mano.
Dunque?
Dunque si piglierebbe Nina.
Se la piglierebbe proprio?
Proprio. Anzi aveva già chiesto la mano alla mamma, la quale, da
notaia intelligente, aveva solo messo una difficoltà, una sola, la età
giovanile dello sposo; ma quando il babbo macellaio non negasse il
consenso, la sua ragazza avrebbe potuto prendere in considerazione la
proposta, pensarci sul serio, e poi decidere.
E allora?
E allora è cosa fatta; il babbo non dirà di no, e Nina dirà di sì.
--E sei proprio contento?
Sì, Gerolamo era contentone; prima di tutto avrebbe provato una verità
della quale la scolaresca va sempre parlando senza darne mai la
dimostrazione, e quando avesse fatto l'esperimento, sia che fosse
rimasto contento o il contrario, un vantaggio almeno gli rimarrebbe
sicuro.
E quale?
Che sua moglie non gli potrebbe correre dietro per tutte le vie di
Milano... starebbe volontieri a casa.
Il caro cugino rideva.
Ma Giusto non rise affatto.
--Che hai? mi sembri più accigliato del solito; non parli.
Giusto ebbe voglia di scatenare parole rabbiose come mastini, ma seppe
trattenerle e non se ne lasciò scappare nemmeno una.
--Sto pensando alla mia Madonna dei sette dolori.
--Ti annoio cianciando? domandò Gerolamo; e Giusto rispose di sì, che
voleva essere lasciato solo, perchè l'ispirazione non piglia legge da
nessuno... come Gerolamo sapeva benissimo.
Gerolamo fu schietto anche lui, e confessò che d'arte non sapeva nulla
di niente; ma in ogni modo se ne andava, non avendo più bisogno di suo
cugino. Nina era a tiro, e toccava a lui allungare la mano per
pigliarla....
--A rivederci dunque.
--A rivederci.
Tutto il resto di quel giorno Giusto pensò alla Madonna dei sette
dolori, a quella veduta in un'ora sola, ma vi pensò solo per scrupolo
di coscienza.
--Bisogna salvarla a ogni costo, disse a voce alta.
E la notte sognò che egli era stato impotente contro la cretineria di
Gerolamo; il monello di Pavia aveva contentato la sua fregola di
conoscere come sia fatto l'amore delle zoppine e la sua Madonnina
addolorata aveva otto spade piantate nel seno.