Ma per tre giorni consecutivi non fu possibile a Giusto di arrivare in
casa Cipolla prima di Gerolamo; il quale non solo faceva le sue visite
quotidiane alla innamorata zoppa, ma le faceva lunghe.
Repugnava al pittore di farsi ricevere dalla sua madonnina, mentre
quel monello dell'Università pavese le diceva chi sa quali asinerie,
gli repugnava del pari aspettare in istrada che Gerolamo se ne fosse
andato per accorrere al salvataggio di Nina. E poi chi sa? Forse la
pallida fanciulla, in quel giovane sanguigno che diceva il macello a
gran distanza, ritrovava il suo ideale fisico, perchè la materia pur
essa ha i suoi ideali anche nelle fanciulle spirituali. E allora
l'impresa di salvataggio sarebbe stata inutile.
Il pittore non potè neppure dire il proprio pensiero a Cristina,
perchè l'usciere, avendo dovuto andare improvvisamente a Brescia per
suoi affari, vi si era fatto accompagnare dalla figliuola. Così Giusto
vagò come un'anima in pena intorno alle due fanciulle, una delle quali
era sempre assente, l'altra sempre alle prese col figlio del
macellaio.
Ahi! povera creaturina gentile!
Per ammazzare il tempo odioso, Giusto aveva abbozzato di maniera la
Madonna Addolorata. Prete Barnaba era venuto due volte a visitare il
grande artista e l'ultima volta si era lasciato uscire di tasca altre
quattrocento lire, tanto era il suo entusiasmo per l'arte sacra del
cugino.
Però se le era lasciate uscire di mano in certo modo curioso, quasi a
malincuore, tenendo lungamente fra le dita quei quattro cencetti di
carta, e accompagnandoli con un sospiro fin nel portamonete del
pittore. E dopo ancora avreste detto che aspettasse qualche cosa, che
non poteva essere il resto, perchè la Madonna dei sette dolori era
stata venduta a lire mille giuste.
Il cugino Venanzio aveva rinnovato la sua offerta di denaro senza
pegno nè ipoteca al sette per cento.
La navicella di Giusto filava dunque col vento in poppa.
Ma il pittore non era contento fin che non avesse confessato il
peccato della sua nuova fortuna a chi lo potesse intendere veramente.
Confessarsi ai cugini, i quali non gli credevano, era assolutamente
inutile; ma Cristina sua, se fosse necessario, gli darebbe consiglio.
Nel desiderio segreto di Giusto era pure l'idea che prima di
profittare della bugia, dovesse, oltre che con Cristina, consigliarsi
con Nina.
Ma prima bisognava incominciare dalla sua innamorata.
Perchè mai essa era a Brescia quando Giusto aveva più bisogno di lei?
Finalmente l'usciere tornò a Milano, e Cristina pure.
Quando essa seppe dal suo fidanzato della celia notarile fatta in un
giorno di convalescenza, rise fino alle lagrime; a lei non venne
neppure in mente di dubitare che Giusto le nascondesse il vero, ma
invece di affliggersi che unicamente per questa bugia fosse divenuta
facile una cosa difficile, e la più bella di tutte, cioè il loro
matrimonio, se ne compiacque e battè le mani.
Ma dunque Giusto soltanto aveva certi scrupoli?
Sì, proprio lui solo.
--Mi piacerebbe interrogare uno spassionato!
E Cristina propose subito:
--Lo domandiamo a Nina!
--Domandiamolo.
Fu convenuto che la stessa sera, alle due in punto, si sarebbero
trovati in casa della zoppina.
Come è facile intendere, Giusto Giusti arrivò prima dell'ora e si
piantò in sentinella nella via, senza perdere mai di vista il portone
di casa Cipolla, nel quale dovevano entrare la sua innamorata e la
fantesca.
Ma di lì a poco quello stesso portone eruttò un coso nero e sporco,
nient'altro che prete Barnaba, sfrittellato come al solito, anzi
peggiorato dall'uso.
Che diamine era venuto a fare prete Barnaba in casa del notaio?
La curiosità stava tentandolo a correre subito a interrogare le gazza
di casa Cipolla, quando apparve sul canto la visione soave di
Cristina. Allora ogni altra idea volò via, per accorrere incontro alla
sua innamorata. Fecero un tratto della strada deserta in quell'ora,
tenendosi per mano, lasciandosi indietro la fantesca sorda, salirono
le scale legati così, legati ancora dagli sguardi amanti, e si
sciolsero solo in anticamera dopo essersi dati un bacio fuggitivo sul
pianerottolo.
Apparve la notaia, e Giusto la interrogò a bruciapelo: «che cosa
voleva prete Barnaba? me lo vuol dire?»
La gazza, poveretta, era incapace di nascondere lungamente qualche
cosa, se avesse saputo; in ogni modo promise di pigliare le necessario
informazioni.
I due fidanzati trovarono Nina intenta a far la soprascritta a una
lettera.
--A chi scrivevi? domandò Cristina dopo averle dato un bacio.
Nina mostrò la soprascritta.
«Al signor Gerolamo, Città», lesse Cristina a voce alta.
Allora Giusto si fece innanzi.
--Vuol dare a me quella lettera? domandò audacemente.
--Perchè no? Mi raccomando solo di consegnarla oggi stesso.
--Quando lei voglia proprio, sarà fatto; ma spero che appena io le
avrò detto una cosa, vorrà riavere la lettera per stracciarla.
Giusto parlava con un tremore insolito, come se l'audacia sua
sembrasse a lui stesso soverchia.
Nina, stretta fra le braccia dell'amica, sorrise melanconicamente.
--Tutto quello che lei mi potrà dire non muterà una sillaba a quanto è
scritto lì dentro.
--Ma dunque... dunque l'ama?
Nina fece di no in silenzio.
Ah! che piacere! Le parole che Giusto si proponeva di dire alla
poveretta perchè non si lasciasse prendere da quel bruto, diventavano
inutili. Ma tanto volle affermare brevemente il proprio pensiero
incrollabile:
--Per ora mio cugino è soltanto un monello; più tardi diventerà un
animale; le volevo dir questo.
La pallida fanciulla sorrise ancora; ma quale sorriso fu il suo!
--Legga la lettera, disse.
--E devo consegnarla ancora?
--Legga.
Giusto lesse in silenzio.
Nina scriveva che dalle visite frequenti e lunghe aveva avuto tutto
l'agio d'intendere che Gerolamo non potrebbe mai dare la felicità a
Nina, e che Nina dal canto suo non saprebbe essere la compagna per
tutta la vita di Gerolamo. Perciò egli non perdesse il tempo a fare
altre visite; ella tornava a sognare altrimenti.
--Brava! esclamò Cristina dando un bacio alla pallida amica.
--Brava! confermò Giusto e fu tentato di fare come la sua fidanzata,
ma si accontentò di stringere la mano alle due fanciulle adorabili.
Chiuse la lettera nel portafogli e non si parlò più di Gerolamo.
--Ora senta, signorina, disse Giusto con voce sommessa, chiudendo gli
occhi per non vedere altro che la propria coscienza; ho bisogno da lei
d'un consiglio. Me lo vuol dare?
--Altro! ma che consiglio posso darle io?
Giusto riaprì gli occhi un momentino per impadronirsi della mano di
Cristina, e cominciò la confessione.
Disse della sua povertà di artista, dell'amor suo, del capriccio di
far testamento per celia e di ciò che ne era risultato; espose
candidamente ogni cosa.
--Posso io continuare l'inganno e approfittarne fino a compiere la mia
felicità?
--Non capisco bene, rispose Nina.
Cristina volle spiegare meglio la cosa, ma Giusto le strinse forte la
mano perchè tacesse.
--Io non credo che lei possa continuare l'inganno, e nemmeno lasciarlo
durare per approfittarne, conchiuse Nina.
--Lo vedi? esclamò Giusto aprendo gli occhi a guardare la sua
innamorata sorridente.
Cristina crollò il capo.
--Ora parlo io, disse. Si tratta del nostro matrimonio; Giusto si fa
scrupolo di sposarmi perchè il babbo lo crede ricco; è tentato, perchè
mi ama tanto, di convincere il babbo del suo errore. Ora parla tu.
Nina non stette a riflettere; dichiarò tranquillamente che era
un'altra cosa.
Come un'altra cosa? Sì, un altro paio di maniche... Si spieghi subito,
via, da brava.
E la cara fanciulla spiegò subito che quando due hanno promesso
d'essere l'uno dell'altra, ogni scrupolo che possa impedire il
mantenimento della promessa è colpevole e ridicolo.
--Ridicolo?...
--Propriamente ridicolo.
Stettero in silenzio un poco ancora per dar tempo a Giusto di
riflettere.
Il pittore si oppose debolmente:
--Non si tratta d'impedire, ma solo di ritardare. Ci pensi un momento.
Ma la pallida consigliera gli tappò la bocca con queste parole:
--Ritardare qualche volta è impedire.
E Giusto, il quale non desiderava altro, si diè vinto.
Cristina, curvandosi a baciare le labbra che avevano profferito parole
di evangelo amoroso, mormorò qualche cosa che Giusto cominciò
intendere appena, quando vide la faccia pallidina di Nina tinta d'un
lieve rossore.
--Dalle un bacio anche tu, Nina, te lo permetto.
Ma Giusto ne fu impedito dalla notaia, la quale affacciandosi nel vano
dell'uscio lo chiamava in disparte.
--A più tardi, disse, sorridendo a Nina.
Appena fu nell'altra stanza la gazza gli disse tutto. Prete Barnaba
era andato dal notaio per vedere il testamento di Giusto, o almeno la
minuta, o almeno sentire ripetere le clausole all'ingrosso, non si
fidando alle dicerie che correvano per la città, e avendo fatta una
spesa spropositata... Quale? Una Madonna dei sette dolori ordinata al
pittore e pagata anticipatamente solo perchè sapeva della disposizione
testamentaria che legava la Madonna a prete Barnaba per la cappella
dove diceva messa. Ora che il pagamento era fatto, gli bruciava molto
perchè egli contava sulla restituzione immediata, senza aspettar la
morte dell'artista, il quale era capacissimo di sepellire lui e gli
altri parenti fino alla decima generazione.
In tanto sconforto avrebbe trovato un sollievo quando avesse la
sicurezza della clausola testamentaria, ma la sicurezza gli veniva
mancando.
E il notaio Cipolla come si era comportato?
Magnificamente. Non aveva detto nulla al paziente sentendosi legato
dalla professione a tacere degli atti consumati col proprio ministero;
ma aveva fatto rileggere la minuta alla sua legittima collaboratrice.
--E se lei crede, posso confortare prete Barnaba.
Giusto era sicuro che il suo permesso era inutile, e perciò lo diede
subito. In premio di questa amabilità, la notaia informò il testatore
che negli ultimi giorni erano venuti a consultarsi, prima col marito,
poi con lei, tutti i legatarii, uno solo eccettuato, l'usciere
Ippolito... forse per decoro professionale?
--No, non era decoro professionale.
--E allora che cos'era?
Senza rispondere Giusto ringraziò la notaia con calore, ma tutta la
voglia di ridere della propria celia gli era passata da un pezzo.
Prima di lasciarselo fuggire di mano la signora Cipolla fece un'uscita
audace.
--Vuol scommettere lei che faranno di tutto per impedire le nozze con
la sua fidanzata?
Come sapeva?... Sapeva. Si sa sempre tutto; basta volere.
--Vuol scommettere? insistè.
Giusto non volle scommettere nulla e tornò nell'altra stanza a finire
nascostamente la cosa incominciata. Baciò dunque leggermente la
Madonnina addolorata, poi, senza parlare, scoccò molti baci sonori
sulle guancie, sugli occhi, sulle labbra della sua innamorata. E alla
fanciulla spaurita spiegò che faceva così per confondere i suoi
ingrati eredi, i quali vorrebbero che non sposasse una ragazza
capacissima di render nullo nella sostanza il testamento, senza
incomodare in nessun modo il notaio Cipolla, e senza nemmeno intinger
la penna nel calamaio.
--In che modo? interrogarono allo stesso tempo Cristina e Nina.
Giusto non lo volle dire.