Il cugino Venanzio non si sgominò punto nel vedersi dinanzi tanto
parentado; intese che gli altri cugini erano venuti per lo stesso
fine, e affliggendosi solo un poco d'essere arrivati tutti insieme
nell'ora medesima, prese la determinazione fulminea di salvarsi.
--Io non voglio sapere, disse a bassa voce, che cosa siano venuti a
far qui i miei cari cugini; tu ti stupirai di vederne qui tre riuniti,
e io non mi meraviglierei quando ne arrivasse un quarto... Dunque
parliamo chiaro: è vero o non è vero che tu sei milionario?...
proprio, milionario, è la voce che corre per la città... Ma domando
io: perchè sei venuto a chiedermi mille lire in prestito? Non te le ho
potuto dare allora perchè non le avevo disponibili... Lo sai bene, non
tutti i momenti sono buoni.... ma se mi assicuri che non sei
milionario, come dice la gente, chiedimi ancora le mille lire in
prestito, e io te le do, parola d'onore, senza pegno nè ipoteca, ma
con un semplice pagherò a sei mesi al sette per cento. È tutto quello
che posso fare per te. Se invece sei tanto ricco, prestami tu tutto
quello che puoi, cinquemila lire o centomila... te le renderò forse
col sette per cento anch'io fra sei mesi... fai la mia fortuna, e non
rischi un millesimo.
Giusto sorrideva senza rispondere; prete Barnaba e l'usciere, i quali
intendevano ogni parola, avevano la disinvoltura minchiona di gente
colta in fallo. Parlavano entrambi allo stesso tempo, fissavano con
attenzione straordinaria Cleopatra, e il reverendo si distrasse fino a
toccare con un dito il serpicino viscido che mordeva la nuda mammella.
A un tratto l'usciere trovò un'uscita alla sua falsa disinvoltura,
l'appetito che lo molestava da un poco, e disse con disinvoltura vera,
guardando l'orologio:
--Volevo ben dire. È già la mezza, e non sono fra le gambe della
tavola. La mia Cristina chi sa mai che cosa penserà di suo padre. Vi
lascio ai vostri interessi; quanto a me, Giusto, tu lo sai, io ne ho
uno soltanto, e non entra nella mia borsa.
Queste ultime parole vollero essere solenni, ma nessuno ne afferrò il
giusto significato, nemmeno Giusto, il quale da un poco veniva
sorridendo e pensando amaramente.
Prima che uno dei suoi cugini si allontanasse, il pittore decise di
dire la verità, a costo della Madonna dei sette dolori, delle mille
lire di Venanzio, e... di ogni cosa, ma non di Cristina sua.
--Ebbene, la verità di tutte le dicerie andate in giro sul mio conto è
questa, ve lo giuro: io avevo sotto mano un notaio taciturno, ma dal
quale scappa ogni cosa che gli si dica senza che egli medesimo se ne
avveda; voi lo conoscete, è il notaio Cipolla; e quando avrete dei
segreti da spargere al vento affidateli a lui. Io ho fatto per celia.
Ho testato in un momento di buon umore, ho disposto di somme favolose
che non ho posseduto mai. Ma non mi è venuto in capo di approfittare
della mia burletta, e come vedete, al momento del profitto, vi
rinunzio. Sono povero come Giobbe e così rimarrò; Cleopatra aspetterà
ancora un pezzo, perchè io non potrò pagare la modella... tu prete
Barnaba pensaci ancora stanotte; domani mi dirai se devo farti proprio
la Madonna dei sette dolori; e se te la farò, sarà la più addolorata
di tutte le Madonne; ecco le tue seicento lire.... al caso le
riprenderò domani...
Prete Barnaba stava con tanto d'occhi a guardare ogni mossa del
pittore famoso, il quale veniva contando i dodici biglietti da
cinquanta.
Giusto diceva come parlando a sè stesso:
«Nel breve tempo che siete rimasti nel mio portafogli, non sarete già
scemati, spero; ma io sono tanto fortunato... No, sono proprio ancora
dodici... Contali tu.»
--Ah! io no, e mi meraviglio! esclamò prete Barnaba con la giusta
indignazione dell'uomo sacro offeso nei suoi sentimenti umani e
divini; io non ripiglio un centesimo; domani ti porterò il resto, e
fammi il piacere di metterti subito al lavoro per il mio altare; se
no, andremo prima in tribunale... poi all'inferno; ma v'andrai tu
solo...
I cugini risero in coro di questa uscita di prete Barnaba, e intanto
Ippolito e Venanzio facevano lo stesso pensiero: «prete Barnaba non
crede un'acca...»
--Questa volta me ne vado proprio, disse Ippolito.
--Anch'io, annunziò Venanzio, e accostandosi fino quasi all'orecchio
del pittore: le mille lire sono a tua disposizione.
--Anch'io, conchiuse il reverendo.
E passò primo fra i due cugini.
Quando ebbero passato l'uscio tutti e tre, il pittore volle ridere
rumorosamente, ma quel rumore poco assomigliava all'ilarità. Allora il
grande artista si abbandonò lentamente sopra un trespolo, dopo averne
tolta la tavolozza e nettata la superficie con uno strofinaccio. E là,
con gli occhi fissi su Cleopatra, si sentì mordere dai dentuzzi di un
aspide viscido e freddo.
Il serpentello mordeva ancora, quando fu picchiato alla porta dello
studio.
Era il figlio maggiore di Bortolo, il macellaio; un giovinastro di
ventidue anni, grande e grosso, a nome Gerolamo. Veniva semplicemente
a chiedere a suo cugino Giusto cinquanta lire in prestito fino al
domattina.
Giusto ebbe fortuna.
Rispondendo ingenuamente di avere poche lire in tasca e di averne
bisogno per i suoi minuti piaceri di pranzo e cena, le fece vedere
sulla palma della mano.
--Serviti, disse.
Allora Gerolamo si contentò di una moneta di due lire che prese con
molta disinvoltura.
Quando il pittore fu solo un'altra volta, si ricordò che nel taschino
del panciotto aveva ancora le seicento lire di prete Barnaba, ma prima
che dicesse grazie agli eterni, riapparve sull'uscio Gerolamo.
--Mi è venuta un'idea mentre me ne andava, e sono tornato.
Giusto senza invitarlo a farsi innanzi, lo lasciò parlare sul
limitare, solo disse da lontano buttando i pennelli sporchi nel
secchiello:
--Se non è per danaro, parla.
E Gerolamo parlò.
Disse d'una cottura che egli si era presa per una fanciulla magnifica,
dell'ostacolo incontrato nel babbo macellaio, il quale avrebbe dato il
suo consenso se l'innamorata fosse appartenuta in qualche modo alla
macelleria; ma non voleva inparentarsi col tribunale....
Giusto a questa parola rialzò il capo dal secchio.
Volle chiedere bruscamente al disgraziato amatore il nome
dell'innamorata; ma lasciò che egli continuasse senza interromperlo.
E Gerolamo proseguì a dire che il padre della fanciulla forse sarebbe
contento, ma il macellaio assolutamente no...
--E la ragazza?... balbettò Giusto.
--La ragazza... mi piace tanto; sarà felice, assicurò Gerolamo.
--Ancora non lo sai?
Non ancora; ma il parere della ragazza contava poco; tutte le ragazze,
nell'opinione di quel fatuo, sono felici al momento di sposarsi a un
giovinetto ben pettinato, con due baffetti a punta, come era lui. Se
lo sposo sa farsi voler bene, assicurò, tutte le ragazze adorano, e
Gerolamo sapeva lui la buona ricetta di farsi adorare; molte carezze a
certe ore, molta severità nel resto della giornata.
--Ah! la ricetta è questa?
--Sicuramente, questa sola: far intendere alla giovine sposa che tra
lei e il suo padrone corre una distanza enorme, ma che questa distanza
può sparire ogni tanto.
--Ah! così?
--Così, proprio.
Insomma Gerolamo era sicuro del fatto suo.
--E il nome della tua innamorata me lo vuoi dire?
--Non lo so ancora!
Ah! Giusto cominciò a respirare meglio.
--E il nome del babbo?
--Il notaio Cipolla!
Ma bravo Gerolamo! innamorarsi della figlia del notaio Cipolla!
Ottimamente.
--La conosci?
Niente affatto. Giusto non sapeva nemmanco che il notaio avesse una
figlia. E che cosa poteva fare per contentare il suo giovine cugino?
dicesse subito, che gli pareva d'esser l'uomo fatto a posta per
accomodare un negozio simile. Almeno vi metterebbe tutta la buona
volontà.
Si trattava di null'altro che di mansuefare il macellaio padre; al
cugino pittore egli non negherebbe nulla.
--Ebbene mi provo. Quando vuoi che mi ci metta?
Subito, si capisce. Ma quando avesse persuaso ben bene il macellaio,
bisognava dire una parolina anche al notaio Cipolla, suo futuro
suocero... e poi un'altra alla mamma.
--E alla signorina, nulla?
--Per lei, basto io; sono sicuro che dirà di sì; l'ho vista dalla
finestra, e, se non sbaglio, mi ha sorriso; ha una faccetta da
madonnina, tutta bianca, come piaciono a me le faccette delle ragazze.
--Ah! ti piaciono così?
Sì, a Gerolamo piacevano così, con poco sangue; piuttosto
melanconiche, perchè le ragazze melanconiche, prese per il giusto
verso, si scaldano meglio delle altre. Davvero? Davvero.
Insomma, il meglio che potesse fare Giusto era di andar subito ad
accomodare il negozio di Gerolamo, con una lontana speranza che
qualcuno, il destino, o il caso, o il padre eterno, si volesse
occupare del suo proprio negozio per accomodarglielo senza bisogno
d'inganni repugnanti alla sua natura di artista inselvatichito.
Egli andò difilato da suo zio, e senza dir molte parole ebbe la sorte
meravigliosa di rendere il macellaio mansueto come un vitello da
latte.
Che il suo testamento da celia fosse arrivato agli orecchi di tutto
quanto il parentado non ne dubitava, ma quando vide il ricco zio
rammentare senza rancore al nipote artista la disgrazia dell'insegna
della testa di manzo, capì di aver guadagnato molto nell'opinione del
ricco parente.
E quando gli parlò dell'innamoramento di Gerolamo per la figlia del
notaio Cipolla, vide che la cosa non era difficilissima come aveva
creduto.
Solamente il macellaio si ribellava a andar in persona a chiedere la
mano per suo figlio; diceva di non aver fatto mai cose simili; venisse
invece l'altro da lui, e risponderebbe di sì. Giusto con pochissima
fatica lo persuase che certe cose non mai fatte si fanno almeno una
volta in vita. Sì, ma il macellaio aveva tre figlioli, e gli
toccherebbe fare la stessa commedia tre volte? Sicuro che gli
toccherebbe farla, ma la pena sarebbe infinitamente minore dopo la
prima volta.
--Sì, ma la ragazza com'è?
Giusto non sapeva, e lo stesso Gerolamo non l'aveva vista altrimenti
che alla finestra.
Al macellaio non piacevano le ragazze che stanno molto alla finestra;
ma potrebbe fare un'eccezione per la futura nuora... E come si
chiamava?... Lo domanderebbero al notaio...
--Senti, nipote caro, ti informerai prima tu, che sei in confidenza
col notaio... Ma giusto, essendo come di casa Cipolla, non sai il nome
della figliola!... non l'hai vista mai?
--Ecco, ti spiego subito: io non sono niente fatto come di casa
Cipolla; io ho conosciuto il notaio in occasione di un certo
contratto...
Il macellaio aveva chiuso gli occhi per vederci meglio; ma Giusto non
aggiunse altro.
Allora zio Venanzio li riaprì.
--Senti, Giusto, mi hanno detto che tu hai fatto testamento; che idea
ti è venuta, alla tua età? Io, per esempio, non l'ho fatto e non lo
farò... è vero che ho tre figliuoli legittimi e il mio piccolo
patrimonio basterà appena appena per sfamarli qualche anno e pagare i
loro debiti; ho deciso quasi di fare testamento anch'io per
diseredarli tutti, lasciando loro la legittima; il resto, perchè tutto
non vada in mani ladre, potrebbe servire a qualche cosa... tu mi
potrai consigliare. Tò! un giorno venisti a chiedermi una piccola
somma in prestito; ti ricordi?... non so bene, credo duemila lire o
tre, non rammento bene; io non te li potei dare non so più perchè...
forse perchè non le aveva disponibili.... ti dissi le mie ragioni, tu
le trovasti buone.... ora, quando ti occorresse qualche cosa non hai a
far altro che parlare, e se t'incomoda venire fino da me, scrivimi un
bigliettino... Puoi contare...
Giusto sembrava riflettere molto e non rispondeva.
--Non sei già offeso? non è vero?
Giusto disse di no risolutamente con un cenno del capo; e lo zio
macellaio gongolando per quella energia del diniego insistè fino a
ottenere una risposta più aperta.
--Dimmi che all'occasione conterai sopra di me... dimmelo... dimmelo.
E Giusto finì coll'acconsentire.
--Ci conto. Ma ora non ho bisogno di nulla e me ne vado dal notaio.
Giusto se n'andò difilato in casa Cipolla.
Il notaio era assente; avendo continue sedute con un suo collega per
mettere insieme un magnifico contratto di compra-vendita fra due
contraenti disposti a corbellarsi a vicenda, poco tempo gli rimaneva
in quei giorni di stare in ozio a contare i fatti suoi alla legittima
consorte.
La notaia sapeva questo solo, che uno dei farabutti voleva rivendere
un grosso fondo ancora non pagato, e che l'altro farabutto voleva
comprare senza pagare nemmanco lui; la difficoltà da parte dei notai
doveva consistere tutta nell'impedire a uno di costoro di mettersi
sotto l'altro.
--In ogni sorta di contratti uno solo paga; Cipolla vuole che sia
l'altro, e non ha torto; si fa presto a perdere la reputazione.
Giusto, indifferente alla sorte di quella compra-vendita, guardava qua
e là, mentre la notaia aveva aperto tutte le cateratte; egli sperava
che da un uscio dei tre che mettevano in salotto apparisse
l'innamorata di Gerolamo.
A un certo punto, per scampare a un diluvio di parole, interruppe:
--Ero venuto perchè mi premeva di parlare della signorina...
La notaia a queste parole tacque a un tratto, e per diventar la vera
mammina della ragazza da marito, cambiò natura; si fece attenta,
lusingò col sorriso, adulò senza dir parola.
Finse di credere che Giusto fosse venuto per conto d'un altro, e
quando le fu permesso dalla dignità di suocera in erba, parlò così al
suo genero presunto.
Parlò blandamente, fissando gli occhi nella parete dirimpetto. Parlò
così:
--Lei non può credere che consolazione e che pena mi dà quando mi dice
d'una brava persona di Milano, la quale ha visto mia figlia alla
finestra e se ne è innamorato. Mi consolo perchè, come madre, spero
sempre di trovare un uomo generoso tanto da.... mi affliggo perchè
finora non l'ho mai trovato, sebbene molti passanti abbiano alzato gli
occhi alla finestra e si siano innamorati di Nina.... ma la maggior
parte degli uomini non sanno tollerare un... Sa lei se il suo
giovinetto sia diverso dagli altri?
Mentre la notaia diceva della pena e della consolazione, trottava per
la testa di Giusto l'immagine di Cristina bella che gli pareva d'aver
dimenticato da un quarto d'ora, e non era vero; sulle prime non
s'avvide delle reticenze, poi le afferrò senza cercarne il
significato, poi cercò senza indovinare.
All'ultimo confessò:
--Non capisco niente; la sua ragazza che cos'ha? È malata molto?
--Per grazia di Dio, no; Nina è sana come un pesce... ma...
--Ma che cosa?
--Lei non ha visto mai tutta la mia Nina?
Giusto non l'aveva vista mai nemmanco mezza.
E se la mamma permetteva...
La notaia si levò di scatto, disse a quello che a lei sembrava l'ombra
di un genero, di aspettare un momentino e se ne andò nella camera
della sua figliuola.
Come mai un leguleio taciturno e una gazza avevano generato una
creaturina così soavemente bella? Nina era tutta bianca, tutta bionda
e gentile; gli occhi buoni, quando non erano fissi sopra un libro,
guardavano lontano, a un ideale perduto per sempre. La faccetta
pallida, involta in un velo di melanconia, dava l'idea di essere
un'apparizione di cielo.
La notaia venuta in presenza di sua figlia parve un'altra donna; e
veramente era un'altra; era una madre; la sua faccia, la sua voce, i
suoi modi, s'ingentilirono.
--Bimba mia, ascoltami.... lascia stare quel libro, se non ti spiace;
senti bene... vi è di là...
Allora Nina, fissando gli occhioni spauriti in faccia alla madre,
cominciò a tremare per tutta la persona.
--Ecco... ti piglia ancora il tremito: di che hai paura? È un
bell'uomo, un artista come vorresti tu... io lo so bene... non è più
tanto giovane... a te piace così... io lo so perchè le mamme leggon
nel cuore delle loro bimbe... Dunque non tremare... Lascia che egli ti
vegga... Vuoi? Chi sa? Potrebbe essere lui...
Nina non rispondeva; la gazza continuò a mormorare come una tortora.
--Tutti quelli che si erano innamorati di te non ti piacevano e non
gli hai voluti nemmeno vedere; non bisogna far così; fra tanti uno
avrebbe potuto sposarti, col tuo difetto invece gli hai respinti
tutti.
Nina alzò gli occhi a guardare la mamma, e fece un no melanconico col
capo.
--Ah! sì, è vero; uno ti piaceva, era un bel giovane, faceva dei
sonetti e il disgraziato ebbe paura.... ma non credere che tutti siano
così; questo qui è un pittore, è un bell'uomo, è anche ricco... chi
sa? potrebbe aver più cuore e più criterio degli altri... no, no, non
ho detto pietà, ho detto più cuore e più criterio, e m'intendevo anche
più _amore_. Te l'accompagno? Vuoi?
Nina chinò il capo sul petto e lasciò penzolare le belle braccia
bianche lungo i fianchi.
--Ah! bravissima; io vi lascerò soli, e tu gli parlerai come vorrai.
Vado e vengo... dammi un bacio.
Pose sulla bocca porporina della figliuola le sue labbra irrequiete e
se ne andò. Sull'uscio si trattenne ad avvertire che il pittore forse
avrebbe finto di venire per un altro.
Nina rimase nell'attitudine d'una smemorata finchè Giusto e la mamma
furono sul limitare.
--Nina, mormorò la mamma da lontano, possiamo entrare...?
Non attesero risposta.
La ragazza si levò reggendosi al bracciolo del seggiolone, e rimase in
piedi fin che Giusto le fu dinanzi, fatto mutolo dalla bellezza
gentile.
--Si accomodi, balbettò la povera creatura rimettendosi a sedere con
abbandono.
La mamma intanto poneva innanzi un monte di parole per dir meno di
nulla; all'ultimo le parve che di là la chiamassero.
--Mi scusi, vengo subito.
Rimasto solo con la signorina, il pittore fece una vecchia
osservazione curiosa, cioè che tutte le belle donne le quali aveva
viste in vita sua lo avevano impacciato, le bellissime no. E con la
schiettezza sua domandò alla signorina il perchè di questo.
Nina si fece rossa, rise e rispose senza ombra di modestia che non
sapeva.
--Lo so forse io, aggiunse celiando il pittore; le donne così dette
belle nascondono sempre un loro difettuzzo che lo spettatore non
riesce a scoprire subito, e questo lo turba; le veramente belle non
nascondono nulla all'ammirazione contenta. Forse è così.
Forse. Sicuramente era un madrigale ardito. Nina mise in faccia al
pittore poeta due raggi di sole melanconico, e gli disse:
--Lei non mi ha vista tutta prima d'oggi, non è vero? Nessuno mai le
ha parlato di me, nessuno che mi abbia vista in strada, dove scendo
poco? e per questo non sa il mio difetto odioso, insopportabile, che
le farà mutare opinione sul conto mio.
Giusto sorrideva al sorriso di lei, e senza intendere ancora frugava
con lo sguardo la pallida creatura.
Nina, facendosi ancora forza per sorridere, aggiunse con voce
intelligibile appena:
--Dunque non sa nulla? Io sono storpia. Vuol vedere? Non si turbi poi
troppo.
E senza attendere risposta si staccò dalla poltroncina per
attraversare la stanza. Ahi! povera creaturina bella! Quell'angiolo
zoppicava.
Andò sbilenca fino a una libreria per riporre il libro, ne prese un
altro, e sempre sorridente, tornò al suo seggiolone accanto alla
finestra.
Ma spuntarono sugli occhi meravigliosi le lagrime trattenute fino
allora, e le manine bianche non furono pronte a celarle.
Ora Giusto era turbato veramente.
Non sapendo che consolazioni di parole potesse dare a quella dolente,
avvicinò la sua seggiola alla poltroncina, e senza parlare, con la
amorevolezza di un fratello le accarezzò le mani bianche, fra le quali
sfuggiva il pianto silenzioso.
E parve a lui che se fosse venuto a chiedere la mano di quella storpia
bellissima, ora sarebbe stato il magnifico momento di buttarsi ai suoi
piedi per adorarla in ginocchio, e scongiurarla di darsi a lui per
tutta la vita.
Ma egli era venuto solamente per conto del figlio del macellaio, e
Cristina sua, perfino dinanzi a quell'amore di fanciulla, era rimasta
nell'istesso altare, anche lei bellissima, adorata essa sola.
E Giusto avendo pensato così, così volle dire.
--Perchè si affligge tanto? Che cosa le fa tanta pena? Me lo dica.
E siccome Nina non voleva dir nulla, ma cominciava ad asciugare le
lagrime vergognando d'essere stata debole, l'artista proseguì
abbassando la voce per renderla più insinuante e dare alle proprie
parole la dolcezza dell'intimità.
--Sicuramente è un difetto, ma compensato da... tutto il resto. Qual
uomo non lo perdonerebbe a una donnina amata?
Tacque lungamente per dar tempo alla bella creatura di ricomporsi.