Ma Giusto non era contento fin che non avesse visto la sua Cristina, e
quando fu domenica ricominciò la visita delle tre chiese; cominciò da
S. Lorenzo, che era la più lontana, passò per S. Giorgio e poi, con
poca speranza, finì a Sant'Alessandro, ed ebbe proprio la fortuna di
veder Cristina sua scendere la gradinata, mentre egli imboccava la
piazza. La fanciulla del suo cuore era quasi sola, perchè la fantesca
era sorda come un campanone, e a dirle quattro paroline come
all'occasione il grande artista ne sapeva dire, diventerebbe cieca e
muta. Giusto affrettò il passo.
Quando fu accanto alla cuginetta, le prese paternamente un braccio, e
la ragazza voltandosi, disse:
--Oh! che piacere; zio Giusto!
Invece di protestare, il pittore accettò quel grado di parentela,
pensando che agli occhi della fantesca la famigliarità di zio è forse
una cosa lecita, mentre da tempo immemorabile i cugini hanno poca
reputazione.
E tenendo la mano della nipotina, se ne andò lentamente con lei lungo
la via Olmetto. La fantesca, come se fosse necessario, si era tirata
indietro per non stare ad ascoltare i discorsi dei padroni, e così,
senza perder tempo, Giusto informò Cristina d'essere stato a cercare
di lei quando essa era a Barzanò, d'aver girato mezza la notte intorno
alla casa dove la sua cara ammalata soffriva, senza potervi penetrare,
e che si era poi buscato il tifo.
--Il tifo! ora sta bene?
Benone!, sopratutto se Cristina acconsentisse a una proposta che il
pittore le farebbe.
--Dica...
Giusto aveva tante proposte sulla punta della lingua, ma una, la più
vagheggiata, al momento buono gli parve di un'audacia spropositata, e
se la tenne per un'altra volta.
--Dica, dica.
E il pittore disse. Disse che se Cristina volesse un tantino di bene a
lui, poveretto, poteva renderlo il più beato dei mortali.
Cristina abbassò gli occhi un momentino, poi rialzandoli risolutamente
e mettendoli in faccia allo innamorato, domandò a bassa voce:
--E come devo fare?
--Rifiutare qualunque marito ti venisse offerto dall'usciere fosse un
usciere, o un cancelliere, o il pretore medesimo, fosse anche il primo
presidente della corte d'appello; dichiarare tranquillamente di non
volere sposare un altro uomo il quale non fosse Giusto Giusti.
Cristina curvò il capo sul petto, e parve al disgraziato amatore che
essa volesse dirgli alla muta non poter mai trovare tanto coraggio.
--Ti manca il core?
--No, rispose Cristina con semplicità; quello che mi domandi l'ho già
fatto.
--Dio grande! Possibile mai?
La fanciulla non aggiunse parola.
--Possibile mai! mormorava Giusto; e tuo padre?
--Io aveva paura di lui e non lo guardavo; rimase un pezzo dinanzi a
me, senza dirmi nulla, poi se n'andò in silenzio; aprii gli occhi e
non piansi più.
--E da quel giorno il babbo è mutato?
--È rimasto lo stesso; e questo mi sgomenta; non ho io ragione?
Giusto pensò un poco, e riconobbe che la bambina non aveva torto.
Gli si affacciò ancora, e più insistente che mai, l'idea di proporre a
Cristina una magnifica fuga, ma la lingua gli si ribellò ancora. E
pure che altro fare? Cristina aveva diciasette anni appena, e per
farla in barba all'autorità paterna, bisognerebbe aspettare l'età
maggiore; d'altra parte, per quanto ringiovanito dalla convalescenza,
Giusto Giusti vedeva chiaro chiaro che quando i trentasei sono sonati,
non è utile, anzi è inutile, anzi è dannoso, ritardare le nozze cinque
anni, come a dire cinque secoli eterni.
--Ah! Cristina mia, quanto siamo infelici!
--Non è vero che siamo infelici, se ci vogliamo bene! Sapremo
aspettare, non è vero?
--Io, no, non posso aspettare perchè sto diventando vecchio, volle
esclamare Giusto, ma sentì sfuggire la mano di Cristina.
--Ecco il babbo!
E veramente l'usciere veniva loro incontro con la solennità delle
grandi occasioni, almeno così parve ai due colpevoli; invece quando fu
a tiro, l'ufficiale giudiziario aprì le labbra a un sorriso amabile.
--Chi vedo qui con mia figlia? Sei dunque guarito bene? Abbiamo avuto
tutti una paura, una paura... Non è vero, Cristina?
Cristina guardò suo padre in un certo suo modo ingenuo e non rispose
nulla.
--Sicuramente, era il tifo addominale; forma leggiera per fortuna, se
no, caro il mio Giusto, te ne andavi _ad patres_; lo dicevamo sempre
in casa, non è vero, Cristina, che lo dicevamo? quel poveretto se la
vede brutta, e ce la fa vedere brutta a tutti quanti... Non è vero,
Cristina?
Ma no, non era vero niente affatto; e per quanta fosse la contentezza
della buona ragazza nel veder così trasformato suo padre, non volle
mentire per compiacenza.
--Ti sbagli, babbo; io non ho mai saputo a Barzanò che lo zio fosse
ammalato; ne seppi qualche cosa tornata a Milano, ma non credevo una
malattia così grave...
--Ah! sì, è vero; a te non s'era detto nulla perchè tu stessa eri
stata ammalata; avevi la pleurite falsa. Dunque, cugino caro, ora
vogliamo mettere un po' di carne attorno alle ossa, non è vero? perchè
sei dimagrato un poco... ma poco veramente... e... scommetto che tu
venivi in casa mia?
Dai modi dell'usciere, dalle sue parole, Giusto argomentava, senza
paura di errore, che il notaio, o la notaia, avesse messo in
circolazione le clausole del testamento, e si sentiva preso allo
stesso tempo dalla soddisfazione che la burletta gli fosse riuscita,
dallo scrupolo che fosse riuscito troppo, e da una contentezza
veramente stupida, come se la somma della quale aveva disposto per
testamento gli ballasse entro la saccoccia.
--Sì, veramente ero diretto a casa tua, ma sul portone di casa mi
sarei fermato un momentino a salutare Cristina, e me ne sarei tornato
allo studio.
--Oh! cattivo! non avresti salito le scale per vedermi?
--Parola d'onore, non le avrei salite; forse avrei detto a tua figlia
di salutare suo padre, ma non ne sono sicuro.
L'usciere si accontentò di quella risposta.
--Manco male, disse; e ora accompagniamo Cristina a casa; poi sarò a
tua disposizione, perchè... perchè anch'io venivo a trovarti in
studio.
I due cugini, pigliando in mezzo la fanciulla, si avviarono in
silenzio.
L'usciere andò cercando per un poco un argomento di discorso, e
trovata la subasta di un palazzo cominciato appena, ne empì tutta la
via Disciplini quanto è lunga; Cristina e suo zio tacevano,
guardandosi ogni tanto; la fanciulla ingenua aveva lasciato penzolare
la mano sinistra lungo il fianco, altrettanto aveva fatto il pittore,
e così le mani loro si incontravano ogni tanto senza paura di nulla,
perchè la fantesca sorda si era affrettata a passare innanzi ai
padroni per aprire l'uscio di casa.
Ma arrivati al portone, Giusto non volle salire per niun conto; aveva
molto a fare in studio, perchè se l'usciere la domenica è libero
press'a poco, l'artista, il quale deve cogliere l'ispirazione quando
si presenta, non può santificare le feste... si capisce?
Si capisce chiaramente.
Così l'usciere si attaccò ai piedi di Giusto.
Nella via del ritorno seguì il contrario; Giusto ciarlava come una
gazza, ciarlava di cose che molti uscieri non capiscono, anzi sembrava
scegliere appunto quelle per aver il gusto di vedere l'ufficiale
giudiziario approvare col capo tutte le arditezze. Finalmente
l'usciere n'ebbe fin sopra il cappello a staio di approvare tutto
quello che non avrebbe inteso mai, campasse ancora un secolo, e disse
tranquillamente:
--Ti ho lasciato dire perchè pensavo ad altro, ma la verità vera è che
io sono un po' pentito della risposta dell'altro giorno...
--Che giorno?
--Eh! lo sai bene; non sarai offeso della prudenza d'un padre; in fin
dei conti ho una figlia sola, e dovevo prendere le mie precauzioni.
--Non ti capisco...
--Ti vendichi; vuoi che mi umilii...
--Non voglio nulla da te; saprò aspettare...
--Eh! via, non sono cose da fare, nè da dire; non è meglio sposarsi
subito quando si può? dillo tu.
--Sicuramente è meglio; se tu mi dai Cristina me la piglio; non ho
altro a dirti; se tu non me la dai, me la piglierò più tardi.
L'usciere, invece d'andare in collera a questo parole audaci, ne
sembrò rallegrato. Diceva, parlando a se stesso:
--Tutti così questi artisti!, come se ne avesse conosciuto intimamente
una mezza dozzina.
Si fece serio:
--Io voglio il bene della mia figliuola; ho già visto che essa ti vuol
bene; ma non si vive di solo pane, e tanto meno di amore. A un buon
matrimonio occorre molto companatico, delle vesti da estate, da
inverno e da mezza stagione, dei mobili non dipinti soltanto ma da
potersi pignorare al bisogno, occorre un buon contratto di locazione,
cinque o sei stanze almeno e una cucina... possono nascere in poco
tempo dei piccini nudi e affamati; e ci vogliono molte fasce e altro
vestiario e un numero sterminato di pagnotte per tirarli su omini come
il padre e il nonno... Ne convieni?...
Giusto ne convenne pienamente con un cenno del capo, ma non rispose
sillaba.
--Dimmi una parola che mi accontenti, e Cristina è tua; se non vuoi
dirla per me, dimmela per lei; ora la felicità è in tue mani... parla.
Giusto tenne il capo basso senza rispondere.
Camminarono così un buon tratto in silenzio.
L'usciere pensava: egli non ha rinunciato a Cristina se aspetta solo
la sua maggiore età per sposarsela a mio dispetto; e perchè allora ha
fatto testamento? Bizzarrie d'artista!, e se intanto egli morisse
senza pigliar moglie, il testamento sarebbe valido, e io spartirei con
gli altri; ma egli per farmi dispetto potrebbe fare un altro
testamento privandomi della mia porzione; e allora? Allora zero. Quasi
quasi gli dico «sposala,» ed egli la sposa, ed i miei cugini restano
con un palmo di naso, chè senza annullare l'atto d'ultima volontà con
un atto posteriore, tra mia figlia e lui, scommetto, s'ingegneranno
subito a mettere al mondo un erede legittimo... Ma perchè prima di
quaranta anni ha fatto testamento? perchè bisogna pure farlo una
volta, e io l'avrei già fatto se non ne avessi visto l'inutilità. E
perchè ha fatto testamento quando cominciava la convalescenza? Appunto
perchè aveva toccato con mano che si può essere spediti all'altro
mondo dal tifo quando uno meno vi pensa. E perchè si lasciava
pignorare i mobili? Perchè erano soltanto dipinti, e non voleva pagare
l'esattore.
Tutte queste domande trovavano pronte e chiare risposte. Una sola non
ne aveva alcuna: come mai Giusto, disponendo di tanto capitale, era
andato in giro per tutta la sua parentela a chiedere l'impossibile:
mille lire in prestito?
Il quesito strano lo impensieriva da un pezzo, per quanto si provasse
a dire a se stesso che gli artisti hanno molte stramberie per la
testa. Ma chi sa mai? Giusto aveva voluto esperimentare la generosità
dei parenti, e visto che uno non valeva meglio dell'altro, aveva
pensato di punirli tutti quanti testando con atto di notaio, e
annullando l'atto con un testamento olografo di data posteriore. A
questo punto diede un'occhiata al compagno silenzioso. Ah! era chiaro.
A quest'ora egli aveva nominato erede universale l'istituto dei
rachitici, o la famiglia artistica!
Giusto a capo basso pensava:
Non vi è dubbio che il notaio si è sbottonato in faccia alla notaia;
ed è certissimo che la notaia ha portato in giro per Milano la notizia
del testamento. Ora questo usciere minchione è tentato di credere che
io sia ricco e avaro, sta pensando un po' al pignoramento e alle mille
lire, ma finirà col mettere ogni cosa in conto della mia avarizia
sordida. Posso sfruttare la falsa opinione di mio cugino perchè si
lasci uscire di mano sua figlia, sposarmela ed esser felici a dispetto
di tutti; ma io non posso incoraggiarlo con una parola, nemmeno con
una sillaba, non posso proprio; la corbellatura per celia mi piace,
l'inganno mi repugna.
Così pensosi entrambi arrivarono allo studio.
Sulla lavagna dell'uscio, dove Giusto aveva scritto col gesso: «uscito
alle nove; sarò di ritorno alle dieci», si leggeva: «Prete Barnaba
arrivato alle dieci e ha aspettato un quarto d'ora, tornerà prima
delle undici;» e ancora: «Prete Barnaba tornato alle undici, verrà
mezzodì...»
--Nostro cugino Barnaba! esclamò il cugino Ippolito; che diamine vuole
da te?
--Non lo so.
Ma quasi lo sapevano entrambi.
Giusto guardò l'ora; altrettanto fece l'usciere: poco mancava a
mezzodì, l'ora del pranzo dell'ufficiale giudiziario; ma Ippolito non
lo disse, perchè se prete Barnaba arrivasse all'ora giusta, direbbe la
ragione dei quattro viaggi in meno di due ore.
Ippolito andò in giro per lo studio, ad ammirare le tele incominciate,
dichiarando a voce alta che gli sembravano portentose, costringendo
l'artista ad arrestarsi a un certo punto per ammirare anche lui
l'opera propria.
--Ma sai che sei un grande artista! In verità non lo avrei mai
sospettato; noi uomini di legge siamo tanto lontani dall'arte... ti
voglio confessare che non ti credevo capace di essere un gran
pittore... e sai perchè?... perchè sei mio cugino... Me lo credi?
Altro che! Giusto credeva tutto.
--Qualcuno mi era venuto a dire che tu avevi dell'ingegno...
--E non hai creduto?
--Ho creduto, perchè ingegno ne abbiamo tutti in famiglia; ma quando
mi dicevano che stavi creando un'arte nuova, tutta lombarda, un'arte
che bisognava guardare da lontano, da un certo punto di vista, che i
colleghi ti incoraggiavano imitandoti, anche avendo invidia di te...
allora...
--Non credevi?
--Che credere! Domandavo sempre: si è fatto ricco col suo pennello?,
mi rispondevano di no.--Ebbene, dicevo, l'arte che non frutta è
un'arte inutile... Ma ora, guardando da questo punto... fammi il
piacere, mettiti qui tu stesso... e guarda...questa donna che si
attacca un serpente alla mammella... è una cosa che fa pena, ma è
bella... dillo tu stesso.
--Non è finita, perchè mi manca la modella, disse tranquillamente il
gran pittore.
--Ti manca la modella? Ti è morta?
--No, mi manca il denaro per pagarla. Oh! prete Barnaba, scusami
tanto, se ti ho fatto venire tante volte inutilmente.
Prete Barnaba entrò in studio con una certa paura delle tele dipinte e
in ispecie d'un paravento che poteva nascondere il peccato carnale;
entrò quasi in punta di piedi, guardandosi intorno e afferrandosi alla
propria sottana per non mettere il piede in fallo. La sua faccia
scolorita aveva la barba nera di una settimana almeno, e la piccola
chierica era in gran bisogno del rasoio; il solino desiderava da gran
tempo il bucato; la veste era tanto sfrittellata da sembrare una
frittella sola; e per giunta una scarpa stava perdendo la fibbia.
--Oh! disse, quando ebbe la certezza che il paravento non nascondeva
la tentazione del demonio; oh! anche tu qui! spero non sarai venuto a
fare il pignoramento al nostro Giusto.
Ippolito sorrise e per entrare nella celia, rispose:
--Nè tu a confessarlo o a raccomandargli l'anima.
Sorrise anche prete Barnaba, e cominciò, come aveva fatto l'altro
cugino, ad ammirare le tele; un Cenacolo incominciato gli piacque
subito; ma si fermò davanti a Cleopatra e alle donnine del gran quadro
dell'orgia; quelle donne mezzo spogliate tennero incerto il suo
giudizio un gran pezzo; finalmente si decise ad ammirarle tutte.
L'usciere gli veniva dietro guardando ogni tanto l'orologio;
mangerebbe la minestra riscaldata, ma ad ogni costo voleva penetrare
il segreto di quella visita.
Finalmente il reverendo ebbe pietà, e confessò d'essere venuto per la
Madonna dei sette dolori.
--Ci ho pensato molto, dopo quello che mi avevi detto, e ho parlato al
parroco; egli mi pare ben disposto, e se gli andrò a dire che ho
combinato ogni cosa, che concorro anche io nel limite delle mie
modeste forze, il mio altare avrà la sua madonna. Ti porto seicento
lire per ora; nella settimana ventura il resto; sei contento? tu mi
farai una Madonna dei sette dolori, come dicevi... da far piangere i
sassi.... sarà il primo suo miracolo e sono sicuro che ne farà degli
altri quando sia stata consacrata dall'arcivescovo. Bisogna però
abbondare nella tela.... mi hai detto che una spanna di più o di meno
a te nulla importa; ai devoti invece, una spanna di più cresce il
valore...
--Della Madonna?
--Non dico propriamente questo, ma quasi.
Giusto aveva una irresistibile voglia di sparare in volto ai due
cugini una risata omerica, ma si trattenne perchè insieme a quella
tentazione allegra gli stavano venendo altre idee d'altro colore; idee
insolite, capaci di disgustarlo a poco a poco dei parenti, degli amici
e dell'umanità tutta quanta.
Sorrise appena appena alla propria fortuna, intascò le seicento lire
facendone ricevuta, e siccome stava firmando senza pagare la tassa
nemmeno questa volta, l'usciere intervenne con la sua autorità d'uomo
del foro, e offrì al cugino la marca da bollo da dieci centesimi.
--Ti faccio risparmiare la multa di lire 40, disse.
--Grazie, rispose il pittore.
E ora l'usciere poteva andare a colazione; ma mentre guardava
l'orologio ancora una volta, una voce domandò il permesso di entrare;
e quella voce era così nasale da non si potere dubitare fosse d'altri
che del cugino Venanzio.
L'usciere e prete Barnaba si guardarono alla sfuggita; vollero
andarsene entrambi, e rimasero.
--Avanti, cugino carissimo!