Un giorno Giusto era di buon umore. Stando sul letto dell'albergo, gli
venivano baldanze d'uomo sano; diceva a voce alta a se stesso, diceva
all'oste diventato amico suo: «io mi sento bene; il dottore non
capisce nulla, mi vuol tenere a letto, mentre stia a vedere che io mi
levo, mi vesto e me ne vado a Milano senza pagare il conto. Scommette
lei?»
L'oste era incapacissimo di fare scommesse simili; del conto era
sicuro; quando fosse l'ora giusta, l'ospite suo se ne andasse pure
senza pagare; ma ora rimanesse a letto per non guastare tutto.
Quella mattina venne il notaio Cipolla; era abbottonato come il
solito, e la sua visita fu breve, perchè egli non aveva mai molte
parole a dire; ma negli stenti di quella conversazione il pittore ebbe
un'idea allegra: «far testamento!»
E la manifestò con faccia seria.
--Senta notaio, io voglio dettarle le mie ultime volontà.
Il notaio Cipolla sbarrò tanto d'occhi, sembrando dire: che sorta di
volontà ultime può aver lei?
--Voglio far testamento. Mi vuole aiutare?
Il notaio Cipolla rispose di sì, che voleva, perchè in fin dei conti
era il suo mestiere; però che necessità aveva il signor Giusto di far
testamento, quando gli si aprivano un'altra volta le sorgenti della
vita, d'una vita lunga, perchè a giudicare all'ingrosso.... che età
poteva avere il signor Giusto?... meno di quaranta....
--Trentasei... sonati.
--Dunque?
Ma detta questa ultima parola, il notaio si arrestò sbigottito forse
di aver parlato troppo, o d'aver parlato male. Non era forse obbligo
suo professionale predicare il contrario, dire ai giovani e sani:
«testate fin che siete così: può venirvi il tifo quando meno ve lo
aspettate, e avrete il rimorso di andarvene all'altro mondo senza aver
accomodato a piacer vostro le cose di questo.»
Invece, tanto bene era entrata nel cervello del notaio l'idea che quel
faro della pittura lombarda non avesse il becco d'un quattrino, che
correggendo il suo pensiero di prima ne espresse un altro quasi
consimile.
--Che necessità ha lei di fare un testamanto con l'opera di un notaio?
Faccia un testamento olografo. Non sa fare? Le insegno subito... Un
pezzo di carta qualunque...
No, no. Era inutile. Giusto voleva fare la cosa davanti a notaio e ai
testimoni, e in carta bollata.
Il notaio Cipolla non fiatò più.
--Vorrei far subito.
--Facciamo subito.
Lì per lì il notaio mandò a prendere due fogli di carta bollata, e
Giusto volle pagarli senza aspettare il conto; si chiamò l'oste, il
quale chiamò il cuoco, il cameriere e lo sguattero, tutti testi idonei
maschi e d'età maggiore, e Giusto dettò senza ridere, mentre ne aveva
una voglia straordinaria.
* * *
«Del mio piccolo patrimonio di dugento mila lire in cartelle del
Debito pubblico italiano, che si troveranno nel cassetto della mia
scrivania, faccio quattro parti uguali fra i miei cari parenti, non
avendo nessuna ragione di favorire uno piuttosto che l'altro,
essendomi provato che essi valgono uno quanto l'altro.
«Lego dunque L. 50.000 al mio buon cugino prete Barnaba, con l'obbligo
di dire egli stesso, se sarà vivo al tempo della mia morte, o di far
dire da un altro prete della sua chiesa, dieci messe in suffragio del
mio purgatorio. Regalo ancora allo stesso mio cugino prete Barnaba la
Madonna dei sette dolori che mi propongo di dipingere e che egli farà
collocare nella Cappella dove dice messa.
«Lego L. 50.000 al mio cugino Venanzio Bordini.
«Lego L. 50.000 a mio zio Bortolo Negri, negoziante di carni di
macello.
«Lego L. 50.000 a mio cugino Ippolito Portatore usciere.
«Lascio i quadri e tutto quanto si troverà nel mio studio alla mia
morte, alla mia cuginetta Cristina, figlia di mio cugino Ippolito.
«E augurando ai miei cari parenti di vivere lungamente per seppellirmi
con poca spesa, trasportandomi al cimitero monumentale in un modesto
carro di seconda classe, terza categoria, mi sottoscrivo
«GIUSTO GIUSTI.»
* * *
Mentre andava empiendo di sgorbi le sue carte bollate, il notaio
Cipolla pensava, pensava anche l'oste, e il cameriere pure; e i loro
pensieri, avviati sulla medesima strada, erano di meraviglia mista a
un lontano sospetto di corbellatura.
Ma il testatore era rimasto serio, sapendo bene che se gli fosse
scappato da ridere tutto l'intento suo sarebbe fallito.
E qual era il suo intento? Niente altro che beffarsi, con poche lire
di carta bollata, dei suoi parenti ricchi e miserabili.
Non l'aveva tentato alla commedia testamentaria la sciocca
soddisfazione di lasciar con un palmo di naso i suoi eredi quando egli
avesse a morire; tutt'altro; egli si sentiva rinascere, gli pareva
chiaro che toccasse a lui seppellire a uno a uno tutti i suoi cugini e
suo zio macellaio, e a suo tempo avrebbe fatto volontieri questo
ufficio pietoso. La celia diventava saporita per la sicurezza che il
notaio Cipolla, tornato a casa, avrebbe detto ogni cosa alla notaia,
la quale, in gran confidenza ne avrebbe informato prima l'usciere e
poi tutti quanti.
Giusto s'anticipava con l'immaginazione la faccia mortificata di zio
Bortolo, di prete Barnaba e di ogni altro cugino suo nell'apprendere
che il gran pittore non solo era un _faro_, ma anche una borsa piena e
capace, capace di dare una musica allegra di marenghini.
Essendo tutti più maturi (salvo uno, cugino Venanzio), avrebbero poca
speranza di toccar nemmeno con un dito l'eredità, e questa sarebbe la
loro punizione; che Giusto già si vedeva rifiorito meglio di prima.
Insomma, cominciava per lui la festa; solo, avrebbe un po' di noia per
pagare il conto dell'oste, e più tardi il notaio.... ma chi sa che non
potesse, durante la convalescenza, indurre l'oste a posare; e forse
ancora, il ritratto del notaio Cipolla avrebbe il bisogno di essere
ritoccato, anzi ne avrebbe bisogno di sicuro, perchè una volta il
Cipolla portava la barba come un capuccino, ma poi sentendosi crescere
la dignità del tabellionato si era pelato come un ginocchio.... E... e
che altro?
Che altro? Soltanto questo: che il cugino usciere, sapendo il pittore
ricco di dugento mila lirette, si affretterebbe a buttargli nelle
braccia Cristina cara, Cristina bella.
E perchè all'idea di avere l'amor suo per questo mezzo, Giusto si
sentì venire uno scrupolo?
Perchè il grand'artista era anche un uomo semplice, capacissimo,
quanto qual si sia bandito, di rapire la sua innamorata, ma alla luce
del sole, tenendo in rispetto il suocero e gli altri avversari, se ce
ne fossero, con un trombone calabrese spianato, ma mettere la mano
sulla propria felicità con un'astuzia, anzi con un inganno, gli
repugnava.
E fu tentato di dire al notaio Cipolla, il quale finiva in silenzio
l'atto solenne, che avendo voluto fare una celia ai suoi cari parenti,
era già pentito. Guardò sott'occhio l'oste e i testimoni, e gli
parvero quattro brave persone contente in modo straordinario di
assaggiare la dignità di testi idonei; ebbe pietà di loro; temette la
collera muta del notaio corbellato, e compì la corbellatura firmando
la carta bollata, e ringraziando tutti quanti di averlo aiutato in
quella impresa. Ancora non rideva.
Rise, appena notaio e testimoni furono fuori dell'uscio, rise senza
far rumore, e lungamente rise, poi si lasciò venire in mente tutto il
buono che dalla corbellatura poteva nascere, e il buono non gli pareva
dover essere gran cosa; ma la soddisfazione di tener inquieti i suoi
legatari, e un giorno crescere la loro inquietudine con un altro
testamento, segreto davvero (che il segreto sarebbe affidato prima
alla ceralacca che al notaio Cipolla) ciò rendeva propriamente felice
quell'anima ingenua d'artista.
E non ebbe più scrupolo della menzogna in carta bollata per carpire la
propria innamorata. Decise subito di essere guarito senza aspettare la
licenza del medico, si levò a sedere sul letto e stette un po' come a
tastarsi tutto mentalmente; e si sentì sano più d'un pesce, cioè vispo
al par d'un bambinone risanato appena. Si levò di letto in un batter
d'occhio, e corse ad empire di meraviglia i suoi complici
testamentarii, i quali avevano sempre inteso dire che fare il proprio
testamento allunga la vita, ma non sapevano ancora, e toccavano con
mano, che acceleri la guarigione di un caso difficile.
Ed era dunque stato un caso difficile il suo?
Altro! Un tifo famoso, fino alla terza settima; invece di andare
all'altro mondo, come sembrava disposto a fare, Giusto aveva
cominciato a guarire: in venti giorni eccolo lì... in piedi,
arzillo... dimagrato, ma appena appena.
Giusto era in quello stato di beatitudine degli scampati a morte; gli
sembrava d'essere un po' eroe, cioè d'avere sfidato il malanno e a
vincerlo avessero contribuito una fibra resistente e una volontà delle
più straordinarie.
Volle uscire per farsi radere e il cameriere lo accompagnò in bottega
del più vicino barbiere, al quale affidò l'ospite prezioso.
--Devo venire ad accompagnarlo fra mezz'ora?
No; Giusto saprebbe fare da sè; prima di tornare a Milano non
mancherebbe di stringere la mano agli amici della Corona, ringraziare
il notaio e il dottore; più tardi farebbe il proprio dovere di pagare
il conto e dare la mancia al cameriere... ora no, perchè era capitato
a Barzanò con poco denaro...
Ma le son cose da dire?
Un uomo come Giusto, dopo un testamento simile, vi pare? può anche non
pagare un soldo e non perde dignità; la sua reputazione rimane
intatta.
Il faro della pittura lombarda, rimesso a nuovo prima dal dottore e
ora dal barbiere, vistosi nello specchio molto magro, ma contento
della sua magrezza, andò a salutare il dottore, che non trovò in casa,
poi il notaio Cipolla, o per essere più nel vero, la signora Cipolla.
E indovinò veramente che la notaia sapeva del testamento, che sapeva
dall'a fino alla zeta, perchè quella perla di suo marito non aveva
avuto segreti con la sua metà legittima.
Dov'era ora il caro notaio?... Tornato a Milano per suoi affari, ma
non rimanesse in piedi, doveva essere debole dopo una malattia simile,
si accomodasse un momentino a far due parole...
--Grazie, grazie.
E Giusto si fregava le mani, pensando: questa gazza parlerà, non vede
l'ora di spifferare il segreto di suo marito a tutti gl'interessati.
--Lei se ne ritorna a Milano?
--Sissignora.
--Beato lei, la mia penitenza della campagna durerà ancora una
settimana, poi me ne torno al nostro bel Milanone... dov'io spero di
vederla qualche volta.
Giusto chinò il capo, e disse ancora una bugia, assicurando che non
desiderava di meglio...
Alle diciassette, rientrava nelle sue stanze abbandonate, e spalancava
le due finestre, perchè con l'aria settembrina vi entrasse l'alito di
nuova gioventù che porta seco la guarigione.