Dal giorno del pignoramento non fu più possibile a Giusto incontrare
Cristina per la via; Sant'Alessandro non vedeva più la sua piccola
devota, nè alla messa del mezzodì, nè ad un'altra messa; e quando il
pittore fu persuaso di questo, per essere rimasto tutta la mattinata
di una domenica piantato come un pilastro (un pilastro inquieto
veramente), a distribuire l'acqua santa a tutte le ragazze, allora non
gli rimase dubbio che gli ordini del babbo usciere erano di mutar
chiesa, d'andarsene alla prima messa a San Giorgio o a San Lorenzo. E
Giusto una festa non fece altro che viaggiare da una chiesa all'altra;
più semplice sarebbe stato piantarsi in faccia al portone di casa, ma
egli temeva d'esser visto dall'usciere, il quale per difendere la
legittima prole da quelle nozze che non gli andavano a sangue, sarebbe
stato capacissimo di far perdere la messa e il paradiso a sua figlia.
Ma nemmeno a San Giorgio e a San Lorenzo, Cristina si lasciò vedere.
Allora un fiero dubbio assalse il pittore innamorato: forse Cristina
sua era ammalata!...
Questo pensiero gli era appena entrato nel cervello, e già Giusto era
avviato a visitare la cara inferma.
Lo aspettavano insieme una gioia e uno sgomento nuovo: la porta di
casa era chiusa, la portinaia informò che la ragazza con la fantesca
erano andati in Brianza, per qualche giorno, mentre l'ufficiale
giudiziario era rimasto a fare le sue citazioni e i suoi pignoramenti.
Però, se Giusto volesse vedere il signor Ippolito dopo il tribunale,
tornasse alle diciassette in punto, che a quell'ora per abitudine dava
una capatina a casa, prima di andare alla trattoria a desinare.
Il pittore ne sapeva quasi abbastanza.
--In qual paese di Brianza? domandò alla portinaia.
--A Barzanò.
Il grande artista non chiese altro; col primo treno se ne venne a
Monza, e di lì con la tramvia a Barzanò. Ma per quante ricerche
facesse della casa dell'usciere Ippolito, nessuno ne aveva inteso mai
parlare; e quando cominciò a dire di Cristina, dipingendola come sa
fare un pittore innamorato, si sentì rispondere che ragazze belle
quell'anno Barzanò ne aveva tante, perchè dopo agosto ne erano venute
da Milano e da Monza almeno almeno una ventina, quasi tutte sparse per
le ville, due o tre appena in paese.
Dio buono! essere a due passi da Cristina sua, e non poterla vedere!
Per altro, prima di sera, Giusto trovò la buona strada, essendogli
stata indicata una villetta distante da Barzanò un chilometro e mezzo,
dove una signorina con la fantesca, arrivate da poco, erano andate a
stare in casa del notaio Cipolla.
La celebrità del notaio Cipolla era molta in Milano, perchè col mezzo
del suo tabellionato vi si facevano gli intrugli più difficili; perchè
la moglie sua, figlia d'un usciere famoso anche lui, si era fatto essa
pure la celebrità d'essere una gazza di prima forza. Quanto il Cipolla
era abbottonato e taciturno per necessità professionale, altrettanto
la moglie era curiosa e ciarliera; e si aveva la prova parlante che il
notaio, tornato a casa, abbandonava il sussiego per lasciarsi
sbottonare e rivoltare tutto dalla legittima notaia fino a far vedere
le fodere. Perciò il Cipolla metteva bensì insieme i più complicati
meccanismi di società commerciali, in nome collettivo, in accomandita,
e anonime, ma era raro che per l'opera sua si facesse un testamento.
Giusto gli aveva fatto una volta il ritratto a olio, non gli avendo
strappato di bocca altro che monosillabi in tutte le ore delle sedute;
questa volta, andando a fargli visita di proposito, lo inviterebbero
almeno a desinare, facendolo sedere tra la notaia e Cristina sua, ed
egli terrebbe sempre una mano sotto la tovaglia.
Disgraziatamente quel giorno il notaio Cipolla non era in villa, e
quando Giusto ebbe chiesto di lui alla fantesca, e la fantesca gli
ebbe risposto di cercarlo a Milano, egli non poteva far altro che
andarsene.
Nondimeno si provò a domandar notizie di Cristina, ma ahi! la buona
fanciulla era ammalata e appunto il dottor Cipolla era corso a Milano
a informarne il babbo.
Giusto vedeva naufragare ogni sua speranza; non seppe decidere lì per
lì se gli convenisse sfoderare la qualità di zio e di cugino, e
insistere per essere messo alla presenza della signora notaia.... ebbe
una vaga paura di perdere ogni frutto del suo viaggio se l'usciere ne
venisse a cognizione, stette un po' a guardare intorno, forse sperando
che la signora curiosa s'arrischiasse a tiro; infine se ne andò con
l'unica speranza di non essere visto da nessuno. E almeno in questo
ebbe fortuna, perchè nè il notaio nè l'usciere videro lui, ed egli
vide entrambi arrivare mezz'ora dopo nel tram, mentre egli vagava come
un cane battuto, nascondendo l'amore inquieto dietro i gelsi della
campagna.
Non perdette di vista la villa fin che si accesero i lumi alle
finestre; in una di queste la luce non si moveva mai, ed era
sicuramente la camera di Cristina inferma. E di che male era inferma
la creatura adorata? La fantesca non aveva saputo dir nulla; ma
sicuramente era il mal di amore, un male così fatto che quando si
attacca alla gente robusta la lascia in piedi, a vagare fra i gelsi,
ad assorbire la rugiada serotina per tutti i pori, e quando piglia una
bambina bianca e delicata la stronca subito e la mette a letto.
Giusto vagò molta parte della notte intorno al villino, tenendo desti
i cani di guardia che empivano la campagna co' latrati; cercò sempre
il lume acceso, con una speranza impossibile, cioè che la sua
innamorata avesse a distinguere il passo di Giusto per le zolle dei
campi e potesse correre alla finestra a mandargli un saluto, a dirgli
a bassa voce: «io sto meglio e t'amo».
Invece quella notte Giusto si buscò solo una febbre reumatica, e
quando a ora tarda andò a svegliare l'albergatore di Barzanò batteva i
denti come un dannato.
E là, all'insegna della Corona, si mise a' letto, e la mattina chiamò
il medico condotto, e per sua virtù rimase in paese quindici giorni
buoni tra vita e morte.
Nello svegliarsi da quel lungo sonno, apprese che erano venuti a
vederlo il notaio Cipolla e il cugino Ippolito, ma egli non aveva
riconosciuto nessuno, che Cristina era guarita perfettamente e che la
sua malattia era stata un'angina leggiera... e che altro? e che ora
Cristina, più fresca e più bella di prima, era tornata a casa in
compagnia del babbo.
Ah! quanto male gli faceva il medico condotto dandogli queste notizie!
La sua fanciulla non aveva nemmanco saputo della presenza di Giusto
ammalato, se no, sfidando tutte le collere dell'usciere, avrebbe
dichiarato di non voler tornare a Milano se prima non avesse visto il
caro infermo.
E pure, mentre l'ammalato si affliggeva, la natura più forte di lui
gli dava un benessere singolare, una contentezza non mai provata
prima, un entusiasmo gentile al contatto del quale la melanconia era
quasi nulla. E talvolta, accarezzato dalla convalescenza, riconosceva
che la vita è buona e che si può godere sempre qualche cosa, pur di
accontentarsi di poco e di rassegnarsi molto.
Ma subito succedeva il terrore pazzo di dover vivere tutti gli anni
della sua esistenza separato dalla fanciulla amata; e la rassegnazione
gli sembrava impossibile quando gli fosse piombata sul cuore la
notizia feroce che Cristina sua era fidanzata, che Cristina era sposa
e madre dei figli d'un altro uomo. Ah! questa idea soltanto guastava
tutta la felicità della convalescenza!