LIMOFORO. Poiché non potiamo entrare nell'altrui case senza licenza

del Regente, andiamo, informiamolo del fatto, ché ne doni licenza

d'entrare in casa sua e porgli le mani adosso.

LARDONE. Andiamo a dormire.

PEDANTE. Abbiam piú voglia d'uccidere che di dormire.

LARDONE. Giá s'è dato fuoco alla mina; poco stará a scoppiare e far

andar per l'aria l'inganno di Giacomino, se Cappio non rimediará con

alcun'altra contramina.

SCENA V.

GIACOMINO, PSEUDONIMO.

GIACOMINO. Tu sai, Pseudonimo mio, se mi son sempre affaticato ne'

tuoi commandi; né mai ne feci tanti che non mi fosse restato desiderio

di farne de maggiori.

PSEUDONIMO. Né io ho cessato di ricevergli, perché ho sempre avuto

desiderio de riservirceli: ché colui che rifiuta i servigi mostra che

non si diletta di farne ad altri; ed io resto vinto da tante cortesie,

e tanto piú mi sono stati cari quanto che gli ho ricevuti senza

dimandargli.

GIACOMINO. Ricordatevi ancora.

PSEUDONIMO. Non bisogna rammentarmi i benefici, né tanti prieghi né

tante parole, di forza che mi spingano piú degli oblighi che vi debbo.

GIACOMINO. E sempre dove conoscerò servirvi, ancorché v'andasse la

vita, non mancarò mai.

PSEUDONIMO. Queste vostre tanto amorevoli offerte le pagherò ben io

con piú efficaci operazioni.

GIACOMINO. Ed or avendo bisogno di fidarmi d'un amico per tormi

dinanzi l'ostacolo di Antifilo, ho eletto voi fra i piú cari; poiché

in voi concorrono tutte quelle parti che sono necessarie in questo

effetto: voi forastiero non conosciuto in Napoli, sagace, accorto,

ricco di partiti e da sapersi risolvere in ogni occorrenza; talché

stimo sicuramente che voi sarete il principio, mezo e fine d'ogni mio

contento.

PSEUDONIMO. Voi non potevate trovar uomo che volesse e potesse

servirvi meglio di me: ho animo e rissoluzione. Fate che me si mostri

quell'uomo, ché mi confido potervi condurre Altilia in casa vostra.

GIACOMINO. Io non vorrei che confidaste tanto in voi stesso, perché

sogliono occorrere nel fatto cose che non si pensano mai: bisogna

pensar prima a quello che ne potrebbe occorrere.

PSEUDONIMO. Non bisogna trovar il medico prima che venghi la malatia;

né io mi curo di pericoli che siano per avvenirmi, purché di me

restiate sodisfattissimo.

GIACOMINO. Ricordatevi i nomi delle persone e dell'osteria e de' segni

delle persone.

PSEUDONIMO. So ogni cosa tanto bene che lo potrei insegnare a voi, e

occorrendo rispondere ad alcuna cosa che io non sappi, non sarò tanto

goffo che non sappia risolvermi.

GIACOMINO. Andiamo verso il Cerriglio, ché lo troveremo. Intanto io

andrò rammentando l'istoria, i nomi e i segni delle persone.

SCENA VI.

LIMOFORO, CAPITANO, PEDANTE, GIACOCO.

LIMOFORO. Poiché il Regente ci ha favorito nella giustizia e ordinato

che si cerchi la casa di Giacoco, e ritrovandovisi Altilia e la balia,

si menino a casa nostra, e Giacomino in Vicaria; se avanzarete di

diligenza in esseguir questo mandato, noi avanzaremo nel premio di

quel che vi si deve.

CAPITANO. Mostratemi la casa e vedrete ch'io vi servirò di buona

voglia e di miglior fede. Ma siate sicuro che Giacoco è un grand'omo

da bene.

LIMOFORO. Per questa volta la bontá del padre poco valerá alla

cattivitá del figlio.

PEDANTE. Me subscribo alla vostra sentenza.

LIMOFORO. Maestro, mostratici la casa.

PEDANTE. Ecco la malefica, prestigiosa, personata e larvata taberna

che parvo tempore, instantulo, si metamorfeo in casa d'un viro probo;

che se fosse nell'etá degli errabondi circumvaganti cavalieri di

Gallia, direi che fosse un de' palaggi incantati di Amadis de Gaula,

ove io con ludibriosa ludificazione, merente e lamentabile, ne fui

expulso. _Tic, toc._

GIACOCO. Che buoe, capitanio, frate mio, che con tanta auterezza e

sobervia e con tanti sbirri vieni a scassar le porte della casa mia,

manco se fussemo dello Mandracchio o dello Chiatamone?

CAPITANO. Cosí m'è stato ordinato dal Regente della Vicaria.

GIACOCO. Che bolete, in concrusione?

LIMOFORO. La figlia e la balia di costui.

GIACOCO. In casa mia non c'è autro ca na vaiassella, carosa,

coccevannella, cacatalluni; e se ci truovi autra perzona, voglio che

de zeppa e de pésole me portate presone.

LIMOFORO. Capitano, entrate e fate l'offizio vostro. Non ti bisogna

recalcitrare con la giustizia.

GIACOCO. Ommo da bene mio, che hai a fare con la casa mia?

PEDANTE. Io venendo in Napoli per ospitare al Cerriglio, vostro

figlio--o maximum scelus!--ha posto una maschera a questa casa e ne

fece un xenodochio, dove lasciai la mia sobole con la balia; poi

tornando con le reliquie delle robbe, la taberna evanisce e trovai la

mia figlia sincopata.

GIACOCO. Che era deventata copeta?

PEDANTE. Sincope de medio tollet quod epentesis auget. Dico

«sincopata», ché avendola lasciata nella taberna, non ci trovai la

figlia né la balia: audistine?

GIACOCO. Noi poco avemo abbesogno de sse gramuffe. Ma io non t'aggio

fatto accompagnare allo Cerriglio che la cercassi?

PEDANTE. Testor tutti i celicoli e i terricoli che non ce la trovai,

et testor quel rutilante sidereo lume ch'io ne rimasi absorto e

dementato.

CAPITANO. Padron, qui non son donne, altro che una fanciulla.

GIACOCO. Iate into allo Cerriglio; cercate meglio, ca la trovarite.

PEDANTE. Orsú, drizzamo colá il nostro gresso.

LARDONE. Ecco il Cerriglio; io batto. _Tic, toc._

SCENA VII.

TEDESCO, PEDANTE, LIMOFORO, ANTIFILO.

TEDESCO. Got morgon.

PEDANTE. Chiama il dio Demogorgone, bono augurio. Bona dies et annus!

TEDESCO. Che volere, care padrune, de cheste ostellerie?

PEDANTE. Duo verbiculi.

TEDESCO. Non avere vermicoli cca.

PEDANTE. Siam qui venuti con passo celere et pernice.

TEDESCO. Non stare cca pernice né fasane; ire a cheste altre

ostellerie.

PEDANTE. Voi conoscete me?

TEDESCO. Si certe: voi stare quel Tutto Merde Stronze de patriarche.

PEDANTE. Io mi chiamo Tito Melio Strozzi gimnasiarca. Non venni

iersera ad ospitare in questo vostro ospizio?

TEDESCO. Dico ca mie ostellerie non stare ospitale; e veneste con uno

imbriago che se bevé tutte le vine de mie ostellerie.

PEDANTE. Aedepol, maxime verum!

TEDESCO. Bevé vine fauzamiche, scippacapil, moscatelle, trebiane e

vine falanghine de Pezzulle; e dicere vui che tutti li vini che

finivano in «ano», tutti stare vini eccellenti.

PEDANTE. Sí bene.

TEDESCO. Poi dicere ca volive ire a portare li sopraletti.

PEDANTE. Le suppellettili, dissi.

TEDESCO. E intanto apparecchiasse una cena da fregare.

PEDANTE. Dissi:--Una cena frugale.--Non ti ho lasciato qui due donne?

TEDESCO. Sí bene; e avere aspettate vui tutte le notte senza cena e

senza dormire.

PEDANTE. Non fui io qui a prestolar questa mia figlia?

TEDESCO. Voi non avete prestato figlie a me, ma sobole e bálice.

PEDANTE. La mia sobole e balia.

TEDESCO. E tornaste a portar mule e giumente.

PEDANTE. Dissi:--Et alia muliebria indumenta.

TEDESCO. Vui parlare con me d'une linguaggie turchesche, biscaino; e

me nit intender.

PEDANTE. Mi dicesti che non v'erano donne, e mi serrasti le ianue nel

volto.

TEDESCO. E mi stare ancora mezze imbriaghe, facere brindese con mie

compánie, e tutta la notte stare a scazzare.

ANTIFILO. Queste son cose da far diventar pazzo altro cervello che non

è il mio! Voi parlate con tutti come se parlaste con i vostri scolari:

questo è che vi fa cadere in molti errori; che nuovo genere di pazzia

è questo?

PEDANTE. Io non vuo' contaminare e imbastardire il mio mero

ciceroniano eloquio, con il vostro vernaculo, della piú eccellente

frase che si trova e ornato tutto delle figure di Ermogene.

LIMOFORO. Fate venir le donne.

TEDESCO. Le donne mò venire. Bisogna pagar le ostellerie del vine che

si ha bevute quell'imbriago e dell'alloggiamento delle donne.

LIMOFORO. Quanto debbiamo per questo?

TEDESCO. Duie ducate per le vine bevute, mez ducate per la stanza

delle donne e mez altre per il buon pro vi fazze.

LIMOFORO. Eccoli.

ANTIFILO. Maestro, come dite che vi sieno state trabalzate le donne,

se le trovate nel luogo dove le lasciaste?

LIMOFORO. Non ci ha detto Lardone che Giacomino l'avea ricevute in

casa sua, mettendo la sua casa in taberna?

PEDANTE. Io resto absorto e trasecolato: cose da insanire! Ma avendo

la mia figlia, son compote d'ogni mio desiderio.

ANTIFILO. Certo, che saranno invenzioni di Cappio; ma pur che abbiamo

le donne, non si parli piú del passato.

SCENA VIII.

ALTILIA, LIMA, PEDANTE, LIMOFORO, ANTIFILO.

ALTILIA. O caro mio padre, come m'avete abbandonata cosí sola e con

tanto mio poco onore? ché, se non avesse avuta la mia balia meco,

m'avreste trovata morta di dispiacere.

PEDANTE. Ecco che non m'ave abbandonata l'opifera speme, che giá era

per essalar l'anima! Tanto timor m'avea invaso d'averti smarrita che

stimava mai piú vederti; or possedo quanto l'animo mio ha concupito.

LIMA. Senza cena e senza sonno non abbiam mai chiuso occhi per timore.

PEDANTE. Limoforo, secondate a favorirmi, ché «melius est non

incipere, quam ab incepto turpiter desistere».

LIMOFORO. Voi entrate in casa mia con le donne e riposatevi, mentre

noi andremo attorno col capitano a prender Giacomino che, secondo m'ha

referito Lardone, egli è stato l'autore dello strattagemma.

ANTIFILO. Ed io restarò in casa a far compagnia alle donne.

LIMOFORO. Tu vieni meco, ché il maestro ará cura di loro: che come

aremo Giacomino in Vicaria, cercheremo come passò il fatto e,

trovatolo colpevole, cercheremo il modo come le sia restituito l'onor

suo.

ANTIFILO. Ma bisogna si facci il tutto con prestezza, ché Cappio con

un'altra nuova invenzione non ce la ritoglia dalle mani.

LIMOFORO. Andiamo.

ANTIFILO. Io in tanto aggiaccio e ardo: aggiaccio per la tema e ardo

per la speranza.

PEDANTE. Ite bonis avibus. Figlia, entriamo in casa.

SCENA IX.

GIACOMINO, PSEUDONIMO, PEDANTE.

GIACOMINO. Una bugia ben detta è madre dell'inganno...

PSEUDONIMO. ... ed è sorella carnale del verisimile.

GIACOMINO. All'amante è lecito usar ogni inganno e astuzia per

conseguir la sua amata.

PSEUDONIMO. L'inganno è tanto verisimile che non mi dispero della

riuscita.

GIACOMINO. Veramente le donne sono mirabili nelle invenzioni cattive,

come nelle buone non vagliono nulla; e meglio quelle che sovvengono

all'improvviso che le studiate.

PSEUDONIMO. «D'inganno e di bugie si vive tutto il die, di bugie e

d'inganno si vive tutto l'anno».

GIACOMINO. Di grazia, stiate in cervello che non andiamo per ingannar

altri e noi restiamo gl'ingannati; ché l'inganno molto mi preme.

PSEUDONIMO. A me non sol preme ma m'opprime.

GIACOMINO. Pseudonimo, vedete quel vecchio vicino alla porta? quello è

desso; accostatevi.

PSEUDONIMO. M'accostarò pian piano. Questa è la casa che m'è stata

insegnata? Dimanderò costui; forse me ne dará contezza. O padrone!

PEDANTE. Hem, quid est? domine, quid quaeris? perché infixis oculis e

con petulante obtúto mi guardate?

PSEUDONIMO. Se mi sapeste dar nuova d'un Tito Melio Strozza

gimnasiarca.

PEDANTE. (Costui non potrá esser se non un gran letterato e mio

devoto, sapendo il mio prenome, nome, cognome e officio). Quem

quaeritis, adsum.

PSEUDONIMO. Voi dunque sète quel ch'io dimando?

PEDANTE. Quellissimo--un superlativo volgarizato.

PSEUDONIMO. O mia ventura che l'abbi trovato al primo.

PEDANTE. Che prestolate da me?

PSEUDONIMO. Cose d'importanza; né posso dirlevi se non ho prima piú

certa informazione della sua grandezza e mirabil sua sapienza.

PEDANTE. (Costui è un gran rettorico, perché al principio capta la

benevolenza con le lodi). Non vedete la digna imperio facies? la mia

maestosa presenza? e che tutti cominus et eminus mi riveriscono?

PSEUDONIMO. O amatissimo e venerabil Tito Melio Strozza gimnasiarca!

In quanto obligo mi trovo: mi trovo in un obligo obligatissimo,

obligato in modo senza potermene sciorre.

PEDANTE. Dic, quaeso, di che cosa?

PSEUDONIMO. Che senza altra richiesta m'avete raccolta e allevata una

mia figliola, e con tanta diligenza e dottrina che non averei potuto

allevarla io che le son padre.

PEDANTE. Chi sète voi?

PSEUDONIMO. Per non tenervi a bada, io son Limoforo, padre di Aurelia

che voi m'avete nodrita.

PEDANTE. Voi, voi Limoforo?

PSEUDONIMO. Io, io Limoforo al vostro servigio.

PEDANTE. Di che cognome?

PSEUDONIMO. De' Pignattelli.

PEDANTE. Quanto tempo è che la perdeste?

PSEUDONIMO. D'intorno a dicisette anni.

PEDANTE. Di che etá era la figliuola?

PSEUDONIMO. Di tre anni incirca.

PEDANTE. Avea alcun'altra donna al suo famulizio?

PSEUDONIMO. Una sua balia chiamata Lima.

PEDANTE. Voi come la perdeste?

PSEUDONIMO. Nel tempo della peste di Napoli, io appestato con la mia

moglie e figli fummo portati al lazaretto a San Gennaro, dove morí mia

moglie e il figlio, e restò la casa sola; e la balia, per timore che

non sortisse la medesima sciagura, se ne venne a Salerno.

PEDANTE. Come sète stato tanto tempo a non cercarla?

PSEUDONIMO. Come fui guarito, tornai a casa e la trovai tutta

svaliggiata. E perché non era ancor la peste estinta, andai a Surrento

mia patria, ove son dimorato molti anni; ritornato, feci ogni

diligenza per aver novella di lei o della sua balia. Or avutane

novella, son stato a Salerno per ritrovarvi; e m'han riferito che

eravate in Napoli nell'osteria del Cerriglio, per passare in Roma; e

ora ho inteso ch'eravate a questa casa.

PEDANTE. Sapete alcuni stimmati ch'aveva ella nella persona?

PSEUDONIMO. Nella mano sinistra una ferita che le fe' la balia,

cadendole dalle braccia; e un nevo rosso nella destra del collo, che

fu gola di sua madre d'una cirieggia.

PEDANTE. Rivolgendomi per le cellule della memoria le cose prima

recensitemi da Lima, si conformano con tutte queste: estimo absque

dubio che costui sia il suo vero padre.

PSEUDONIMO. Se la balia fosse viva, sarei certissimo che mi

conoscerebbe e sarebbe buon testimone della mia veritá.

PEDANTE. La balia è viva; e curriculo l'andrò a chiamare.

PSEUDONIMO. Ma ditemi, di grazia, come Aurelia mia venne in poter

vostro?

PEDANTE. La balia, fuggendo da Napoli, venne a Salerno ad alloggiar

vicino alla mia casa. Io veggendo quella puellula di precellente

figura, con una cesarie aurea, con cincinni capreolati e vertigini

errabondi, d'una preclara indole che mi presaggiva la nobiltá del suo

sangue, mi rapí ad amarla e nodrirla come propria mia figlia.

PSEUDONIMO. Io mi sforzarò pagarvi le spese fatte in quanto posso; ché

son certissimo che, per pagarvi l'amor con che l'avete allevata, non

sarei bastante pagarlo mai, se non con obligo di avervi a servir

mentre son vivo.

PEDANTE. Io non vo' altri riscontri che sia vostra figlia; e ve la

ritorno volentieri, per essere io di genio molto alieno dalla natura

muliebre; e avendo a conferirmi in Roma, mi sarebbe molto incomodo

condurvi donne; né essendo cumulato de' beni della fortuna, come

potrei dotarla?

PSEUDONIMO. Io non so se sogno o se son desto, poiché conseguisco

cosa, in un punto, che ho desiderato dicisette anni. Di grazia,

chiamatela ché la veggia, ché ogni momento mi par mill'anni.

PEDANTE. Lima, Lima, vien qui con Altilia.

SCENA X.

LIMA, ALTILIA, PEDANTE, PSEUDONIMO.

LIMA. Che commandate, padrone?

PEDANTE. Chiama qui fuori Altilia.

ALTILIA. Eccomi, che commandate, padre?

PEDANTE. Lima, conosci quel gentiluomo?

LIMA. Mi par di conoscerlo e di non conoscerlo. Giá mi par di

conoscerlo; ma non so dove... .

PSEUDONIMO. Mirami bene.

LIMA. Or lo raffiguro assai meglio. O Cielo, questo è Limoforo mio

antico padrone!

PSEUDONIMO. O Lima, ch'io subito in vederti t'ho riconosciuta!

LIMA. O padron caro, lascia che ti baci questi piedi e queste mani.

PSEUDONIMO. Lascia che mi consoli un poco con mia figlia.

PEDANTE. Altilia, riconosci il tuo vero padre?

ALTILIA. Io mai ebbi altro padre che voi.

PEDANTE. Io son stato tuo padre equivoco; questi è tuo padre univoco.

PSEUDONIMO. Figlia, non posso piú tenermi che non ti abbracci. O

figlia ritrovata a tempo, quando meno sperava di ritrovarti!

PEDANTE. Figlia, questo è quel tuo vero padre qual io stimava morto di

peste.

ALTILIA. Padre, se non son venuta tosto a farvi riverenza, è stato che

io ho sempre stimato che costui fosse il mio vero padre.

PSEUDONIMO. Lascia che t'abbracci un'altra volta, o cara figlia.

ALTILIA. E ch'io di nuovo ti baci le mani, o mio carissimo padre.

PEDANTE. O che lacrime stillanti dagli occhi per tenerezza!

PSEUDONIMO. Questo mi par incredibile, e pur è possibile per mia

ventura, carissimo Tito Melio. Io non veggio mai l'ora di portarmela a

casa e consolarmi pienamente con lei; però datimi licenza, ché fra due

ore sarò con voi: ragionaremo del merito, e dell'obligo che vi devo, e

degli amorevoli offici prestiti a mia figlia, acciò prima che partiate

di qua per Roma, conosciate la mia affezione. Vi prego che mangiamo

insieme questa mattina in questa casetta, la qual da oggi innanzi sará

piú vostra che mia.

ALTILIA. Padre mio, non mi abbandonate e non mi private di voi cosí

presto. Desidero che oggi ci riveggiamo insieme, e rendervi le grazie

di tanti favori e grazie che in tanto tempo m'avete fatte in casa

vostra.

PEDANTE. Silenzio; faciam. Andate, ch'oggi ci rivederemo; ché vuo' dar

conto a questi gentiluomini che m'han tanto favorito, di quanto è

successo.

PSEUDONIMO. A rivederci.

PEDANTE. A rivederci.

ATTO V.

SCENA I.

PEDANTE, ANTIFILO, LIMOFORO.

PEDANTE. Delibúto d'un insueto e subitaneo gaudio dell'insperato

successo, sento la mia persona eliquarsi in lacrime, che son quasi

prolapso in una epilepsia d'allegrezza, talché sono inabile a

soccombere al peso; poiché senza dispendio e senza aver a far

scrutinio d'un marito probo per collocare Altilia mia, l'ho restituita

al genuino suo padre. La donna in casa è un certum malum e una

verecundia incerta.

LIMOFORO. Di grazia, fatemi partecipe di tanta vostra allegrezza.

PEDANTE. È venuto il padre d'Altilia mia: ce l'ho restituita e son

evaso da un tanto discrimine.

ANTIFILO. Dunque, Altilia non è vostra figlia?

PEDANTE. D'amor sí bene, ma da me non ingenita.

LIMOFORO. E come venne, ditemi di grazia, in poter vostro?

PEDANTE. Vi dirò laconice, con brevi parole ma succiplenule. Venne in

Salerno, fuggente il grassante contagio napolitano, una pedissequa

ch'avea prestato il latticinio ad una puerula di facie spectanda et

insuper iucunda, la quale abitava nella mia vicinia. Io

circumspectando questa virguncula con uno inflexo et pertinace obtúto,

la scorgeva d'una modestosa e maestosa indole. Eran le parti del suo

corpo con una suprema eleganzia armonizate. Resideva negli occhi sui

una coruscante luce siderea con certi igniculi vivaculi spirantino

l'eleganzia del suo ingegno. Le guancie eran di latte, invermigliate

di purpuree rose. Vernavano nel volto i flosculi della sua futura

pulcritudine. Era d'un blando eloquio. La bocca con certi labricoli

che traean da lunge morsicanti e sorbicoli baci; con certe toberose

mammelle e lattabonde. Crescendo poi nell'etá florulenta, crebbe molto

morigerata e guardinga dell'onor suo. Io le presi affetto paterno,

come propria uscita dal mio alveo; ricevei ella e la balia nel mio

contubernio e ne presi il tirocinio: l'ho imbuta di varie lettere e

lingue dagli incunabuli. Dicevami la balia esser nata nobile; e

ritrovandosi forse il padre, n'arebbe ricevuto da lui de' prestiti

alimenti non picciola ricompensa. Io non ebbi mai moglie, che ho amato

le donne d'un amor socratico o platonico. Or essendo venuto il

prelibato suo padre, l'ha riconosciuta; e io doppo le debite richieste

gli l'ho restituita.

ANTIFILO. Dubito che non siate stato ingannato.

PEDANTE. Non posso esser stato deluso, perché era uomo circonspetto

con le mani chiroticate: da segni della figliuola e dell'istoria della

sua vita, me ne rendei certo; ma pur, dubitabondo e renuente, chiamata

la balia e seco confabulando, si riconobbero insieme. E senz'altra

replica gli consegnai l'una e l'altra.

ANTIFILO. (O morte, perché non m'uccidi? Mi sono affaticato tutto oggi

per scapparla dalle mani di Giacomino e dalle trappole di Cappio,

fatto venir il padre da Posilipo, mandato uomini alla taberna, fatto

cercarla dal capitano; alfin ridotta in casa mia, con nuovi inganni me

l'han robbata. O speranze, o vani pensieri d'innamorati, come

spariscono in un momento! o cose del mondo come sète varie e

instabili!). Maestro mio, dalle cose da voi dette io non posso in

alcun modo persuadermi che voi non siate stato ingannato. Come sono

accadute tante cose in un'ora, che son state sepolte tanto tempo? come

in questo ponto è venuto il padre da casa del diavolo per torvela?

Poiché la casa di Giacomino si trasformò in taberna, come cercata al

Cerriglio non v'era, e poi cercata di nuovo si trovi, e subito

ricuperata è stata subito rubbata? Stimo che giochino a chi sa meglio

trappoleggiare.

LIMOFORO. Come disse che si chiamava suo padre, sua madre e la

fanciulla?

PEDANTE. Il padre, Limoforo; la madre, Cleria; e la fanciulla,

Aurelia.

LIMOFORO. Voi perché la chiamate Altilia?

PEDANTE. Per esser cresciuta alta e procèra della persona e della

virtú, l'ho posto nome Altilia.

LIMOFORO. (Io mi sento un certo spirito favellar nel core che costei

sia mia figlia. Che favellare? anzi sollecitare e spingere a saperne

il vero). Ditemi, ove è costui che dice esser suo padre?

PEDANTE. Egli è introgresso in questa domuncula seu domicilio.

LIMOFORO. Di grazia, chiamatelo, che tutto fia per vostro bene.

PEDANTE. _Tic, toc, tic._

SCENA II.

PSEUDONIMO, LIMOFORO, PEDANTE, ANTIFILO.

PSEUDONIMO. Che commandate, mio carissimo maestro?

PEDANTE. Questo gentiluomo ha caro ragionarvi.

ANTIFILO. (O che cèra di manigoldo, che malencolia, che occhi ficcati

in dentro piccioli, che naso grifagno! E come in corpo sí mostruoso

può albergar anima che buona sia?).

PEDANTE. (In anima malevola non intrabit sapientia).

PSEUDONIMO. Eccomi al vostro commando.

LIMOFORO. Desidero sapere il vostro nome.

PSEUDONIMO. Io? Limoforo.

LIMOFORO. Di che cognome?

PSEUDONIMO. Pignattelli.

LIMOFORO. Di che cittá?

PSEUDONIMO. Di Surrento, se ben ho abitato in Napoli.

LIMOFORO. Quando venisti in Napoli?

PSEUDONIMO. Iersera.

LIMOFORO. La cagione?

PSEUDONIMO. Ebbi novella ch'una mia figliuola e balia che gran tempo

non avea viste, erano in Napoli.

LIMOFORO. Come le perdeste?

PSEUDONIMO. Essendo la peste in Napoli, m'appestai io, la moglie e il

figlio, e fummo strassinati al lazaretto; restò la casa sola; morí la

moglie e il figlio. Tornando in Napoli trovai la casa vuota di uomeni

e di robbe; mi ricovrai in Sorrento, né piú mai ebbi contezza della

figlia o della balia.

LIMOFORO. (Questo è un altro me; anzi se ricorda delle cose che non me

ne ricordo io). Ma ditemi un poco, come si chiamava la moglie?

PSEUDONIMO. Cleria.

LIMOFORO. Il figlio?

PSEUDONIMO. Antifilo.

LIMOFORO. La balia?

PSEUDONIMO. Lima.

LIMOFORO. Di che tempo era la figliuola?

PSEUDONIMO. Di duo in tre anni.

LIMOFORO. Avea alcun segno la figliuola nella persona?

PSEUDONIMO. Una ferita nella man sinistra che si fe' cadendo dalle

braccia della balia; e una macchia rossa, nella mammella destra, che

diceva essere una gola d'una cirieggia della madre.

LIMOFORO. Dico che a puntino accadde questo a me nel tempo della peste

di Napoli; e quanto tu hai detto di te stesso, tutto quello son io. Io

Limoforo Pignatello di Surrento, io m'appestai con la moglie e il

figlio: morí mia moglie, restò la casa sola con Aurelia e la balia

Lima; e guarito, tornando trovai la casa vuota e sbaliggiata e mi

ricovrai in Surrento; e la figlia avea quella ferita e macchia ch'hai

tu detto. O che tu sei diventato me o che io son diventato te.

PSEUDONIMO. Io son quello che fui sempre, né son altro diventato.

LIMOFORO. Forse ci siamo scambiati insieme.

PSEUDONIMO. Mai viddi uomo tanto simile a me che mi fusse scambiato in

lui.

LIMOFORO. Forse siamo un'anima in duo corpi?

PSEUDONIMO. L'anima mia stette sempre con me, né si partí mai dal

corpo mio per animarne un altro.

PEDANTE. Se fussimo al tempo di Pittagora, che diceva che morendo uno

l'anima di quello transmigrava in un altro, io direi che costui fusse

morto e l'anima sua passata nel tuo corpo; ma questi è vivo.

LIMOFORO. O tu sei me o io son te.

PSEUDONIMO. Io son quello che fui sempre, né fui mai te.

LIMOFORO. Quanto voi avete detto di voi, tutto è impossibile.

PSEUDONIMO. Come impossibile, s'è stato, è e sará sempre?

PEDANTE. (Hem, quid audio?).

ANTIFILO. (Che dite voi di questo fatto, il mio caro maestro?).

La tabernaria · 第 4 / 5 段