PEDANTE. Questo incontro m'ave acceso una face arsibile intorno al

core, perché per mio solo dedecore m'ha serrato l'uscio sul volto.

Sarò propalato per infame per tutto il mondo.

LARDONE. Anzi per mio, perché mi publica per un affamato.

PEDANTE. A te pare cosí?

LARDONE. Anzi è cosí, e non mi pare; perché io son quello che resto

morto di fame e di sonno.

PEDANTE. Anzi, a tutti due; e tutti due restiamo affrontati e di

affronto grande: a me per le donne e a te per la fame.

LARDONE. A me non dá pena l'affronto della donna, ma perché mi muoio

di fame.

PEDANTE. Il carico fatto a me è fatto al piú famoso uomo del mondo.

LARDONE. S'il carico è fatto al piú famoso, dunque è fatto a me che

sono ora il piú famoso uomo del mondo e di quanti affamati fur mai.

PEDANTE. Mai dal mio nemico sidere m'accadde cosa come questa.

LARDONE. Né a me mai verrá questa notte in fantasia, che il mio

stommaco non si risenta.

PEDANTE. Si dirá per tutto il mondo che Tito Melio Strozza gimnasiarca

ha perduto la figlia con la balia, si scriverá per le gazzette, e i

scrittori de nostri tempi lo scriveranno per l'istorie; né io potrò

piú comparir fra letterati.

LARDONE. Il manco pensiero che hanno i letterati di questi tempi è di

scrivere i fatti tuoi.

PEDANTE. Il tuo male con una ricetta si guarirá.

LARDONE. E quale?

PEDANTE. «Recipe due capponi, l'uno arrosto e l'altro boglito, cento

ova dure, due rotuli di carne di vitella, un piatto di maccheroni;

pongasi in una pignatta e boglia a sufficienza; quattro fiaschi di

vino: et fiat cibus et potus».

LARDONE. Con manco di questo si guarirá il tuo male. «Recipe colla di

carniccio, bianco d'un uovo, un poco di litargirio; faccisi impiastro

con stoppa di cánnevo; pongasi sopra la rottura e subito

consolidarassi».

PEDANTE. Da questa massima ne segue: ho perduto la figlia, ergo,

igitur, è stata violata; e io ne resto disperato.

LARDONE. Disperati son quelli che l'han trovata; ché subito gli verrá

in fastidio, che doppo il fatto, se avessero il pozzo appresso, ce la

buttarebbono dentro, ché non è peggio mercanzia che di femine.

PEDANTE. Ti par poco essermi tolta una figlia?

LARDONE. Ti par poco esser restato io senza mangiare e senza dormire,

che non sarebbe altro che sotterrarmi vivo?

PEDANTE. Perché sei un forfante che ad altro non pensi che mangiare.

LARDONE. Come si parla di mangiare e di bere, sono un forfante; come

non darmi da mangiare e bere, son piú che fratello carissimo.

PEDANTE. Ti vorrei attaccar la bocca con una cannella piena di vino e

lasciarti bere fin che crepassi; e dire:--Vinum sitisti, vinum bibe.

LARDONE. O che crepar dolce!

PEDANTE. Il furto della figlia a chi «_habet acetum in corde_» importa

l'onore.

LARDONE. Lo star senza mangiare importa la vita, che è piú dell'onore:

si può vivere senza l'onore, ma non senza mangiare. Da questo mondo

non se ne ave altro se non quanto ne tiri con i denti.

PEDANTE. Ergo, igitur, absque dubio, poco importa l'onore.

LARDONE. Le leggi dell'onore son fatte per i cavalieri e prencepi, re

e imperatori, e appena se ne curano; perché vuoi curartene tu?

PEDANTE. Chi son questi reggi e imperadori?

LARDONE. La regina Didone, come ho inteso da voi leggere a' scolari.

PEDANTE. Mente per la gola Virgilio, mente e rimente per guttur quante

volte lo vuol dire overo l'è passato per la fantasia: ché Didone fu

una regina onorata, né mai si ritrovò a solo a solo con Enea in quella

spelonca; e io lo vuo' mantenere con lo filo e la punta della penna

contro qualsivoglia letterato che lo voglia dire.

LARDONE. Poco importa questa disfida alla mia fame, e ad ogni parola

fare una disputa.

PEDANTE. Il parlar teco troppo familiare causa il minuspretio: omnis

familiaritas parit contemptum; ma sempre che parlerai meco senza

licenza, vuo' cavarti un dente.

LARDONE. Vorrei piú presto perdere un diamante che un dente. Ma io

merito questo e peggio. Venir da Salerno a piedi a preparare

l'alloggiamento, e restar con una bocca secca come avesse mangiato

presciutto!

PEDANTE. Te hai bevuto un semisestante di vino e mangiato tanto. Ti

par poco onore mandarti al «_senatus populusque romanus_» a fargli

intendere che viene il primo letterato di questo secolo a far

reviviscere e repullular le ossa giá incenerite e far sorgere dalle

tombe i Varroni, i Ciceroni, i Salusti e i Cantalici e gli altri

grandi nella greca e latina lingua; e aprir un luculentissimo

gimnasio? ...

LARDONE. E che sapete ben correre alla quintana.

PEDANTE. ... Sederai meco a tavola, beverai al mio bicchiero e del

vino che bevo io, e seraimi compagno nello Studio: questo onor ti fará

glorioso fin alla fin del mondo. ...

LARDONE. Io non ho bisogno ingrammaticarmi; e questi onori dálli ad

altri che li desiderano; ché io vuo' piú tosto mangiarmi una cipolla,

una radice e ber vin che senta di muffa, quando ho appetito, e a mio

modo, e dormir solo in terra e trar corregge a mio modo; starei piú

tosto in galea che nel tuo Studio.

PEDANTE. ... Sedendomi appresso, questa mia venerabil toga ti onorerá

e ridonderá in tua gloria, che mai dall'edace tempo ti fia consumpta.

LARDONE. O Cielo, che mirabil nuovo genere di pazzia ave occupato il

cervello di costui! Non è piú dolce boccone che beccarsi il suo

cervello.

PEDANTE. Parli da quel che sei, cioè una bestia; e io sono una bestia,

che d'un asino vogli farlo diventar cavallo. Il dedecore m'ha

transverberato il core. Ma ricogliamoci in qualche luogo e dormiamo

insino a giorno.

LARDONE. Or questo no.

PEDANTE. Lasciami dire.

LARDONE. Non voglio ascoltare.

PEDANTE. Nil melius sobrietate.

LARDONE. Nil peius affamatione.

PEDANTE. Io non intendo questa tua grammatica.

LARDONE. Né io la tua.

PEDANTE. Dimmelo in volgare.

LARDONE. Non si trovano parole per dichiararlo.

PEDANTE. Se vuoi rispondere ad ogni cosa, non finiremo questa notte.

Ma sta' di buona voglia.

LARDONE. Come posso, morendo di fame, star di buona voglia?

SCENA X.

LIMOFORO, LARDONE, PEDANTE, ANTIFILO.

LIMOFORO. Sento lamenti.

LARDONE. È segno ch'hai orecchie.

LIMOFORO. È segno d'uomo sconsolato. O uomo da bene!

LARDONE. Questo nome di uomo da bene non fu mai in casa mia, e io sono

il primo di questo nome.

LIMOFORO. Consòlati.

LARDONE. Come può consolarsi chi non ha niuna speranza di consòli?

LIMOFORO. È troppo gran miseria viver senza speranza di consòlo.

LARDONE. Però son discontento e ne disgrazio tutti i consòli.

LIMOFORO. Non pianger dunque.

LARDONE. Piango per sfogar la mia disgrazia e per morire.

LIMOFORO. Meglio è che ti consoli da te stesso che esser consolato da

altri: abbi pazienza.

LARDONE. La pazienza non è rimedio da far passar la fame.

ANTIFILO. (La fame? non sará altri che Lardone). O Lardone!

LARDONE. Mai fui manco Lardone che ora: è scolato il grasso e ci è

rimasta a pena la cotica.

ANTIFILO. Se non sei Lardone, sarai lo spirito suo.

LARDONE. E il spirito è quello che ti risponde, ché il corpo è giá

morto.

ANTIFILO. Che cosa è del maestro?

LARDONE. Eccolo qui in carne e ossa.

ANTIFILO. Sète qui voi, o mio caro maestro?

PEDANTE. Ille ego, qui quondam... .

ANTIFILO. E voi sète il mio maestro?

PEDANTE. Ipse ego, ipsissimus sum: io son quello che voi volete,

absumpto nel pelago delle miserie.

ANTIFILO. Oh quanto ho desiderato di servirvi! Come a questa ora di

notte vi veggio in questa disgrazia?

PEDANTE. Anzi per mia grazia disgraziato, o optatissimo Antifilo.

LIMOFORO. Non vi disperate; ché mai viene disgrazia che non trovi la

porta aperta per la grazia che segue.

PEDANTE. Mi son partito da Salerno con sinisterrimo auspicio Romam

versus, per far quivi stupir il mondo della prestanza della latina e

greca lingua. ...

LARDONE. Val piú un bicchiero di vin latino o greco che tutta la tua

dottrina.

PEDANTE. ... E da Cicerone in qua non è stato maggior uomo che sono

io. Oh quanto perde Roma e l'Italia tutta, se si perde un par mio.

ANTIFILO. Maestro, potete venir a dormir e cenar meco.

PEDANTE. Obsecro te dalla base del cuore venerabondo, e revoluto a'

tuoi piedi, accetto la grazia che la necessitá me la fa accettare, e

me ne congratulo.

LARDONE. Io per dubito di non aver a restar senza cena e senza sonno,

ero quasi morto.

PEDANTE. Tu non hai mangiato e bevuto tanto questa mattina?

LARDONE. Quello è giá digesto.

LIMOFORO. Perché andar disperso a quest'ora?

PEDANTE. Lo saprete a bell'aggio in casa, ch'or sto «_in cimbalis male

sonantibus_», che per disperazione volea buttarmi in un sarcofago.

LIMOFORO. Entriamo, ché la porta è aperta.

LARDONE. Questo incontro a un par mio? Quando io sperava questa notte

empirmi lo stomaco a scorpacciate da taverna e scacciarmi la sete a

salassate de bótti, mi trovo martorizzato dalla fame e abbrugiato

dalla sete. Ah, Giacomino e Cappio, cosí m'avete tradito? M'avete

talmente guasto lo stomaco che non basteranno quanti impiastri e

medicine ha una speziaria a ristorarmelo; ma io non sarò tanto goffo

che mi lasci morir di fame dentro un forno di pane né di sete in un

magazzino di vino. Scoprirò il fatto ad Antifilo; e la gelosia

l'infiammerá talmente alla vendetta che vedrò fulminar le spade su gli

occhi e i pugnali su le gole fra loro. Scommodando gli amori di

Giacomino, accommodarò il mio stomaco. Devo io osservar fede a chi mi

manca di fede? Io intanto apparecchiarò le scuse e le gambe per

sfrattar la campagna, e al peggio le spalle alle bastonate. Vuo' piú

tosto morir satollo e da forfante che morirmi di fame e da uomo da

bene.

ATTO IV.

SCENA I.

GIACOMINO, CAPPIO.

GIACOMINO. O Cielo, che soave dolcezza, che ineffabile armonia può

trovarsi in questa vita che due cori congionti in un sol core, due

vite in una vita e due alme in un'alma d'un reciproco amor congionte,

dopo tante pene, lacrime e tormenti, giongere a quel da loro tanto

bramato bene? O diletto indicibile, o soavitá eroica, o piacere che

supera e avanza ogni altro piacere e diletto! Deh, ch'io non posso

trovar parole con le quali possa esprimere cotanta gioia! O veramente

felici e ben avventurati coloro che giongono a tanta altezza di gioia!

Misero me, che avendo gustato tanta dolcezza e accesomi in tanto

incendio intorno al core, come potrò mai vivere senza lei? ché essendo

d'un cor congionti insieme, d'un'alma e d'una fede, tanto sarebbe

separar l'un dall'altra quanto l'uno e l'altra viver senza la vita.

Disporrò quanto posso mio padre; e vedendolo ostinato a non voler

compiacermi, alfin farò a mio modo. Doppo l'effetto mi disse

piangendo:--Vi raccomando l'onor mio!--O che mirabile effetto è quello

che fan le lacrime delle donne ne' cuori degli amanti. Gli risposi:--E

come posso io compensar tanta liberalitá con tanto onore, con che voi

stessa concessa m'avete e la persona e l'onor vostro, se non con

l'atto del matrimonio?--Veramente la natura delle donne è tanto dolce

che, per duro che sia un cuore, lo fa subito tenero e liquefare in

lacrime. Ma par che mi senta un messo nel cuore, mandatomi dal mio

continuo pensiero, che dice che speri bene.

CAPPIO. Padrone, vorrei lasciaste cotesto prologo, e pensiamo allo

scandolo che sia per avvenirne quando saprá il pedante che Altilia sia

stata trafugata e toltole l'onor suo; e sapete che Antifilo, vostro

contrario, non sta con le mani a cintola, ché una ne pensa l'oste e

l'altra il pellegrino. L'aiuterá per la gelosia che lo rode.

GIACOMINO. Ma io con che occhio potrò mirar mio padre, quando egli

mirando negli occhi miei vedrá scolpita la mia disobedienza e che

della sua casa io n'abbi fatto taverna, fattolo aggirar per le strade

dal servitore? che gastigo aguaglierá la mia forfantaria? Amor mi

sollecita, il timor del padre mi spaventa e la ragion vuoi ch'io

l'ami. Cappio, non so che farmi, son rovinato del tutto.

CAPPIO. Non siamo rovinati mentre siam vivi e vogliamo aiutarci.

GIACOMINO. Io non so se son vivo o morto, né dove mi sia: son tanto

attuffato nel mar delle delizie ch'io non so che mi faccia. Pensa tu,

Cappio, che sei fuora di passione.

CAPPIO. Né io son libero di passione, che sapendo il padrone ch'io son

stato l'inventore ed essecutore del tutto, non lascierá crudeltá che

non voglia esperimentar contro di me. Per ora non so pensar altro modo

che condur Altilia al Cerriglio e pregar il tedesco che dica al

pedante che, dall'ora che Altilia e la balia son state menate da lui

nell'osteria, l'hanno aspettato tutta la notte e anco senza cibo e

senza sonno; e che sappino ben fingere questa bugia.

GIACOMINO. A prieghi aggiongeró qualche scudo, ché dica quella bugia:

ché se delle bugie se ne dicono le migliaia senza pagamento, quante se

ne diranno per denari? I danari son l'unguento de tutti i mali. Io vo

a chiamar le donne.

CAPPIO. Presto, ch'ogni tardanza ci potrebbe apportar danno. (Questi

giovanetti doppo conseguito il lor desiderio non pensano piú allo

scandolo che ne può succedere. Io temo che de loro piaceri io n'abbi a

patir la pena).

SCENA II.

GIACOMINO, ALTILIA, LIMA, CAPPIO.

GIACOMINO. Anima mia, quanto la fortuna ci è stata favorevole in

avervi condotta a casa mia, tanto poi voltandoci le spalle n'è stata

disfavorevole, facendo venir mio padre da Posilipo e trovar la sua

casa fatta taberna, e venir poi lo spagnolo, poi venir vostro padre.

Giá avete visto il contrasto col mio padre. Noi per ovviare a questo

disordine avemo concertato condurvi al Cerriglio; e faremo che l'oste

dica che voi tutta la notte avete aspettato il suo ritorno.

ALTILIA. Vita mia, potrete commandarmi e dispor di me come di cosa

vostra; solo vi priego m'adempiate quella promessa che per vostra

buona grazia m'avete fatta con quella volontá e prontezza con la quale

ho adempita la mia, e considerate quanto mal stanno insieme amore e

ingratitudine.

GIACOMINO. Sappiate, signora, che voi sola sète l'oggetto d'ogni mio

pensiero, e che il vostro cuore è nel petto mio come il mio nel

vostro; e son fatto tanto suo che non spero esser mai piú mio, né

possedendo voi, curo di posseder piú cosa al mondo. E pensando che ho

da star questo poco di tempo senza voi, mi sento svellere il cuore

dalle piú interne viscere del mio petto. Sia per me maledetta

quell'ora e quel ponto che, stando senza voi, mai pensi ad altro che a

voi.

ALTILIA. Vi ricordo che l'amor de' giovani ha per fine il diletto de'

loro amori, e che conseguito l'effetto svanisce l'affetto.

GIACOMINO. Altilia, vita dell'anima mia, se ben ho avuto sempre

l'anima e gli occhi invaghiti della sua nobile sembianza, ho sempre

riverita l'onestá, i costumi e le rare sue qualitadi, e considerato

che nell'amore non è piú stretto ligame che la conformitá de' costumi.

Or queste qualitá fanno che conseguito l'effetto, piú vien sempre a

crescere l'affetto.

ALTILIA. Io non merito d'essere amata né per bellezza né per raritá di

costumi, che in me non sono, ma perché v'ho amato con tutta la

tenerezza dell'anima mia: perché non son tanto ignorante che amandovi

tanto non meriti di esser riamata; ma essendo l'amor mio

straordinariamente grande, dubito che non mi abbiate fatto qualche

malia.

GIACOMINO. La malia che l'ho fatta, mia reina, è che l'ho amata con

quella schiettezza di amore e lontana da ogni simulazione, che si

convenia; e saprá bene che il ricompenso d'amore è lontano da ogni

spezie di pagamento, ché l'amor si paga con amore.

ALTILIA. Ahi, che il timor m'uccide!

GIACOMINO. E di che temete, anima mia?

ALTILIA. Che non può esser grand'amore ove non è gran téma, gran

sollecitudine e gran sospetto di quel che si deve e non deve temere.

GIACOMINO. Questo dovrei temer io, che sapendo la natura delle donne

esser fragile, dolce e tenera e pronta alla mutazione, dubito che

lontano dagli occhi vostri non mi sepelliate nell'oblio; ché non è

cosa che nell'assenza piú si raffreddi che l'amore, e col nuovo

successore non si marcisca.

ALTILIA. Se voi miraste nel centro dell'anima mia, vedreste veramente

ch'io in me muoio per vivere in voi; e la donazion che ho fatta di me

stessa a voi, è irrevocabile tra vivi, e ve ne ho dato giá il pacifico

possesso.

LIMA. Signor Giacomino, se l'amor vostro nella lingua non è lontano

dal core, e se voi desiderate corrispondere al suo desiderio com'ella

ha corrisposto con i fatti ad ogni vostro desio, acciò l'essempio

della sua disonestá overo della troppa violenza d'amore non passi

nell'altre donne, ora m'assalta una improvisa astuzia di far che

Altilia sia vostra per sempre, né basterá uomo del mondo trarvela di

mano.

GIACOMINO. Io con questo bagio che stampo nelle gote della mia reina,

ratifico quella promessa che l'ho fatta d'esser mia sposa e le ne do

la fede; e giuro per la sua, piú cara che la mia propria vita, che non

lascierò far cosa, per impossibil che sia, per conseguir lei, ché solo

l'amor non conosce difficoltá.

LIMA. Ecco, v'apro il modo che non può ritrovarsi il migliore.

Sappiate ch'essendo assediata Napoli da' francesi sotto il general

monsieur de Leutrecche, una crudelissima peste assaltò il suo

essercito, Napoli e quasi tutto il Regno. I signori del governo, per

remediare alla commune ruina, strassinavano gli appestati su un carro

dalle proprie case ad un lazzaretto a San Gennaro, poco lontano da

Napoli, dove si governavano, e morendo si seppellivano in una grotta

quivi appresso. Ritrovandosi impestato Limoforo suo padre e Cleria sua

madre e Antifilo suo fratello, furo anch'essi come gli altri portati

in quel loco. Rimasi io sola con questa bambina in casa; io per non

incorrere nella medesima sciagura, la portai meco a Salerno, patria

mia. Era la mia casa appresso a quella del mastro di scola, il qual

veggendo la fanciulla bella e di spirito vivace e che portava nel

fronte scolpiti i suoi natali, le prese tanta affezione che se la

prese in casa insieme con me che l'allevasse--veggendo che la mia

povertá non bastava a sopplire,--dove l'ha nodrita e allevata sin al

dí d'oggi.

GIACOMINO. Balia, io t'ho ascoltato fin ora con molta attenzione, né

posso imaginarmi dove sei per riuscire.

LIMA. Ecco l'inganno. Ritrovate un amico confidente, informatelo di

quanto v'ho detto, e fate che s'incontri col maestro. Dichi chiamarsi

Limoforo, sua moglie Cleria, suo figlio Antifilo; mostrar i segni, i

tempi, l'istoria; e all'ultimo per testimonio chiamar me che

confermerò il tutto: che vuol che se gli restituisca la figlia. Egli

la restituirá, anzi l'ará a caro, liberandosi di averla a dotare e

condurla seco a Roma, e liberandosi da me, ché non ha molto a caro la

conversazion delle donne. Con questa finzione inorpellata di veritá

l'arete nelle mani; ed egli è uomo che crede la metá piú di quello che

se gli dice.

GIACOMINO. O che sottilissima invenzione, e mi par proprio venutami

dal Cielo, né si potrebbe mai altra imaginarsi migliore. Le mano

all'opere.

CAPPIO. Che sapete voi se Limoforo fosse morto dalla peste?

LIMA. Rotto il campo, venni in Napoli; né per sovraumana diligenza che

vi oprassi, potei mai averne contezza di lui che, per esser dottore e

ricco, era in Napoli riconosciutissimo.

GIACOMINO. O vita mia, se ti ho amata figlia d'un maestro di scola,

quanto or debbo amarti figlia d'un gentiluomo! E veramente i costumi

non m'hanno ingannato, che di gran lunga avanzano ogni nobiltade.

CAPPIO. Non si perda piú tempo: andiamo al Cerriglio e cerchiamo

questo futuro nuovo Limoforo.

LIMA. Giacomino mio, vi raccomando la mia figlia.

GIACOMINO. Non bisogna raccomandare a me le cose mie né l'anima al suo

corpo. Cappio, batti la porta.

SCENA III.

TEDESCO, CAPPIO, GIACOMINO, ALTILIA, BALIA.

TEDESCO. Chi stare quelle grande asine che battere le porte delle mie

ostellerie con tanta furia?

CAPPIO. Son io; apri.

TEDESCO. Avere detto bene che stare un grande asene.

CAPPIO. E tu arciasino ad aprire.

TEDESCO. Mi patrone, che comandare Vostre Signorie?

GIACOMINO. Tedesco mio, m'hai da fare un piacere di che non ti

pentirai.

TEDESCO. Eccomi a vostre piacere.

GIACOMINO. Vien questa gentildonna con la sua balia ad alloggiar nella

vostra osteria; vorrei che ti fosse raccomandata come la mia propria

vita.

TEDESCO. Cheste stare poche servizie.

GIACOMINO. Poi quando verrá suo padre a dimandarla, dirai che dall'ora

che l'ha lasciata in quest'osteria, hanno aspettato tutta la notte

senza cena e senza sonno.

TEDESCO. Sue padre esser state cheste notte a mie ostellerie, e mi

aver risposto che non stare alogiate in case mie.

GIACOMINO. E questo è quel piacere che ricerco da te, che dichi una

bugia per amor mio; e per questo piacere togli questo scudo e,

riuscendo bene il negozio, da questo principio conoscerai se saprò

remunerar bene il fine.

TEDESCO. De cheste bugie noi avere grande abbondanzie e le vendemo a

bon mercato, anzi per nulla. Noi altre tedesche avere gran privilege

fare quanto piacere a nui, poi dire che stare imbriache.

CAPPIO. Bisognarebbe, padrone, che fusse bene informato di quel che è

passato con l'altro tedesco, acciò le risposte fossero conforme alle

domande.

GIACOMINO. Dici bene, però rèstati con queste signore e avvisa di

tutto quello che passò nella nostra taberna; e io andrò a trovar un

amico che finga Limoforo. Son vostro, anima mia.

ALTILIA. Cor mio, non fate che, lontana dagli occhi, resti sepolta

nell'oblivione.

GIACOMINO. Voi sète piú viva nell'anima mia che non ci è l'anima

istessa. Sparito è il mio sole, il mondo è in tenebre: come andrò dove

debbo, senza occhi e senza luce?

SCENA IV.

LIMOFORO, LARDONE, PEDANTE, ANTIFILO.

LIMOFORO. Dimmi, Lardone, minutamente e veramente il fatto come è

andato, ch'esser non può che tu non abbi tenuto le mani in questa

pasta.

ANTIFILO. Comincia a narrar il fatto per lo filo.

LARDONE. Se mi perdonate un fallo che ho commesso in questo fatto,

strassinato dalla gola, vi spianarò il tutto in due parole.

LIMOFORO. Se dici il vero, ti sará perdonato.

LARDONE. E che sicurtá me ne date?

ANTIFILO. Io sarò il tuo mallevadore.

PEDANTE. Ed io il tuo fideiussore.

LARDONE. Se bene il gastigo che merito saria molto, pur perché non è

altro che una burla, merito piú liberamente il perdono. Giacomino,

mentre studiò leggi in Salerno, amò saldamente e onestissimamente

Altilia sua figliuola, desiderandola piú tosto per sua sposa che per

amore; e volendo andare il mio padrone in Roma, quando passava per

Napoli, mi commandò che io n'andassi al Cerriglio per preparargli

l'alloggiamento; e per mia mala sorte venendo qui, m'incontrai con

Cappio. ...

LIMOFORO. Chi è questo Cappio?

LARDONE. Il servo di Giacomino, l'inventore e l'essecutore di tutte le

forfanterie, un che fa veder la luna nel pozzo; e gli fu posto nome

Cappio dalla cuna, che durerá finché finirá con un cappio su la

forca. ... Tanto fe' che mi persuase che conducessi Altilia in casa

sua; che essendo gito il padre a Posilipo, arebbe trasformata la sua

casa in taberna. ...

PEDANTE. O mirabile excogitatum, o inventum diabolicum: una bestia

venir in una stalla di Napoli per accoppiarsi con un'altra bestia!

LARDONE. ... Venne Altilia in Napoli; la condussi in casa di Giacomino

col suo padre, invece del Cerriglio. ...

PEDANTE. Ed io inscio et errabundo venni in questa taberna; e fummo

ricevuti con sedulo servizio e uberrimo apparato.

LARDONE. ... Poi con iscusa di portar le restanti robbe, tornammo a

dietro e lasciammo Altilia e la balia nella taberna. Venne allor il

padre da Posilipo: fu necessario che sparisse la taberna; e tornando

io e il maestro, ché non si scoprisse l'astuzia, fummo discacciati

dalla casa. ...

PEDANTE. Per cosí nefando flagizio meritaresti che fussi legato in un

asino al roverscio, con le braccia recinte al tergo, disnude, e poi da

uno inflammabondo e irabondo carnefice instantemente con un flagello

acuto fussi gastigato e con belluina rabie cruentato, adeo ut, usque

donec, finché querulo, miserabili eiulatu, efflassi la tua nefanda

animula. Ma che prima fusse disradicata la tua insaziabil mandibula

infin dalle fauci, che mai potessi abligurire. Ma vegnamo al quatenus.

LARDONE. ... Questo è quel peccato del quale v'ho chiesto da prima il

perdono e che la gola mi aveva condotto a fare. La qual, ora, è tanto

vacua quanto mi pensava che or di soverchio mi doveva esser piena.

LIMOFORO. Or, perché hai detto il vero, ti si perdoni.

PEDANTE. Restò dunque Altilia e la balia, la notte, in poter di

Giacomino?

LARDONE. Come v'ho detto.

PEDANTE. Saran giá venuti all'illecebre amorose, agli amplessi

cupidinei e a' bagi desiderati! Come farem dunque per riconoscerla?

La tabernaria · 第 3 / 5 段