PEDANTE. (Quid dicam vel quid cogitem, nescio. Dubito sia un paradosso

di furfantaria, e noi restaremo condennati alle spese. Se fosse stato

un avocato, non arebbe potuto dir tante bugie in un attimo).

ANTIFILO. (Oimè, dubito che Altilia d'innamorata mi diverrá sorella!).

PSEUDONIMO. Io son calato giú per farvi grazia.

LIMOFORO. Anzi, per mia disgrazia. Volete voi saper chi sète, volete

che ve lo dica?

PSEUDONIMO. Io so ben chi sono, né bisogna che mi sia detto.

LIMOFORO. Tu non sei Limoforo; ma vorresti esserci per ingannar me,

che sono il vero Limoforo.

PEDANTE. Tarde venisti, domine.

PSEUDONIMO. Son venuto molto presto, piú che aresti voluto; e mal per

voi.

LIMOFORO. Tu veramente sei un furfante, un truffatore.

PSEUDONIMO. Voi molto vi discomponete verso di me.

LIMOFORO. Perché n'ho ragione.

PSEUDONIMO. Che ragione?

LIMOFORO. Che per tormi la figlia, m'hai occupato il nome e l'esser

mio.

PSEUDONIMO. Ed io questo medesimo dirò di te.

PEDANTE. Mira che viso invetriato! Tu sei un spurio e adulterino

Limoforo.

LIMOFORO. E ti basta l'animo di negarlo?

PSEUDONIMO. Sí ben, perché dico il vero.

ANTIFILO. Va' t'appicca.

PSEUDONIMO. Va' e appiccati tu che lo meriti, ché tu vuoi truffar me.

ANTIFILO. Tu dici che Antifilo è morto di peste; io sono Antifilo, e

io son vivo a tuo dispetto. Padre, meritarebbe che costui fosse preso

da' birri e balzato in una galea.

LIMOFORO. Giá tace: la veritá e la vergogna gli chiude la bocca, ché

non sa che rispondere.

PEDANTE. Meritarebbe che questo falsiloquo fosse ben castigato.

PSEUDONIMO. Ascoltate la veritá.

LIMOFORO. Ascoltiamo che dice la bocca della veritá.

PSEUDONIMO. Chiamiamo la balia; ella chiarirá chi sia il vero Limoforo

di noi duo.

LIMOFORO. Che si chiami.

PSEUDONIMO. _Tic, toc, tic._ Cala qua giú, Lima.

SCENA III.

LIMA, PEDANTE, PSEUDONIMO, LIMOFORO, ANTIFILO.

LIMA. Che commandate, signor Limoforo mio padrone?

PSEUDONIMO. Che dichi chi di noi sia veramente Limoforo.

LIMA. Che dimande son queste? voi sète Limoforo, il mio antico

padrone.

PSEUDONIMO. Chi è costui che mi sta presso?

LIMA. Io non lo conosco, ...

LIMOFORO. Non mi conosci, eh! e io subito, in veder te, t'ho

riconosciuta. Ma raffigurami meglio.

LIMA. ... né tampoco mi ricordo avervi giamai visto.

LIMOFORO. Non ti ricordi del tuo antico padrone Limoforo?

LIMA. Signor Limoforo...: dico, forastiero, veramente che non vi

cognosco.

LIMOFORO. Pur mi chiami Limoforo; e tu non volendo, a tuo dispetto la

lingua ti manifesta i secreti del core. Ma questi chi è?

LIMA. Limoforo Pignatelli, marito di Cleria mia padrona, il qual

avendolo stimato morto col suo figlio, ho sempre onorata la sua morte

con molte lacrime.

PEDANTE. Dii boni, quid audio? or in me regresso conosco che son stato

deluso.

LIMOFORO. Ecco che mentre piú ti raffiguro, ti vedo nel fronte il

segno di quella ferita che ti fe' Cleria mia moglie, quando ti cadde

Aurelia di braccio. Ma dimmi, nuovo Limoforo, come si chiamava il

marito di Lima?

PSEUDONIMO. Che imperio avete sopra di me, che sia costretto a

rispondere a quanto mi dimandate? Non me ne ricordo.

LIMOFORO. Tu non lo pòi sapere, che mai conoscesti Lima né Limoforo.

Ma dimmi, Lima, non ti trovò mia moglie a giacere con Barbetta nostro

famiglio, e con un bastone ti fe' quella ferita ch'hai nella mano, ti

cacciò di casa, e poi a preghiere d'amici fosti ricevuta? Questi

secreti li sa questo tuo Limoforo?

PSEUDONIMO. Non mi ricordo di tal cosa.

LIMOFORO. Mostra la ferita ch'hai nella mano.

LIMA. Non vo' mostrare le mie carni a persona del mondo.

LIMOFORO. Non eri cosí quando eri giovane: ché mirandoti solo alcuno,

prima che te lo chiedesse, ce le mostravi; e le tenevi coperte solo

perché le mosche ti davano fastidio.

LIMA. Non so quel che vi diciate.

LIMOFORO. O Cielo, che non mi par di creder quel che veggio né di

creder quel che è vero; e pur mi sento morir di desiderio di veder mia

figlia.

ANTIFILO. Lima, chiama la tua figliana.

PEDANTE. Io tremo nel meditullio del mio core per tanti inopinati

accidenti d'oggi. O Giacomino malus, o Cappio peior, o Pseudonimoforus

pessimus! O quam malum est habere foeminas pulcherrimas in domo!

SCENA IV.

CAPITANO, GIACOMINO, PEDANTE, LIMOFORO, PSEUDONIMO.

CAPITANO. Limoforo, eccovi Giacomino che, senza ch'io lo meni

prigione, egli da se stesso viene ad imprigionarsi.

GIACOMINO. Io non vengo qui a scusarmi, ma vengo a ricever castigo

della mia colpa, se lo merito; se non, perdono e cortesia.

CAPITANO. Limoforo, se non volete aver pietá di lui, abbiatela di suo

padre: usateli qualche cortesia.

LIMOFORO. Ma che cortesia potrá sperar da me, s'egli m'ha offeso

nell'onore, ché so che questa notte non avrá dormito? Mi dispiace

nell'alma d'usargli discortesia. Ma ditemi, che ho da fare?

GIACOMINO. Eccomi a pagar quell'offesa con quel pagamento con che

soglionsi pagare simili offese.

LIMOFORO. Ditemi questi pagamenti.

GIACOMINO. Io dal primo giorno ch'io vidi la bellezza, l'onestá, i

costumi e un tesoro di tanti meriti e di tutte le grandezze della

natura in vostra figlia, feci un fermo proposito, averla per moglie;

né mai mi cadde pensiero contaminar la candidezza della sua onestá

d'una minima macchia; e or disprezzo e aborrisco la vita avendo a

viver senza lei, e son tutto disposto e confirmato in questo pensiero,

che o mi la concediate per isposa o che m'ammazziate qui or ora.

Eccomi qui genocchione, eccovi il petto e la gola: prendete quella

vendetta che vi piace. E se forse vi par che per nobiltá o ricchezza

non ne sia degno, ne sono almen degno per il grande amor che le porto.

LIMOFORO. Giacomino, converrebbe che voi perdeste la vita in pago di

tanto ardimento; ma questo libero procedere con me fa che con voi

ancor liberamente proceda: come avete voi del grande in cosí grande

eccesso, cosí voglio io ancora aver del grande in perdonarvi; e come

uomo che stimate l'onor mio, cosí voglio ancor io stimar la vostra

vita.

GIACOMINO. Ed ancora io voglio aver del grande: di cotanto perdono

restarvene in tutta la vita obbligatissimo.

LIMOFORO. E vo' che ancora voi abbiate del grande in perdonare a me,

che abbi commandato a prendervi prigione; ché, or sapendo le rare

qualitá che in voi sono, come gentiluomo di onor che sète, considerate

che in cosa dove vi sia l'onore, non si porta rispetto a persona

alcuna.

GIACOMINO. Ma che non fa amore? rompe le leggi, supera ogni difficoltá

e fa che non si miri a nulla.

LIMOFORO. Capitano, lascia costui e lega quest'altro che, avendo

usurpata la mia persona, per cotal mentita merita un degnissimo

castigo.

GIACOMINO. Carissimo Limoforo, poiché avete perdonato la mia offesa,

convien anco perdonar l'offesa di colui che v'ha offeso per mia

cagione. Questo mio caro amico ha posto la vita e l'onor suo in

periglio per aiutar me; il quale, per posseder per moglie la vostra

amatissima figlia, m'ha servito per istrumento quando io avea posto in

disperazione la terra per non perderla.

LIMOFORO. Poiché l'ingiuria che m'ha fatta è riuscita in mio

grandissimo onore, e ho conosciuta la mia carissima figlia, come

cagione della mia felicitá vo' che se gli perdoni. Capitano, liberate

quest'altro che vo' che non solo sia libero ma che ancor mi sia

carissimo amico, perché non è piccola cosa aver un tal per amico né

aver un tal per inimico.

PSEUDONIMO. Io non so se tanto debbo vergognarmi delle cose passate

quanto rallegrarmi delle cose presenti. Ma come potrò mai sciorme di

tanto obligo dove oggi m'avete posto? Io me ne vo con un monte

d'obligo sopra le spalle, pregandovi mi porga occasione di tormelo da

dosso; mi parto.

PEDANTE. La dolcedine delle recensite parole di tutti m'hanno invaso

di tanta tenerezza che giá succresce il foco che m'avevano acceso

negli inflammabondi precordi.

GIACOMINO. Ma in tanti oblighi ch'io v'ho non isdegnate che vi

s'accresca quest'altro, di venir a mio padre per impetrar da lui

grazia ch'abbi passati e rotti i confini dell'obedienza, e dargli

questa ultima sodisfazione di aver tolto moglie senza sua licenza.

LIMOFORO. Faccisi quanto s'estende il mio potere in servirvi. Andiamo

a vostro padre.

GIACOMINO. Eccolo che vien fuori.

SCENA V.

LIMOFORO, GIACOCO, GIACOMINO, PEDANTE.

LIMOFORO. Giacoco, presentiamo vostro figlio dinanzi a voi, acciò voi

ne siate giudice d'aver a punirlo o liberarlo.

GIACOCO. Io no saccio la cosa commo è iuta: sciarvogliatemi lo

gliuómmero dallo capo, ca po ve responderaggio.

LIMOFORO. Vostro figlio a tempo che studiò a Salerno, s'innamorò di

mia figlia stimata allora figlia d'un maestro di scuola; e sapendo

ch'oggi veniva in Napoli per passare in Roma e che doveva alloggiare

al Cerriglio, trasformò la vostra casa in taverna con l'aiuto d'un suo

servitore chiamato Cappio, ...

GIACOCO. Chisto è lo cunto dell'uorco!

LIMOFORO. ... dove fe' alloggiar mia figlia. Voi poi tornando da

Posilipo, bisognò che la taverna mutasse faccia; e venendo il maestro

poi per alloggiar con la figlia, lo scacciar da casa con occasione; e

restò mia figlia sola e sola con vostro figlio: ben sapete che il

diavolo mai dorme. Io sapendo questo fui al Regente della Vicaria;

ebbi ordine si cercasse la casa vostra e si pigliasse prigioniero

vostro figlio, se ne facesse atto publico, né si procedesse alla

consueta e solita giustizia. Ecco, lo poniamo a voi, prigione;

sappiamo quanto siate uomo da bene: giudicatelo voi, ché ne restaremo

tutti contenti della vostra sentenza.

GIACOCO. Patrone mio, Bossignoria co ssa cera d'emperatore m'ave

affattorato, e me potite commannare a bacchetta. Considerate ca no

aggio autro figlio che chisso, ca è stato lo cacanidolo di tutti li

figli mei.

LIMOFORO. Né io ho altra figlia che costei.

GIACOCO. Iacoviello mio, cheste negregate cose ca me fai ntennere, me

spertosano lo core. Ih, sse belle cose! Io pensava ca tu studiassi a

_Ribando_; mò abbesogna che studia a _Paolo che te castre_, a far le

biscazze. Che se ne puozza scendere commo a fiore de cocozza!

GIACOMINO. Padre, ho errato, lo conosco; ma se miraste la bellezza,

l'onestá e i nobili costumi d'Altilia, ivi vedreste la colpa e la

discolpa dell'error mio; e in questa elezione son stato piú fortunato

che saggio.

GIACOCO. Poiché le cose passate non ponno tornare dereto, abbesogna

remediare lo meglio che se pote. Io lo remetto a Bossignoria; e la

supplico ca, se isso ha mancato de descrizzione, Bossignoria, faccia

mescoliata mia!, non mancate de compassione.

LIMOFORO. Io non son per mancargli di compassione se non mi si

mancherá di dovere da vostra parte: ben sapete le sodisfazioni che si

cercano in simili offese.

GIACOCO. Bella faccia mia, te puoi nformare in chesta cittate ca

dintro lo parentato mio no nc'è quarche chiavettiere o sosomellaro; se

no te sdigni d'apparentare co mico, io te lo do pe schiavuottolo

ncatenato. Iacoviello, figlio mio, io voglio ca te nzuri a gusto toio,

pur che essa sia femmena onorata e te dia buona dote.

GIACOMINO. Padre, troppo sarebbe cara l'onestá, se l'onestá di tutte

le donne fossero come l'onestá d'Altilia mia.

GIACOCO. Parlammo mò della dote, che è la ionta dello ruotolo; ché

l'oro nnaura e noropella tutti li defietti delle mogliere, che se

fosse brutta, desonorata, sopervia e fastidiosa, l'oro la fa parer

bella e complitissima.

LIMOFORO. Io li darò dote quanto saprá dimandarmi, che non ho altra

figlia.

GIACOMINO. Ed io troppo torto farrei all'infinito tesoro delle sue

qualitá, se cercasse altra dote che la sua persona: poco o nulla è la

mia qualitá al suo gran merito.

GIACOCO. Ti dico che ne zeppolie ssa bona dote, che è autro che

bellezzetudine.

GIACOMINO. Padre, per questa disubedienza che ho fatto in aver preso

moglie senza vostra ubedienza, l'emendarò con una continua osservanza

di servitú e di amore fin alla morte; e il medesimo a mio suocero: ma

tanto piú grande quanto meno conosco di meritarla.

GIACOCO. Iacoviello mio, co ssa mostra d'affezione e con cheste parole

nzuccarate, m'hai addociuta la collera che m'avea nzorfato lo core. Io

te fo erede di tutta la mia robba che val piú di quarantamila ducati.

LIMOFORO. Veramente in questo amore s'è portato troppo da leggiero.

GIACOCO. No se rascione chiú delle cose passate; perché ognuno vuole

scusare le sue rascioni e accrescer quelle del compagno, e cosí

l'ingiurie si vengono a rinfrescare: da mone nnante non se ne parle

chiú.

GIACOMINO. Padre, m'avete a fare un'altra grazia, di perdonare a

Cappio, perché io l'ho sforzato a fare quanto s'è fatto. E se

Pseudonimo falsificò la sua persona, tutto fu per mia cagione. Né si

può dire inganno, anzi tutto è stato fatto per forza d'amore: onde poi

è riuscito in cosí buon successo che Limoforo abbi ricuperata la sua

figlia, Antifilo non abbi preso per moglie la sorella, il maestro

libero di non aver a dotar e maritar la figlia, anzi ricevuto il

compenso delle sue fatiche, e io arricchito di cosí gran tesoro.

GIACOCO. Si perdoni a tutti, che nquesta commune allegrezza non resti

alcun discontiento; se bene è stato no piezzo de catapiezzo d'aseno.

Pedante. «_Mihi gaudeo, tibi gratulor_»--disse Cicerone,--o mi

Iacobule, del mirifico amore portato alla mia sobole.

GIACOCO. Figlio, chiama la mogliera toia, ca poi che avimmo stancate

l'orecchie in ausoliare le virtute soie, si rallegrino gli uocchi di

vederela.

SCENA VI.

GIACOCO, GIACOMINO, ALTILIA, PEDANTE, LIMOFORO, ANTIFILO.

GIACOCO. O che bello piezzo de femmena, o che uocchi cennarielli, o

che faccia vasarella, o che bocca cianciosella, o che labri

mozzicarielli, o commo è iocarella e broccolosa! Iacoviello mio, la

state chesta te fará frisco commo na rosa e d'invierno t'a tiene pe na

coperta. E perché non la basi? non bidi ca chella bocca dice: basame,

basame?

GIACOMINO. Padre, la bacio mille volte per ora con la bocca del core.

GIACOCO. Iacoviello mio, appiendi na cepolla squillitica alla fenestra

soia e pastenace la valleriana, che no ce pozzano le ianare per la

nvidia. E tu, Aurelia mia, ama Iacoviello mio, ca la bellezza toia

l'ha tanto spertosato lo core che ne sta tutto scarfato e

spronamentato.

ALTILIA. Egli non è mal cambiato di amore; ché non tanto egli m'amò

con buona intenzione, com'io l'ho amato con buona volontá.

GIACOMINO. O vita mia, se morisse ora, morrei contentissimo per morire

in tanta gioia, accioché il mondo con le sue aversitá non ci

meschiasse poi il suo amaro, come suol far spesso nelle cose d'amore.

ALTILIA. Ed io vorrei morir mai per godermi di sí compita felicitá.

GIACOCO. Orsú, pozza essere alla bon'ora.

GIACOMINO. O giorno felicissimo e chiaro, che sei nato da cosí oscura

e infelicissima notte!

ANTIFILO. O sorella, quanto devi ringraziare il Cielo che mi fosti

cosí disamorevole e ingiuriosa con tanti improperi; ché se benigna mi

fosti stata, avendoti poi riconosciuta per sorella, mi saresti stata

amara e acerbissima: e chi può opporsi a' gran secreti del Cielo? Onde

le speranze dell'amor mio fin qui nodrite nel core, or che sorella mi

sei, mi sono in tutto e per tutto spente e sparse via.

ALTILIA. Fratello carissimo, or si spenga l'amor della carne e da oggi

innanzi divenghi amor di sangue.

PEDANTE. Antiphile mi, tarde venisti.

LIMOFORO. Figlia, sei stata tanti anni senza padre; or in un punto

n'hai acquistati tre: l'un vero che son io, l'altro falso che s'era

fatto me, e il maestro che t'ave allevata come padre.

ALTILIA. Poiché io non posso esser figlia se non d'un padre, amerò voi

con quel vero amore che dee amare un'amorevole e obedientissima

figlia; il maestro che m'allevò con tanta caritá e affetto paterno,

l'amerò con un perpetuo obligo di servitude; il finto padre, come

istrumento della mia felicitá, l'amerò con amor verissimo e non finto.

LIMOFORO. Maestro mio, per riservirvi in parte l'obligo grande che vi

tengo di avermi allevata la mia figlia con tanto dispendio e amore,

restarete in casa mia, voi e la balia: ove sarete padroni come son io,

e sarete serviti e amati con quell'amore ch'avete amata e servita la

figlia mia, mentre che viverete; né vi sia bisogno piú di gir a Roma,

che giá sète in etá di riposarvi e no straziarvi per viaggio e nelle

letture, e vi servirá mia figlia come v'ha sempre servito.

PEDANTE. Maximas vobis ago gratias.

GIACOCO. Iacoviello mio, veo ca d'allegrezza no capi dintro la pelle,

e stai cannapierto a mirare sta faccia strellecata e lenta e penta de

mogliereta, e te par mill'anni di parpezzare no poco e darli quattro

vasi a pizzichini e farle quattro bruoccole. Trasitenne e mprenamella

sta notte a no bello nennillo.

GIACOMINO. Poiché le ricchezze che non si spendono nei bisogni, sono

miserie e povertadi, però vorrei invitar tutti questi questa sera a

casa nostra.

GIACOCO. Perdòname se te spezzo parola a bocca, ca non ce voglio

spendere manco na spagliocca: chisse ne reppoleiano na mangiata e nui

restammo affritti e negrecati.

GIACOMINO. Mi tengo a grande incontro non invitarli.

GIACOCO. E nui facciamole na bona nzalata, no pignatto de foglie

torzute, no sanguinaccio e na meuza zoffritta.

PEDANTE. Or che siamo tutti alacri e ridibondi, chiaminsi i musici, e

con sibili tonanti e con belle circumvoluzioni di choree s'onori

questa copula matrimoniale.

GIACOMINO. Sí bene, chiamiamo suoni per i balli.

GIACOCO. Basta no vottafuoco, na cètola, no calascione e no zucozuco.

GIACOMINO. Ci rimediarò ben io.

GIACOCO. Auscutatori miei, perché site perzune da bene e me date onore

per le vertude vostre, veo ca ve ascevolite de famme. Per darve

sfazzione, se volite venire a ciancoliare co nui cosí auto auto, a

primo vi cacciarimmo innanzi dui uocchi de tunno, poi vi cacciarimmo

lo fecato, le stentine e lo core de puorco, e ve arrostarimmo dintro

no furno na bella porcella, e vi friarrimo dintro na tiella na bona

frittata, e vi bollerimmo dintro no pignatto na foglia maritata, e ve

menozzarimmo tutta la carne co la mostarda, e allo dereto ve

annegarimmo dintro votte de vino; tal che ve ne iarriti alle case

vostre tutti senza uocchie, fecati, stentine e pormoni, arrostiti

tutti e bolliti, menuzzati e annegati.

PEDANTE. Spectatores, valete et plaudite.

FINE DEL VOLUME PRIMO.

INDICE

La sorella pag. 1

La carbonaria » 95

La fantesca » 191

La tabernaria » 307

End of Project Gutenberg's La tabernaria, by Giambattista Della Porta

La tabernaria · 第 5 / 5 段