sicuramente dalla mia sezione, per cui può esserlo anche dalle altre
due. Di lì a poco tutta la compagnia è installata nella casa. L'Aiutante
Maggiore visita la posizione per disporre poi le sentinelle. I fucili,
essendo stati lasciati nel bosco, perchè s'era stimato sconveniente il
sormontare attraverso luoghi rischiarati dal sole, io chiedo al
Comandante (il mio Enrico) d'essere incaricato di farli introdurre in
casa. Eseguisco in mezz'ora l'operazione colle debite precauzioni. Più
tardi si tiene consiglio, presieduto dal Comandante, fra i Capi sezione,
l'Aiutante Maggiore e P[_erozzi_]. Si decide d'aspettare, disposti a
disperata resistenza. — Si scrive a R[_oma_]. — Dietro mia proposta si
decide occupare la casa del vignajolo ove stanno i viveri. — L'occupo io
colla prima squadra, quindi vi colloco anche la 2ª; le altre tre hanno
ordine di tenersi pronte. — Dietro ordine visito gli avamposti che
trovo bene collocati. — Più tardi sono avvisato dal Capo della squadra
lasciata di guardia alla casa del vignajolo essere passato in vicinanza
un drappello di dragoni a perlustrare; probabile dunque un prossimo
attacco. Ne avviso il Comandante e chiedo di portare in quella posizione
tutta la mia sezione coi fucili. Eseguisco l'operazione e mi stabilisco
là io pure. — Un'ora e mezza più tardi, verso le 5¼ pom., si
presentano i papalini al cancello della vigna; è una compagnia di
Carabinieri esteri. — Mando subito ad avvertire il Comandante e dispongo
in catena la mia sezione — una squadra nella casa, alle finestre, che
poco dopo colloco colle altre. — Di lì a poco arrivano i colpi nemici;
dobbiamo soffrirli per buon tratto senza tirare, stante l'inferiorità
dei nostri fucili. Quindi faccio aprire il fuoco. Arriva il Comandante
(il mio Caro Enrico) e mi ordinò di ripiegare verso la casa grande; si
eseguisce nel massimo ordine. — Moruzzi è ferito da due palle; io e
Campari facciamo ogni sforzo per poterlo trasportare con noi, ma
inutilmente; siamo costretti a lasciarlo sul terreno.
Poco dopo è ferito Castagnini.
Ripiegata la sezione fino all'ultimo risvolto della strada che conduce
alla casa grande, la stabilisco di nuovo in catena sulla linea delle
altre. Dopo poco spuntano i papalini. Grido «W. Italia!» che, proferito,
è ripetuto da tutti con entusiasmo. — Il Comandante comanda la carica
alla baionetta e si slancia alla corsa verso il nemico; io lo seguo con
tutta la sezione. — Vedendo il Comandante (il mio Enrico) troppo
distaccato da noi, lo chiamo: — «Aspetta, Enrico, che andiamo uniti». —
Ei mi aspetta. Arrivatolo, m'accorgo che il mio revolver non funziona
bene; lo aggiusto, sparo un colpo nella direzione del nemico, quindi con
Enrico monto la scarpa sinistra sulla strada ed entro nella campagna ad
inseguire i fuggenti. — Alcuni si sono fermati; il Capitano è fra essi.
— Ci dirigiamo a lui (che ci prendeva di mira con una pistola) coi
revolver spianati. Enrico sparò; in quel momento vedo un carabiniere
diretto contro di lui; mi gli slancio addosso e trovando nuovamente il
mio revolver ribelle allo scatto, glielo percuotei furibondo sul viso. —
Dopo un istante di mischia furiosa, mi trovo accanto (sulla sinistra)
d'Enrico mio e circondato; una scarica ci fa cadere nello stesso
istante. — Appena a terra ci vediamo barbaramente assaliti alla
baionetta; ci feriscono ancora, e fuggono seguiti dalle nostre
imprecazioni di «Vigliacchi!» e «Birbanti!».[23]
Passai alcuni istanti in una specie di letargo; appena svegliato [_mi
parve_] d'essere stato sotto l'incubo d'un sogno, ma subito fui chiamato
alla triste realtà dalla voce del mio Enrico e dai dolori delle ferite.
— «Muoio» mi disse il fratel mio. — «Io pure» replicai. — «Povera la
nostra Mamma!» ripigliò Enrico. — Poi gli si aumentò l'affanno; aveva
due gravi ferite al petto, l'una ch'io non poteva scorgere, l'altra
all'angolo destro della bocca. — Feci il possibile per dargli aiuto; non
potei altro che prestargli debole appoggio del mio braccio destro. —
Soffriva assai il mio Enrico, ma emetteva pochi lamenti. — Riprese: —
«Desidero essere seppellito a Groppello» — poi, dopo un istante di
silenzio: — «Salutami Mammina, Benedetto, Minoja» — fece uno sforzo
supremo per dirizzarsi sull'anche, e ricadde. — Il mio Enrico spirava. —
Gli mandai un bacio come potei. Poco dopo io pure sentiva vicinissima la
morte; la sordità, abbondantissimo il sangue (specialmente dal capo),
l'emozione della morte del fratello, la posizione incomodissima
m'avevano procurato un affanno tale che parea il rantolo dell'agonia. —
Soffriva tanto che affrettava col desiderio la morte. — Accorgendomi dai
lamenti d'aver alcuni de' nostri a poca distanza pure feriti, dissi: —
«M'è morto Enrico in questo momento». — Alcune voci improntate da
profondo dolore mi risposero, una tra l'altre (quella di Bassini) con
queste parole; — «Vorrei potermi avvicinare per baciarlo» — Aggiunsi: —
«Io pure muoio. Salutate la mia Mammina; desideriamo essere seppelliti a
Groppello». — Dopo poco riprendeva: — «Ci resta però la soddisfazione
d'aver fatto il nostro dovere, siamo caduti da forti». — «È vero!»
risposero tutti quei dolenti amici — «W. l'Italia!» aggiungevano [Prima
aveva scritto: _mormoravano_.] ancora in coro con voce fioca. —
L'affanno diminuiva sensibilmente, sicchè più distinti mi si facevano i
rumori all'intorno. — Distinguevo i lamenti del povero amico Mantovani
da quelli di Papazzoni e di Bassini, poi udii chiaramente una voce in
lontananza gridar «Aiuto!» — Si aspettava ansiosamente d'essere
soccorsi, qualcuno che venisse almeno ad inumidirci le fauci ardenti per
la sete; invano. — Parlo di tentare uno sforzo per alzarmi; Bassini dice
tentare d'aiutarmi. Due volte mi provai, ma ricaddi estenuato di forze
coll'affanno di nuovo aumentato. Alla terza prova, tentata dopo non
breve intervallo, riuscii e mi trovai in piedi. — Mi provai a camminare,
lo potei barcollando. — Bassini ebbe la stessa sorte. — Ci accompagnammo
l'un l'altro fino a cercar la strada; lo potemmo con molto stento per
uno dei punti meno scoscesi della riva. Arrivati sulla strada non
sapevamo qual direzione prendere; la mente indebolita pel sangue perduto
non sapeva a sufficienza raccapezzare le idee per condurci a qualche
punto ben conosciuto, tanto più che l'oscurità era grande. Finalmente io
potei orizzontarmi ed additare con quasi certezza la direzione della
casa del vignaiuolo. Presici sottobraccio c'incamminammo alla meglio a
quella volta; non avevo errato: di lì a poco la trovammo. Entrammo sotto
il porticato che nella giornata ci aveva servito di corpo di guardia;
udiamo un lamento; ci avviciniamo; è Moruzzi disteso su d'uno strato di
paglia. Mi prega di cangiargli posizione alla gamba ferita; l'aiutiamo a
grande stento. — Quindi io mi porto fuori e mi trascino fino all'uscio
di casa; batto, non si risponde; replico, odo una voce cui rispondo, e
mi viene aperto. Quei bravi coloni mostrano gran dispiacere al vedermi
ridotto in quella guisa. — Parlo loro di mio fratello morto e degli
altri compagni feriti che attendono soccorsi; li supplico di accorrere a
raccoglierli, quindi, estenuato di forze, mi corico su d'un letticciuolo
che mi vien preparato. Mi si prodigano molte cure, mi fasciano le ferite
alla meglio; quella del capo ne aveva specialmente grande bisogno. Passo
così alcune ore tormentato dalla debolezza e più dalla sete che ogni
tanto vo smorzando con un po' d'acqua che quei pietosi mi porgono;
grandissima è poi l'agitazione d'animo per la cocente rimembranza del
mio Enrico spento, e pel pericolo dei miei dolenti compagni che forse
sono ancora stesi sul terreno in attesa d'aiuti, e che io non posso
volare a soccorrere. Qual pena, mio Dio! Ad ogni tratto chiamo qualcuno
e rinnovo la preghiera [Seguono alcune parole inintellegibili.]..... dan
promessa, non mai la consolazione di cedere sull'istante alle insistenti
mie domande.
Riesco solo a sapere che fu portata dell'acqua ai due rimasti sotto il
porticato, Bassini e Moruzzi. — Fra quelle angoscie spunta il mattino;
se il tempo ha sensibilmente scemata la debolezza fisica, vieppiù ha
aumentata l'agitazione morale. — Il letto mi pare di carboni accesi. —
Mi alzo. — Mi dicono essere stati nella notte levati i feriti dal campo;
non si sa se dai nostri o dal nemico, e ricoverati nella casa
principale. — A quella nuova procuro d'accelerare l'operazione del
vestirmi, o meglio del farmi vestire. Sono in piedi, debole sì, assai,
ma capace di camminare coll'aiuto di un bastone, che mi viene collocato
in mano. Esco e mi dirigo verso la casa grande, deciso a penetrarvi. — È
in mano dei nostri, pensai, e niente di meglio potrei fare; è del nemico
e dividerò la sorte dei miei compagni. — A ciò insomma in ogni caso sono
deciso, trovare la sorte istessa dei miei amici. — Arrivato al tratto di
strada che corrisponde al campo del combattimento, non so impedirmi dal
valicare la scarpa e dall'entrare. Fucili, qualche revolver stanno sul
terreno. — Mi porto fin sul luogo in cui cademmo io e il fratel mio, in
cui egli spirò. — Oh sì, ne son certo, l'ho perfettamente riconosciuta
quella sacra zolla! Raccolsi un pugno di terra e lo baciai; il bravo
contadino che mi seguiva ne fu commosso vivamente. — Procedo per la mia
strada ed arrivo in pochi minuti alla casa. — Un fazzoletto bianco
applicato ad un bastone è messo in vista presso la porta. — Penetro
nella prima camera e parmi dall'aspetto (senza sapermi abbastanza
spiegare tale impressione) che la casa debba trovarsi in mano del
nemico. — Ciò malgrado senza esitare un istante (non ero io già deciso
per ogni caso?) entro nella seconda camera. — Qual momento di mesto
conforto. — Due compagni feriti stesi su due pagliericci riconosco
sull'istante; Moruzzi e Papazzoni; due altri vedo dirigermisi incontro
col volto impressionato della più cara sorpresa. Uno è l'intimo amico
Campari, l'altro il bravo Fiorini cremonese; ci abbracciamo con
trasporto. — Mi dicono che la mia apparizione riesce loro tanto più cara
per ciò che mi ritenevano morto, mi aggiungono che tale persuasione si
son portata seco i compagni che in numero d'una sessantina nella notte
abbandonarono la casa per unirsi, dopo ben lunga strada, alle bande. —
Nella casa son rimasti i feriti e tre bravi amici a soccorrerli;
Campari, Fiorini, Colombi. — Avute in tutta fretta codeste informazioni,
domando a stento del corpo del mio Enrico. — «È là» (mi dicono
accennando alla camera vicina) «assieme a quello del povero Mantovani».
— «Lui pure!» — dissi — «Buon amico. Morto forse per ritardo di
soccorsi». — E qui scacciava il pensiero che se fossi riuscito a spedire
subito gli uomini del vignaiuolo a raccogliere i feriti, forse i
soccorsi non sarebbero riusciti inefficaci al bravo Mantovani. Mi
levarono l'acuta spina facendomi intendere come gli altri compagni
feriti fossero stati tolti dal campo ben poco più tardi di me. Ciò per
l'opera di Tabacchi e di Stragliati. — Mostrai l'intenzione di vedere il
fratel mio, ma ne fui impedito dalle esortazioni degli amici. Mi recai a
veder a stento [Prima voleva scrivere: _lentissimamente_.], come poteva,
tutti gli altri compagni feriti; trovai a letto Bassini e Colloredo;
Ferrari e Castagnini in piedi, feriti ambedue al braccio; tutti
mostrarono in vedermi grande sorpresa. — Più tardi non seppi resistere
alla tentazione di vedere il mio Enrico, vinsi le esortazioni degli
amici, ed entrai nella stanza dei morti, quella stessa nella quale con
tanto ardore il mattino si era tenuto consiglio sotto la direzione del
mio spento fratello. — Entro e scorgo i cadaveri dei due amici, l'uno
accanto all'altro: mi chinai sul mio Enrico e lo baciai in viso. — Qual
consolazione, mio Dio! — Il buon Campari mi strappa a forza da quella
camera. — Scorgendo il bisogno che i feriti fossero alla meglio medicati
penso recarmi a raccogliere delle bende alla casa del vignajolo. — Mi
faccio accompagnare da Campari. — Là arrivati, riceviamo dai bravi
coloni quante pezzuole ponno raccogliere. — Campari scrive un biglietto
indirizzato all'autorità militare di Roma, in cui si dà avviso di feriti
che richiedono pronti soccorsi. Come avrei voluto risparmiarci tale
passo; ma (per non parlare del mio stato) quello in cui si trovavano
Moruzzi, Papazzoni, Colloredo, lo richiedevano imperiosamente. — Si
vinse dunque la ripugnanza, e si consegnò il biglietto al vignaiuolo
perchè lo portasse in Roma, raccomandandogli però di non consegnare il
biglietto che in _extremis_. — Nell'uscire ci vien dato avviso essere
stato ricoverato un ferito dei nemici sotto il porticato. — Entriamo a
visitarlo. — Appena ci scorse mostrò temere assai, lo rassicuriamo colle
parole seguenti: — «Per noi il nemico, quando ferito, diventa sacro». —
Gli atti accompagnarono le parole. — Ci mettiamo, io pure, benchè
sofferente per le avute ferite, a medicargli la grave ferita. — La
coscia è trapassata da una palla. Ma si riesce alla meglio a togliergli
di dosso le robe ed a fasciarlo. — Durante la operazione brevi
interrogazioni mi fan sapere essere il ferito un Perugino già da diversi
anni arruolato nell'armata pontificia. — «Renitente» — gli dissi —
«della nostra armata forse?» — «No» — rispose — «emigrai da giovinetto e
m'arruolai nell'esercito pontificio». — Sciagurato, pensai, hai tradito
la tua patria! — Nè perciò vennero meno le mie cure. — Il nemico ferito,
pensai ancora, è sacro. — Terminata alla meglio la pia bisogna, si tornò
alla casa grande presso gli altri compagni. Discorrendo dei casi nostri
si previde la probabilità di esser assaliti da distaccamenti di truppe
talmente inspirate a sensi di crudeltà da voler scorgere nel nostro
ricovero un nido di banditi, anzichè un ospedale di feriti, ed agire di
conseguenza, cioè perpetrare un orribile massacro, una strage di
individui storpiati in mille guise dalle ferite. In tal caso,
conchiudevamo, quel po' d'armi che ci è qui rimasto, servirà per
vendicarci alla meglio, per impedirci di morire come le pecore sbranate
dal lupo.
Poco dopo questo discorso udiamo rumori d'armati, guardiamo fuori, è un
distaccamento di zuavi (a cui stan mischiati alcuni gendarmi) che
s'avvicinano. In pochissimo tempo sono arrivati ad una cinquantina di
passi dalla casa. Vedo diversi di essi spianare il fucile verso la
porta; in quella direzione sta appunto coricato su di un pagliericcio il
ferito Moruzzi. — Visto il gran pericolo mi mostro sulla soglia della
porta levando in pari tempo il fazzoletto di tasca agitandolo. Lo
credevo bianco, mentr'era orribilmente insanguinato. Allora vedo uno di
essi che punta il fucile, affretto il passo e balzo (come le ferite
ponno permettermi) fuori della casa esclamando: — «È una casa di
feriti!» — Nè per questo si desiste dal tenere spianato i fucili su di
essa e sui bravi compagni Campari e Fiorini che senza perder tempo mi
han tenuto dietro. Alla fine si mostrano persuasi, non del tutto però;
abbassano le armi, ma stanno ancora alcun poco in sospetto. Il mio
aspetto di uomo assai malconcio da ferite contribuisce a
tranquillizzarli vieppiù. Allorchè si son fatti a noi vicini dico loro:
— «Che mai volete che io vi faccia colle quattro ferite che tengo? — Se
poi siete in dubbio sui nostri compagni che stanno in casa, vi aggiungo:
— Sono nelle vostre mani; quando uno solo dei compagni porti le armi
contro di voi, uccidetemi». — «Noi pure» — esclamano ad una voce Fiorini
e Campari ed il ferito Ferrari, che a noi s'è aggiunto in quel momento.
— Cinque o sei zuavi sotto condotta d'un sergente entrano in casa per
perlustrarla; questi prima d'entrare ci affida in consegna di quelli
rimasti fuori con queste _eroiche_ parole: — «S'ils bougent, enfilez-les
tous le quatre.» — «Anima di fango!» non potei a meno di dire fra me
accompagnando il pensiero con una fosca occhiata.
Per tutto il tempo della perquisizione rimasi in non poca pena: temeva
per quei poveri compagni feriti, temeva pel cadavere del mio Enrico, per
quello dell'amico Mantovani. L'idea che potessero essere manomessi mi
dava raccapriccio. — In quel punto arrivava un ufficiale dei gendarmi.
Scendeva da cavallo e poneva il piede in casa. Capii alla prima parola
ed al far burbanzoso essere egli un francese. Onde gli dissi mentre
entrava: — «Monsieur le lieutenant: je vous prie. Il y a là dedans le
cadavre de mon frère» — «Eh bien» — mi risponde entrando — «s'il est
mort je ne puis pas lui faire du mal». — «Anime di fango!» dissi fra me
una seconda volta e con maggior cruccio della prima. — Ormai avea
diritto di dirlo in plurale. — Si fruga per ogni canto. — Sono portate
fuori le armi e pressochè tutti i fucili e diversi revolvers. Questi
ultimi sono _intascati_, i primi spaccati in due all'impugnatura. Provai
non poco dolore in mirare quell'opera di distruzione. Il soldato
s'affeziona presto all'arme che porta per quanto cattiva! Più di tutto
il soldato della libertà che deve adoperarle per uno scopo santo. Basta;
anche questo strazio (per altro assai minore di quello che in questa
circostanza ebbi già a subire) c'era riservato. — Però dura poco, tanto
è lo zelo spiegato da quei bravi nel distruggere le armi nostre. —
Terminata la perlustrazione e l'opera di distruzione, se ne partono a
far ricerca per la campagna dei nostri commilitoni partiti nella notte.
— «Oh non riusciranno certo a raggiungerli!» ci diciamo fra noi. — Passa
così un altro paio d'ore poi ricompare la stessa compagnia di zuavi a
ripetere in fretta una seconda perlustrazione, dopo di che se ne
partono. — Passano altre ore ed il bisogno dei soccorsi medici ai feriti
si fa vieppiù imperioso, specialmente pel povero Moruzzi ch'è attaccato
dai più vivi spasimi.
Sull'imbrunire udiamo rumor di carri, quindi vediamo a spuntarne diversi
misti a carrozze, il tutto scortato da un forte drappello di gendarmi
[Il Cairoli ha cancellato: «_Osserviamo il capitano, con modi abbastanza
cortesi ci chiede ad ognuno di noi_».]. — M'affretto a fare un'altra
mestissima visita alla stanza dei morti prevedendo di doverne essere
assai presto distaccato. — Bacio ancora in viso il mio Enrico, stringo
nelle mie le mani sue gelate! L'ultimo bacio, l'ultima stretta di mano
su questa terra! Ugual segno d'affetto volevo dare all'amico Mantovani,
ma me lo impediva, trascinandomi fuori, il buon Campari che teme la
soverchia commozione m'aggravi lo stato delle ferite al capo. Ei compie
la pia bisogna di staccare due ciocche di capelli ai due poveri spenti,
e mi rende possessore del prezioso ricordo di morte. — Usciamo ad
attendere il nuovo distaccamento di nemici che sta per arrivare. — Son
già alle porte della casa.
Il capo del distaccamento (Capitano) con modi abbastanza cortesi ci
chiede il nome ad ognuno di noi, quindi ordina una perquisizione della
casa ad un suo subalterno. — Io mi annuncio al Capitano quale capo degli
individui rimasti nella casa e domando di accompagnare per tale mia
qualità il sergente incaricato della perlustrazione, onde dargli le
necessarie dilucidazioni. Lo desiderava per ovviare ad ogni
inconveniente, e per vedere un'altra volta il fratello mio e l'amico
spenti. Mi risponde affermativamente il Capitano, ma lasciatimi fare
alcuni passi, mi richiama e mi invita a star quieto, a riposare su d'un
saccone. — Capisco tal richiamo essere stato cagionato dalle
osservazioni che l'amico Campari, sempre temendo per me scosse fisiche e
morali, doveva aver fatte al Capitano. — La perlustrazione fece nascere
un piccolo inconveniente. Si pretendeva aver trovato nella casa un
individuo in meno del numero che vi si trovava al mattino. Causa di ciò
fu uno sbaglio commesso dall'Ufficiale francese dei gendarmi che al
mattino era venuto, e che ora accompagnava il Capitano. Le franche
nostre assicurazioni finiscono per convincere dell'errore commesso,
della nostra lealtà. — Dopo la perlustrazione si dà mano a collocare i
feriti sui carri e carrozze. Per mettere al posto il povero Moruzzi non
poca fu la fatica e la pena morale, tanto il corpo suo martirizzato
dalle ferite era sensibile ad ogni scossa. — Per gli altri assai minori
poterono riuscire i riguardi. Io fui messo in una carrozza assieme a
Ferrari, Bassini ed un impiegato [Prima aveva scritto: _Per ultimo fui
messo in una carrozza assieme a Ferrari, Castagnini ed un ufficiale
impiegato_.] del tribunale militare. — Eravamo già sulle mosse per
partire quando udii il Capitano profferire le seguenti parole: —
«Abbiamo allocati per bene tutti _questi_, ma non abbiamo ancora pensato
al nostro ferito» — alludeva al carabiniere che io e Campari avevamo
medicato al mattino. Incontanente dissi: — «Non vi sarà per ciò
difficoltà: io mi metterò al cassetto» — «Ed io» — aggiunse Ferrari —
«andrò a piedi». — «No» — rispose il capitano — «non v'è bisogno di ciò»
— e mostrò di capire d'aver tocca con quella sua brutta esclamazione la
nostra delicatezza. — Colsi l'occasione per ripetergli le vive domande
(che già al principio gli aveva rivolte) circa al corpo del mio Enrico,
cioè che mi fosse accordata la licenza di farlo collocare in una cassa
di zinco, e che si chiedesse per ciò la superiore autorizzazione di
farlo trasportare nella tomba di famiglia a Groppello. — Intanto essere
assolutamente necessario (aveva bisogno d'esserne assicurato) che tanto
le sue preziose ossa quanto quelle dell'amico Mantovani fossero inumate
in luogo ben distinto con ogni debita indicazione. Il Capitano mi
tranquillizzò sul supremo argomento con ogni sorta d'assicurazioni.
Montò quindi al cassetto della nostra carrozza e diede l'ordine di
partenza per tutto il convoglio.
Prendiamo dunque la direzione dell'Eterna Città sotto la scorta dei
gendarmi. Entriamo per la Porta del Popolo che troviamo barricata con
ogni cura, e ci fermiamo davanti la Caserma di gendarmeria ch'è presso
la Porta. In quei pochi momenti di fermata quanti pensieri mi passarono
per la mente indebolita: prima soavi, poi tristi, cocenti quai ferri
roventi! Tali rimembranze, rimembranze di cari momenti passati col mio
Enrico nelle altre due visite fatte a Roma. Se dirigo lo sguardo
all'Obelisco, corre alla mente il ricordo di quelle sere in cui dopo
lunghe passeggiate sul Corso ci fermavamo a riposare sui gradini che gli
fan corona, a riposare contemplando l'effetto sui monti dell'astro della
sera. Se guardo al Pincio, mi rammento le passeggiate nell'ora del
crepuscolo, i discorsi animati che tra noi si facevano contemplando dal
terrazzo lo stupendo panorama di Roma; discorsi sul passato, sulle
grandi memorie dell'Eterna Città, sull'avvenire, sul prossimo avvenire.
— A questo punto del discorso i nostri sguardi sempre convergevano su
Castel S. Angelo e più animata facevasi la conversazione. Ma lasciamo la
triste memoria ch'è troppo fissa, perchè possa già contenere alcunchè di
soave; è rimembranza che arrovella il cuore.
Riprendiamo il cammino e per Ripetta dopo non breve tratto si taglia a
destra, si passa sul Ponte S. Angelo e si fa sosta al Castello. Qui
discendono e vengono rinchiusi Campari e gli altri due compagni sani.
Noi procediamo per l'Ospedale di S. Spirito. Vi troviamo gran movimento
cagionato dal nostro arrivo; gente alla porta, monache, infermieri,
soldati sotto l'atrio. — Quel po' di confusione ritarda l'operazione del
trasportare all'interno i feriti. Passò per certo più di mezz'ora prima
che ad ognuno fosse assegnato il letto; s'ebbe il riguardo di
raccoglierci tutti in una sola camera. — Grande era per me il bisogno di
riposo, avendo il capo molto addolorato specialmente per le scosse della
vettura. I medici quasi subito ci passarono la visita e ci medicarono.
Mi si trovarono quattro ferite tutte però abbastanza leggere; due al
capo, di baionetta e di palla strisciante, due altre di baionetta al
dorso..... quelle che m'erano state regalate quand'era già a terra privo
di forze.
Poco dopo i medici ebbimo visite di frati e preti; ad uno di questi (il
Cappellano dell'Ospedale) parlai di ciò che tanto m'era a cuore, il
trasporto della salma del mio Enrico, e lo trovai dispostissimo ad
interessarsene. Fra le numerose persone che accorsero a vederci, ma che
però non s'intrattennero con noi, mi venne additato il Cardinal De
Merode[24].