Dei vicini nostri partivamo io e il Bassini. Questi era allora in buone

condizioni. Più tardi invece le ferite gli si riaprirono e sofferse una

lunga e penosa malattia. Le bajonette gli avevano forato un intestino.

La nostra partenza fu motivo di grande accoramento e di dolore per gli

amici costretti a rimanere. Il capitano Ronco, la ferita del quale in

quei giorni avea assunto aspetto cancrenoso, quando ilare e contento lo

salutai facendogli coraggio:

— Addio, addio, mi disse; non ci rivedremo più, sai.

— Perchè?

— Perchè io non uscirò di qui che per andare a Campo Verano!

Baciai tutti gli amici, ci scambiammo vicendevolmente promesse ed

auguri, salutammo con vera effusione d'affetto il buon capitano

Galliani, ringraziammo i medici, e allegri come andassimo a nozze

lasciammo l'ospedale per andare in patria.

Invece andavamo a... Castel Sant'Angelo!

Attraverso corridoi, scale ed androni, a suon di chiavacci e di cancelli

arrugginiti, fummo introdotti in uno stanzone lungo e buio, difeso dal

freddo e dall'umido della notte con impannate di tela e lungo il quale

in terra era disposta della paglia con dei sacconi.

Al lume delle fiaccole rividi il Campari, il Colombi e il Fiorini, i tre

compagni che vollero rimanere nella vigna per curare i feriti, restando

così prigionieri volontari, i fratelli Rosa di Bergamo ed altri che non

ricordo.

Nella stessa prigione stavano pure molti fra gli arrestati della città.

Ce n'era d'ogni condizione. C'era pure un _clown_ di compagnia equestre

che ogni tanto per tenersi in esercizio dava spettacolo di salti e

capriole. Costui stette in prigione fino al 1870 e appena liberato

ritornò al primitivo mestiere. Il poveretto finì più tardi la vita in un

ospedale di Bologna, cieco d'ambedue gli occhi.

Rivedere i miei buoni amici fu per me somma consolazione; e in quella

sera, per quanto ci fu permesso dalla presenza dei secondini e dei

custodi, ragionammo a lungo dei casi nostri e delle passate traversie.

Essi però erano più al corrente che noi di notizie, perchè le avevano

giornalmente dall'_Osservatore Romano_, che un secondino recava loro

piegato nelle fodere del suo berretto. Per questo incarico (del resto

abbastanza arrischiato) veniva retribuito con una lira per ogni copia.

Un pensiero ci angustiava, che con noi non ci fosse Giovannino, ancora

detenuto alle Carceri Nuove, e pensavamo che forse il Governo papale

volesse fare di lui un martire, lasciandolo soffrire chi sa per quanti

anni in segreta.

Quella notte non dormii, e nemmeno i miei compagni. Si sapeva di dover

partire, si vegliò tutti al buio.

A notte inoltrata, i chiavistelli delle porte girarono e comparvero

finalmente alcuni secondini con torcie e con lumi. Fra questi se ne

notava uno vestito da zuavo, aitante della persona e giovane ancora, ma

inerme. Costui trasportò in braccio fino al basso il Bassini e qualche

altro che non reggevasi in gambe, come avesse portato sacchi di piuma.

Mi fu detto che era notissima spia, famigerato sicario e arnese segreto

della polizia e che era riuscito colle sue arti a darle in potere

parecchi compromessi politici. Vociferavasi ch'egli, unico in tutto il

presidio, avesse l'accesso da Castel S. Angelo al Vaticano per il noto

passaggio segreto riserbato ai pontefici in caso di cataclismi, e ciò

perchè non s'arrischiava ad uscire in città, non essendo sicura la sua

pelle se poneva piede fuor delle inferriate del Castello. Di là dirigeva

con acutezza di vero cagnotto le sue operazioni di gran mastro

caccialepre.

Da Castel S. Angelo alla stazione marciammo a piedi al chiaror delle

fiaccole. Era notte inoltrata e si traversò tutta Roma senza incontrare

anima viva.

Qual triste senso avrà dovuto fare un corteo simile, di notte, per

quelle strade ove, anzichè prigionieri, due mesi prima speravamo di

passeggiar trionfatori!

Ma scommetto che quest'antitesi abbastanza dolorosa non ad uno dei

nostri in quella notte passò per la mente. Il miraggio dell'imminente

libertà e la certezza di rivedere fra brevi ore la famiglia era in

quell'istante l'unico nostro pensiero.

Il treno che doveva portarci al confine fu scortato da soldati francesi.

A Civitavecchia ci arrestammo a lungo per attendere altri prigionieri

provenienti da quel bagno: una torma di infelici, scarni, pallidi,

smunti, abbattuti, veri _pezzenti_. Furono caricati in vetture di terza

classe e stipati come le bestie. Anche fra loro ritrovai degli amici,

Alberto Ceresa, Silvio Andreuzzi, Carlo Marzuttini ed altri.

Un ufficiale francese della nostra scorta, avendo riconosciuto a quella

stazione un altro ufficiale suo amico della legione d'Antibo, che gli

chiese dove andasse, rispose che veniva fino alla frontiera a scortare

_cette canaille_. Un capitano dei nostri l'udì, lo apostrofò come si

meritava e credo ne seguisse una sfida. L'aspetto nostro esteriore però

non dava tutto il torto al vocabolo.

Al confine trovammo un altro inciampo. Il treno pontificio dovea

retrocedere, ma il treno di ricambio da Grosseto non era ancora

arrivato.

Bisognò attenderlo più ore in rasa campagna con un freddo ed un vento

micidiali. E ciò naturalmente fu causa che noi mandassimo le ultime

nostre benedizioni al governo italiano, il quale appena arrivati al

confine ci dava tosto un saggio del suo buon ordine!

Ora, a pensarci bene, si direbbe: che c'entra il governo colle ferrovie?

ma allora si ragionava così.

A Grosseto si sostò per pernottare.

Era prefetto il commendator Homodei, un pavese, gentilissima persona. Il

Campari e il Bassini, suoi compatrioti, lo conoscevano e perciò fummo

ospitati da lui. Alla sera ci trovammo tutti assieme ad una trattoria e

si fece onore a parecchi fiaschi di ottimo Chianti.

Chi mi crederebbe se volessi asserire d'aver serenamente e da me solo

trovato in quella sera la strada per giungere al soffice ed elastico

letto della Prefettura?...

Finora dissi intera la verità, e però una bugia all'ultimo guasterebbe

ogni cosa.

L'indomani io abbracciava i miei cari!

XV.

Conclusione.

Sono trascorsi trent'un anni!

Nel 1870, poco dopo la breccia di Porta Pia, un giorno vidi nella

vetrina di un libraio al Corso una oleografia rappresentante la _morte

d'Enrico Cairoli_. Era una copia del quadro dell'Ademollo e molti si

trattenevano a guardarla.

— Chi era questo Cairoli? mi chiese un _paino_. Era un brigante?

I tre militari che si scagliano a baionetta calata sovra un borghese

caduto gli suggerivano codesta idea, ignorando egli affatto la recente

istoria della campagna di Roma del 1867 ed i suoi particolari.

La domanda di colui sintetizza veramente lo stato d'ignoranza e

d'ignavia in che viveva allora la popolazione di Roma intorno ai propri

destini.

Venuto il 1870, ed entrate le truppe dalla breccia, il patriottismo

fiorì a dismisura, i martiri pullularono, tutti non solo conobbero la

storia patria ma ne furono principali attori, tutti furono fattori

efficaci della libertà e dell'indipendenza, gli eroi dalle coccarde e

dalle bandiere fiorirono innumerevoli!

È storia, non di Roma soltanto, ma di tutta l'Italia. Le commemorazioni

patriotiche, a partire da quell'anno diventarono d'obbligo. Quella di

Villa Glori, per la vicinanza del posto fuori le mura, divenne popolare

e rese pure popolare il fatto che, ignorato e quasi sconosciuto da

principio, coll'andar del tempo, accresciuto, ingigantito da artisti e

da poeti, per poco non divenne leggendario.

Queste brevi pagine spero rimettano le cose a posto.

Senza esagerare però d'idolatria o di feticismo io deploro un fatto. A

merito del municipio di Roma e per iniziativa del compianto comm.

Pianciani, coadiuvato poscia dal duca don Leopoldo Torlonia suo

successore, venne collocato al Pincio il bel monumento dello scultore

Ercole Rosa. Dell'opera d'arte fu già detto abbastanza. È un gioiello

artistico, in cui non sono a lamentare che le modeste proporzioni, rese

tali ancora più dallo spazioso ambiente dove fu collocato, dal

vastissimo orizzonte e dall'imponente panorama che gli fa cornice.

Ma il luogo dove caddero i fratelli Cairoli, doveva essere dal municipio

di Roma religiosamente conservato. Invece la passeggiata dei Monti

Parioli mutò faccia interamente a quel posto.

Quando ancora la si stava costruendo, un giorno io condussi la mia

famiglia a passeggio da quella parte e, quando arrivammo sul posto, io

stesso non riconoscevo più la storica villa. Il cancello da cui

penetrarono gli svizzeri, la stradicciuola da cui salirono e donde

apersero il fuoco, sono spariti. Una frana di terra dava accesso alla

sommità del colle ove a stento si scernevano i ruderi della casetta del

vignarolo, donde fu aperto dai nostri il fuoco e dove cadde il povero

Moruzzi.

La vigna, passata in altre mani, era stata espropriata ed il Municipio

si era valso di quella collina come cava di terra per costruire la

passeggiata. Per accedere al sommo non v'era altro modo che inerpicarsi

per quella frana.

Recentemente, in occasione del 25º anniversario di Roma italiana, venne

praticata una nuova strada d'accesso e sul posto ove caddero Enrico e

Giovannino fu eretta una colonna commemorativa. La topografia però del

posto è affatto mutata, nè alcuno può farsi un'idea del come avvenne

l'attacco e si svolse l'azione. Della casa del vignarolo quasi non resta

più traccia, la Villa ancora intatta è convertita in una caserma di

guardie di finanza e dove spirò il Mantovani e giacque esanime il povero

Enrico, ora è la camera di sicurezza per le guardie! Costava tanto poco

il coordinare la passeggiata dei Parioli in modo da rispettarne quei

cari ricordi! Si rispettano tanti ruderi insignificanti, unicamente

perchè hanno il battesimo e la patina dell'antichità, senza forse

conoscere se abbiano effettivamente un valore storico ed artistico! Non

si risparmiarono quelle sacre zolle che ebbero battesimo glorioso di

sangue e dove con nessuna spesa e con verun disagio poteva la

generazione crescente tener viva e palpitante la religione dei ricordi

colle visite frequenti e col riandare la pietosa storia del dramma ivi

consumatosi.

Ora, da due o tre anni, e dopo l'inaugurazione della colonna avvenuta

nel 1895, commemorazioni non se ne fanno più; la data però se la

ricordano i superstiti ed i pochi che ancora tengono vivo il culto dei

patrii ricordi, ed ogni anno il 23 ottobre infiorano di corone il

mandorlo alla Villa ed il Monumento al Pincio.

Il popolo di Roma li ama quei due modesti ricordi, e quando passa per il

Pincio o sale ai Parioli, vi si trattiene e manda un mesto saluto ai

caduti.

Opportune le epigrafi, non così l'elenco del volontari a tergo del

monumento. Il nome dei vivi non va mai passato solennemente alla

posterità, poichè fino a che c'è vita, c'è campo ancora a coprirsi

d'infamia.

Pur troppo però, mentre io scrivo, se venisse fatto di riunirci, molti

mancherebbero all'appello.

Per quanto n'ebbi notizia io, li segnai tutti i poveri nostri morti con

una crocetta ed ahimè! che la funebre lista già mi rende l'immagine di

un cimitero.

Di settantotto nomi già una trentina portano il segno della morte! Uno

per anno!

Chi sarà l'ultimo a spargere fiori e corone sui compagni caduti?...

A lui sieno raccomandate queste mie memorie!

NOTE:

[1] «Qui accadde un fatto degnissimo di poema e di storia, e fu che

certo capitano austriaco sfidò a singolare tenzone il tenente Cella

friulano; entrambi valorosi davvero e l'uno competente all'altro; però o

la maggior perizia o piuttosto la fortuna sovvenisse il tenente, il

fatto sta che il capitano, rilevate diciassette ferite, si ebbe a

rendere: finchè durò questo duello cessarono di tirare da una parte e

dall'altra, e il vincitore con parole blande consolò il vinto, chè a

questo modo deve costumare chiunque abbia voglia che la virtù gli frutti

lode e non biasimo». GUERRAZZI, _Il secolo che muore_, cap. X. — Posso

aggiungere che i due feriti furono trasportati a Salò e curati in uno

stesso ospedale, divennero poscia amici.

[2] I sessanta carabinieri livornesi, la vecchia guardia della giornata,

lasciarono circa la metà di loro sul terreno. Fra questi dodici morti,

dei quali troviamo in un album pietoso registrati i nomi, che ci par

sacro ripetere: Bertagni Vincenzo, Boni Egidio, Caillon Gustavo,

_Capaccioli Natale_, Cipriani Ubaldo, Costa Pietro, Franceschi

Francesco, Grotta Giovanni, Lircan Bellini, Giuliani Francesco, Paci

Silvestro.

[3] «Si vedevano da più ore gruppi di giovinazzi dal piglio scherano...

ben è vero che udivasi tra i borghesi un lamentìo frequente perchè il

governo lasciasse errare per la città uomini nuovi di aspetto sinistro e

truculento» (!). _Civiltà Cattolica, I crociati di S. Pietro._ Anno

1868, vol. VII.

[4] Per chi non conosce o non ricordi la storia di quei giorni, è bene

ripetere qui che fra i progetti d'insurrezione, vi era pur quello di far

saltare talune caserme militari. La cosa non riuscì in parte che per la

caserma Serristori in Trastevere. Vi rimasero feriti taluni zuavi del

concerto e per questo fatto furono imputati e condannati Monti e

Tognetti, che scontarono poi sul patibolo il loro ardimento. Lo scoppio

accadde il 22 ottobre, ossia il giorno prima del fatto di Villa Glori.

[5] ... parmi si debba pensare a rifornir Roma di giovani; rendere più

forte l'elemento importato, dal quale solo puossi aspettare una vigorosa

iniziativa. Nè con ciò intendo far torto alla popolazione romana; tutti

sanno quale depressione subisca l'animo di un popolo che per tanti anni

fu soggetto a dispotico governo, tanto più se tale governo è il

clericale. Era davvero necessaria cosa rendere più forte l'elemento

importato, che a minime proporzioni era stato ridotto dagli arresti e

dagli sfratti, il quale elemento, senza bisogno d'aggiungerlo, era per

buona dose composto d'emigrati romani. GIOVANNI CAIROLI, _Spedizione dei

Monti Parioli_. Milano, editore Perelli, 1888.

[6] Una sera venne fatta dal Comitato certa distribuzione di denaro. Era

giorno di festa, e i quattrini ben si può arguire come furono adoperati.

Tanto bastò perchè a tarda ora la città fosse percorsa da numerose

pattuglie a cavallo!

[7] Qui in Terni funziona liberamente un comitato, direi meglio una

specie di ministero sotto la presidenza del generale Fabrizi, che

organizza le bande, le provvede d'armi e le manda oltre il confine. Ogni

giorno giungono qui mille circa volontari, e questa sera ve ne sono in

paese non meno di duemila. _Rapporto del generale Ricotti, 21 ottobre,

al Ministero della guerra._

[8] «Impedisca partenza volontari. Imbarazzano non giovano. Ce ne sono

moltissimi. Non si sa che farne». Così telegrafava da Terni un deputato

autorevole di sinistra al presidente del Consiglio Rattazzi.

[9] Il colonnello Gustavo Frigyesi, ungherese, fu uno dei più valorosi

seguaci del generale Garibaldi. Combattè tutte le campagne

dell'indipendenza italiana ed ebbe in ricompensa di morire poverissimo

in un ospedale.

[10] Furono pubblicate dal _Capitan Fracassa_ (non però per intiero) il

27 maggio 1883. L'autografo della prima, piegato in quattro, vidi

conservato in una busta sulla quale Giovanni Cairoli aveva scritto:

_Lettera autografa di mio fratello Enrico (17 ottobre p. p.) da Orte_.

La lettera di Giovanni è scritta a lapis su di un foglietto piccolo di

carta e non ha busta. Questa lettera probabilmente si trovava fra le

carte del portafoglio di Enrico tolto a lui, dopo morto, da me e dal

Campari e consegnato con la cintura, l'orologio ed altri oggetti a

Giovannino il giorno 24 a Villa Glori poco prima della nostra cattura.

[11] Allude al taglio della ferrovia operato ad Orte dal Ghirelli.

[12] La prima idea dei Cairoli era che la banda non superasse i sessanta

uomini. Vedi in proposito più avanti al cap. VIII, nonchè l'opuscolo di

E. CAIROLI: _La spedizione ai Monti Parioli_.

[13]

Dove che dietro a noi c'era pe' scorta

N'onibussetto tutto sganghenato,

Dov'uno ce montava un po' pe' vorta

PASCARELLA, _Villa Gloria_, sonetto II.

[14] Il castello e feudo di Cantalupo apparteneva al principe Vaini che

morì senza successione. Poscia passò in potere dei Lante; presentemente

è posseduto dal barone Commini.

[15] Di questo tratto di Giovannino, che a prima giunta potrebbe a

taluno sembrare strano, s'incarica egli stesso di darci la spiegazione

nel suo libretto: «Debbo ora osservare che l'argomento ora toccato (dei

legami tra superiori e inferiori) costituisce a mio avviso uno dei punti

caratteristici di differenza tra corpo di milizia regolare e corpo di

volontari; che cioè, se in quello non è conveniente dare ai soldati dei

capi che a loro sieno legati da vincoli d'amicizia, in questo deve

all'incontro riuscire vantaggioso. Può forse a tutta prima sembrare

strana tale differenza, ma riesce chiara ricercandone le ragioni col

mezzo d'acuto esame delle condizioni e qualità diverse del soldato

regolare e del volontario».

[16]

. . . . . Quarcuno

Rimase ner casale chiuso drento

Co' li feriti; e de nojantri, ognuno

Doppo che s'approvò lo sciojjmento

Se sbandassimo tutti. Quarchiduno

Fu preso a Roma a Piazza Barberina;

L'antri sperduti in braccio de la sorte

Agnedeno a schizzà pe' la Sabbina.

Li più se riformòrno in carovana,

Passòrno fiume, presero le corte

Drento a li boschi, e agnedeno a Mentana.

PASCARELLA, _id._, son. XXV.

[17] «Il comando di piazza solo a giorno avanzato mosse una poderosa

colonna di fanti e di cavalli con mandato di battere la campagna da

Porta del Popolo infino a Porta Pia, e snidare il nemico se si

scoprisse, e dar la caccia agli sbandati». _Civiltà cattolica._

[18] Era probabilmente una ricognizione capitanata dal principe

Lancellotti, zelante crociato di quei giorni.

[19] Stavo correggendo queste bozze quando dai giornali appresi che

Monsignor Stonor, canonico lateranense e arcivescovo di Cesarea, ebbe

dalla Regina d'Inghilterra una speciale attestazione di stima

accompagnata da lettera autografa di Sua Maestà, per le grandi sue

benemerenze verso la popolazione cattolica inglese residente o di

passaggio in Roma.

[20] Nella chiusa mi dava la notizia del fidanzamento d'una nostra

parente e poichè, giovine ancora, io avevo già avuto la malinconia di

stampare dei versi, concludeva incoraggiandomi: «Addormentati

prigioniero, risvegliati poeta!»

[21] Dell'autenticità di questo episodio posso farmi garante, essendomi

stato narrato, oltrechè da parenti strettissimi del Biffani (credo

tuttora viventi), anche da persone certamente non sospette di

partigianeria liberale.

APPENDICE

SCRITTI INEDITI DI GIOVANNI CAIROLI

ED

ELENCO DEI COMBATTENTI A VILLA GLORI

AVVERTENZA

_Nel 1868 Giovanni Cairoli raccontò la gloriosa spedizione dei Monti

Parioli traendone la materia specialmente da «un libriccino di note

scritto nelle segrete di Roma»: e l'opuscolo di lui fu anche ristampato,

dieci anni dopo, a cura di B. E. Maineri. Pur tuttavia siamo certi che

gli appunti tratti da quel medesimo «libriccino» e qui per la prima

volta pubblicati saranno letti dai cultori devoti delle patrie memorie

con piacere e con vivo interesse._

_Sono brevi note scritte frettolosamente e per semplice memoria

personale, quando viva ancora era nella mente di Giovanni l'impressione

dei casi occorsi e le sofferenze fisiche e morali, che ne erano la

conseguenza, dovevano rendergliene più pungente ed in pari tempo più

desiderato e continuo il ricordo. Nella loro disadorna brevità quelle

poche frasi rapide, concise, buttate giù a scatti e talvolta anche

incompiute, ma pur sempre suggestive, tra le quali con insistente

affettuosità ritorna di tratto in tratto la frase piena di doloroso

rimpianto per il fratello «il mio Enrico, il mio caro Enrico»,

conservano tutta intiera la loro ingenuità ed efficacia, come uscissero

ancor vive direttamente dall'animo del giovane eroe che faticosamente le

ha vergate col lapis nei giorni tristi dell'ospedale e della prigionia.

Per ciò la commozione che viene da questi incomposti appunti è più

immediata e più intensa: nel rifacimento posteriore di essi dato alle

stampe l'efficacia dell'espressione spontanea riesce attenuata dalla

preoccupazione letteraria, cui, sia pure inconsapevolmente, obbediscono

anche gli eroi quando sanno di scrivere per il pubblico._

_Non v'è artificio di letterato che valga la semplicità non cercata:

così è degli appunti di Giovanni Cairoli, donde fra pochi tocchi, ma

forti e schietti, si intravedono e balzan fuori effetti drammatici

mirabili nella loro semplice verità. Valga per tutte la pagina dove è

descritto lo svegliarsi dei feriti che giaciono abbandonati sul campo

della pugna: nell'oscurità silenziosa della notte, incerti della loro

sorte, impotenti a muoversi, si chiamano, si riconoscono alle voci, si

scambiano le notizie e gli addii che credono gli estremi, e da ultimo la

loro voce si unisce nel grido di Viva l'Italia. È una scena di così

grandiosa e sublime semplicità che par staccata dai poemi omerici._

_La nostra edizione riproduce integralmente l'autografo che Benedetto

Cairoli consegnò a Federico Napoli e del quale il Ferrari trasse una

copia. La lettera con cui il signor Napoli volle cortesemente

permetterne la pubblicazione è ispirata a così nobili sentimenti che non

possiamo trattenerci dal metterla sotto gli occhi dei lettori come degna

prefazione agli scritti di Giovanni Cairoli._

«Roma, 7 gennaio 1899.

«Caro Ferrari,

«Mi pare quasi superfluo darti l'autorizzazione di pubblicare il

giornaletto di Giovannino Cairoli relativo a Villa Glori: — ma poichè tu

la chiedi la dò con tutto il cuore. Anche se tu, senza interpellarmi, lo

avessi fatto, non mi sarebbe mai venuto in mente di rimproverartelo, chè

anzi ti avrei dato lode di curare con affetto e venerazione una memoria

così cara e gloriosa. E oggi singolarmente in Italia, ove tanto scarso è

divenuto il culto delle cose belle! e alla quale a ragione potrebbe

rivolgersi l'apostrofe di Giacomo Leopardi:

O Italia, a cor ti stia

Fare ai passati onor, che d'altrettali

Oggi vedove son le tue contrade

Nè v'è chi d'onorar ti si convegna!

«E saranno malinconie di noi vicini al tramonto, vissuti in altri tempi,

con altri ideali, con altra religione!

«Quando sarà uscito il tuo volumetto che, non dubito punto, riuscirà

degno del fatto, non dimenticare di mandarne copia a Groppello, a Donna

Elena. Là sono raccolte tutte le memorie di quelle anime buone e grandi,

anzi grandissime, e non deve mancare quella di un amico, di un compagno

d'armi.

«Con tutto l'affetto

«Tuo

«FEDERICO NAPOLI».

GIORNALETTO DI CAMPO

DI

GIOVANNI CAIROLI

[Le parole in corsivo e fra parentesi quadre sono aggiunte

da noi.]

=20 ottobre.= — 8½ di sera. Partenza.

=21.= — Si arriva a P[_onte_] S[_fondato_] alle 9½ pom. — Con

T[_abacchi_] e col mio Enrico si va a C[_orese_] — Enrico resta, io e T.

torniamo a P. S.

=22.= — Alle 4 e mezza ant. partenza per C. — Parlo alla mia sezione.

Dietro ordine del capo (il mio caro Enrico) la dispongo di guardia.

Incomincio a conoscere la mia sezione; le prime quattro squadre

m'ispirano molta confidenza; poco la quinta in causa di due individui

che mi sembrano troppo ciarlieri per quei momenti serii. — Il capo della

prima squadra viene incaricato dal Comandante (il mio Enrico) di una

missione speciale.

Alle 3 circa si parte dopo aver ricevuti i fucili.[22]

Verso la 1 di notte si arriva alla foce del Teverone dove troviamo la

squadra ch'era stata distaccata la quale avea terminato d'eseguire

l'incarico avuto. — Il capo della 5ª squadra viene incaricato d'una

missione speciale. — Ci fermiamo a 2 miglia da Roma. Stiamo ad aspettare

un paio d'ore, poi si passa in un bosco per un'apertura praticata in una

siepe dalla 3ª squadra della mia sezione. Spuntando il giorno, ho

l'ordine di occupare in fretta il monte, che è a ridosso del bosco.

Accenno alla necessità d'occupare la casa che è alla sommità del monte.

Il Comandante (il mio Enrico) mi risponde di fare. Occupo dunque la casa

colla mia sezione, dopo averla perlustrata con la Iª squadra colle

debite cautele.

Villa Glori - Ricordi ed aneddoti dell'autunno 1867 · 第 9 / 12 段