Veniva spesso a tenerci compagnia e sapeva evitare tutti i discorsi, nei

quali non potevamo trovarci d'accordo; era uomo onesto, leale, di ottima

cultura e d'ingegno acuto.

Pur di usarci un'attenzione si sarebbe fatto in quattro; se gli

chiedevamo un favore si sarebbe detto che il piacere fosse tutto suo nel

procurarcelo. Ci condusse la gentile sua signora con la figlia a

visitarci: più volte ritirò la nostra biancheria e ne fece il bucato in

casa sua. Un giorno che andò alla caccia, ci portò al ritorno una

magnifica spiedata d'allodole.

A proposito della biancheria, anche il Galliani era fra coloro che

subivano il fascino del nome di Colloredo: a tutti presentava il

Mosettig e più a lungo con lui si tratteneva. Or bene, quando

gentilmente egli si prese l'incarico della nostra biancheria, dovette

trovare di necessità quella del Mosettig segnata con sigla differente da

quella di Colloredo e senza alcun segno gentilizio. Ma di questa

scoperta non diede segno: essa restò affatto segreta nella famiglia

Galliani. Il capitano venendo a visitarci continuò a salutare sempre per

primo il Colloredo, e la signora e la figlia che ritornarono più volte,

s'intrattenevano sempre col _signor conte_.

Svelare il segreto all'autorità militare sarebbe stato una delazione

vigliacca, dissimularlo anche con noi fu delicato riserbo d'animo

squisito.

Chè se, tre mesi dopo, al momento di partire, il Mosettig si sentì

ufficialmente denegata da un gendarme tale sua qualifica di nome e

condizione, lo dovette ad uno dei conti Colloredo austriaci, il quale,

quando vide girare sui giornali il proprio casato come appartenente ad

un garibaldino, si affrettò a dare alla notizia una solenna smentita

impugnando l'autenticità del preteso conte.

Rividi il capitano Galliani nel settembre del 1870, perchè appena

entrato in Roma la mia prima visita fu allo spedale di Santo Spirito.

Stava allora appunto il Galliani facendone la consegna all'incaricato

italiano. Appena mi vide lasciò ogni cosa e mi venne incontro con vera

effusione esclamando:

— Vedi, caro amico, ora abbiam mutato sorte: io son diventato servitore

e tu sei il padrone.

Io gli risposi che fra noi non c'erano nè padroni nè servi, ma amici. E,

in verità, amico gli ero proprio di cuore.

Mi condusse poi a visitare lo stabilimento, creazione che si poteva dire

sua e che nulla lasciava a desiderare per ordine, pulizia e buon

andamento di servizio e d'amministrazione. Mi espresse con espansione

d'amico il vivissimo suo dispiacere di doverlo abbandonare, e da ultimo

mi condusse a vedere la stanza di nostra prigionia.

Oh quanti ricordi, quante emozioni fra quelle quattro mura nude,

bianche, illuminate da una sola finestra in un angolo; quanti pensieri

rivedendo quel soffitto alto ed a volta, su cui io per tanti giorni,

immobilmente supino, fui costretto a fissare lo sguardo!

Di sette che eravamo stati ricoverati in quel luogo, due erano già

scomparsi dalla scena del mondo; e non erano scorsi tre anni!

Ritornai a Roma nel 1871 e nel 72 e non trascurai mai di fare una visita

al capitano Galliani. Era pensionato; il nuovo ordine di cose lo avea

danneggiato non poco, però non se ne doleva e conservò sempre l'ilare

suo contegno e l'onesta sua bonomia di vecchio soldato. Ingannava il

tempo andando a caccia, esercizio pel quale era appassionatissimo.

L'ultima volta che lo vidi fu in casa sua ventisei anni or sono, la sera

della _befana_, nella festosa e rumorosa allegria con cui si suole qui

in Roma trascorrere quella sera, e la veglia si chiuse con una

quadriglia da lui comandata.

Da allora non fui più a Roma per parecchi anni.

Ritornatoci dopo lungo tempo, non seppi risolvermi a chieder notizia di

lui. Temevo sentirmene dare una brutta! Pochi mesi or sono finalmente,

passando dal palazzo Gabrielli, dov'egli abitava, domandai della

famiglia sua e il portiere mi rispose stupito come se gli chiedessi

notizie dell'altro mondo.

Se egli vive ancora (e glielo auguro di cuore e per lungo tempo!) mando

a lui un cortese saluto: sappia che io sono lieto d'avergli pagato

modestamente il tributo di mia riconoscenza scrivendo il suo nome in

queste povere pagine.

Avuta la carta e il calamaio scrissi a mia madre.

Senza reticenze le diedi addirittura la triste notizia dell'accaduto,

incuorandola a non temere di nulla, trovandomi io ben ricoverato. Mi

parve fosse meglio così, perchè pensai che la vista della mia scrittura

avrebbe dovuto rassicurarla più di qualunque inutile ipocrisia. Quando

si sta male e si soffre, non si scrive.

Quella lettera mi venne tra le mani pochi mesi or sono riordinando un

pacco di vecchie carte e duolmi non averla conservata. Portava da piedi

il _visto_ del generale Zappi.

In quel primo giorno avemmo parecchie visite illustri che poi si

rinnovarono spesso.

Prima fra tutte quella di due signore accompagnate da un prelato. L'una

era una donna di bella statura, di piacevole aspetto e gentile di modi.

Era la signora Kanzler moglie al Generale Ministro delle Armi. L'altra

era una signora bionda con occhi bigi e lineamenti e mosse da maschio.

Non era bella; portava un abbigliamento strano che non era nè da ragazza

nè da matrona, ma un che di mezzo fra la monaca, la amazzone e la

zingara. In capo un caschettino nero all'ungherese inforcato da una

piuma alla cacciatora, col velo ripiegato all'intorno e tenuto a dovere

da un enorme fermaglio d'argento rappresentante la medaglia di S. Pietro

(una croce capovolta). In tutto il resto dell'abbigliamento nessun

gingillo, nemmeno i pendenti; corsetto e sottana tutto in nero, e questa

molto succinta, il che colle mode d'allora produceva un effetto strano.

Parlava bene il francese, ma il biondo della sua capigliatura e la tinta

pallida, le mosse originali, la spigliatezza indipendente del tratto

l'accusavano inglese.

Seppi poi che era la signora Stone, una fanatica del sanfedismo, portata

a cielo dai giornali clericali per il suo zelo e coraggio da vandeana,

che non avean nulla da invidiare a quello dei soldati e dei birri.

Durante la campagna insurrezionale dell'agro romano aveva sempre trovato

tempo e modo di frequentare chiese, ospedali e carceri, di recarsi più

volte al campo dei pontifici a curare i feriti, e di passare poi a

quello dei garibaldini, di giorno e di notte, affrontando sentinelle,

per riscattare prigionieri.

Una volta corse rischio di essere presa a fucilate: fu fatta prigioniera

e condotta al generale Garibaldi col quale desiderava abboccarsi. Era di

quelle nature esaltate che non s'acquetano di una pietà tranquilla,

rassegnata, amorosa, ma vogliono la virtù attiva, inframmettente,

turbolenta, crociata, le religione delle isteriche fantasie, la pietà

rivoluzionaria, la carità del trambusto, il fervore che arrota i denti e

mena le mani, l'arruffio continuato, il perpetuo sussulto.

Il prelato invece era un vero gentleman inglese in veste talare: si

chiamava Edmund Stonor. Non mancò un giorno di venir a visitarci.

Parlava bene l'italiano benchè con accento straniero, pacato, senza mai

alterare d'un punto la voce e con grande compostezza e parsimonia di

gesti.

Per qualunque servigio era con noi cortesissimo e molto s'adoperò in

favor nostro. Quieto, gentile, moderato, era un vero cavaliere di modi e

d'aspetto. Non ebbe mai una parola di rimprovero per noi, non una

recriminazione. Anche Giovannino nei suoi Ricordi parla di lui con molta

riconoscenza.

So che vive ancora qui in Roma. Non so quale grado coprisse allora alla

Corte Pontificia, non so quale occupi ora. Non credo però che abbia

fatto carriera politica; forse ama più la propria indipendenza che gli

onori ed i fasti della diplomazia. Di famiglia credo fosse ricco: per

noi allora avea un solo torto, quello d'essere prete.[19]

La visita fu un po' lunga; le interlocutrici erano donne e quindi

avevano molta curiosità da soddisfare. La fissazione loro, come quella

di tutti, era che la nostra fosse una banda di fuorusciti e non una

colonna venuta dal confine.

Verso il mezzogiorno un ufficiale spalancò i due battenti della porta

annunciando il Generale! Entrò infatti un ometto piuttosto vecchio,

adusto, in assisa da generale, accompagnato dallo stato maggiore e dai

medici dell'ospedale. Era il generale Zappi di Imola, comandante il

presidio di Roma.

Per primo gli fu presentato Giovannino. Gli chiese come stava, gli

domandò notizie della spedizione nostra, ebbe parole di compianto per le

nostre illusioni. Giovannino approfittò del momento per chiedergli conto

della salma del fratello e pregarlo a volersi adoperare perchè ne fosse

eseguito il trasporto a Pavia con ogni cura e decoro.

— Di questo Ella non deve dubitare; sarà compito mio.

Giovannino arrischiò allora un'altra domanda e cioè di poter assistere

egli stesso al trasporto.

Il generale aggrottò le ciglia.

— Ella non può ignorare, rispose, in quale condizione si trovi qui. Ella

è prigioniero di guerra, e le leggi militari non permettono per ciò che

possa uscire finchè non sia stipulata una regolare consegna dei

prigionieri. Accordarle ora l'uscita dallo spedale mi è assolutamente

impossibile. Però può star sicuro che da parte mia farò quanto sta in me

per accontentarla interpretando io benissimo i di lei sentimenti.

Poi venne al mio letto.

— Ah, voi leggete, esclamò togliendomi di mano il libro e guardandone il

titolo (Kenilworth). Il modo dell'esclamazione parea volesse dire: Ah

voi sapete leggere! Infatti la prevenzione di una gran parte dei

prelati, ufficiali e visitatori in genere che venivano da noi, si era

che i garibaldini fossero nulla più che dei ragazzacci ignoranti sedotti

dal fanatismo; forse a ciò contribuiva lo stato nostro miserevole di

vestiario e di toeletta, dal quale essi non sapevano prescindere nel

giudicare della cultura e del grado delle persone.

— Ah voi leggete! mi disse; ecco, è un romanzo. Infatti nelle vostre

idee, tenetelo bene a mente, c'è molto romanzo e pochissima storia; c'è

della poesia, ma vi manca la prosa. Voi credevate di venire qui a fare

la rivoluzione e che Roma insorgesse come un sol uomo. Nulla di tutto

questo; lo avete constatato anche voi. Neppure Viterbo si è mossa.

L'avete veduto coi vostri occhi stessi dai Monti Parioli che la Roma

eterna non si muove.

Queste le testuali ed autentiche parole che lo Zappi, generale

pontificio, disse a me il giorno 25 ottobre a mezzodì. Poche ore dopo

accadeva l'eccidio di casa Aiani in Trastevere, tentativo eroico di Roma

italiana, ahi pur troppo isolato e soffocato nel sangue! bastevole però

a dare una mentita solenne al generale. Roma non si era mossa, perchè

esilio e carcere aveano disperso i patrioti e, fatte poche eccezioni,

non restavano in città che gli stranieri, i venduti e i rinnegati.

In quella mattina avemmo pure una breve visita di Monsignor De Merode.

Parlò col pseudo Colloredo e da ultimo gli chiese quale mira avevamo con

lo spingerci fin sotto le mura di Roma.

— Portarvi la rivoluzione, rispose Mosettig.

— E quanti eravate?

— Settantotto.

— Matti da legare! sclamò Monsignore scoppiando in una sonora risata e

dato un lieve scapaccione sulla fronte al Mosettig, faceva atto di

andarsene, ridendo sempre come si trattasse della più lepida cosa del

mondo.

Inavvertentemente però la mano piuttosto pesante di sua Eccellenza aveva

fatto un piccolo danno, avea rotto cioè al Mosettig l'occhialino ch'ei

sempre portava.

— Oh, chi rompe...? osò, scherzando, esclamare il Mosettig levando in

alto le lenti col cerchiello rotto e in attesa di risposta.

— Paga, paga, avete ragione. Ci penso io non dubitate, soggiunse tosto

il prelato avvedutosi del malanno. Ma che matti! che matti graziosi! E

se n'andò ridendo sempre in modo da far credere che il matto fosse lui.

Un'ora dopo all'incirca, si presentò nella sala un signore con una

cassetta. Era un ottico e veniva da parte di S. E. Monsignor De Merode

ad offrire al conte Colloredo un occhialino a sua scelta in sostituzione

di quello che gli era stato rotto. Ve n'era d'ogni qualità, d'oro,

d'argento, d'acciaio, di tartaruga. Il Mosettig ne scelse uno simile al

rotto, che consegnò ravvolto in un foglietto di carta al negoziante.

— Che è questo? domandò egli.

— È roba di Monsignore. Chi rompe paga, sta bene; ma i cocci sono suoi.

L'ottico rise e portò seco i cocci.

Il secondo giorno il Castagnini, ch'era il ferito più lieve, potè

alzarsi da letto: io invece fui preso da febbre, la febbre di reazione.

Contemporaneamente mi si gonfiarono le tonsille e mi pigliò male alla

gola, effetto dell'umidità assorbita i giorni prima.

Quello che peggiorava era il povero Moruzzi. Già dal suo stato

chiaramente si comprendeva quale dovesse essere la sua sorte. Non

gemeva, ma urlava; si lamentava e ad ogni istante desiderava cambiar di

posizione. La ferita al basso ventre gli toglieva la possibilità di

orinare e quest'era il sommo suo tormento. Sul proprio destino non avea

dubbio e lo incontrò rassegnato. Chi ne lo fece sicuro fu un medico

balordo, di cui spiacemi non ricordare il nome e che accompagnava

appunto il generale Zappi.

— E questo che cos'ha? domandò il generale passando dal mio al suo

letto.

— Ha una ferita mortale — rispose freddamente il medico.

Allungai il braccio sano e diedi una solenne strappata alla tunica di

quell'imbecille per richiamarlo. Il generale stesso cercò di coprire la

risposta e continuando quasi il discorso fatto dapprima a me, lo incuorò

a stare di buon animo.

Ma il Moruzzi aveva udita la fatale parola ed al generale che gli

chiedeva se gli occorresse alcunchè rispose:

— Desidero sapere schietta la verità sul conto mio.

Il generale naturalmente non gliela disse, ma il Moruzzi non ebbe più

alcun dubbio su di essa.

La sera del 27 cominciò ad aggravarsi. Il letto gli era diventato

insopportabile. Nostro infermiere in quella sera era un legionario

d'Antibo. Fortunatamente il Moruzzi, che era stato molti anni a Ginevra,

parlava correttamente il francese. Si faceva voltar di fianco, mettere

supino, voleva alzar la testa, appoggiarsi ai gomiti, muoversi, girarsi,

pativa una sete ardente, chiedeva da bere, si sentiva soffocare.

A notte inoltrata cominciò a singhiozzare interrotto. Il cappellano

militare lo sollecitava perché facesse le sue devozioni; il povero

infermo lo pregava a sua volta di volerlo lasciar in pace.

— Se provasse Ella a soffrire quello che soffro io! — gli rispondeva.

E il cappellano ripigliava lena ed argomento da ciò e lo scongiurava a

rivolgersi a Dio, il consolatore degli afflitti: finalmente, vedendo che

non riusciva a nulla, si volse a me interessandomi onde persuadessi il

compagno.

Io gli risposi che il poveretto era troppo aggravato ed avea bisogno di

quiete e che non mi pareva opportuno tormentarlo con inutili esortazioni

in quegli istanti, dal momento che non si persuadeva.

Tacque infatti e si limitò a pregare in silenzio.

L'alba non era ancora spuntata e il povero mio amico aveva cessato di

soffrire.

Una candela fu accesa appiè del suo letto ed il prete vi si inginocchiò

accanto recitando le preci dei trapassati.

La mattina il cadavere fu trasportato alla cella mortuaria e di là al

Campo Verano, dove non so se un cippo, per quanto modesto, abbia mai

ricordato il suo nome.

Le giornate scorrevano tristi, lunghe, noiose. Si contavano i giorni

passati, si chiedeva sempre ai medici quanto tempo ci sarebbe voluto a

guarire. Essi ci trattavano con cura e con attenzione e s'intrattenevano

volentieri, specialmente col Bassini, che era allora laureando in

medicina. Ora è professore di chirurgia all'Università di Padova e

mirabile operatore.

Dei medici che conobbi allora, mi è rimasta buona memoria, ed ancor

m'accade di rivederne qualcuno. Uno di loro da poco tempo è scomparso.

Però forse non v'ha persona che percorrendo qualche via del quartiere

dell'Esquilino fino a pochi mesi or sono, non siasi abbattuto in una

fisionomia asciutta, naso lungo, occhi bigi, figura allampanata ed

infilata in uno stifelius di panno chiaro scendente ai talloni, tuba

nera, guanti di lana chiari, pantaloni a campana disegnati a quadrelli

chiari con uose colorite alle piante, andatura lenta, mani pendenti a

tergo, come temesse sciupare l'originale abbigliamento. Quello, non ne

farò il nome, fu il primo medico che ci prese in cura all'ospedale di

Santo Spirito.

Uno solo di quei medici non mi ha lasciato buona memoria di sè, quello

già accennato più sopra parlando del Moruzzi, e la cui sciempiaggine

andava di pari passo colla pretesa. M'era decisamente antipatico: doveva

essere anche un vigliacco.

Un giorno, quando cominciai ad alzarmi di letto, avendo perduto il mio

famoso caschettino ungherese, mi misi in testa un altro copricapo, che

trovai, d'un mio compagno: era di quelli alla calabrese. Appena

l'antipatico dottore me lo vide, me lo tolse di botto dicendomi che

quello era un abbigliamento da facinoroso. Non so che cosa io gli abbia

replicato, ma egli tagliò corto conchiudendo che era un cappello

anticattolico! Guardate un po' dove ficcava costui il cattolicismo!

Oltre alle infermiere di servizio, frequentavano la nostra sala dei

flebotomi che assistevano alle medicature. Un giorno uno di essi s'era

tolto il cappotto e l'avea appoggiato su d'una sedia. L'esculapio

sopralodato nel girar l'occhio vide da una delle tasche sporgere il

calcio d'una pistola. Piantò lì la medicatura, corse a prendere il

cappotto e levatane la pistola:

— Di chi è quest'arma? cominciò a strillare.

— Mia, signor dottore.

— E avete il coraggio di confessarlo?

— Che c'è di male?

— C'è che questo non è luogo da venire con armi. L'ospedale è luogo di

pace e non di guerra. Portate via, subito! subito! e lo diceva con tale

risolutezza ed era tale il suo orgasmo da farci comprendere chiaramente

ch'egli temeva la presenza d'un arma in quella sala. Temeva che ce ne

servissimo; forse sentiva di meritarselo.

Dopo il 1870 questo signore emigrò col corpo degli zuavi dello Charrette

ed essendo còrso, andò a portare in Francia contro i tedeschi il suo

coraggio e la sua scienza.

Oltre a monsignore Stonor, alle due signore ed a monsignor De Merode,

venivano anche spesso a visitarci quel prete grasso che fu a levarci a

Villa Glori, qualche cappellano militare e i monsignori Ricci e Talbot

camerieri segreti di sua Santità. Quest'ultimo monsignore era stato

preso anch'egli dalla malinconia di volerci convertire alla fede e ci

portava ogni volta delle medaglie, dei rosari e dei libretti di Massime

Eterne.

Un giorno gli chiedemmo se le medaglie erano d'argento e avendoci

risposto di no, ci fu chi ebbe il coraggio di rimproverargli,

scherzando, la povertà del regalo.

Un buon uomo in complesso, anzi un gentiluomo, ma di corta misura. In

quella veste poi era addirittura un gentiluomo proibito! Discendente

dall'illustre famiglia dei Talbot, che diede luogotenenti e vicerè

d'Irlanda celebri per il loro attaccamento agli Stuardi, costui avea

fatta rapida carriera alla Corte pontificia; ma l'esaltazione ascetica

finì col pregiudicarlo. Si era proposto di convertire al cattolicismo la

sua patria e assorto in tale idea andò in Inghilterra a predicare. Fu

fatto segno immediatamente agli strali dei pubblici diarii, e la

derisione fu tale che il pover'uomo finì con l'uscirne pazzo.

Ma non era il solo Talbot che avesse il ticchio di fare il missionario

fra i garibaldini. Anche il De Merode ci si adoperava e avea preso di

mira principalmente il pseudo conte Colloredo, al quale andava facendo

delle lunghe ammonizioni.

Un giorno venne anche un frate dal profilo lungo ed adusto, in abito

bianco, un vero tipo di asceta. Egli prese invece di mira me, forse

perchè ero il più giovane, e venne a dirmi che era un sacerdote

cattolico. Gli chiesi che cosa con ciò volesse significare.

— Se volete riconciliarvi con Dio, mi disse.

— A dir vero non sono mai stato in collera con lui, risposi sorridendo.

— Ma avete bisogno di confessarvi, replicò.

— Non sento questo bisogno.

— No? tuonò adirato. Ebbene, ricordatevi che Cristo è morto per voi; non

vi dico altro. Poi girò sui tacchi e senza lasciarmi tempo di replicare,

andò dal Cairoli, dal Bassini, dal Papazzoni, da tutti, di letto in

letto, replicando enfaticamente ad ognuno:

— Ricordatevi che Cristo morì pure per voi, per voi, per voi, e se ne

andò ritenendo di aver fatto in noi chi sa qual terribile sensazione.

Mi fu detto che era un generale non so se dei domenicani o dei

carmelitani.

Se questo è il generale, pensai fra me, che cosa sarà l'armata?

Era morto da due o tre giorni il Moruzzi, quando un dopo pranzo venne un

ufficiale coll'ordine di trasportare alle carceri i numeri uno, tre e

sette, che corrispondevano ai nomi di Cairoli, Bassini e Castagnini. Il

Bassini infatti avea occupato il posto vicino al mio lasciato vuoto dal

Moruzzi.

Invano facemmo osservare all'ufficiale che era materialmente impossibile

il trasporto del Bassini; egli insisteva pretestando l'ordine ricevuto.

Mi offersi d'andar io in sua vece. Non ne volle sapere. Replicò che io

era il numero due e che egli avea l'ordine per il numero tre. Finalmente

ci riuscì di far chiamare un medico, il quale constatò la gravità del

ferito e sulla propria responsabilità contrordinò il trasporto per il

Bassini, che così rimase con noi.

Ma Giovannino e il Castagnini ci dovettero lasciare e ci dividemmo colle

lagrime. Fu quello l'ultimo bacio. Il povero Giovannino non lo dovevo

più rivedere!

XII.

Nuovi tormenti e nuovi tormentati.

— Madre superiora, noi ci presentiamo ancora una volta al venerabile

arcispedale di Santo Spirito. Sia ringraziato Iddio benedetto! Per noi è

andata abbastanza bene, ma le garantisco che fu un brutto affare, assai

brutto.

Queste parole, colle quali uno dei medici, e precisamente quello

eccentrico che ho più sopra descritto, salutava la Superiora delle suore

entrando nella nostra sala dopo due giorni d'assenza, ci fecero

intendere che qualche cosa di grave dovea essere accaduto.

Nulla, già lo dissi, a noi si lasciava trapelare di quanto avveniva

fuori dell'ospedale. Dei fatti di Porta S. Paolo, del Campidoglio, di

Casa Ajani, di Monte Rotondo noi non sapemmo nulla fino all'arrivo dei

feriti di Mentana. Potemmo però comprendere chiaramente da quelle parole

che un fatto d'armi era occorso e favorevole ai nostri. Infatti quel

sanitario era reduce da Monterotondo.

Alla porta della sala c'era costantemente una sentinella che avea

consegna di non lasciar passare se non le persone conosciute e quelle

addette al servizio. In quella sera uno dei flebotomi che diceva essere

stato sanitario al tempo della repubblica romana, mi confidò sottovoce e

sotto sigillo che l'indomani Garibaldi avrebbe assalita Roma.

Questa notizia, ripetuta fra noi, ci riempì di gioia. La tristezza e la

preoccupazione invece nell'ospedale si vedean dipinte in volto a tutti,

militi, suore e prelati.

Aspettammo impazienti il domani, certi di sentire all'alba tuonare il

cannone, invece...... nulla.

Le visite in quel giorno furono pochissime. Evidentemente gli animi

erano tutti assorbiti da altri pensieri.

Scorsero così due giorni di penosa aspettativa, giorni lunghissimi,

noiosi, insoffribili.

Ma alla sera del secondo giorno un prete molto ciarliero, già cappellano

nell'armata francese e che veniva spesso ad annoiarci discutendo di

politica con quella tracotanza che è tutta propria della sua nazione,

venne a visitarci e quasi trionfante ci disse:

— Ora sarete contenti: le truppe francesi stanno sbarcando a

Civitavecchia.

Infatti era vero.

Il giorno seguente parecchi ufficiali francesi vennero a visitare

l'ospedale. Uno di costoro vedendo appesi ai nostri letti scapolari e

medaglie (regali di monaci e suore) ci credette feriti papalini e si

rallegrava con noi perchè la nostra devozione ci avea salvati dalla

morte. L'equivoco ci fece ridere non poco ed ei rimase, a dir vero, un

po' male quando se ne accorse.

Noi però ancora speravamo!

Villa Glori - Ricordi ed aneddoti dell'autunno 1867 · 第 6 / 12 段