D'altronde il nemico incalzava e non c'era da perdere tempo. Giovannino

ordinò di ritirarsi verso la casa per unirci agli altri. Le ultime

scariche ferirono anche il Castagnini.

— M'hanno ferito, gridò mostrando il braccio sanguinante.

Era quello il primo sangue che io vedevo e non potei trattenere un lieve

moto di ribrezzo: guardai compassionevole il povero amico, ma il suo

volto, tutt'altro che atterrito, mi rincorò.

Ci ritirammo ordinatamente.

Raggiunte le altre due sezioni, che al rumore delle fucilate e per

l'avviso mandatone da Giovanni, erano uscite dalla casina e si erano

schierate lungo la strada, ci fu un breve istante di ressa, di

parapiglia e di incertezza sulle disposizioni da darsi. Non si sapeva

effettivamente da qual parte potesse sbucare il nemico.

Ma quando furon visti spuntare i berretti in fondo alla stradicciuola,

il comandante ordinò sul'attacco alla bajonetta nella direzione della

strada stessa.

Vi si lanciò il Tabacchi colla sua sezione.

Senonchè si vide allora, dal lato sinistro della strada, apparire il

grosso della colonna disteso in ordine sparso sul prato fiancheggiante.

Ma Enrico fu pronto a mutare comando, e senz'altro con quanta voce aveva

gridò:

— Sulla sinistra! coraggio ragazzi! attacco alla baionetta! evviva

Garibaldi!

Un urlo di noi tutti fe' seguito alle sue parole, e superando la scarpa

della strada infossata, piombammo addosso ai pontifici.

Sorpresi anche dalle grida, costoro sostarono un momento esitanti;

credettero senza dubbio di avere di fronte un nemico ben più numeroso.

Sventuratamente, oltre che montare il piccolo ciglio del campo di

sinistra, dovevamo superare anche una siepe che costeggiava il ciglio

stesso e che imbarazzava un movimento simultaneo di tutta la colonna.

Enrico ch'era in testa a tutti, ne atterrò coi piedi quel tanto che

bastava a lui solo per passare, e senz'altro si slanciò precipitoso in

avanti.

— Fermati, Enrico, gli gridò Giovannino, che andiamo assieme!

Sono queste le ultime e le uniche impressioni che mi sono rimaste della

tragedia che allora appunto avea principio: le parole di Giovannino, la

corsa precipitosa di Enrico in mezzo al nemico colla rivoltella spianata

contro il capitano dei pontifici e due o tre soldati sul suo fianco

sinistro che lo prendean di mira. Poi non vidi altro, perchè nello

stesso istante una palla tirata quasi a bruciapelo mi spaccò il polso

del braccio sinistro.

Fu come un violento colpo di pietra: il braccio restò intorpidito, il

fucile mi cadde e mi trovai disarmato di fronte a due soldati che

m'investivano a bajonetta calata.

Trassi il revolver, ne scaricai due colpi nella lor direzione: la vista

dell'arma li fe' retrocedere.

Squillò allora una tromba. Eran nuovi nemici che si avanzavano? era un

segnale d'attacco alla villa per toglierci la difesa?.... Il Tabacchi lo

prevenne portandosi sulla destra del luogo d'azione, e noi altri tutti

accorremmo subito alla difesa della casa.

Appena entrato io caddi su di una seggiola ed ebbi qualche minuto di

deliquio.

Quando rinvenni, la casa era tutta in trambusto.

Imbruniva; la lotta era finita, i papalini pareva che si fossero

ritirati, ma c'era chi diceva che ci avrebbero assaliti per diversa

parte.

— Bisogna difenderci, — barricheremo la porta, le finestre, — daranno

fuoco alla casa, — è morto Enrico ed anche Giovannino, — meglio

arrenderci, — no, dobbiamo vincere o morire, — è caduto Mantovani,

— mancano pure Bassini e Papazzoni, — ci assaliranno da un momento

all'altro, — di notte è impossibile, — usciamo di nuovo, — è caduto

anche Mosettig, — non usciamo, ci prenderebbero, — difendiamoci qui.

Queste ed altre eran le frasi che rammento fra la trepidazione, la

confusione, l'ansia dell'istante, il trambusto e l'urgenza di una pronta

risoluzione.

Fui medicato alla meglio dall'amico Fabris (noi lo chiamavamo Febo ed

era allora studente di medicina a Bologna) con delle pezze strappate da

una camicia. Il projettile m'avea spezzato il capo articolare dell'ulna,

il dolore era acuto e ad ogni piccola mossa mi rincrudiva lo spasimo.

Temevo d'essere preso dal tetano.

Per darmi animo mi fecero bere del vino e poi mi adattarono al collo una

benda, sì che il braccio potesse star fermo e adagiato.

L'angoscia maggiore in tutti era però per la perdita dei fratelli

Cairoli: si parlava d'Enrico caduto, di Giovannino pure; degli altri non

si sapeva. Sarebbe stato necessario andarli a levare dal campo; ma e se

la casa fosse circondata?....

Era scorsa fra codesti dubii e contrasti una buona ora dal combattimento

e la notte era già avanzata, quando parve udire dal di fuori delle grida

continuate. Si tacque tutti e di lì a poco si sentì una voce chiara,

distinta, disperata gridare nel buio della notte:

— Aiutooo!

— Chiedono soccorso.

— Sono i nostri feriti. Bisogna andare.

— E se fosse una gherminella dei nemici per tirarci fuor di casa?

— Comunque sia, bisogna andare.

— Vado io, ci vieni tu?

Ma in quella nuovamente e più lungo e più desolato s'udì il grido:

Ajutooo!

Immantinente l'amico Febo, lo Stragliati ed altri, salite le scale,

aprirono una finestra e gridarono ad alta voce:

— Chi è?

— Mosettig! rispose la voce.

Non c'era più dubbio: erano i nostri che chiamavano soccorso. Subito

alcuni uscirono e rientrarono ben tosto reggendo a spalle il compagno

Mosettig ferito ad una gamba. Tra i caduti era stato il primo a riaversi

e si era trascinato a piccole tappe fin presso alla casa.

Senza più indugi un altro drappello uscì di nuovo fuori; poi un altro

ancora e in breve furon portati entro la casa il Papazzoni ferito ad un

piede, il povero Enrico morto ed agonizzante l'infelice Mantovani.

Enrico ed il Mantovani furono entrambi deposti a terra nella stanza dove

il mattino s'era tenuto consiglio tra i capi sezione. Il Mantovani

respirava appena, ma ebbe il tempo di dirci, fra i singulti della morte,

come essendo caduto per una ferita fosse poi bajonettato sul terreno.

Un grido d'orrore, lo rammento, accolse quella rivelazione di codarda

barbarie. Pochi momenti dopo, fra spasimi convulsivi terribili, spirò.

Il nostro dolore per la perdita di quei due amici fu vivissimo. Si

riandavano i momenti dell'attacco, della mischia, si deplorava di aver

agito precipitosamente, di aver fatto un attacco alla bajonetta in quel

posto; meglio era difenderci in casa, meglio ritirarci al mattino; già

si dovea prevedere che quella non era posizione sostenibile!...

Sul campo non si poterono ritrovare nè Giovannino, nè il Bassini. C'era

chi assicurava che erano morti entrambi, forse caduti lungo la strada,

dopo aver tentato di guadagnar la casa, forse trasportati via dagli

stessi pontifici.

Intanto lo spasimo al mio braccio andava aumentando. Sdraiato com'ero,

mi riusciva insoffribile; mi alzai e salii dall'amico Mosettig.

La sua ferita era grave. Mi strinse con affetto la mano, mi baciò:

— Ah, poveri noi, sclamò poscia, quanto fummo sfortunati!

— Pur troppo, gli risposi, e me ne duole nell'anima! Ora ci terranno

prigionieri chi sa quanto tempo!... E pensare che fra pochi giorni io

avrei dovuto iscrivermi all'Università, e forse mi toccherà perdere

l'anno!

L'amico mi guardò stupito con cera interrogativa, come per accertarsi se

avevo dato di volta al cervello. Ma vedendo che io insistevo nel

discorso:

— Ma ti par questo il momento di pensare all'Università? mi gridò. Chi

sa domani cosa faranno di noi!

Per verità non aveva torto. Da parte mia, però, lo confesso

ingenuamente, non fu nè millanteria nè sprezzo del pericolo. Io vado

soggetto a distrazioni incredibili e anche in quella circostanza si vede

che la regola non volle avere eccezione.

Durante la notte i nostri compagni si sbandarono tutti, chi da una

parte, chi dall'altra. Rimasero a guardia dei feriti il Colombi, il

Campari e il Fiorini, nonchè i doganieri pontifici fatti prigionieri la

notte innanzi.

Cessato il trambusto e l'agitazione, dileguatisi uno ad uno i compagni,

io mi gettai di nuovo sulla paglia, e fosse stanchezza dei patiti disagi

o reazione all'angoscia sofferta, fatto sta che in quella casa dove

pareva restassero gli avanzi di un saccheggio, fra compagni feriti che

gemevano, con due amici morti d'accanto, con l'incertezza crudele del

domani in cuore, quando il sole spuntò al mattino sull'orizzonte lontano

ad illuminar quella scena d'orrore.... io dormivo.

X.

L'indomani.

Dormivo davvero quando un raggio di luce penetrò nella stanza a

pianterreno. Destarmi e riconoscere subito la terribile realtà della

situazione, fu cosa di un minuto. Non sognavo, no. Chi sogna dorme male

ed io in quelle brevi ore avevo dormito profondamente. Tanto ero stanco!

Mi rizzai a sedere. La poca paglia su cui giacevo mi aveva mal difeso

dall'umidità del pavimento e mi sentivo le ossa peste ed ammaccate come

se mi avessero bastonato. Contemplai un istante la scena che mi

circondava, poi uscii all'aria aperta. Avevo proprio bisogno di

respirare liberamente.

L'orrore di quel luogo chiuso, barricato, pieno d'armi accatastate alla

rinfusa, di cappotti, di borraccie, di vestiti abbandonati dai compagni

per essere più lesti al cammino; l'aspetto di saccheggio e di

devastazione che presentavano quei tavoli, quelle sedie rovesciate, le

bottiglie fracassate, le stoviglie infrante, gli avanzi della cucina del

giorno innanzi ancora sparsi sul pavimento e frammisti alla paglia, ai

cappelli, alle bende, e tutto ciò chiazzato di macchie sanguigne; il

gemito dei poveri miei compagni feriti, e nella stanza vicina, giacente

a terra quasi a sbarrarne la porta, il cadavere del povero Enrico e

l'altro più terribile del Mantovani, il quale pareva sfidasse ancora

l'assassino che lo aveva morto a bajonettate sul terreno, formavano

nell'insieme uno spettacolo raccapricciante.

Si soffocava: uscii, come ho detto.

Un magnifico sole cominciava ad indorare le foglie alle siepi ed agli

alberelli che costeggiavano la stradicciuola di fronte alla casa. Di

lontano giungeva il suono delle campane della città eterna, e ad ogni

tratto un'archibugiata dei pacifici cacciatori onde abbonda la campagna

romana, veniva a rompere la pace di quel luogo. Spettacolo di natura

tanto tranquilla e sorridente che faceva vivo contrasto con la

desolazione della villa, con la realtà del fatto, con l'amarissima

incertezza della sorte nostra.

Pensavo... forse domani ci sottoporranno ad un Consiglio di guerra;

forse.... e il pensiero inorridiva, mentre inavvertita dalla congiuntiva

dell'occhio mi scendeva una lagrima... E la mamma?...

Levai il capo per cacciare i neri presentimenti e... mi vidi faccia a

faccia con uno sconosciuto!... Dio mio! lo fisso. Era Giovannino!

Giovannino Cairoli in persona!... Ma chi avrebbe potuto più ravvisarlo?

Pallido in viso e macchiato orribilmente di sangue che era colato dalla

testa fasciata con un cencio e coperta da un cappellaccio. Si reggeva su

di un bastone e camminava a stento.

Anch'egli pativa per le ferite toccate nella schiena difendendo il

fratello dopo che era caduto. Povero Giovanni! Avea lottato corpo a

corpo, aveva veduto cadere il fratello in quel terribile attacco alla

bajonetta, avea veduto i soldati precipitarglisi allora addosso, si era

avventato colla rivoltella alle tempia di quegli aggressori; ma la

rivoltella, arruginita, non aveva agito. Disperato l'aveva sbattuta

sulla testa d'uno di quei miserabili colla furia della tigre ferita, e

come tigre ferita era caduto poi rovescio, colpito da una palla che gli

sfiorò il cranio. Si era gettato allora sul corpo del fratello esamine,

colle mani, col petto facendogli scudo, e le bajonette nemiche avevano

finito anche lui, che giacque spossato, sanguinante, svenuto accanto al

suo Enrico!

E quanta vita, quant'anima in quel giovinetto, mentre mi raccontava sì

orribile tragedia!

— Ah! lasciatemi vedere il mio Enrico! che io lo baci ancora una volta,

una volta ancora!

Gli amici Campari, Colombi ed io pure tentamno in ogni modo di opporci,

e lo assicurammo che più tardi gli avremmo concesso questo supremo sfogo

di dolore. Fu fatto entrare in casa, ma uno di noi ebbe l'avvedutezza di

andare innanzi e di chiudere la porta della stanza dove giaceva il

fratello.

— Sentite, amici, disse poi risoluto ed appena entrato in casa, facciamo

una cosa. Abbiamo ancora fucili, abbiamo rivoltelle; se vengono i

soldati barrichiamoci in casa e vendiamo cara la nostra vita.

Eroico ardimento d'un cuore generoso e ferito.

Non ci volle molto però a farlo persuaso della impossibilità di tale

progetto. I gemiti dei compagni pressochè moribondi avrebbero condannato

qualunque tentativo temerario da parte di noi, feriti pur anco ed

impotenti a qualsiasi resistenza.

Era prossimo il mezzogiorno. Una brezza leggiera piegava gli alberi,

metteva un lieve senso di brivido nelle ossa indolenzite e faceva

lentamente sventolare il bianco lenzuolo che, annodato a mo' di bandiera

ad un bastone, avevamo issato da una finestra della casa.

Uno strepito confuso d'armi e di voci, lo scalpitar di cavalli ci fe'

comprendere che s'avanzavano dei militi. Erano certamente venuti a

levare i feriti.

Le guardie di Finanza da noi fatte prigioniere lungo il Tevere e

liberate da noi quella mattina, avevano senza dubbio mosso il comando

militare pontificio al soccorso dei nostri feriti.

Così pensavamo: ma non era così.

— I pochi della scaramuccia di ier sera non dovean essere che

l'avanguardia. Di certo sui Monti Parioli ora ci deve essere il grosso

della banda. La chiamata al soccorso dei feriti non può essere che un

gherminella per tirarci lassù ed attaccarci.

Ecco quale certamente deve essere stato il ragionamento del ministro

delle armi e generale delle truppe pontificie, poichè non è credibile

che si venisse a levar feriti con tanto apparato di forze. Zuavi,

antiboini, tiraioli, zampitti, dragoni, gendarmi, ogni arma era stata

messa a contribuzione.

Al primo vederci puntarono le armi in atto di _fuoco_.

— Feriti, feriti, _blessés_! gridavamo noi. Si! era come dire al muro!

non ne capivano d'italiano! Finalmente un tenentino dei dragoni si fe'

avanti gridando loro:

— _Ne faites pas de feu! pas de feu!_ e fatti alcuni passi verso la

nostra casa, prima ci ordinò d'uscire, poi messici in fila tutti fuor

della porta, con una sentinella cui graziosamente ordinò d'infilzarci

tutti se ci fossimo mossi, entrò nella casa e la masnada intera lo

seguì.

Descrivere il fracasso che fecero con quei poveri fucili, ferrivecchi

della Guardia nazionale, è cosa da non potersi ridire! Ce n'erano

moltissimi di carichi ed essi li prendevano per la canna e pestandoli

contro il suolo o contro il muro, ne spaccavano il calcio.

E dire che non uno esplose loro nelle mani!

— _Vous étiez venus ici avec de trés-bonnes intentions_, ci disse il

tenentino uscendo e portando in pugno una mezza dozzina di rivoltelle.

Ricordo ancora la faccia del Campari e la sua risposta. I buoni

ambrosiani non dimenticano mai la loro parlata, talora francamente

ingenua, anche nei momenti supremi della vita.

— _Oh me par peu_, rispose egli con un accento di bonaria persuasione,

_me par che voressen minga cojonà gnanca lor!_

Dopo un'ora circa impiegata a distinguere i fucili, i vestiti e quanto

trovarono, ripresero finalmente la loro strada e sembrava che avessero

fretta. Chiedemmo loro dove andassero e perchè non trasportassero i

feriti. Ci fu risposto che non ne avevano il tempo, perchè doveano

inseguire le bande[17]! Credevan forse a pochi passi da noi di scovare

Garibaldi in persona!

Un gendarme prima di montare a cavallo mi presentò una bottiglia,

offerendomi da bere. Lo guardai in viso; non comprendevo così strana

cortesia.

— Bevi, bevi, mi ripeteva.

— Ah è così che la credete? sclamai d'un tratto. Presi la bottiglia e

tracannati tre o quattro sorsi, la lanciai contro lo stipite

fracassandola in mille pezzi. Temevano che avessimo avvelenato il vino!

Imbruniva. Il povero Giovanni era riuscito ad ottenere da noi di poter

dare l'ultimo bacio all'amato suo estinto. Ma lo trascinammo subito

fuori dalla stanza, promettendogli che guarderemmo noi stessi la

preziosa salma perchè nessuno la toccasse.

Pochi minuti dopo io ed il Campari gli consegnammo alcuni oggetti e

ricordi tolti di dosso al glorioso eroe.

Un rumor sordo di carri ci avvertiva che finalmente qualcuno da Roma si

era mosso in nostro aiuto.

Era ben ora. I feriti nostri languivano senza cibo da ventiquattr'ore e

le ferite incrudivano coll'avvicinarsi della notte. Erano bare tirate da

un cavallo e coperte da un saccone. In ciascuna fu adagiato alla meglio

un ferito. Vi erano pure due carrozze. Il corteo era composto d'un

medico, un cappellano, un capitano dei gendarmi e di quel tenentino

della mattina. Costui al povero Giovanni che io pregava di usare

riguardo nell'entrar dentro la stanza ov'era suo fratello morto, rispose

cinico:

— Ebbene, se è morto, non posso certo fargli del male!

Anche nei momenti più tristi c'è sempre una nota amena. Ce la diede

questa volta il cappellano, un grosso e corpulento prete belga con una

faccia da cuor contento inesprimibile, il quale domandò a più d'uno dei

nostri feriti se prima di battersi aveva fatto le devozioni sue:

qualcuno gli rispose che sì, ed egli ne fu contento come una pasqua.

C'incaminammo. Si scendeva lentamente per la calata dell'Arco scuro, ma

quando imboccammo lo stradone di Porta del Popolo si accelerò il passo.

Io ero a cassetta ed il cocchiere mi andava infastidendo con rimproveri

ed ammonimenti.

— Fate il vostro mestiere! gli dissi. E tacque.

Arrivammo a Porta del Popolo e il treno si arrestò. Una compagnia di

truppa era in arme al limitare della porta. C'era una agitazione, una

ressa indiavolata. Un capitano venne allo sportello della nostra

carrozza e raccontò che in città avveniva un fatto d'arme: eran

duecento, trecento, quattrocento insorti, c'eran morti, feriti,

ecc.[18].

In quel mentre si udivano infatti parecchie fucilate.

— Oh Gesummaria! invocò il mio cocchiere.

— Niente paura, gridò il tenentino spavaldo, è qualcuno che... (lasciamo

nella penna la parola). Avanti!

Uno squadrone di dragoni a cavallo ci si mise al fianco per iscorta e il

corteo mosse di nuovo.

Tre cannoni erano puntati in Piazza del Popolo, uno contro il Corso, un

altro verso il Babbuino, il terzo contro Ripetta. Noi prendemmo da

questa parte. La via era deserta affatto, chiusi i negozi, le porte e le

finestre. Il rumore delle ruote, lo scalpitar dei cavalli, il tintinnio

delle sciabole dei dragoni in mezzo a quel sepolcrale silenzio aveano un

che di sinistro. Appena vedevasi qualche imposta di finestra aprirsi un

momento e far capolino qualche curioso attratto dall'insolito rumore, e

poscia tosto rinchiudersi.

La traversata di Roma seguì senza inconvenienti.

Battevano le 8 di sera e noi arrivammo alle porte dell'ospedale di Santo

Spirito incerti di nostra sorte, se prigionieri di guerra ovvero insorti

sorpresi coll'armi alla mano, e quindi forse dannati nel capo per alto

tradimento!

XI.

Santo Spirito.

La ressa di popolo pel nostro arrivo all'ospedale militare era grande.

Eravamo i primi garibaldini prigionieri portati in Roma: si può

immaginare se la novella era corsa di bocca in bocca!

Al primo arrivare ci fu un po' di parapiglia, perchè non era stato

preparato alcun locale. Ma la superiora delle suore trovò subito un

ripiego; fatti levare alcuni zuavi del picchetto di guardia, che

russavano placidamente sui pagliericci in una camera di pian terreno, in

un momento ci fe' mettere insieme sette letti, e tutti in una sola

stanza, cosa che ci fece molto piacere.

Ufficiali, medici, flebotomi, monsignori, cappellani, soldati, suore,

tutti erano in moto per noi. La curiosità avea naturalmente molta parte

in tante premure.

Prima cura fu quella di visitar le nostre ferite. Ne avevamo veramente

bisogno, perchè ci si era fasciati appena alla meglio in modo da far

ristagnare il sangue e questo s'era rappreso sulle ferite. Io poi

desideravo sapere quale ferita fosse la mia, se grave o no.

Mentre ognuno di noi si adagiava alla meglio, mi venne fatto di notare

un prete lungo, alto, con una croce sul petto, di fisonomia piuttosto

seria, non troppo entrante; uno degli infermieri mi disse che era

monsignor De Merode, elemosiniere segreto di sua Santità.

Fummo medicati con premura. A Giovannino, ricordo, furon tagliati i

capelli e gli fu fatto dalla suora un salasso.

Tutto sommato, l'ingresso nostro non fu cattivo e ci lasciava sperare

che non avremmo avuto dispiaceri, quantunque gli animi, specie dei

militari, fossero irritatissimi per il fatto della caserma Serristori

avvenuto il dì innanzi.

Il primo sospetto era stato per l'appunto che quel fatto fosse opera

nostra.

Mia prima cura fu quella di chiedere carta penna e calamaio per scrivere

alla mia buona mamma. Mi fu risposto che prima bisognava dar contezza di

noi all'autorità militare politica, dopo avrei avuto quanto desideravo.

Di fatto, eseguita la medicatura, venne un auditore militare a prendere

nota delle nostre generalità. Il nome di Colloredo fece grande

impressione su lui e sugli astanti.

I Colloredo sono una famiglia antica nobilissima che trae la sua origine

dal castello di Colloredo in Friuli. Ebbe molti illustri guerrieri

marescialli e generali che in gran parte militarono al servizio

dell'Austria, coprirono onorevoli incarichi e condussero a fine

importanti missioni. Alcuni de' suoi rami esistono tuttora nel Friuli,

ed in Austria pure sussiste sempre il ramo dei Colloredo Mels e dei

Colloredo Mansfeld.

Uno dei Colloredo del Friuli era allora imparentato coi principi Altieri

qui di Roma, perchè marito a donna Livia, morta alcuni anni or sono, e

in Roma vivea allora anche un vecchio padre Colloredo dei preti

dell'Oratorio.

Incontanente si sparse la voce che all'ospedale di Santo Spirito era

ricoverato un Colloredo garibaldino e non tardò a diffondersi per la

città, per l'Italia e dirò anzi per l'Europa. Infatti la notizia fu

riportata, oltrechè dai giornali nostri e dai francesi, anche dalla

_Presse_ di Vienna e dal _Tageblatt_.

Prima di lasciar Villa Glori si era fra noi convenuto di chiamare il

Mosettig col nome di Colloredo, come si era fatto per il Muratti in

Roma.

L'auditore militare si mostrò anche non poco stupito allorchè, chieste

le generalità a Giovannino, si senti rispondere:

— Anni ventiquattro.

— Condizione?

— Ex capitano di artiglieria.

Infatti su quel volto ingenuo di gentil giovinetto, oltre che la bontà,

si leggeva chiara anche l'intelligenza, che nei brevi anni vissuti già

lo avea portato a quel grado distinto. O se vivesse ancora! sarebbe

forse uno dei migliori nostri generali!

La prima notte fu affannosissima e appena al mattino mi fu dato di poter

dormire un poco. L'apparecchio di stecche cui era raccomandato il mio

braccio, mi costringeva ad una supina immobilità, la quale mal si

prestava al sonno, ma ad ogni movimento ch'io facessi mi si rinnovellava

il dolore.

L'indomani nuove domande dell'auditore militare, nuove ricerche, nuovi

curiosi e sempre molti medici, infermieri, suore, inservienti.

Chiesi nuovamente al direttore dell'ospedale, capitano Galliani,

l'occorrente per scrivere e, se mi era permesso, anche qualche libro da

leggere. Immantinente egli si diede premura di soddisfare il mio

desiderio e portò per tutti carta da scrivere ed alcuni romanzi di

Walter Scott.

Il capitano Galliani era una gentilissima persona, della quale

conserverò sempre finchè vivo ottima memoria. La gentilezza d'animo e la

squisitezza di sentire sono una dote dei cuori buoni e non vengono meno

per ragione dei principii o d'idee professate. Il Galliani era

affezionatissimo al Santo Padre ed attaccato al governo papale che

serviva con zelo ed attività esemplari. Nel 1861 era stato alla

battaglia di Castelfidardo; fatto prigioniero, era stato condotto a

Genova, dove aveva avuto molte cortesie ed era stato trattato

amorevolmente. Apprezzava quindi per esperienza fatta le attenzioni

usate in simili circostanze e conosceva per prova come tornino gradite e

quale imperituro ricordo lascino nell'animo dei vinti.

Villa Glori - Ricordi ed aneddoti dell'autunno 1867 · 第 5 / 12 段