Ma al mattino del giorno 4 novembre d'improvviso la porta della nostra

sala si spalancò e questa fu invasa da una turba di flebotomi ed

infermieri. Poco dopo comparvero quattro soldati sostenendo un ferito,

poi un altro, poi un terzo, un quarto. Alcuni potevano camminare, altri

eran portati a braccia o sovra un materasso, molti gemevano, altri

imprecavano, chi era ferito alla testa, chi alle braccia, chi al petto,

e tutti erano trasportati in una stanza attigua alla nostra, ove erano

stati adattati alcuni letti.

Erano i feriti di Mentana.

Uno scoramento indicibile ci prese allorchè potemmo apprendere la triste

realtà dei fatti. Si deplorava vivamente l'accaduto, si narravano

particolari dolorosissimi, s'imprecava al Governo che non avea dato

aiuto, si gridava, si giurava la riscossa. I francesi si sarebbero

fucilati, l'imperatore impiccato, il Governo italiano posto in istato

d'accusa. L'irritazione era al colmo, perchè il disastro era grande, la

catastrofe immensa. Si parlava di eletta gioventù sacrificata, si diceva

la colonna Valzania distrutta, i carabinieri livornesi rimasti

pochissimi, Garibaldi sconfitto per la prima volta in sua vita,

soprafatto dal numero, dalle armi eccellenti, dalle truppe fresche;

feriti parecchi graduati, Stallo, Bezzi, Ronco, e fra tutte queste

narrazioni i gemiti affermanti la terribile realtà dei fatti, lo strazio

dei moribondi, le chiamate, le grida, la disperazione, la morte!

Gli infermieri, le suore, i militi accorrevano al letto ora di questo ed

ora di quello. I medici prestarono le prime indispensabili cure e per

tutto quel giorno fu un tetro affaccendarsi a collocare feriti, a rifar

letti, a moltiplicar giacigli.

Ma sventuratamente arrivavano sempre nuovi convogli. Le sale

dell'ospedale di S. Spirito erano incapaci a tanti ricoverati. Perciò

l'indomani si dovette pensare ad un provvedimento. Per quella notte però

tutti furono adattati alla meglio in S. Spirito.

E fu una notte infernale. Nella nostra stanza ce n'erano stati collocati

tre, uno dei quali gemette per lo spasimo dalla sera all'alba. Nella

stanza attigua s'udivano grida interrotte, lamenti, urla, scoppi di

pianto, imprecazioni, si sentiva chiamare gli infermieri, le suore, i

medici; e tanto strazio durò tutta la notte quanto fu lunga!

Nel mattino passò e ripassò il cappellano militare recitando preci, e

dietro a lui erano soldati che reggevano enormi involti in lenzuola

chiazzate di sangue. Erano due individui portati all'ospedale già

moribondi e vaneggianti, morti nella notte senza che se ne potesse

sapere il nome! Forse erano padri di famiglia, forse i loro parenti li

aspettano ancora, li crederanno dispersi, fuggiti; non avendo avuto

nessun annunzio della loro fine, ancora spereranno!

Tra i feriti collocati nella nostra sala ce n'era uno, maestro

elementare, cui una palla avea offeso il dito medio della mano diritta

che si dovette disarticolare. Non potendo scrivere, mi creò suo

segretario e mi dettò parecchie lettere da spedire a suoi parenti ed

amici. Tutte su per giù aveano lo stesso stile e dicevan le medesime

cose. Sembrava che n'avesse preso il modello da qualche epistolario.

Nel primo giorno dopo il loro arrivo tutti i feriti furono trasportati

in un locale a due piani situato a piè della salita di S. Onofrio e

appartenente a monsignor Ricci commendatore di Santo Spirito.

Due o tre giorni prima dei dolorosi avvenimenti di Mentana ebbi una

lettera dalla mia buona mamma, la quale si struggeva perchè non poteva

venire in mio aiuto, e mi pregava di dirle in qual modo mi avrebbe

potuto spedire soccorsi. Se non temessi urtare la delicata sua

riservatezza, la riporterei, perchè rispecchia al giusto i sentimenti

d'una vera madre italiana.[20]

La lettera, come al solito, portava in fine il _visto_ del general

Zappi.

Prima ancora però che io rispondessi, venne incontro al desiderio di mia

madre un nostro conoscente che avea qui in Roma qualche influente

relazione. Una sera si presentò al mio letto un cappellano militare e mi

fece scivolar tra mano venti scudi, dicendomi che questi me li mandava

il professor Luccardi da parte di mia madre e che l'indomani sarebbe

venuto in persona il detto professore con Sua Eccellenza il Ministro

delle armi a consegnarmi il restante d'una somma che avea ordine di

farmi tenere.

— Così pure, soggiunsemi, se anche il conte Colloredo avesse bisogno di

qualche cosa, il professor Luccardi è dispostissimo in suo favore,

essendo amico di suo padre, il conte Giuseppe.

Il Luccardi ed il Kanzler erano cognati perchè mariti alle signore

Vannutelli, romane e parenti, se non erro, ai due monsignori, ora

cardinali ed al pittore.

Partito il cappellano, comunicai la cosa al Mosettig. Ne fummo

impensieriti. La scoperta del pseudo Colloredo in faccia al Ministro

delle armi era inevitabile. Chi potea immaginarne le conseguenze? Al

postutto però non si trattava che di una sostituzione. Si stabilì quindi

che io alla meglio con segni e con gesti facessi intendere al Luccardi

il mutamento di nome pregandolo a non tradirci. Il Luccardi però io non

lo conosceva e quindi tornava non poco difficile il mio assunto.

All'indomani, alle dieci del mattino vennero infatti il generale ed il

Luccardi colle rispettive signore, ma io non ebbi nè tempo nè modo di

farmi intendere. Era del resto affatto superfluo, perchè il Luccardi,

accostatosi al letto dell'ammalato che tentava celarsi:

— Ah ecco, esclamò, questi è Colloredo! già lo si ravvisa subito, è suo

padre spiccicato; tale e quale, nè più nè meno!

Respirai, ed anche il Colloredo, preso coraggio, si scoperse il volto

senza timore per poter dar campo al Luccardi di trovare nuove

rassomiglianze. Infatti egli andava ripetendo:

— Tutto, tutto suo padre: eravamo tanto amici!

Quanto era viva la mia apprensione prima, altrettanto ridevo in cuor mio

dipoi. La cosa infatti volgeva in burletta. Per comprendere la quale

bisogna notare che il Luccardi dimorava qui in Roma da molti e molti

anni e che se in passato avea conosciuto ed era amico dell'ottimo conte

Giuseppe Colloredo, ora defunto, non conosceva però alcuno dei figli

suoi o quanto meno li avea conosciuti piccini.

Questo professor Luccardi venne poscia altre volte a trovarmi. Era in

complesso un buon uomo: non fu però buon italiano quando accettò da Pio

IX l'incarico di fare il monumento commemorante i soldati pontifici a

Mentana, monumento che, in omaggio alla politica tolleranza, si ammira

ancora a Campo Verano.

Lo rividi poi nel 1870 e fui a visitare anche il suo studio, ma

quantunque dovessi riconoscere il merito di taluno dei suoi lavori, pure

quel monumento non glielo potetti mai perdonare. E poichè gli dissi

l'animo mio francamente quando era vivo, posso ora liberamente ridirlo

senza per questo che la sua fama venga offuscata o scemato il suo valore

come artista. L'_Ajace_, uno dei primi suoi lavori, ebbe plausi ed

onoranze, ed il _Caino_, il gruppo del _Diluvio_, il _Raffaello_ e

_Fornarina_ gli procacciarono nuova fama. Il _Diluvio_ anzi venne molto

ammirato all'Esposizione mondiale di Parigi di quell'anno e gli fruttò

la croce della Legion d'onore.

Fra gli altri pochi che spesso ci venivano a visitare, oltre a monsignor

Stonor che ci recava frequenti notizie di Giovannino, vi era pure un

monsignor Tizzani, uomo di molta coltura e intelligenza, ma per sua

sventura vecchio e cieco. Era stato vescovo di Terni, poi avendo perduta

la vista, venne creato vescovo _in partibus_ di Nisibi. Campò ancora

molto a lungo ed è morto solo da pochi anni.

La conversazione sua era molto piacevole, perchè aneddotica e perchè

rivelava un uomo di scienza e di studio. Eppure anch'egli, parlandoci un

giorno d'un suo cane da guardia affezionatissimo, lo chiamava Lutero!

Piccinerie dell'intransigenza ed effetto d'ambiente che pur troppo

talora subiscono anche gli spiriti elevati! S'intratteneva volentieri

col Bassini ragionando di medicina, per la quale pare avesse una

speciale inclinazione. Anzi ci portò un suo opuscolo stampato su alcuni

casi di elefantiasi; non ci seccava mai nè colla confessione nè colle

devozioni. Intendeva adempiere un dovere di carità visitandoci ed

intrattenendosi con noi, e questo dovere si vedea che l'adempiva con

vero sentimento e con profonda convinzione.

Non così potea dirsi d'un giovinotto vanitoso e scapato, quintessenza di

sanfedismo sposata ad una donchisciottesca posa di crociato, un

giovinotto, che venne un dì a visitarci appunto mentre stavamo

conversando con monsignor Tizzani. Seppi dipoi che era un notissimo

principe del patriziato romano. Questo signore, italiano pur troppo,

baciata la mano al vescovo, prese a magnificare le fatiche ed i disagi

da lui sostenuti in quei giorni per la difesa del papa, ossia nel dar la

caccia ai nostri, e finiva coll'invitare il prelato ad ammirare

l'abnegazione sua e dei suoi compagni i quali, mentre dai garibaldini

non avevano avuto che sprezzi di ogni maniera e sputi in faccia (così

diceva lui!), ora s'affaccendavano tra l'ospedale di Santo Spirito e

quello di Sant'Agata a rendere male per bene ed a soccorrere i

garibaldini.

Il vescovo gli rispose, e molto opportunamente, che di fronte alla

sventura non vi sono partiti e che la carità, non facendo distinzioni di

tal fatta, abbraccia tutti in un medesimo amplesso. E la risposta chiuse

la bocca al petulante patrizio, il quale ora, fatto uomo e ripensando a

quei giorni, troverà coll'esperienza acquistata per lo meno ridicole, se

non deplorevoli, quelle giovanili sue smargiassate.

I feriti all'ospedale di Sant'Onofrio erano sistemati e tutto era

organizzato il servizio medico dipendente dall'Ospedale civile di Santo

Spirito, quando un bel giorno venne l'ordine di trasportare anche noi

assieme agli altri. Provammo un vivissimo dolore all'idea di lasciare

quel luogo, dove per le cure del capitano Galliani ricevevamo

un'assistenza tutta speciale e dove si godeva d'una quiete per noi

preziosa. Anche lui ne provò dispiacere intenso. Da alcune sue mezze

frasi e da un leggiero tono di rancore mal celato potemmo comprendere

che egli subiva una sopraffazione e che il nostro trasloco non doveva

essere se non effetto delle attenzioni da lui usateci, riferite ad

autorità superiori, facilmente esagerate e forse alterate.

L'ordine venuto alla mattina doveva eseguirsi subito. Fu ritardato di

qualche ora in causa d'un avvenimento inatteso, la visita di Pio IX

all'ospedale!

Le porte infatti furono spalancate a due battenti, la sentinella

presentò l'arma in ginocchio, s'udirono grida di Evviva Pio IX, evviva

il Papa-Re! poi una figura bianco vestita, piuttosto pingue, apparve sul

limitare, benedicendo.

Un frate benedettino che seguiva il Papa più da vicino, lo condusse al

letto del Mosettig per presentargli il conte Colloredo, di cui

probabilmente a Pio IX si era in antecedenza discorso.

Il Papa si accostò al suo letto e sporse la mano destra all'infermo

perchè la baciasse. Questi finse di non comprendere l'atto, simulandosi

molto aggravato dai dolori, e non la baciò. Al Papa non isfuggì il

rifiuto, ne conservò memoria in appresso; intanto anche sul momento

volle, indispettito, rendergli la pariglia.

Chi conobbe da vicino Pio IX e la infantile sua vanità che lo rendeva

tanto sensibile alle lustre ed alle compiacenze personali, potrà farsi

giusta ragione di questa meschina vendetta.

— Soffrite molto? gli chiese.

— Si, rispose asciutto il Colloredo.

— Ebbene, pigliate questi dolori quale salutare penitenza dalla mano di

Dio e chiedetegli perdono d'averlo offeso!

E suggellò l'amorevole conforto con l'apostolica benedizione!

Il padre benedettino che l'accompagnava e che, come seppi dipoi, era un

Casareto di Genova, all'udire le parole del Papa s'intenerì e gli si

mosse una commozione sì abbondante che egli si stemperava in lagrime di

gioia le quali gocciavano a quattro a quattro, mentre egli andava

esclamando:

— Ah, Santo Padre! ih, Santo Padre! quale degnazione, quanta bontà! e

piangeva come un ragazzo.

Poco dopo, partito il pontefice, s'affrettò a rientrare per sentire da

noi l'impressione di quell'avvenimento, che per noi doveva essere,

secondo lui, veramente straordinario e da segnarsi _albo lapillo_. Era

ancor tutto gongolante e badava a dirci:

— Eh, ci eravamo commossi, non è vero, alla visita del Santo Padre! non

potevamo trattenere le lagrime! quanta bontà! quanta dolcezza! Siete

pentiti, non è vero? Vero, Colloredo?

— Sì, rispose questi, di non averlo mandato a...

Sopravvennero in buon punto gli infermieri ad annunziarci che la

carrozza e le barelle erano pronte, altrimenti la frase del Mosettig, se

avesse avuto seguito, avrebbe senza meno essiccate al buon padre

Casareto le fonti lacrimatorie tanto facili e copiose.

XIII.

Sant'Onofrio.

Riveder la luce del sole dopo la prigionia, respirar l'aria libera a

pieni polmoni dopo parecchi giorni d'ospedale è soddisfazione di vita

nuova, è respiro di giovinezza!

Non eravamo liberi, no, tutt'altro! anzi avevamo la certezza di andare a

star peggio; ma per il momento quella boccata d'aria, la vista libera

della natura ampiamente serena, del cielo purissimo, ci ricreava lo

spirito come la promessa di giorni migliori.

Mentre si attendeva sulla porta dell'ospedale un delegato militare il

quale ci dovea scortare, si fece crocchio di curiosi intorno a noi. Ci

guardavano e squadravano da capo a piedi come si guarderebbero gli

zingari, ad una rispettosa distanza. Le nostre _toilettes_ da Lazzari

resuscitati o fors'anco la presenza delle guardie li teneva in riserbo.

A Sant'Onofrio fummo collocati parte nelle sale superiori, parte nelle

inferiori. Quell'ospedale improvvisato accoglieva circa centonovanta

feriti, dei quali novanta nelle due corsie del primo piano e cento circa

nelle sale del pianterreno.

Da un riassunto istorico-clinico pubblicato dal dottor Bianchi nel 1871

sulla cura dei garibaldini prigionieri feriti nel 1867 e ricoverati

all'ospedale di Santo Spirito in Roma, risultano i seguenti dati:

Dei feriti, cinque erano romani di Roma, cinque della provincia,

trentatre della Toscana, diciannove dell'Umbria, trentatre delle Marche,

ventotto delle Romagne, diciannove dell'Emilia, ventitre della

Lombardia, sei del Piemonte, sei della Liguria, sei delle provincie

venete, tre del Trentino, un inglese ed un russo.

Rispetto alle lesioni, centocinquantuno erano feriti di arma da fuoco,

sedici erano feriti per arma da punta, nove per semplici contusioni o

distrazioni, dieci erano affetti da malattie mediche e provenienti dalle

prigioni del palazzo Salviati, due non avevano lesioni e due cessarono,

come dissi, di vivere poco dopo giunti all'ospedale senza che si potesse

precisamente conoscere il gravissimo loro stato.

La maggior parte delle ferite, come si vede, erano di arma da fuoco e

aveano colpito le estremità inferiori.

Dei feriti centotrentasei guarirono ovvero partirono in lodevoli

condizioni (io fra questi) e cinquantaquattro morirono. La mortalità fu

dunque del 27 per cento.

E per i medici aggiungerò che la morte fu cagionata: per ventiquattro,

da ferite trasfosse di vario genere; per due, da ferite penetranti

nell'addome con lesione del retto e della vescica; per nove, da ferite

penetranti nel petto, con grave lesione polmonare; per dodici, da

fratture semplici; per cinque da fratture comminute, e due spirarono

appena portati all'ospedale.

E basti delle cifre.

Appena entrato nella corsia, mi sentii chiamare per nome. Mi volsi e

riconobbi il maestro elementare. Tosto mi pregò di scrivergli altre

lettere, non avendo potuto trovare un nuovo segretario.

Chi venendo dalla Città Leonina imbocchi la Lungara, a pie' della salita

che guida a Sant'Onofrio, di fronte al manicomio, vedrà un locale

abbastanza ampio che allora aveva la forma di un granaio, specialmente

nel piano superiore. Ora venne ristaurato e ripulito e vi si è allogata

la ditta Calzone e C., la quale vi stabilì un suo laboratorio di

cartonaggio.

Questo era il nuovo ospedale improvvisato. Il mio letto stava al piano

superiore sull'angolo e portava, se ben ricordo, il numero ventiquattro.

Si fece presto conoscenza coi nuovi amici, specialmente coi vicini. Fra

questi rammento il capitano marchese Ronco di Genova, gentiluomo

distinto e soldato valoroso. Si era segnalato in tutte le campagne

dell'indipendenza, rimanendo però sempre incolume. A Mentana invece era

stato colpito nel momento in cui si credeva meno esposto, mentre stava

ragionando con un suo amico, senza pensare menomamente a pericoli. La

sua conversazione era piacevole, perchè colto ed arguto parlatore. Pochi

anni dopo seppi con vero cordoglio da un comune amico che era morto, non

però per la ferita o per conseguenze riportatene.

Come si prevedeva, a Sant'Onofrio si era caduti in peggio d'assai quanto

al trattamento. Mancava anzitutto la schietta cortesia del capitano

Galliani; il vitto era ben altro da quello dello spedale militare; il

servizio era fatto da inservienti di piazza o da infermieri salariati

ben diversi dai militari. Cotesti infermieri ci frodavano atrocemente

sulle spese e sulle commissioni. Il locale pure era basso ed opprimente

e le finestre da un lato sovrastavano ad un letamaio od immondezzaio.

Quindi le condizioni igieniche infelicissime. Da ultimo avevamo

peggiorato anche quanto a libertà e perfino quanto all'assistenza delle

suore. Quelle di Santo Spirito appartenevano alle dame di S Vincenzo,

volgarmente dette _Cappellone_, dall'enorme cuffia a vela inamidata che

portano in testa. Erano disinvolte, andavano venivano, e facevano le

faccende loro con alacrità e senza inceppamenti o pastoie di regole e di

prescrizioni. Queste di Sant'Onofrio, oltre all'avere un vestito

incappucciato e chiuso, sembravano impacciate anche nel camminare,

procedevano lente lente, nè potevano accostarsi al letto di un ammalato

se non a due a due; avean l'aspetto gesuitico e per colmo erano brutte

ed antipatiche. Seppi di poi che tra queste e quelle di Santo Spirito

esisteva un odio implacabile, che non cessò finchè le _Cappellone_ non

furono sfrattate dall'ospedale e mandate lontano.

Di queste ultime, ripeto, non posso dire che bene, e ricorderò sempre la

madre superiora, ottima dama belga, che parlava distintamente

l'italiano, disinvolta, franca, intelligente e di florido e

piacevolissimo aspetto.

Questo mi è rimasto talmente impresso, che pochi anni sono, ossia circa

ventisei anni più tardi, trovandomi un giorno tra una corsa e l'altra

fermo alla stazione di Catania e adocchiando un crocchio di suore che,

reduci da chi sa quali lidi, si salutavano fra loro cordialmente, fra

l'agitarsi di quelle candide cuffie che sembravan vele di navigli

spiegate, mi colpì una fisonomia che fra me stesso giuravo di aver

veduta altre volte, benchè certo forse dovesse essere di molto mutata

dal tempo.

Il fischio importuno della vaporiera mi impedì di fissare più oltre il

placido sorriso della suora, ma quando era proprio il momento del

partire, un lampo dei passati ricordi mi fe' trovare vivo e presente,

fra le traccie d'una incipiente vecchiaia, il sorriso gentile della mia

amabile infermiera d'un tempo. Il treno già si moveva ed istintivamente

non potei a meno di mandarle colla mano un amichevol saluto. La suora

chinò gli occhi. La poveretta l'avrà creduto uno scherzo ed era invece

il saluto della riconoscenza che un antico suo ammalato le mandava.

La malinconia dei frati e la vista di gendarmi in permanenza a guardia

delle sale incutevano del pari un'uggia desolante. I frati cappuccini

stessi che per il loro spirito d'abnegazione e di carità e per la

povertà volontaria acquistano agevolmente la popolare confidenza, in

quelle corsie e tra gli ammalati avean alcunchè di sinistro. Quel

vederli soltanto intorno a moribondi ed a morti metteva ribrezzo. Ve

n'era uno poi che avea un ceffo tanto ributtante ch'io avrei giurato che

prima che frate fosse stato masnadiero.

I meno antipatici fra tutti erano ancora gli zuavi di guardia. Venivano

a tenerci compagnia e noi ce ne servivamo liberamente come di galoppini

per comperar cibarie, frutta, vino, poichè diffidavamo di quella schiuma

d'infermieri che ci stavano attorno.

Gli zuavi uscivan quasi tutti da buone famiglie ed avean perciò modi

cortesi ed umani. D'altronde il fanatismo stesso che li spingeva a Roma

da lontano per farsi schioppettare in difesa della religione, li

induceva poi in nome di questa a prestarsi in soccorso della sventura e

ad esercitare in tal modo una delle così dette opere di misericordia

che, com'è noto, accrescono il merito dei buoni cristiani.

Avevano pantaloni larghi e saccoccie ampie e però, quando uscivano per

le compere, ritornavano colle tasche letteralmente imbottite e donde

traevano fondaci interi di commestibili, pane, abbacchio, vitello

arrosto, salumi, bottiglie, formaggio, frutta; uno solo portava da

desinare per quattro.

Questi desinari a nostre spese erano talvolta indispensabili perchè il

vitto dell'ospedale era per verità molto meschino. Per quanto noi si

pregasse e scongiurasse il medico visitante di assegnarci nelle sue

prescrizioni giornaliere il _tutto vitto_, il _vino generoso_ e la

_minestra particolare_, in complesso tutto si risolveva in un brodo

allungato, un bocconcino di bollito ed un bicchiere di vino. Per chi

avea d'uopo di rimettersi in forze era senza dubbio un foraggio scarso.

Perciò quelli che non avean mezzo di provvedersi altrimenti, la facevano

magra.

Un caso fortuito ci apprese però il segreto d'ottenere miglior

trattamento. Frati e monache riuscirono un giorno a persuadere uno dei

feriti più aggravati a fare la confessione e la comunione.

Volle la fortunata sorte che il ferito migliorasse. Non è a dire se

frati e monache gridassero al miracolo! E da quel giorno l'ammalato fu

ricolmo di carezze e le suore incaricate della distribuzione del vitto

andarono a gara per ben trattarlo. Gli portavano brodi, pasticcetti,

frutta, limonate.

Tanto bastò perchè molti imitassero l'esempio di colui, sicchè in un

attimo ci furono nel nostro ospedale conversioni in gran copia; e i

preti, come è naturale, menarono di queste conversioni rombazzo non

piccolo, ciò che torna a severo biasimo dei nostri. Comperarsi un

vantaggio a prezzo d'ipocrisia è riprovevole e neanche la burla può

servire di scusa.

Chi si procacciò invece un miglior trattamento con sistema del tutto

opposto fu un professore di scienze naturali, allora tenente di stato

maggiore. Il casetto merita d'esser ricordato, ma è difficile riprodurre

la scena: bisognerebbe aver conosciuti i tipi.

Era costui uomo di carattere piuttosto bilioso e di temperamento

irritabile: tutto lo infastidiva, tutto lo inquietava; era

scrupolosissimo dell'ordine e della pulizia, ma amante de' suoi comodi,

sofistico, esigente.

Una delle prime sue cure, appena arrivato all'ospedale, fu di farsi fare

il bucato e di mutarsi i panni dal capo ai piedi, di farsi rattoppare le

scarpe e tenersele sempre lucide, di lustrarsi la catenella dell'oriolo,

di costruirsi a fianco del letto una piccola toeletta, di

rimpannucciarsi alla meglio provvedendosi d'una cravatta, d'un colletto

e d'un cappello nuovi. Anche al vitto ci teneva, e però esigeva il pane

cotto in punto, il bollito magro, la minestra particolare, il vino

generoso, e via dicendo.

Un giorno, chiamato da molti fra noi che avevano bisogno di mutare

copricapo, venne il cappellaio in corsia ed avendone portati parecchi,

li depose tutti su di un letto che tosto fu attorniato da compratori,

fra i quali il professore in parola. Mentre tutti stavano negoziando,

ecco scoccare il mezzodì, ora in cui le suore distribuivano il vitto.

Una di esse, come di solito, precedeva posando sul letto d'ogni ferito

un piatto di peltro; teneva dietro un'altra la quale deponeva nel piatto

un pezzo di bollito. Le razioni erano numerate una per ammalato, non una

di più, non una di meno.

Essendo andata in lungo la contrattazione dei cappelli, qualcuno dei

vicini di letto, approfittò, o da burla o da senno per appetito

irresistibile, della razione destinata al professore. Ritornato costui e

trovato vuoto il suo piatto, ritenne che la suora, perchè assente, lo

avesse saltato e però reclamò la sua parte.

Villa Glori - Ricordi ed aneddoti dell'autunno 1867 · 第 7 / 12 段