sala si spalancò e questa fu invasa da una turba di flebotomi ed
infermieri. Poco dopo comparvero quattro soldati sostenendo un ferito,
poi un altro, poi un terzo, un quarto. Alcuni potevano camminare, altri
eran portati a braccia o sovra un materasso, molti gemevano, altri
imprecavano, chi era ferito alla testa, chi alle braccia, chi al petto,
e tutti erano trasportati in una stanza attigua alla nostra, ove erano
stati adattati alcuni letti.
Erano i feriti di Mentana.
Uno scoramento indicibile ci prese allorchè potemmo apprendere la triste
realtà dei fatti. Si deplorava vivamente l'accaduto, si narravano
particolari dolorosissimi, s'imprecava al Governo che non avea dato
aiuto, si gridava, si giurava la riscossa. I francesi si sarebbero
fucilati, l'imperatore impiccato, il Governo italiano posto in istato
d'accusa. L'irritazione era al colmo, perchè il disastro era grande, la
catastrofe immensa. Si parlava di eletta gioventù sacrificata, si diceva
la colonna Valzania distrutta, i carabinieri livornesi rimasti
pochissimi, Garibaldi sconfitto per la prima volta in sua vita,
soprafatto dal numero, dalle armi eccellenti, dalle truppe fresche;
feriti parecchi graduati, Stallo, Bezzi, Ronco, e fra tutte queste
narrazioni i gemiti affermanti la terribile realtà dei fatti, lo strazio
dei moribondi, le chiamate, le grida, la disperazione, la morte!
Gli infermieri, le suore, i militi accorrevano al letto ora di questo ed
ora di quello. I medici prestarono le prime indispensabili cure e per
tutto quel giorno fu un tetro affaccendarsi a collocare feriti, a rifar
letti, a moltiplicar giacigli.
Ma sventuratamente arrivavano sempre nuovi convogli. Le sale
dell'ospedale di S. Spirito erano incapaci a tanti ricoverati. Perciò
l'indomani si dovette pensare ad un provvedimento. Per quella notte però
tutti furono adattati alla meglio in S. Spirito.
E fu una notte infernale. Nella nostra stanza ce n'erano stati collocati
tre, uno dei quali gemette per lo spasimo dalla sera all'alba. Nella
stanza attigua s'udivano grida interrotte, lamenti, urla, scoppi di
pianto, imprecazioni, si sentiva chiamare gli infermieri, le suore, i
medici; e tanto strazio durò tutta la notte quanto fu lunga!
Nel mattino passò e ripassò il cappellano militare recitando preci, e
dietro a lui erano soldati che reggevano enormi involti in lenzuola
chiazzate di sangue. Erano due individui portati all'ospedale già
moribondi e vaneggianti, morti nella notte senza che se ne potesse
sapere il nome! Forse erano padri di famiglia, forse i loro parenti li
aspettano ancora, li crederanno dispersi, fuggiti; non avendo avuto
nessun annunzio della loro fine, ancora spereranno!
Tra i feriti collocati nella nostra sala ce n'era uno, maestro
elementare, cui una palla avea offeso il dito medio della mano diritta
che si dovette disarticolare. Non potendo scrivere, mi creò suo
segretario e mi dettò parecchie lettere da spedire a suoi parenti ed
amici. Tutte su per giù aveano lo stesso stile e dicevan le medesime
cose. Sembrava che n'avesse preso il modello da qualche epistolario.
Nel primo giorno dopo il loro arrivo tutti i feriti furono trasportati
in un locale a due piani situato a piè della salita di S. Onofrio e
appartenente a monsignor Ricci commendatore di Santo Spirito.
Due o tre giorni prima dei dolorosi avvenimenti di Mentana ebbi una
lettera dalla mia buona mamma, la quale si struggeva perchè non poteva
venire in mio aiuto, e mi pregava di dirle in qual modo mi avrebbe
potuto spedire soccorsi. Se non temessi urtare la delicata sua
riservatezza, la riporterei, perchè rispecchia al giusto i sentimenti
d'una vera madre italiana.[20]
La lettera, come al solito, portava in fine il _visto_ del general
Zappi.
Prima ancora però che io rispondessi, venne incontro al desiderio di mia
madre un nostro conoscente che avea qui in Roma qualche influente
relazione. Una sera si presentò al mio letto un cappellano militare e mi
fece scivolar tra mano venti scudi, dicendomi che questi me li mandava
il professor Luccardi da parte di mia madre e che l'indomani sarebbe
venuto in persona il detto professore con Sua Eccellenza il Ministro
delle armi a consegnarmi il restante d'una somma che avea ordine di
farmi tenere.
— Così pure, soggiunsemi, se anche il conte Colloredo avesse bisogno di
qualche cosa, il professor Luccardi è dispostissimo in suo favore,
essendo amico di suo padre, il conte Giuseppe.
Il Luccardi ed il Kanzler erano cognati perchè mariti alle signore
Vannutelli, romane e parenti, se non erro, ai due monsignori, ora
cardinali ed al pittore.
Partito il cappellano, comunicai la cosa al Mosettig. Ne fummo
impensieriti. La scoperta del pseudo Colloredo in faccia al Ministro
delle armi era inevitabile. Chi potea immaginarne le conseguenze? Al
postutto però non si trattava che di una sostituzione. Si stabilì quindi
che io alla meglio con segni e con gesti facessi intendere al Luccardi
il mutamento di nome pregandolo a non tradirci. Il Luccardi però io non
lo conosceva e quindi tornava non poco difficile il mio assunto.
All'indomani, alle dieci del mattino vennero infatti il generale ed il
Luccardi colle rispettive signore, ma io non ebbi nè tempo nè modo di
farmi intendere. Era del resto affatto superfluo, perchè il Luccardi,
accostatosi al letto dell'ammalato che tentava celarsi:
— Ah ecco, esclamò, questi è Colloredo! già lo si ravvisa subito, è suo
padre spiccicato; tale e quale, nè più nè meno!
Respirai, ed anche il Colloredo, preso coraggio, si scoperse il volto
senza timore per poter dar campo al Luccardi di trovare nuove
rassomiglianze. Infatti egli andava ripetendo:
— Tutto, tutto suo padre: eravamo tanto amici!
Quanto era viva la mia apprensione prima, altrettanto ridevo in cuor mio
dipoi. La cosa infatti volgeva in burletta. Per comprendere la quale
bisogna notare che il Luccardi dimorava qui in Roma da molti e molti
anni e che se in passato avea conosciuto ed era amico dell'ottimo conte
Giuseppe Colloredo, ora defunto, non conosceva però alcuno dei figli
suoi o quanto meno li avea conosciuti piccini.
Questo professor Luccardi venne poscia altre volte a trovarmi. Era in
complesso un buon uomo: non fu però buon italiano quando accettò da Pio
IX l'incarico di fare il monumento commemorante i soldati pontifici a
Mentana, monumento che, in omaggio alla politica tolleranza, si ammira
ancora a Campo Verano.
Lo rividi poi nel 1870 e fui a visitare anche il suo studio, ma
quantunque dovessi riconoscere il merito di taluno dei suoi lavori, pure
quel monumento non glielo potetti mai perdonare. E poichè gli dissi
l'animo mio francamente quando era vivo, posso ora liberamente ridirlo
senza per questo che la sua fama venga offuscata o scemato il suo valore
come artista. L'_Ajace_, uno dei primi suoi lavori, ebbe plausi ed
onoranze, ed il _Caino_, il gruppo del _Diluvio_, il _Raffaello_ e
_Fornarina_ gli procacciarono nuova fama. Il _Diluvio_ anzi venne molto
ammirato all'Esposizione mondiale di Parigi di quell'anno e gli fruttò
la croce della Legion d'onore.
Fra gli altri pochi che spesso ci venivano a visitare, oltre a monsignor
Stonor che ci recava frequenti notizie di Giovannino, vi era pure un
monsignor Tizzani, uomo di molta coltura e intelligenza, ma per sua
sventura vecchio e cieco. Era stato vescovo di Terni, poi avendo perduta
la vista, venne creato vescovo _in partibus_ di Nisibi. Campò ancora
molto a lungo ed è morto solo da pochi anni.
La conversazione sua era molto piacevole, perchè aneddotica e perchè
rivelava un uomo di scienza e di studio. Eppure anch'egli, parlandoci un
giorno d'un suo cane da guardia affezionatissimo, lo chiamava Lutero!
Piccinerie dell'intransigenza ed effetto d'ambiente che pur troppo
talora subiscono anche gli spiriti elevati! S'intratteneva volentieri
col Bassini ragionando di medicina, per la quale pare avesse una
speciale inclinazione. Anzi ci portò un suo opuscolo stampato su alcuni
casi di elefantiasi; non ci seccava mai nè colla confessione nè colle
devozioni. Intendeva adempiere un dovere di carità visitandoci ed
intrattenendosi con noi, e questo dovere si vedea che l'adempiva con
vero sentimento e con profonda convinzione.
Non così potea dirsi d'un giovinotto vanitoso e scapato, quintessenza di
sanfedismo sposata ad una donchisciottesca posa di crociato, un
giovinotto, che venne un dì a visitarci appunto mentre stavamo
conversando con monsignor Tizzani. Seppi dipoi che era un notissimo
principe del patriziato romano. Questo signore, italiano pur troppo,
baciata la mano al vescovo, prese a magnificare le fatiche ed i disagi
da lui sostenuti in quei giorni per la difesa del papa, ossia nel dar la
caccia ai nostri, e finiva coll'invitare il prelato ad ammirare
l'abnegazione sua e dei suoi compagni i quali, mentre dai garibaldini
non avevano avuto che sprezzi di ogni maniera e sputi in faccia (così
diceva lui!), ora s'affaccendavano tra l'ospedale di Santo Spirito e
quello di Sant'Agata a rendere male per bene ed a soccorrere i
garibaldini.
Il vescovo gli rispose, e molto opportunamente, che di fronte alla
sventura non vi sono partiti e che la carità, non facendo distinzioni di
tal fatta, abbraccia tutti in un medesimo amplesso. E la risposta chiuse
la bocca al petulante patrizio, il quale ora, fatto uomo e ripensando a
quei giorni, troverà coll'esperienza acquistata per lo meno ridicole, se
non deplorevoli, quelle giovanili sue smargiassate.
I feriti all'ospedale di Sant'Onofrio erano sistemati e tutto era
organizzato il servizio medico dipendente dall'Ospedale civile di Santo
Spirito, quando un bel giorno venne l'ordine di trasportare anche noi
assieme agli altri. Provammo un vivissimo dolore all'idea di lasciare
quel luogo, dove per le cure del capitano Galliani ricevevamo
un'assistenza tutta speciale e dove si godeva d'una quiete per noi
preziosa. Anche lui ne provò dispiacere intenso. Da alcune sue mezze
frasi e da un leggiero tono di rancore mal celato potemmo comprendere
che egli subiva una sopraffazione e che il nostro trasloco non doveva
essere se non effetto delle attenzioni da lui usateci, riferite ad
autorità superiori, facilmente esagerate e forse alterate.
L'ordine venuto alla mattina doveva eseguirsi subito. Fu ritardato di
qualche ora in causa d'un avvenimento inatteso, la visita di Pio IX
all'ospedale!
Le porte infatti furono spalancate a due battenti, la sentinella
presentò l'arma in ginocchio, s'udirono grida di Evviva Pio IX, evviva
il Papa-Re! poi una figura bianco vestita, piuttosto pingue, apparve sul
limitare, benedicendo.
Un frate benedettino che seguiva il Papa più da vicino, lo condusse al
letto del Mosettig per presentargli il conte Colloredo, di cui
probabilmente a Pio IX si era in antecedenza discorso.
Il Papa si accostò al suo letto e sporse la mano destra all'infermo
perchè la baciasse. Questi finse di non comprendere l'atto, simulandosi
molto aggravato dai dolori, e non la baciò. Al Papa non isfuggì il
rifiuto, ne conservò memoria in appresso; intanto anche sul momento
volle, indispettito, rendergli la pariglia.
Chi conobbe da vicino Pio IX e la infantile sua vanità che lo rendeva
tanto sensibile alle lustre ed alle compiacenze personali, potrà farsi
giusta ragione di questa meschina vendetta.
— Soffrite molto? gli chiese.
— Si, rispose asciutto il Colloredo.
— Ebbene, pigliate questi dolori quale salutare penitenza dalla mano di
Dio e chiedetegli perdono d'averlo offeso!
E suggellò l'amorevole conforto con l'apostolica benedizione!
Il padre benedettino che l'accompagnava e che, come seppi dipoi, era un
Casareto di Genova, all'udire le parole del Papa s'intenerì e gli si
mosse una commozione sì abbondante che egli si stemperava in lagrime di
gioia le quali gocciavano a quattro a quattro, mentre egli andava
esclamando:
— Ah, Santo Padre! ih, Santo Padre! quale degnazione, quanta bontà! e
piangeva come un ragazzo.
Poco dopo, partito il pontefice, s'affrettò a rientrare per sentire da
noi l'impressione di quell'avvenimento, che per noi doveva essere,
secondo lui, veramente straordinario e da segnarsi _albo lapillo_. Era
ancor tutto gongolante e badava a dirci:
— Eh, ci eravamo commossi, non è vero, alla visita del Santo Padre! non
potevamo trattenere le lagrime! quanta bontà! quanta dolcezza! Siete
pentiti, non è vero? Vero, Colloredo?
— Sì, rispose questi, di non averlo mandato a...
Sopravvennero in buon punto gli infermieri ad annunziarci che la
carrozza e le barelle erano pronte, altrimenti la frase del Mosettig, se
avesse avuto seguito, avrebbe senza meno essiccate al buon padre
Casareto le fonti lacrimatorie tanto facili e copiose.
XIII.
Sant'Onofrio.
Riveder la luce del sole dopo la prigionia, respirar l'aria libera a
pieni polmoni dopo parecchi giorni d'ospedale è soddisfazione di vita
nuova, è respiro di giovinezza!
Non eravamo liberi, no, tutt'altro! anzi avevamo la certezza di andare a
star peggio; ma per il momento quella boccata d'aria, la vista libera
della natura ampiamente serena, del cielo purissimo, ci ricreava lo
spirito come la promessa di giorni migliori.
Mentre si attendeva sulla porta dell'ospedale un delegato militare il
quale ci dovea scortare, si fece crocchio di curiosi intorno a noi. Ci
guardavano e squadravano da capo a piedi come si guarderebbero gli
zingari, ad una rispettosa distanza. Le nostre _toilettes_ da Lazzari
resuscitati o fors'anco la presenza delle guardie li teneva in riserbo.
A Sant'Onofrio fummo collocati parte nelle sale superiori, parte nelle
inferiori. Quell'ospedale improvvisato accoglieva circa centonovanta
feriti, dei quali novanta nelle due corsie del primo piano e cento circa
nelle sale del pianterreno.
Da un riassunto istorico-clinico pubblicato dal dottor Bianchi nel 1871
sulla cura dei garibaldini prigionieri feriti nel 1867 e ricoverati
all'ospedale di Santo Spirito in Roma, risultano i seguenti dati:
Dei feriti, cinque erano romani di Roma, cinque della provincia,
trentatre della Toscana, diciannove dell'Umbria, trentatre delle Marche,
ventotto delle Romagne, diciannove dell'Emilia, ventitre della
Lombardia, sei del Piemonte, sei della Liguria, sei delle provincie
venete, tre del Trentino, un inglese ed un russo.
Rispetto alle lesioni, centocinquantuno erano feriti di arma da fuoco,
sedici erano feriti per arma da punta, nove per semplici contusioni o
distrazioni, dieci erano affetti da malattie mediche e provenienti dalle
prigioni del palazzo Salviati, due non avevano lesioni e due cessarono,
come dissi, di vivere poco dopo giunti all'ospedale senza che si potesse
precisamente conoscere il gravissimo loro stato.
La maggior parte delle ferite, come si vede, erano di arma da fuoco e
aveano colpito le estremità inferiori.
Dei feriti centotrentasei guarirono ovvero partirono in lodevoli
condizioni (io fra questi) e cinquantaquattro morirono. La mortalità fu
dunque del 27 per cento.
E per i medici aggiungerò che la morte fu cagionata: per ventiquattro,
da ferite trasfosse di vario genere; per due, da ferite penetranti
nell'addome con lesione del retto e della vescica; per nove, da ferite
penetranti nel petto, con grave lesione polmonare; per dodici, da
fratture semplici; per cinque da fratture comminute, e due spirarono
appena portati all'ospedale.
E basti delle cifre.
Appena entrato nella corsia, mi sentii chiamare per nome. Mi volsi e
riconobbi il maestro elementare. Tosto mi pregò di scrivergli altre
lettere, non avendo potuto trovare un nuovo segretario.
Chi venendo dalla Città Leonina imbocchi la Lungara, a pie' della salita
che guida a Sant'Onofrio, di fronte al manicomio, vedrà un locale
abbastanza ampio che allora aveva la forma di un granaio, specialmente
nel piano superiore. Ora venne ristaurato e ripulito e vi si è allogata
la ditta Calzone e C., la quale vi stabilì un suo laboratorio di
cartonaggio.
Questo era il nuovo ospedale improvvisato. Il mio letto stava al piano
superiore sull'angolo e portava, se ben ricordo, il numero ventiquattro.
Si fece presto conoscenza coi nuovi amici, specialmente coi vicini. Fra
questi rammento il capitano marchese Ronco di Genova, gentiluomo
distinto e soldato valoroso. Si era segnalato in tutte le campagne
dell'indipendenza, rimanendo però sempre incolume. A Mentana invece era
stato colpito nel momento in cui si credeva meno esposto, mentre stava
ragionando con un suo amico, senza pensare menomamente a pericoli. La
sua conversazione era piacevole, perchè colto ed arguto parlatore. Pochi
anni dopo seppi con vero cordoglio da un comune amico che era morto, non
però per la ferita o per conseguenze riportatene.
Come si prevedeva, a Sant'Onofrio si era caduti in peggio d'assai quanto
al trattamento. Mancava anzitutto la schietta cortesia del capitano
Galliani; il vitto era ben altro da quello dello spedale militare; il
servizio era fatto da inservienti di piazza o da infermieri salariati
ben diversi dai militari. Cotesti infermieri ci frodavano atrocemente
sulle spese e sulle commissioni. Il locale pure era basso ed opprimente
e le finestre da un lato sovrastavano ad un letamaio od immondezzaio.
Quindi le condizioni igieniche infelicissime. Da ultimo avevamo
peggiorato anche quanto a libertà e perfino quanto all'assistenza delle
suore. Quelle di Santo Spirito appartenevano alle dame di S Vincenzo,
volgarmente dette _Cappellone_, dall'enorme cuffia a vela inamidata che
portano in testa. Erano disinvolte, andavano venivano, e facevano le
faccende loro con alacrità e senza inceppamenti o pastoie di regole e di
prescrizioni. Queste di Sant'Onofrio, oltre all'avere un vestito
incappucciato e chiuso, sembravano impacciate anche nel camminare,
procedevano lente lente, nè potevano accostarsi al letto di un ammalato
se non a due a due; avean l'aspetto gesuitico e per colmo erano brutte
ed antipatiche. Seppi di poi che tra queste e quelle di Santo Spirito
esisteva un odio implacabile, che non cessò finchè le _Cappellone_ non
furono sfrattate dall'ospedale e mandate lontano.
Di queste ultime, ripeto, non posso dire che bene, e ricorderò sempre la
madre superiora, ottima dama belga, che parlava distintamente
l'italiano, disinvolta, franca, intelligente e di florido e
piacevolissimo aspetto.
Questo mi è rimasto talmente impresso, che pochi anni sono, ossia circa
ventisei anni più tardi, trovandomi un giorno tra una corsa e l'altra
fermo alla stazione di Catania e adocchiando un crocchio di suore che,
reduci da chi sa quali lidi, si salutavano fra loro cordialmente, fra
l'agitarsi di quelle candide cuffie che sembravan vele di navigli
spiegate, mi colpì una fisonomia che fra me stesso giuravo di aver
veduta altre volte, benchè certo forse dovesse essere di molto mutata
dal tempo.
Il fischio importuno della vaporiera mi impedì di fissare più oltre il
placido sorriso della suora, ma quando era proprio il momento del
partire, un lampo dei passati ricordi mi fe' trovare vivo e presente,
fra le traccie d'una incipiente vecchiaia, il sorriso gentile della mia
amabile infermiera d'un tempo. Il treno già si moveva ed istintivamente
non potei a meno di mandarle colla mano un amichevol saluto. La suora
chinò gli occhi. La poveretta l'avrà creduto uno scherzo ed era invece
il saluto della riconoscenza che un antico suo ammalato le mandava.
La malinconia dei frati e la vista di gendarmi in permanenza a guardia
delle sale incutevano del pari un'uggia desolante. I frati cappuccini
stessi che per il loro spirito d'abnegazione e di carità e per la
povertà volontaria acquistano agevolmente la popolare confidenza, in
quelle corsie e tra gli ammalati avean alcunchè di sinistro. Quel
vederli soltanto intorno a moribondi ed a morti metteva ribrezzo. Ve
n'era uno poi che avea un ceffo tanto ributtante ch'io avrei giurato che
prima che frate fosse stato masnadiero.
I meno antipatici fra tutti erano ancora gli zuavi di guardia. Venivano
a tenerci compagnia e noi ce ne servivamo liberamente come di galoppini
per comperar cibarie, frutta, vino, poichè diffidavamo di quella schiuma
d'infermieri che ci stavano attorno.
Gli zuavi uscivan quasi tutti da buone famiglie ed avean perciò modi
cortesi ed umani. D'altronde il fanatismo stesso che li spingeva a Roma
da lontano per farsi schioppettare in difesa della religione, li
induceva poi in nome di questa a prestarsi in soccorso della sventura e
ad esercitare in tal modo una delle così dette opere di misericordia
che, com'è noto, accrescono il merito dei buoni cristiani.
Avevano pantaloni larghi e saccoccie ampie e però, quando uscivano per
le compere, ritornavano colle tasche letteralmente imbottite e donde
traevano fondaci interi di commestibili, pane, abbacchio, vitello
arrosto, salumi, bottiglie, formaggio, frutta; uno solo portava da
desinare per quattro.
Questi desinari a nostre spese erano talvolta indispensabili perchè il
vitto dell'ospedale era per verità molto meschino. Per quanto noi si
pregasse e scongiurasse il medico visitante di assegnarci nelle sue
prescrizioni giornaliere il _tutto vitto_, il _vino generoso_ e la
_minestra particolare_, in complesso tutto si risolveva in un brodo
allungato, un bocconcino di bollito ed un bicchiere di vino. Per chi
avea d'uopo di rimettersi in forze era senza dubbio un foraggio scarso.
Perciò quelli che non avean mezzo di provvedersi altrimenti, la facevano
magra.
Un caso fortuito ci apprese però il segreto d'ottenere miglior
trattamento. Frati e monache riuscirono un giorno a persuadere uno dei
feriti più aggravati a fare la confessione e la comunione.
Volle la fortunata sorte che il ferito migliorasse. Non è a dire se
frati e monache gridassero al miracolo! E da quel giorno l'ammalato fu
ricolmo di carezze e le suore incaricate della distribuzione del vitto
andarono a gara per ben trattarlo. Gli portavano brodi, pasticcetti,
frutta, limonate.
Tanto bastò perchè molti imitassero l'esempio di colui, sicchè in un
attimo ci furono nel nostro ospedale conversioni in gran copia; e i
preti, come è naturale, menarono di queste conversioni rombazzo non
piccolo, ciò che torna a severo biasimo dei nostri. Comperarsi un
vantaggio a prezzo d'ipocrisia è riprovevole e neanche la burla può
servire di scusa.
Chi si procacciò invece un miglior trattamento con sistema del tutto
opposto fu un professore di scienze naturali, allora tenente di stato
maggiore. Il casetto merita d'esser ricordato, ma è difficile riprodurre
la scena: bisognerebbe aver conosciuti i tipi.
Era costui uomo di carattere piuttosto bilioso e di temperamento
irritabile: tutto lo infastidiva, tutto lo inquietava; era
scrupolosissimo dell'ordine e della pulizia, ma amante de' suoi comodi,
sofistico, esigente.
Una delle prime sue cure, appena arrivato all'ospedale, fu di farsi fare
il bucato e di mutarsi i panni dal capo ai piedi, di farsi rattoppare le
scarpe e tenersele sempre lucide, di lustrarsi la catenella dell'oriolo,
di costruirsi a fianco del letto una piccola toeletta, di
rimpannucciarsi alla meglio provvedendosi d'una cravatta, d'un colletto
e d'un cappello nuovi. Anche al vitto ci teneva, e però esigeva il pane
cotto in punto, il bollito magro, la minestra particolare, il vino
generoso, e via dicendo.
Un giorno, chiamato da molti fra noi che avevano bisogno di mutare
copricapo, venne il cappellaio in corsia ed avendone portati parecchi,
li depose tutti su di un letto che tosto fu attorniato da compratori,
fra i quali il professore in parola. Mentre tutti stavano negoziando,
ecco scoccare il mezzodì, ora in cui le suore distribuivano il vitto.
Una di esse, come di solito, precedeva posando sul letto d'ogni ferito
un piatto di peltro; teneva dietro un'altra la quale deponeva nel piatto
un pezzo di bollito. Le razioni erano numerate una per ammalato, non una
di più, non una di meno.
Essendo andata in lungo la contrattazione dei cappelli, qualcuno dei
vicini di letto, approfittò, o da burla o da senno per appetito
irresistibile, della razione destinata al professore. Ritornato costui e
trovato vuoto il suo piatto, ritenne che la suora, perchè assente, lo
avesse saltato e però reclamò la sua parte.